Chiesa dei SS. Pietro e Paolo

Brebbia (VA)

Indirizzo: Via della Chiesa - Brebbia (VA)

Tipologia generale: architettura religiosa e rituale

Tipologia specifica: chiesa

Configurazione strutturale: E' degna di nota per la raffinatezza del paramento murario che è costituito da blocchi di serizzo, granito e pietra d'Angera. Il prospetto absidale è diviso in tre sezioni da semicolonne. Tre finestre strombate si aprono sull'esterno: particolarè risulta quella centrale, dalla strombatura costituita da colonnine e pilastri dai capitelli fogliati. Una piccola base attica costituisce la terminazione inferiore delle semicolonne. La modanatura dello zoccolo dell'edificio e la finestra strombata che si apre sulla navatella sono esempi dell'accuratezza con cui sono stati eseguiti i dettagi architettonici. Il transetto è leggermente eccedente e si eleva al di sopra delle navatelle. La facciata era a capanna prima della costruzione delle volte seicentesche. Da segnalare le due snelle monofore che danno luce alla navate laterali. Il lato meridionale prende luce attraverso finestre e da un oculo. Su questo lato si apre inoltre il portale principale della chiesa. L'interno è a tre navate.

Epoca di costruzione: seconda metà sec. XII - sec. XIV

Descrizione

La chiesa è a tre navate, con transetto non sporgente e unica abside orientale, introdotta da una sorta di campata atrofica. I sostegni interni sono diversificati: quadrati in grosso apparato lapideo quelli occidentali e mediani, compositi i più orientali, dati dalla giunzione di una semicolonna per lato. La navata centrale era coperta a tetto, e l'introduzione nel Seicento di archi trasversi e crociere oblunghe, la cui ricaduta è prolungata fino alla mensola dei pilastri da tozze semicolonnette pseudo-romaniche, produsse gravi problemi di statica, ridotti solo nel secolo scorso con l'introduzione di tiranti. Aveva ragione Porter nel ritenere un'aggiunta tarda anche le volte dei collaterali.
La facciata è scandita in tre campiture da due sottili colonnine a sezione poligonale, che si interrompono a mezza altezza, con un portale maggiore al centro, privo di qualsiasi accento plastico, un secondo portale solo sul lato sud e due monofore laterali a strombo semplice. Sopra il portale maggiore è il segno di un'apertura tamponata, forse una monofora, sostituita a quota più elevata da un grande oculo. È evidente il restauro novecentesco (1939) della porzione superiore della facciata in corrispondenza della navata maggiore. L'introduzione delle volte a crociera ha senz'altro modificato il profilo della fronte, e i volumi esterni. Non vi è modo di sapere se la chiesa tardoromanica disponesse di un cleristorio, ossia di pareti finestrate per la navata maggiore, o se presentasse come oggi (ma a causa dei rifacimenti moderni) un alzato a gradinature, quindi con un ridotto scarto in altezza tra nave centrale e collaterali: tipologia che si andava diffondendo nei decenni centrali del xii secolo soprattutto in edifici voltati come S. Teodoro di Pavia o S. Bernardo di Vercelli. In questo caso confronti interessanti potrebbero essere quelli con il S. Zaccaria di Rocca Susella (v.) o con la chiesa di S. Giacomo di Bellagio, ove la presenza di finestre sulla nave maggiore non impedisce un alzato a gradoni con cleristorio molto contratto. Nel lato sud si aprono due grandi monofore e soprattutto un portale che, per essere girato verso il nucleo dell'abitato e, forse, verso gli altri edifici del complesso plebano, tra cui l'antica chiesa di S. Maria e il fonte battesimale era il vero accesso principale della chiesa. A dimostrazione di ciò il portale ha, a differenza di quelli di facciata, uno strombo mistilineo, con basi attiche connesse all'elegante zoccolatura che corre lungo tutto il perimetro dell'edificio. I capitellini mostrano foglie arricciate all'estremità à crochet, e sono indice di una cronologia agli ultimi decenni del xii secolo. Curiosa la lunetta che reca al centro una sorta di conca circolare con cornice floreale, aperta da un piccolo oculo, di assai problematica datazione, ma forse un ricordo di moduli decorativi come gli oculi absidali di S. Fedele a Como.
A conferma di un assetto urbanistico che privilegiava il lato meridionale della plebana, il fianco nord della chiesa è completamente privo di aperture e si presenta come un fronte murario compatto ove anche l'unico elemento esornativo, la zoccolatura, viene ridotto a una semplice modanatura. L'abside, forse ridotta in altezza dall'intervento gotico cui si è già fatto cenno, è ripartita in tre settori da due slanciate colonnine: la finestra centrale ha uno sguancio modulato da due colonnine per lato (di restauro) intervallate da elementi angolari, e una fascia capitellare con larghe foglie spinose e caulicoli di un tipo assai diffuso nel Comasco attorno alla metà del xii secolo.
Tangenze nell'innesto del corpo trinavato a sostegni semplici con un transetto dalla campata d'incrocio quadrata a pilastri polistili (e copertura a volte solo nel settore presbiteriale) si hanno con chiese di area comasca - che fu anche un serbatoio di stilemi per l'area in esame, così prossima alla Valcuvia - ma anche con chiese emiliane come S. Giorgio a Guastalla e S. Lorenzo a Pegognaga (Mantov

