Chiesa di S. Giovanni in Conca (ex)

Milano (MI)

Indirizzo: Piazza Missori (Nel centro abitato, distinguibile dal contesto) - Milano (MI)

Tipologia generale: architettura religiosa e rituale

Tipologia specifica: chiesa

Configurazione strutturale: All'interno dello spartitraffico di via Albricci alla confluenza con piazza Missori, S. Giovanni in Conca sopravvive oggi sul sito originario soltanto in minima parte. Ciò che rimane è il rudere della conca absidale, con la sottostante cripta. La prima, fortemente rimaneggiata, è in laterizio a vista con coronamento a piccoli fornici secondo il tipico modello milanese riscontrabile anche nelle basiliche milanesi di S. Ambrogio e S. Eustorgio; la cripta, suddivisa da dieci colonne in sette navatelle coperte a crociera, era in origine decorata con affreschi di cui sopravvivono alcuni frammenti oggi conservati presso le Civiche Raccolte d'Arte del Castello Sforzesco. La facciata duecentesca, smontata alla fine dell'Ottocento, è stata utilizzata per realizzare il prospetto della chiesa valdese di via Francesco Sforza: in pietra e laterizio con ampio rosone centrale, monofore laterali "a vento" e portale con pseudoprotiro

Epoca di costruzione: seconda metà sec. XIII - sec. XIV

Autori: Seregni, Vincenzo, ampliamento e costruzione coro; Lovati, Bernardo, ampliamento e costruzione coro; Castelli, Francesco, rifacimento; Colla, Angelo, progetto di spostamento facciata

Descrizione

Le origini

All'interno dello spartitraffico di via Albricci alla confluenza con piazza Missori, il rudere di un'abside romanica ricorda malinconicamente che in questo sito sorgeva una delle basiliche più antiche e importanti di Milano, quella di S. Giovanni in Conca. Nel secondo dopoguerra, quando la chiesa venne definitivamente abbattuta, si decise di mantenere in alzato una porzione dell'abside, con tre monofore, quella centrale a strombo mistilineo, le laterali a strombo semplice, e parte del coronamento a fornici. Questi ultimi sono sopraccigliati da un fregio di archetti pensili e da una banda conclusiva a dente di sega. Si vedono lungo il perimetro esterno i segni delle immorsature dei contrafforti, dell'estremo meridionale resta una piccola porzione in basso che restituisce una sezione triangolare su lesena. Al di sotto del piano stradale rimane sostanzialmente integra quella che può essere a giusto titolo considerata la più preziosa cripta romanica milanese insieme a quelle di S. Sepolcro e di S. Vincenzo in Prato . Si tratta di una cripta "a oratorio" che si sviluppa in corrispondenza dell'abside e di una antistante campata di coro rettangolare: quattro file di colonne e due colonnine laterali a ovest scandiscono l'ambiente in sette navatelle coperte da volte a crociera dotate di sottarchi. Le colonne, di varia altezza e larghezza, frutto di riuso, sono prive di basi e reggono capitelli di morfologia differenziata, ove però ricorrono due tipi: uno a foglie angolari lisce rilevate nel bordo da un listello; un secondo tipo corinzio a foglie grasse e crocetta centrale tra i caulicoli, assegnabile agli anni di costruzione della cripta, ma esemplato su una tipologia di VII-IX sec. frequente in area lombarda. Le volte a crociera, pressoché piatte, vengono raccolte lungo il perimetro da pilastri composti da una semicolonna aggregata a una lesena e a un nucleo rettangolare: la semicolonna corrisponde al sottarco, l'elemento intermedio alla nervatura diagonale, molto spigolosa, della volta all'innesto con il sostegno, il nucleo sorregge gli archi di parete. I pilastri si impostano su uno zoccolo continuo di circa 0,85 m di altezza. La datazione della cripta è da sempre estremamente problematica per il comporsi, in ciò che resta della fabbrica, di caratteri formali e strutturali assegnabili ora a una fase alta del romanico lombardo, entro la metà dell'xi secolo, ora a un periodo ben più tardo, successivo al 1100.
Per quanto concerne la costruzione della prima basilica dati rilevanti sono emersi dagli scavi del 1949-52. Si trattava di una lunga aula absidata (53 x 17 m, fondata a circa 4 m sotto l'attuale piano di calpestio), le cui pareti laterali erano all'esterno modulate da arcate cieche come nel S. Simpliciano, larghe 3 m circa, sostenute da pilastri rettangolari molto sporgenti.
Devastata dal Barbarossa nel 1162, nella seconda metà del Duecento la chiesa venne restaurata e riconfigurata: i sostegni erano cilindrici per le prime quattro campate e cruciformi, con semicolonne in senso longitudinale, i due successivi prima della campata di coro unitaria e dell'abside, rialzata. La navata era coperta a capriate, mentre le campate laterali rettangolari erano voltate a crociera. I pilastri compositi dell'incrocio reggevano una più alta volta a crociera nascosta da un tiburio quadrato.
Tornando alla problematica fase romanica, quanto resta dell'abside va collocato almeno attorno al 1100 per le evidenti tangenze con le absidi di S. Nazaro.
Si tratterebbe però di un riallestimento di un'abside precedente, dato che in cripta la muratura perimetrale è da assegnare a nostro avviso attorno alla metà dell'XI secolo. Il sistema raffinato dei raccordi parietali compositi si trova in cripte di secondo quarto- metà XI secolo. La chiesa pavese di S. Eusebio condivide con il S. Giovanni, forse per via di una storia evolutiva simile, anche l'impianto planimetrico generale, una grande abside preceduta da un settore rettilineo più largo.

