Collegio Borromeo - complesso

Pavia (PV)

Indirizzo: Piazza Collegio Borromeo, 8-9 - Pavia (PV)

Tipologia generale: architettura per la residenza, il terziario e i servizi

Tipologia specifica: collegio

Configurazione strutturale: L'edificio ha impianto a corte centrale con monumentale cortile a pianta quadrata con doppio ordine di logge, le cui arcate poggiano su trabeazioni sostenute da colonne doriche binate al piano terreno e in stile ionico al piano nobile. In corrispondenza delle arcate si aprono porte architravate affiancate da porte minori a timpano e sovrastate da piccole finestre quadrate con timpano spezzato. Il tutto in un'atmosfera rigorosamente classica. Dietro al fabbricato si apre l'ampio giardino all'italiana, concluso da un'esedra ove è collocata una fontana seicentesca di Francesco Maria Richini. Il giardino a sud del complesso, degradante verso il fiume, è stato ricavato sul sito della chiesa romanica di S. Giovanni in Borgo, abbattuta nel 1818 per ricavarne blocchi di pietra destinati alla costruzione delle conche del vicino naviglio di Pavia. Ospita un'importante collezione di ceramiche e affreschi.

Epoca di costruzione: seconda metà sec. XVI

Autori: Tibaldi, Pellegrino, progetto; Richini, Francesco Maria, progetto fontana e completamento; Pollack, Leopoldo, progetto facciata posteriore e disegno giardino

Descrizione

Il carattere famigliare della commessa è attestato dall'intitolazione dell'edificio e dal grande stemma gentilizio dei Borromeo esibito in facciata.
Gli studi, riconoscono in Palazzo Farnese un possibile modello del collegio pavese. Molto simili sono sia l'idea della pianta quadrata con un cortile interno che il gigantismo delle facciate, quest'ultimo evidente soprattutto nel fronte piazza di Palazzo Borromeo marcato da una struttura a diverse campate e da un'alternanza fra piani principali e ammezzati. Ma, a Pavia ciò che cambia radicalmente è la percezione del monumento all'interno del contesto urbanistico al quale era destinato. A confronto del precedente romano, il punto di vista non è né assiale né centrale rispetto alla facciata principale. Le vie d'accesso alla piazza preesistente, lunga e stretta, erano e sono laterali e curve. Ad un primo impatto la mole del palazzo pavese è visibile da un punto di vista tangente, partendo dagli spigoli che, opportunamente, Tibaldi evidenziò con un bugnato in rilievo. Solo in un secondo momento si coglie il ritmo della facciata. È animata da 17 campate nelle quali, all'interno di una struttura rigorosa, si alternano decorazioni appartenenti a un revival classico ed elegante: le nicchie cieche, le cornici delle finestre che al secondo livello alternano frontoni triangolari e curvilinei e soprattutto le estremità della facciata, scandite da ampie finestre a doppio arco con lievi sporgenze. Queste ultime - funzionali alle scale di raccordo fra i piani - si differenziano nettamente dal blocco centrale perché aggiunte in corso d'opera quando, a cantiere già iniziato, i committenti decisero di ampliare nuovamente il palazzo destinandolo ad ospitare fino a 40 alunni. La percezione conclusiva della facciata culmina con il portale principale apprezzabile solo da una posizione ravvicinata e frontale. Questa macchina scenografica dalle proporzioni generose, realizzata dal Tibaldi prendendo spunto dal modello architettonico realizzato da Michelangelo a Porta Pia (1561-65), è composta da elementi strutturali e decorativi, a grottesca e naturalistici, come le ampie fasce strette alle colonne, che nella loro particolare combinazione dovevano infondere negli animi dei passanti e degli alunni un sentimento di partecipata solennità. Un sentire necessario, perché il portale scandiva il confine fra esterno e interno del palazzo evidenziandone il ruolo di contrappasso: una volta varcata la soglia del collegio si lasciava dietro di sé la ridondanza del mondo. Fra il fronte del palazzo affacciato alla piazza e l'interno, lo stacco è radicale. L'atmosfera cambia. Nel cortile l'armonia pacata e rassicurante rimanda all'idea medievale dell'hortus conclusus: venne pensata e realizzata come un'isola ideale destinata a forgiare lo spirito e l'intelletto delle giovani generazioni. Sui tre lati della corte, ultimata soltanto entro il 1585, Tibaldi realizzò il primo esempio in Lombardia di doppio loggiato scandito da ampie arcate a tutto sesto rette da colonne binate. Gli alloggi degli studenti, come gli ingressi alle sale di rappresentanza che si affacciano lungo i passaggi, sono luminosi, ora bagnati dalla luce, ora marcati da contrasti chiaroscurali intensi e affilati. In questo contesto, il giovane cardinale Federico Borromeo, che del collegio pavese fu uno dei primi alunni, fin dal 1592 predispose che il Salone d'onore al primo piano fosse interamente affrescato. Il suo disegno poté compiersi soltanto fra il 1602 e il 1604 quando, ad avvicendarsi nell'impresa furono chiamati i pittori centroitaliani Cesare Nebbia e Federico Zuccari, quest'ultimo uno degli ambasciatori più efficaci al servizio dell'ortodossia cattolica in Europa.
Le facciate del Collegio Borromeo sul fronte giardino e le altre prospicienti le strade laterali sono caratterizzate invece da una maggiore sobrietà data dalla ripetizione degli stessi moduli, anche decorativi, delle finestre.