Notizie storiche

"Ss. Pietro e Paolo di Brebbia è il tentativo di costruttori rurali, abili artefici ma inesperti architetti, di elevare una chiesa a volte, con tre navi ed un ampio transetto senza l'impiego di tiranti né contrafforti, ad imitazione delle grandi basiliche della bassa Lombardia": tale il giudizio sintetico - fondato su una cultura positivistica concentrata sul dato tecnico-costruttivo, ma anche su una errata datazione delle volte della chiesa - di Ferdinando Reggiori, il primo insieme a Porter a investigare la parrocchiale di Brebbia. La frequentazione del sito in età romana e l'esistenza di un vicus di una certa importanza sono dimostrate dai reperti archeologici e da un'iscrizione romana, ormai pressoché illeggibile, murata nella fronte del transetto nord. La precoce cristianizzazione di Brebbia sembra trovare conferma nella leggenda agiografica di san Giulio, evangelizzatore, insieme al fratello Giuliano, del Verbano e del Cusio. È del 22 giugno 999 il primo documento che ricorda in modo esplicito la pieve di Brebbia e la chiesa battesimale di S. Pietro. In altre fonti del xii e xiii secolo è ricordato il praepositus di S. Pietro.
La costruzione alla fine del XII secolo della nuova basilica non conservò la posizione di quell'antica: così almeno si deve pensare dal momento che le carte d'archivio parlano di due edifici affiancati, che coesistettero sino alla fine del Cinquecento. Caso comunque raro, quando si tratta non di un trasferimento della sede plebana, come in Valtravaglia, ma di una riedificazione nel medesimo centro urbano. Altra ipotesi allora è che due chiese accostate fossero esistite fin dalle origini, e che solo una delle due, quella settentrionale, sia stata ricostruita. A sud del S. Pietro tardoromanico sopravvisse probabilmente l'edificio altomedievale consacrato alla Vergine, fino al momento in cui Carlo Borromeo, giudicatone lo stato di guasto, ne decise la demolizione. Gli scavi degli anni Sessanta del secolo scorso hanno individuato brani murari nei pressi della torre campanaria, su cui però manca uno studio adeguato. Ignota resta anche l'ubicazione dell'originaria fonte battesimale.
È ad ogni modo probabile, dunque, che anche la pieve di Brebbia avesse nel Medioevo un impianto duale, che nel territorio di Varese è documentato per Olgiate Olona, sopravvive a Domo Valtravaglia ed è almeno ipotizzabile per Castelseprio (S. Giovanni e S. Paolo). Se nel corso del Medioevo Brebbia fu centro plebano di assoluto rilievo - anche per via dell'esistenza di un importante castello vescovile - come indicano il numero di cappelle (46) ad esso legate nel catalogo del Liber Notitiae e, come visto, la consistenza del capitolo canonicale, il declino fu segnato dallo spopolamento e dalla crescita di importanza della vicina Besozzo, destinata a raccogliere, nel 1574, la dignità di capopieve.
Il severo giudizio di Reggiori va dunque rivisto, nella misura in cui, anziché a un fallimentare approccio di costruttori inesperti alle tecniche di copertura ormai da tempo diffuse nella valle padana, si deve piuttosto pensare a una consapevole scelta stilistica che ha svariati confronti nella seconda metà del XII sec. nella regione e nel Comasco (S. Giacomo di Bellagio). La campata d'incrocio è coperta da una crociera a sottile costolone torico, databile almeno al XIV secolo e potrebbe dunque essere rapportata al parziale riallestimento dell'abside evidente nel profilo acuto del doppio arco di inquadramento e della calotta absidale, e ad altri interventi nella chiesa, quali forse l'apertura di oculi nel transetto e in facciata. Più complessa invece la datazione delle due volte a botte trasversali dei corti bracci di transetto, che potrebbero riflettere una soluzione di copertura originaria. L'esterno è assai spoglio, e si fa apprezzare per la muratura pseudoisodoma di sarizzo, granito e pietra d'Angera, confrontabile nel territorio di Varese con altri edifici sacri romanici.

Uso attuale: intero bene: chiesa

Uso storico: intero bene: chiesa

Condizione giuridica: proprietà Ente religioso cattolico

Credits

Compilatore: Ribaudo, Robert (2013)

Compilazione testi: Schiavi, Luigi Carlo

Responsabile scientifico testi: Cassanelli Roberto; Piva Paolo

Fotografie: BAMS photo Rodella/ Jaca Book

Ultima modifica scheda: 14/10/2016

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