Archivio del Comune di Bormio, Quaterni inquisitionum fascicolo non rilegato 7 8 9 13 14 15 16 18 19 10 21 22 26 novembre 2 3 5 11 24 dicembre 1630; 7 8 9 11 28 31 gennaio 18 luglio 1631; 8 gennaio 5 9 18 19 20 23 26 27 febbraio 1 9 marzo 14 15 24 aprile 4 16 maggio 1632

precedente | 138 di 175 | successivo

Persone
Domenica Pradella di Semogo, detta Castelera
Procedimento giudiziario
Inchiesta su Domenica Pradella di Semogo, detta Castelera, per stregoneria (7 novembre 1630 - 16 maggio 1632; 3 - 21 febbraio 1632; ...; 28 febbraio - 6 maggio 1633; 12 maggio 1632; 25 giugno ...)

La vicenda giudiziaria che vide protagonista Domenica Pradella (1) è tra quelle più travagliate per coloro che in quegli anni sedevano in tribunale come giudici. La donna infatti fu rilasciata in un primo momento in quanto gravida e, quando si riaprì il procedimento dopo il parto, bisognò fare i conti con la Curia episcopale di Como che, in quel difficile frangente storico, contribuì non poco ad arginare gli eccidi delle streghe, anche perché il contrasto giurisdizionale per la competenza del tribunale a giudicare coloro che avevano peccato soprattutto contro Dio creava un terreno favorevole all'insediamento, allora molto contrastato dai maggiorenti bormini, del tribunale della Santa Inquisizione.

Domenica riuscì a scampare al tragico epilogo, che invece toccò a molti altri sventurati, accusati dello stesso reato, e la sua salvezza dovette essere vissuta dai giudici come un grande scorno in quanto, come racconta un testimone «lei e[ra] tenuta da tutto il popolo per tale (ossia strega) et era più mormorata che niuno di quelli sono statti giusticiati». Maria di Colombano Guerrini di Isolaccia ribadisce nella sua deposizione: «Quando dissero la messa nova del reverendo prete Nicolò Quadrio, io fui accanto la finestra della prigione di detta Domenica, et parlandogli gli dissi: Comare, se voi non sete stria, hanno fatto torto alla metà. Lei era piccolina piccolina, et era in concetto di esser stria sino allhora, et gli dicevano la striattola di quelli di Pradella».

Domenega Castelera di Semogo.

Nel processo formato contra di Domenega Chieriga giovine, strega giustitiata l'anno 1630, è accusata dalla sudetta Chieriga, essendo nel tormento della veglia, che un mese avanti detta Chieriga maleficiasse Barbola di Francello d'Isolaccia, venendo da Verva in compagnia d'essa Castelera et la madre di detta Chieriga. Essendo dentro sotto l'Arsura appresso l'aqua, fecero il consiglio di maleficiare la detta Barbara et far che stasse un pezzo amalata.

Et adì 16 novembre la detta Chierega nella ultima sua constitutione, elevata in tortura, ha confessato l'istesso esser vero.

Nel processo formato contro dilla Chierica vechia, madre della sudetta strega giustitiata etc., è accusata esser la sudetta Chierica conosciuta al ballo, et doppo ancora conversando fra di loro.

Adì 9 novembre. Replica la detta Chieriga haver conosciuto la detta Domenega Castelera, perché alle volte andavano a Semogo et s'accompagnavano. Et altre volte, quando li freddi erano grandi, venevano a levarne noi da casa. Et di più se conoscevamo tra di noi quando andavamo in Verva et alle Motte al ballo.

In un altra interogatione fatta adì sudetto, affermava haver conosciuta la detta Domenega.

Nel'istesso tempo fu interogata la figliola Chieriga.

R. Mi ho conosciuto la nominata Castelera.

Li 13 novembre.

Interogata la sudetta Chieriga a dire il modo col quale ha conosciuto la sopradetta Castelera.

R. L'ho conosciuta nel modo già detto altre volte.

Li 16 novembre.

Ratifica essa Chieriga haver in particolare conosciuta Domenega de Casteler, essendo in Pretura.

Li 29 novembre.

La sudetta Domenega Castelera è accusata esser stata compagna in Valaccia con la detta Chieriga et altre, che fecero venire una lavina et delle brine grandi una primavera.