Notizie storiche

Artefici dell iniziativa furono il futuro papa Pio IV Medici (1559-1565) e suo nipote Carlo Borromeo, entrambi a Pavia, dove in particolare il giovane aspirante prelato soggiornò per i suoi studi di diritto, dal 1552 al 1559. All'indomani della nomina dello zio al soglio pontificio, Carlo fu chiamato a Roma. Nella città eterna ebbe modo di meditare sulle condizioni disagiate e precarie degli studenti "lasciati a loro stessi". Maturò in lui l'intenzione di porre rimedio a questo stato di cose soprattutto alla luce di quanto avveniva, in quegli anni, in seno alla Chiesa. Nel clima della generale e profonda riforma cattolica post-tridentina la nuova gerarchia ecclesiastica aveva attribuito un posto di rilievo alla formazione delle giovani generazioni, sia di religiosi che di laici.
A Pellegrino Tibaldi, Carlo commissionò il progetto del Collegio Borromeo a Pavia, il suo primo intervento architettonico e urbanistico di grande prestigio promosso in qualità di arcivescovo di Milano. È uno dei precedenti più spettacolari che anticipano l'elaborazione delle sue Instructiones Fabricae et Suppellectilis ecclesiae pubblicate nel 1577. I primi schizzi del progetto pavese e i primi accordi fra le parti risalgono al 1562: appena ottenuto il sedime destinato al collegio nella zona orientale della città, iniziarono i preliminari per la costruzione, le demolizioni, la conservazione di parte delle preesistenze e la realizzazione delle fondamenta. Nel 1564 la committenza decise di ampliare il primo progetto. L'ambizione era quella di creare un'istituzione paradigmatica, valida nei suoi intenti moralizzatori coerenti con il piano di sviluppo delle strutture scolastiche volute da Pio IV e per questo realizzato per durare nel tempo.
È una sensibilità la cui evoluzione in senso compiutamente barocco troverà conferma nell'opera di ampliamento, affidato, non a caso, al seguace più fedele e al tempo stesso più originale del Tibaldi, Francesco Richino. Dopo alcuni interventi di Martino Bassi e Lelio Buzzi, fra il 1619 e il 1629 Richino realizzò i due porticati che collegano il palazzo al giardino. Sono due strutture che fondono il costruito alla natura. La recinzione dei terreni del Collegio venne chiusa sullo sfondo da un'altra invenzione del Richino: un portale in blocchi di bugnato inserito in una struttura a forma di esedra che per l'impostazione si colloca nella natura con la precisione e l'incisività di una quinta teatrale.

Uso attuale: intero bene: collegio

Uso storico: intero bene: collegio

Condizione giuridica: proprietà Ente religioso cattolico

Credits

Compilatore: Marino, Nadia (2005)

Compilazione testi: Bianchi, Federica

Responsabile scientifico testi: Simonetta, Coppa

Fotografie: BAMS photo Rodella/ Jaca Book; Marino, Nadia

Ultima modifica scheda: 27/01/2017

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