Periodo gotico

Presso le Raccolte d'Arte del Castello Sforzesco sono ricoverati gli affreschi strappati dalle pareti interne della chiesa: tra i più antichi rivestono notevole importanza, per l'alta qualità e per la generale scarsità di testimonianze superstiti della pittura milanese degli anni a cavallo fra Due e Trecento, l'Angelo annunciante e la Vergine annunciata, collocati in origine ai lati dell'arcone absidale. Strappati e trasportati su tela da Ottemi Della Rotta intorno alla metà del Novecento, i due affreschi sono caratterizzati da grande eleganza formale, abbondante uso della decorazione "a pastiglia" e ricercata ambientazione spaziale, sia pur con risultati spesso prospetticamente incoerenti. L'anonimo responsabile di queste figure, ravvisabile anche in un'Ultima Cena in S. Agostino a Bergamo, testimonia la diffusione del gusto neoellenistico mediato da modelli veneziani nel clima raffinato della Milano viscontea. L'arco trionfale e le pareti adiacenti della chiesa furono decorate, probabilmente intorno alla fine degli anni Cinquanta del Trecento e su committenza di Bernabò Visconti, con un ciclo di Storie di san Giovanni Evangelista di cui restano al Castello Sforzesco cinque frammenti con figure stanti isolate o raccolte in piccoli gruppi; le scene appaiono delimitate da larghe bande a motivi cosmateschi e girali vegetali a monocromo cui si aggiunge, in basso, un alto zoccolo illusionistico formato da una sequenza di finte scansie marmoree e da sottostanti specchiature, pure in finti marmi colorati; alcuni dei frammenti sono inoltre impreziositi da eleganti fondali architettonici, accuratamente definiti. Questi elementi, uniti alla monumentale ampiezza e solennità delle figure, al plastico modellato dei panneggi, alla morbida definizione dei volti e all'uso di una tavolozza dai toni chiari e luminosi, sembrano collegare l'anonimo Maestro delle Storie di san Giovanni ai migliori esempi pittorici di matrice giottesca della Milano del terzo quarto del Trecento, in particolare ai frammentari affreschi del palazzo Arcivescovile, oltre che al mondo poetico e coloristico di Giusto de' Menabuoi.
Eccezionale testimonianza del rinnovamento "gotico" di S. Giovanni in Conca è il grandioso, celeberrimo monumento funerario di Bernabò Visconti (oggi al Castello Sforzesco), collocato in origine dietro l'altar maggiore della chiesa. Culmine dell'intera esperienza della scultura campionese, il complesso si compone di due elementi principali: la statua equestre di Bernabò, eseguita prima del 1363, e il sarcofago, sorretto da colonne e decorato sulle fronti da rilievi raffiguranti gli Evangelisti, l'Incoronazione della Vergine, la Crocifissione e la Pietà. Accanto al condottiero sono due rappresentazioni allegoriche della Fortezza e della Sapienza, mentre sul bordo del sarcofago poggiano due angeli reggitorcia (in origine quattro). È opinione diffusa che il solo gruppo equestre, con le figure allegoriche che lo accompagnano, sia da attribuire a Bonino da Campione, mentre i rilievi del sarcofago, più tardi, spetterebbero alla sua bottega. L'opera doveva dunque produrre in origine un effetto di incombente, violenta monumentalità apparendo, rifulgente d'oro e colore, nella buia abside della chiesa per la quale era stata concepita; cavallo e cavaliere hanno una fisicità intensa e ieratica, che conferisce loro grande solennità, come era probabilmente nei desideri dello stesso Bernabò.Stilisticamente l'opera rivela nella sensibilità per i tratti fisionomici del volto e nell'attenzione minuziosa per i dettagli - specie nella resa dell'armatura - la profonda matrice gotica della cultura di Bonino, memore dell'opera del pisano Giovanni di Balduccio (in S. Eustorgio).
La cripta accolse infine il monumento funebre della moglie di Bernabò, Regina della Scala, oggi al Castello Sforzesco. Del tipo a parete, il monumento è composto da un sarcofago a coperchio piatto sostenuto da robusti pilastrini ottagonali; il fronte della cassa è suddiviso in tre riquadri.