Adì 5 dicembre 1630.

La detta Chieriga nell'ultima sua constitutione ha ratificato et confirmato haver conosciuto Domenega di Vidal di Pradella, et quanto contiene il processo esser la verità.

Processus criminalis formatus (a) per admodum illustre concilium Burmii contra Dominicam filiam quondam Vitalis de Pradella, uxorem Andree Morcelli (2) de Semogo. Cum interventu illustris et admodum reverendi domini Simonis Murchii, utroque juris doctoris, archipresbiteri Burmii ac illustrissimi et reverendissimi domini domini Lazari Carafini, episcopi comensis, vicarii foranei. (3)

Laus Deo Onnipotenti.

Laus Deo Optimo Maximo.

Hic est processus formatus per illustres dominos pretorem et regentes Communitatis Burmii, in sorte hiemis anni 1630 de ordine perillustris concilii contra Dominicam, filiam quondam Vitalis de Pradella de Semogo, uxorem Andree Morcelli de eodem loco uti maleficam suspectam, contra quam per inquisitionem ex officio procedere intendunt pro bono publico, (4) stante publica diffamatione dicte Dominice, que per plures honestas personas ad aures eorundem dominorum pluries pervenit, et stante suspicione eius originis, (5) ac stante denunciatione infrascriptis factis (6) per Chierigas, maleficas publicas de crimine isto convinctas. Et sic, per partitum concilii factum sub die 9 novembris 1630, fuit ordinatum quod describantur in processu haec omnia cum denunciatione. Et ad assicurandam justitiam debeat eadem Dominica incarcerari, et judices procedant ad formandum processum contra ipsam Dominicam iuxta formam statutam et consuetudinem Burmii.

Laus Deo Optimo Maximo.

In processu formato per admodum illustre concilium Communitatis Burmii contra Dominicam, filiam quondam [Vasini Tramerii de Isolacia, dicta Chieriga senior] et contra Dominicam, eius filiam, notato a domino Leoprando Sermondo cancellario, co(n)stat ab illis tanquam maleficis inquisitis et convinctis convinctioni et separatim nominatam esse Dominicam filiam quondam Vitalis de Pradella, uxorem Andree Morcelli tanquam consociam in earum maleficiis et diabolicis superstitionibus, ut ex sequentibus earum depositionibus in tormentis et extra tormenta factis, tenoris inferioris registrandi.

Die jovis 7 mensis novembris.

In magnifico concilio fuit interrogata Dominica, uxor quondam Bartolomei Gasparis Pusclavine [dicta Chieriga junior], inquisita ut malefica.

I. de consociis et complicibus vallis cognitis.

R. Mi non ho cognosciuto altri che Domeniga moglie di Andrea Morzello, figliola di Vidale di Pradella et Malgherta moglie di Christoforo del Ponti, figliola di Giovanni di Pradella

I. in che maniera habbi cognosciuto le sudette.

R. Con occasione che andavamo al ballo, si siamo conosciute insieme, et doppo ancora conversando fra di noi.

Die sabbati 9 mensis novembris.

In tormentis vigilie fuit iterum interrogata dicta Dominica senior delle compagne havute nelli maleficii et balli, et che dica bene se ha cognosciuto le sudette nominate da lei, cioè Domeniga di Casteleir et Malgherta, moglie di Christofen del Ponti, (7) cioè che atendessero a tal pratica.

R. Le ho cognosciute molto bene, perché alle volte andavamo (b) noi a Semogo et s'accompagnavamo con esse. Et alle volte, quando li freddi erano grandi, venevano quelle a levar noi alle case nostre.

I. che averti bene a non fargli torto, che havesse sorvisto et tolte quelle per altre, o altre per quelle.

R. Si cognoscevamo tra noi altre quando andavamo in Verva et alle Motte al ballo, et per certo non gli fo torto.

Sequitur depositio facta per Dominicam juniorem.

Die 8 novembris 1630.

Constituta coram concilio Dominica filia quondam Bartholomei Gasparis Posclavine, malefica inquisita et convincta.

Et interrogata de complicibus ut sequitur.

