Atrio della Basilica di S. Ambrogio

Milano (MI)

Indirizzo: Piazza S. Ambrogio - Milano (MI)

Tipologia generale: architettura religiosa e rituale

Tipologia specifica: portico

Configurazione strutturale: Dall'area sono emerse numerosissime epigrafi sepolcrali, oggi in parte immurate nell'atrio della basilica.

Epoca di costruzione: IX - XII

Descrizione

L'atrio, costituito in realtà da tre bracci che si innestano sulla fronte della basilica (il quarto, sormontato dalla loggia, costituisce un nartece a tutti gli effetti parte della facciata), svolgeva funzioni cimiteriali e vi si riferiva con il termine "cortina". La fronte, al sommo della quale è un'archeggiatura continua, è articolata da cinque profonde arcate, con al centro l'unico ingresso. Lungo le pareti perimetrali sono stati collocati molti frammenti scultorei ed epigrafi rinvenuti nel corso del rifacimento del pavimento nel 1813 e dall'area cimiteriale circostante. Occorre avvertire che il complemento plastico (concentrato nei capitelli dei pilastri e nei corrispondenti semipilastri dei muri d'ambito) è frutto di ripetuti interventi di restauro, del XVII e XIX secolo, e solo di recente (Summa 1995) se ne è data un'affidabile classificazione. Altrettanto recente è lo studio e l'interpretazione della decorazione del nartece (Riva 2006). Il portale centrale (la cui porta conservava incastonati frammenti della porta lignea originaria, oggi conservati nel Museo Diocesano) è il fulcro dell'apparato decorativo. L'archivolto e l'architrave (con al centro l'Agnus Dei) sono occupati da motivi vegetali con figurette di animali che si ricollegano al motivo classico del "tralcio abitato". Le spalle sono state realizzate rimontando alcuni pilastrini provenienti dalla recinzione presbiteriale di età carolingia (probabilmente quella di Angilberto II) e sono ricoperti da motivi decorativi a intreccio complesso. Alcuni di questi motivi sono stati ripresi nelle semicolonne degli strombi dal lapicida romanico, forse quell'Adam magister di cui compare la firma, rovesciata, a sinistra (per errore di montaggio del pezzo, giunto già lavorato a pié d'opera?).
Da sempre è stato considerato il luogo per antonomasia, depositario delle memorie del passato della basilica.È con l'episcopato del secondo Borromeo, il cugino di Carlo, Federico, che a Milano timidamente compare un modo nuovo di concepire le vestigia del passato e matura una speciale attenzione alla conservazione delle sue tracce materiali. Federico, arcivescovo di Milano dal 1595, promosse diversi restauri alle chiese medievali cittadine, con disinvolti rifacimenti (come ad esempio il Santo Sepolcro). Nel 1630, un anno prima della morte, affidando all'architetto Francesco M. Richini l'incarico di intervenire nella basilica, gli impose, limitatamente all'atrio, di rispettare l'antica struttura, come testimonia un più tardo documento di eccezionale interesse: "La mente et ordine dell'eminentissimo già signor cardinale Borromeo arcivescovo di Milano intorno la restaurazione dell'attico [atrio] di Santo Ambrogio maggiore fu di fabricare senza stabilimento di calce in modo che li corsi delle pietre caminassero si giusti e con poca calce che si conformassero al vecchio del campanile et alla facciata, che non si riconoscesse essere fabbrica nova, che per questo anco si sono rifatti li pilastri della stessa materia vecchia per conservare l'antichità di ogni cosa". Purtroppo, prosegue il documento, "questo ordine, benché si sia arricordato ogni giorno a' mastri, non è stato osservato" (Baroni 1940).

Notizie storiche

Il portico antistante la basilica (detto anche, impropriamente, "atrio di Ansperto") è menzionato per la prima volta in una bolla di Alessandro III del 1174. Uno studio recente di A. Tcherikover (2007) ha finalmente sciolto un nesso che sembrava indissolubile tra la struttura (o un suo ipotetico precedente) e la figura dell'arcivescovo Ansperto (morto nell'882), il cui sigillo tombale (un tempo nel presbiterio della basilica e ora immurato nella prima campata della navata destra) reca un lungo epitaffio metrico dettato dal diacono Andrea nel quale si legge:
[...] MOENIA SOLLICITUS COMMISSAE REDDIDIT URBI / DIRUTA. RESTITUIT DE STILICHONE DOMUM. / QUOT SACRA AEDES QUANTO SUDORE REFECIT. / ATRIA VICINAS STRUX(IT) ET ANTE FORES [...] "Restaurò coscienziosamente le mura cittadine in rovina che gli erano state affidate, ripristinò la casa di Stilicone, con grande fatica ricostruì molti edifici sacri, costruendo atri davanti alle loro porte"
Ora, a causa dell'aggettivo vicinas, Puricelli (1647) ritenne che questa generica indicazione si riferisse puntualmente all'epitaffio e al sepolcro del vescovo, nella concreta realtà della basilica ambrosiana, e identificò il quadriportico ambrosiano con l'atrio di Ansperto. Dell'equivoco cronologico si avvide già Raffaele Cattaneo (1888), e da quel momento nessuno più è caduto nell'errore, anche se la definizione è rimasta nell'uso comune. Scarsa efficacia cronologica ha da questo punto di vista la celebre iscrizione del 1098 immorsata nella fronte dell'atrio con la decretazione dell'arcivescovo Anselmo, che fissa solo un termine post quem per il suo utilizzo.

Credits

Compilazione testi: Cassanelli, Roberto

Responsabile scientifico testi: Cassanelli, Roberto; Piva, Paolo

Fotografie: BAMS photo Rodella/ Jaca Book

Ultima modifica scheda: 14/10/2016

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