Il progetto e lo stile 1889-1907

Sono proprio i musei naturalistici i primi ad essere costruiti ex novo in Italia dopo l’Unità: Il Museo di Storia Naturale di Milano (1889-1907), quello di Genova (1912), la Stazione zoologica di Napoli (1875-1905), sull’onda di una stagione di grande sviluppo parallela ai progressi delle conoscenze e delle tecniche scientifiche.

I nuovi musei realizzati in Europa e in Nord America, ai quali si ispira quello di Milano, sono al servizio di un pubblico crescente e rispondono ad aspirazioni di supremazia culturale, politica ed economica. Sono edifici di elevata qualità architettonica che si inseriscono significativamente nel tessuto urbano, suscitando discussioni sullo stile, spesso legato al dibattito sulle identità nazionali.

Gli stili storici, neomedievale, neorinascimentale, neobarocco, oppure i linguaggi eclettici sono utilizzati per reinventare il passato, dando una veste propria e riconoscibile al luogo delle scienze naturali, un luogo nuovo. La funzionalità si manifesta nelle piante modulari e nell’uso di nuovi materiali come ferro e vetro, e il decorativismo naturalistico che spesso affolla facciate o pareti è un mezzo espressivo per comunicare la scienza e il sapere positivo. La messa in scena teatrale degli oggetti viene superata da allestimenti che trasmettono al grande pubblico le creazioni della natura in maniera facilmente comprensibile.

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Parte superiore della facciata del museo appena smontati i ponteggi dopo il resturo del 2013

Il museo di Milano si inserisce consapevolmente in questa stagione, sceglie uno stile architettonico eclettico, dichiara con scritte e statue la sua funzione, imposta una pianta potenzialmente espandibile. Le esigenze di una moderna esposizione, ben note fin dall’inizio, saranno però attuate con lentezza.

L’edificio è un blocco rettangolare diviso da un corpo centrale che forma due cortili. Le sale espositive occupano i corpi esterni, due piani di alte gallerie illuminate da entrambi i lati. Il volume centrale su cinque livelli ospita uffici, laboratori e aule. Due ordini di scale separano le funzioni: lo scalone monumentale che dall’atrio sale all’aula conferenze e alle gallerie del primo piano; due scale secondarie per il corpo centrale e i magazzini, con un vano previsto per l’ascensore.

Una soluzione architettonica che soddisfa i criteri di rappresentatività e funzionalità. Le sale si dispongono in ordinata sequenza, dove il pubblico procede lungo la linea mediana, oltrepassando i portali di accesso che formano una prospettiva lungo un percorso continuo, rimasto immutato nel tempo. Il tutto forse oggi risulta meno arioso di una volta, quando la luce delle grandi finestre inondava le vetrine: negli allestimenti odierni prevale la luce artificiale sia nei diorami che in ambienti con illuminazioni scenografiche.

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Museo Civico di Storia Naturale 1889 – tav II, piano terreno del museo elevato di 2 metri dal suolo; tav III primo piano del museo; tav IX ubicazione edificio; tav VI sez. sulla Cd; e tav VII sez, sulla EF.   ( ACMi Finanze e beni comunali, fasc 3-4)

Oltre a questo, un vasto repertorio di elementi decorativi in terracotta segna cornici, profili, archivolti, ghiere e imposte, in contrasto con il basamento in brecciola gentile di Montorfano. Si evidenziano anche la cornice di gronda con colonne e colonnette aggettanti rette da mensole che sostengono le statue con pinnacolo. Il laterizio dialoga con la pietra, e si tinge di nero per evidenziare il disegno dei gigli negli sfondati degli archetti pensili o per creare un ritmo alternato negli archi delle finestre.

Un nutrito gruppo di artigiani specializzati – scalpellini, modellatori, scultori – lavora la pietra e le terrecotte decorative. Una base comune di riferimenti storicisti consente il dialogo degli artigiani con ingegneri e architetti ma anche con le accademie e le scuole d’arte, nella consapevolezza di fare non solo riferimento al passato ma di creare le premesse di uno stile futuro. Una cultura architettonica che si ispira a diverse latitudini ma non trascura i regionalismi, esaltati come espressione di identità locale.

Infatti non mancano i rimandi agli stili storici: un medievalismo che allude alle decorazioni delle basiliche bizantine, contaminazioni venete, richiami all’architettura archiacuta nella declinazione toscano lombarda. Un precedente esempio di citazioni storiciste è il Cimitero Monumentale (1863) di Carlo Maciachini, dove vengono rievocati il gotico pisano-lucchese trecentesco e il sapere costruttivo dei maestri campionesi attivi tra Trecento e Quattrocento nel ducato di Milano. Le bande bianco-nere in pietra sono un sicuro riferimento a questa tradizione lombarda, che viene sobriamente ripresa nelle fasce chiaro scure dipinte sulla facciata del museo.

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Parte superiore della facciata del museo, particolari

L’uso della terracotta rievoca invece il suo sapiente uso in architetture civili e religiose avvenuto tra il gotico maturo e gli esordi del rinascimento, quando Donato Bramante e Leonardo da Vinci erano a Milano alla corte di Lodovico il Moro. Varie realizzazioni rievocative di questa architettura compaiono in Lombardia e a Milano fin dalla metà dell’Ottocento, come le raffinate decorazioni in cotto realizzate nel 1864 dallo scultore-imprenditore Andrea Boni per la casa del Manzoni in Piazzetta Belgiojoso.
Boni era stato tra i primi a promuovere un’industria per offrire prodotti di qualità all’architettura neorinascimentale; all’Esposizione del 1881 erano presenti varie imprese della terracotta, tra cui Dall’Ara (successa a Boni), Righetti e Candiani.

Quest’ultima azienda ha un ruolo importante nella costruzione del Museo. Gli allievi del Politecnico visitavano i suoi laboratori proprio negli anni della formazione di Giovanni Ceruti, e proprio la Candiani si aggiudicò l’appalto per l’intera fornitura della decorazione in terracotta del museo, compresa l’assistenza alla messa in opera, che eseguì con ottimi risultati.

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Parte superiore della facciata del museo, particolari

 

Ultimo aggiornamento: 3 aprile 2017 [cm]