Tre capolavori della scultura neoclassica

Bertel Thorvaldsen, Il trionfo di Alessandro in Babilonia

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Lungo le pareti del salone dei marmi di Villa Carlotta, sotto la spettacolare volta carenata realizzata a finto stucco con motivo a cassettoni a stelle e rosoni, si sviluppa il fregio realizzato tra il 1818 e il 1829 dallo scultore danese Bertel Thorvaldsen (1770-1844) e raffigurante Il trionfo di Alessandro Magno in Babilonia.
Partendo dal gesso realizzato per il Salone d’Onore del Palazzo del Quirinale a Roma, commissionato da Napoleone in occasione dei lavori di rinnovamento del palazzo scelto come sede imperiale, nel 1812 l’imperatore ordina la creazione di una copia in marmo da collocare nel Pantheon di Parigi. Obiettivo del fregio è celebrare Napoleone come il nuovo Alessandro Magno, consacrandolo così quale erede legittimo degli imperatori romani.

Rimasta incompiuta a causa della disfatta di Bonaparte, la commissione dell’altorilievo viene allora rilevata da Gian Battista Sommariva, così come si legge in una missiva che il mecenate lodigiano manda al figlio Luigi: ‘Ti parlerò poi di persona rapporto al portentoso basso-rilievo di questo Fidia-Thorvaldsen. Vorrei sperare che fosse il miglior contratto, che io abbia mai fatto in tale materia, anche in via di speculazione’.

Considerato da subito uno dei massimi capolavori della scultura neoclassica, e costato a Sommariva l’esorbitante cifra di 500.000 franchi, il fregio si compone di trentatré lastre ed è concepito come lo svolgimento di due cortei, quello macedone e quello babilonese, contrapposti e convergenti nella figura centrale di Alessandro che avanza su una quadriga guidata da una vittoria alata.
Sulla destra dietro di lui seguono, nel fasto dell’impeto e della vittoria, gli armigeri, il suo indomito cavallo Bucefalo, i cavalieri e i fanti greci; a sinistra, dietro la personificazione della Pace, procedono invece il governatore di Babilonia Mazeo, i suoi figli e il popolo persiano che si sottomettono pacificamente al conquistatore, accogliendolo con trionfi.
Numerose furono le fonti di ispirazione per la realizzazione di questo vasto ciclo, tra cui sicuramente il fregio del Partenone, da pochi anni trasferito a Londra e noto a Thorvaldsen attraverso le stampe, e i rilievi romani della Colonna Traiana.

Oltre a quella in gesso del Quirinale e quella marmorea di Villa Carlotta, Thorvaldsen realizza altre repliche del fregio di Alessandro, tra le quali si segnala quella in marmo per il Palazzo Reale di Christiansborg a Copenhagen.

Antonio Canova, Palamede

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Realizzato tra il 1803 e il 1804, Palamede rappresenta la prima opera che Giovanni Battista Sommariva commissiona e acquista al più grande scultore del tempo, Antonio Canova.
Eroe della mitologia greca, Palamede è un personaggio estremamente ingegnoso e astuto: inventore del gioco dei dadi e dell’alfabeto greco, è lui a smascherare l’inganno di Ulisse, fintosi pazzo per evitare la partenza per Troia. Serbando rancore per il torto subito, il Re di Itaca ordì ben presto un inganno che portò all’ingiusta condanna a morte di Palamede. Il ritratto di questo eroe offre così un soggetto particolarmente accattivante e vicino alla vita personale di Sommariva che, destituito dal potere politico che aveva detenuto fino agli inizi dell’Ottocento, volle farsi credere vittima degli intrighi dei propri nemici.