Notizie storiche

Le origini

L'abbandono di una delle più preziose memorie della chiesa ambrosiana si avvia alla fine del xviii secolo. Nel 1782 venne soppresso l'ordine carmelitano che occupava la chiesa dal 1531. Nel 1787 al S. Giovanni venne tolta la parrocchialità e la chiesa venne chiusa definitivamente nel 1808. Il nuovo piano urbanistico postunitario, destinato a sventrare e stravolgere il centro storico di Milano, comportò con l'apertura dell'asse viario nord-sud di via Carlo Alberto, oggi via Mazzini, la distruzione di gran parte del corpo longitudinale della chiesa (1879-1881) e dell'alto campanile (1884). La facciata venne risparmiata e arretrata, a chiusura del settore presbiteriale ancora in piedi, trasformato in forme neoromaniche da Angelo Colla e ceduta alla comunità valdese. La sua definitiva distruzione, salva appunto la cripta, venne decretata nel 1949 dal prolungamento di via Larga sino a piazza Missori (la facciata è stata parzialmente ricomposta nella nuova chiesa valdese di via F. Sforza). Già nel 1881 scavi archeologici avevano investigato l'area della navata in demolizione, rinvenendo pavimenti musivi policromi assegnati al III secolo, tra i quali uno con elementi figurati. Nel settore orientale della cripta si conserva a vista una cisterna romana con rivestimento in cocciopesto.
L'edificio rientra nel numero delle prime chiese costruite all'interno delle mura cittadine nel corso del v secolo. Una necropoli si sviluppò presto a ridosso della basilica (tomba dipinta addossata al fianco destro della chiesa). È invece indimostrabile la presenza in S. Giovanni del corpo di Castriziano, terzo vescovo ambrosiano, che sarebbe stato qui traslato dal cimitero all'Arco Trionfale fuori Porta Romana dove aveva trovato prima sepoltura. La basilica è ricordata per la prima volta dalla fonti nel secondo testamento del vescovo Ansperto dell'879.
I termini della o delle ricostruzioni di età romanica, nei secoli xi-xii, restano per ciò che concerne la chiesa oscuri, ma è con ogni probabilità in quest'epoca che si operò la suddivisione a tre navate dell'antica aula rispettata nel suo perimetro, così come la ricostruzione dell'abside non mutò la posizione e l'andamento originari. Devastata dal Barbarossa nel 1162, nella seconda metà del Duecento la chiesa venne restaurata e riconfigurata.
Altre modifiche furono effettuate nel corso del xiv secolo ad opera dei Visconti, che ebbero a usare la chiesa come sorta di cappella "palatina". Al centro dell'abside di
S. Giovanni in Conca, dietro all'altare maggiore, venne posto il grandioso monumento funebre di Bernabò Visconti (c. 1385), opera di Bonino da Campione (Musei del Castello Sforzesco), con la statua equestre di Bernabò eseguita entro il 1363, fino a quando nel 1570 Carlo Borromeo non ne decretò lo spostamento in luogo laterale più consono. Un'ultima trasformazione della chiesa si ebbe su disegno di Francesco Castelli nel 1662. In tale occasione i sostegni di navata vennero mutati in serliane di pilastri ottagonali e tutto l'interno venne rivestito di stucchi, eliminati poi dal ripristino neoromanico del Colla nel 1881.
Si suggerirebbe una cronologia della cripta milanese ai decenni centrali dell'XI secolo rispetto a edifici simili, va però rilevato come la muratura dei pilastri compositi di parete e dei sottarchi delle volte è di tutt'altro tipo rispetto a quella del perimetro, ossia molto più raffinata, con mattoni a graffiatura fitta e letti di malta più sottili e regolari. Il fatto poi che i pilastri non leghino armonicamente con il muro di fondo, e che nel giro absidale si vedano delle monofore di prima fase il cui archivolto viene tagliato dai formerets delle volte della cripta, ci costringe a pensare a un rifacimento, attorno al 1100, di una prima cripta a sala, o al completamento a qualche decennio di distanza di un progetto solo abbozzato (come nella S. Maria Maggiore di Lomello).