R. Mi non ho cognsciuto altre che quella di Casteleir.

I. come si chiami.

R. Si chiama Domenica, et è moglie di Andrea Morcello.

I. se la prima sera che andò al ballo la cognobbe, et se parlò con lei et che disse, et se ciò facesse più volte.

R. Signor, sì. La prima sera vi era, mi salutò et fece carezze, dicendo: Adesso siamo una di più. Et poi la ho vista ancora l'altre volte.

Die sabbathi 9 mensis novembris.

In concilio interrogata dicta Dominica junior delle compagne.

R. Mia madre e Domeniga di Casteleri.

Et ponitur ad confrontum dicta mater et filia. Ambe affirmaverunt cognovisse dictam Dominicam de Casteleri. Et Dominica mater affirmavit cognovisse Margheritam quondam Joannis de Pradella.

Die predicta.

Per magnificum concilium fuit ordinatum quod perquiratur dicta Dominica et ducatur in fortiam communis. Et sic dominus pretor, domini regentes et omnes conciliarii, exceptis ser Baldasar Foliano et ser Bernardo Romeri, se contulerunt ad locum Semoghi pro faciendo dicta captura Margherite quondam Joannis de Pradella. Ultra quem locum iverunt ad Presuras (8) dominus pretor, dominus regens Nesina, ser Antonius Marnus, ser Bartholomeus Zanettus, ser Joannes Jacobus del molino, ego Baldasar Zucola cancellarius, et ser Dominicus Proffa. (9) Et ingressi domum dicti Andree Morzelli, fuit inventa dicta Dominica in lecto cum marito. Que ostendens admirationem maximam, pluries exclamavit se esse innocentem. Tandem dato spatio se induendi, fuit recto tramite (10) ducta ad terram Burmii, et ibi incarcerata in carcere inferiori.

Die veneris 15 mensis novembris.

Dominica junior incarcerata, constituta in tormentis vigilie pro confirmatione veritatis.

R. Non ho cognosciuto se non le sudette mia madre et Domenica di Casteleir.

Et cum esset in tormento fere per horam, fuit interrogata che dica la verità qual'era la 3a compagna del maleficio fatto a Barbara di Franciolin.

R. È statto Domenica di Casteleri.

I. in che modo, et in qual luoco.

R. Un mese avanti incirca che io facessi maleficio alla detta Barbara, venendo da Verva io, mia madre et detta Domenica, ove eravamo statte al ballo, essendo sotto l'Arsure appresso l'acqua, fu fatto consiglio di maleficiarla et farla stare un pezzo amalata.

Die mercurii 13 novembris 1630.

Per magnificum concilium congregatum more solito, fuit ordinatum per partitum quod constituatur Dominica carcerata, filia quondam Vitalis de Pradella, et interrogetur super eius detentione et diffamatione. Et sic introducta, fuit prius monita ad dicendum veritatem omni modo eorum de quibus interrogabitur.

I. primo se sa per che causa sia statta fatta prigione.

R. Io so che ciò procede per la persecutione fattami dalla casa o famiglia di Antonio del Cottolo, (11) per due cause: prima perché sta che, (c) tenendo il conto della Vicinanza, (12) scoperse sin al tempo della guerra (13) un errore di circa lire 500, delli quali agravava la Vicinanza; et secondo per la compra delli beni di Casteleir. Li quali heredi, volendoli comprare al nostro dispetto, dissero che volevano torlo, et volevano buttare l'acqua santa per il prato, (14) a fine il bestiame sicuramente possa pascere. Et sempre mi hanno perseguitata. Però toglino su testimonianze, che troverano che io son dabene.

I. per che causa sia temuta da molti vicini et sia mormorata per malefica.

R. Quelli del Cottolo solo andavano sparlando di me et mi perseguitavano. Mi son ricorsa dal signor curato, dicendo che venevo da loro imputata et che volevo ricorrere dalla Giustitia per l'honor mio. Il signor curato mi esortava a pacientia.