La statua, cavata da un unico pezzo di marmo, viene realizzata da Canova nel suo studio a Roma ma, a causa dei danni provocati da un’inondazione del Tevere, il Palamede cade rovinosamente a terra, rischiando di travolgere lo stesso Canova. Scrive, infatti, a Sommariva: ‘Il Tevere nella sua prodigiosa inondazione […], lasciò un occulto germe di corruzione nel tavolato dove posava sopra il suo bilico assicurato bene, come tutte le altre statue, Palamede. Poiché io mi trovava vicino ad esso, ecco all’improvviso sfondarsi questo nel tavolato e rovinare la statua e a me, che vi stava più davvicino, ebbe a strisciare un’orecchia, e ferirmi leggermente una tempia, per buona sorte senza farmi gran male’. Lesionata in diversi punti, la statua viene restaurata dallo stesso Canova tra il 1806 e il 1808, come lo stesso ricorda in una sua missiva al committente: ‘La testa, che non si è staccata dal torso, e il torso non hanno sofferto un danno immarginabile. Si sono rotte le due braccia, una gamba, ed una coscia, che tutte si sono riunite benissimo’.

Finalmente pronta per essere acquistata, la scultura trova dimora fino al 1819 nella collezione parigina del Sommariva; lo stesso anno, dopo un lungo e complicato viaggio, viene spostata nella Villa di Tremezzo, dove la si colloca al centro di una stanza appositamente arredata con numerosi specchi, in modo da esaltarne la bellezza formale e plastica della parte posteriore, con un effetto che trova riscontro nell’attuale allestimento.

Adamo Tadolini, Amore e Psiche

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Il gruppo di Amore e Psiche giacenti viene eseguito nella prima metà dell’Ottocento da Adamo Tadolini (1788-1868) su modello originale di Antonio Canova (1757-1822) e giunge a Villa Carlotta nel 1834.

La scultura viene commissionata da Giovanni Battista Sommariva nel 1819 a seguito di una visita allo studio romano dell’artista, dove ha modo di vedere la copia prodotta per il principe di Metternich. Ricavata da un unico blocco di marmo di Carrara, ad eccezione delle ali di Amore, questa scultura diviene subito tra le più celebri icone di sensualità e passione.
Lo stesso Flaubert, durante il suo viaggio in Italia nel 1854, si trova a visitare le raccolte di Villa Carlotta e, giunto davanti ad Amore e Psiche, ne resta estasiato. Come riporta infatti nel suo Voyage en Italie et en Suisse (1845): ‘non ho guardato altro del resto della galleria, ci sono tornato diverse volte di seguito e, in ultimo ho baciato sotto l’ascella la donna in deliquio che tende verso Amore le sue braccia di marmo. E che piedino! Che testa! Che profilo! Ch’io possa essere perdonato, da tanto tempo questo è stato il mio solo bacio sensuale, ed è stato qualcosa di più: ho baciato la bellezza stessa, ed era al genio che sacrificavo il mio ardente entusiasmo’.

Emblema di un erotismo sottile e raffinato, il gruppo scultoreo rispetta magistralmente i canoni dell’estetica neoclassica: i due protagonisti, ritratti in corpi adolescenziali con le loro forme perfette, sono idealizzati secondo un principio di bellezza assoluta e spirituale, che li coglie nell’attimo subito precedente il bacio trattenendo, così, ogni traccia di carnale passionalità.
La vicenda di Amore e Psiche, narrata da Apuleio nelle Metamorfosi, vuole i due amanti ostacolati nel raggiungimento della loro felicità da Venere, l’invidiosa madre di Amore. Disposta a tutto pur di riavere l’amato, Psiche dovrà cimentarsi in una serie di prove, l’ultima delle quali la condurrà agli inferi alla ricerca di un vaso il cui malefico contenuto la condurrà alla morte; da qui l’intervento di Amore che con un bacio le ridarà la vita.

Di Amore e Psiche restano oggi due originali di Canova: il primo si conserva al Louvre realizzato nel 1787 su richiesta del colonnello inglese John Campbell, mentre il secondo, commissionato dal principe russo Jusupov nel 1796, è esposto all’Ermitage. Il gesso originale, donato personalmente da Canova a Tadolini, è stato poi da lui ceduto al Metropolitan Museum di New York.

Ultimo aggiornamento: 28 dicembre 2017 [cm]