Periodo gotico

Sul luogo di una domus romana sorse la basilica tardoantica, ad aula unica absidata, collegata dalle fonti più antiche alla figura di san Castriziano, vescovo di Milano nel III secolo. La denominazione della chiesa ad concham è presente già nel testamento di Ansperto (879) e allude probabilmente alla leggera depressione del terreno in quella zona. Verso la fine dell'XI secolo furono realizzate l'abside e un'ampia cripta sottostante. Probabilmente intorno alla seconda metà del Duecento la chiesa assunse un nuovo assetto a tre navate, con copertura a capriate nella navata centrale e a crociera sulle laterali. La struttura generale dell'interno presentava molte affinità con i cosiddetti impianti "a sala" tipici delle chiese abbaziali; a questo stesso modello si ispirava anche la facciata, realizzata verosimilmente nel medesimo periodo. Nel Trecento la chiesa conobbe un periodo di rinnovato splendore: i Visconti la adottarono come cappella gentilizia, ornandola di dipinti e raffinate sculture. Nel 1531 fu concessa da Francesco II Sforza ai Carmelitani, che la ristrutturarono parzialmente aprendo in seguito alcune cappelle laterali, mentre un'ultima fase di rinnovamento avvenne in epoca barocca ad opera di Francesco Castelli (1662-68). Dopo la soppressione dell'ordine carmelitano (1782), fu chiusa definitivamente nel 1808 per essere adibita ad usi civili. Tra la fine dell'Ottocento e gli anni Cinquanta del Novecento la chiesa fu in gran parte demolita attraverso una serie di interventi successivi, per esigenze urbanistiche e di viabilità.
S. Giovanni in Conca sopravvive oggi sul sito originario soltanto in minima parte; all'intersezione di via Albricci con piazza Missori funge ormai da inosservato spartitraffico il rudere della conca absidale, con la sottostante cripta. La prima, fortemente rimaneggiata, è in laterizio a vista con coronamento a piccoli fornici secondo il tipico modello milanese riscontrabile anche nelle basiliche milanesi di S. Ambrogio e S. Eustorgio; la cripta, suddivisa da dieci colonne in sette navatelle coperte a crociera, era in origine decorata con affreschi di carattere per lo più votivo, di cui sopravvivono alcuni frammenti, risalenti a diverse campagne decorative (prima metà del XII secolo e seconda del XIV), oggi conservati presso le Civiche Raccolte d'Arte del Castello Sforzesco. La facciata duecentesca, smontata alla fine dell'Ottocento, è stata utilizzata per realizzare il prospetto della chiesa valdese di via Francesco Sforza: in pietra e laterizio con ampio rosone centrale, monofore laterali "a vento" e portale con pseudoprotiro, appare stilisticamente aggiornata sul modello delle chiese abbaziali.

Uso storico: intero bene: chiesa

Condizione giuridica: proprietà Ente pubblico territoriale

Accessibilità: L'accesso alla cripta avviene su appuntamento telefonando presso il Museo Archeologico al n. 02 20404175.
E' visitabile dal martedì al venerdì dalle 9 alle 12, sabato dalle 14.30 alle 17.30. Ingresso libero.

Percorsi tematici:

Credits

Compilatore: Ribaudo, Robert (2009)

Funzionario responsabile: Minervini, Enzo

Compilazione testi: Balzarini, Maria Grazia; Schiavi, Luigi Carlo

Responsabile scientifico testi: Cassanelli Roberto; Piva Paolo

Fotografie: Ribaudo, Robert

Ultima modifica scheda: 15/09/2017

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