I. perché dica se alcune persone siano ricorse da lei lamentandosi di qualche male, imbutandola et ricercando da lei che gli restituisse la sanità

R. Non si ritroverà che niun altro mi habbi imbutata, per quanto mi ricordi et che sappia, ma se mi ricorderò lo dirò.

I. di che cosa la calunniavano quelli di Antonio Cottolo, et se di stregha.

R. Signor, sì.

I. con quale occasione.

R. Mi non so per altro, solo che dissero di voler spargere aqua santa per il prato.

I. perché non piangi la sua sorte.

R. Ho pianto tutta notte, et hora non posso piangere. Ma vorrei di colatione, che mi sento fame.

I. se essa latti alcun figliolo.

R. Signor, no. Ma tengo essere gravida.

I. di quanto tempo.

R. Di duoi mesi incirca, et più presto di più. (15)

I. se sa da quelli di Antonio è statta imbutata di qualche malia.

R. Signor, no.

Et monita che dica la verità, se da alcuni è statta imbutata.

R. Io non so di niuno. Solo che mio marito, da otto o nove anni incirca, comprò alcune capre di Maria di Lorenzo. Detta Maria si pentì, et tolse le capre in dietro. Di lì a puoco gliene morsero alcune. Et lei per questo si garbigliò (16) un puoco con mio marito, ma con me non disse mai niente.

I. se Antonio della Moniga si sia lamentato de una volta che fosse statto a casa sua a magnare, et che doppo si amalò.

R. È vero che, andando una primavera per quelle montagne a neve marza, (17) et venne a casa nostra et magnò. Da poi si amalò, et intesi che andava mormorando. Ma a mi non disse mai niente.

I. se venne qualche persona da lei per ricercare che dicesse che gli restituisse la sanità.

R. È vero che venne la Moniga, quale disse che l'haveria a caro che io dicessi che Dio et la Madonna gli restituisse la sanità. Io dissi: Voi fate torto all'honor mio, però Dio vi perdoni. Quanto a me, Dio l'agiuti et la Madona.

I. perché non risentirsi dell'honor suo.

R. Mi non haveva testimonii nissuni, ma andavo subito a confessarmi dal signor curato.

Quibus habitis, fuit ordinatum quod iterum ducatur ad carcerem solitum animo [prosequendi].

Postea, stante eius depositione quod sit pregnans, fuit ordinatum quod cognoscatur hoc ex opera et industria excellentissimi phisici doctoris Joachimi Imeldi, omni meliori modo ad effectum.

Eadem die.

Coram magnifico concilio comparuit reverendus dominus Sebastianus Raisonus, curatus Semoghi, et petiit licentiam aloquendi dictas Dominicam et Malghertam.

Et fuit consultum quod concedatur illi talis facultas, cum assistentia etiam admodum reverendi domini vicarii, illustrissimi domini pretoris, domini regentis Nesine, domini Antonii Sermundi et ser Jacobi Canclini, conciliariorum.

Qui retulerunt reverendum dominum curatum adhortasse detentas ad fatendam veritatem sub spe misericordie obtinende, easque semper constanter respondisse se innocentes esse.

Die jovis 14 novembris 1630.

Coram illustristribus dominis pretore et regentibus, citatus per Petrum famulum, comparuit Vasinus filius quondam Nicolini Morzelli.

Et interogatus de voce et fama dicte Dominice.

R. Essendo circa l'anno 1625 mia moglie in un prato in Rossegn, (18) sotto la Dombola, (19) venne ivi detta Domeniga, quale cominciò a cridare con mia moglie Christina, dicendo che non voleva sopportare che si mormorasse di Malgherta di Gioan di Pradella, sua germana, che la fosse stria, perché la era daben. Et vennero quasi a darsi. Et quella minaciava assai, dicendo che non voleva si dicesse tal cosa. Et poi disse a mia moglie: Guardatevi bene et procuratevi, perché havete una grande invidia adosso. Lei melo riferì, et io cominciai ad havere sospetto di lei, perché sapevo la bontà di mia moglie.

Di lì ad un mese incirca, havendo datto il bestiame in alpe ad Andrea, marito di Domenica sudetta, dicevano loro che volevano rimandarlo indietro, perché non haveva latte. Io mandai mia moglie et il figliolo dentro al loro monte per pesar il latte allo giorno. (20) La sera l[u]i et mia moglie dormì con detta Domeniga. Di lì ad un mese cominciò a sentirsi male, et se li venne a crescere la pancia fuori di modo, in maniera tale che, quando era sentata, non poteva levarsi senza agiutto. La feci vedere dal signor dottor Imeldi et del signor dottor Castello di Sondalo, li quali non gli poterno ritrovare alcun rimedio. In questo mentre venne detta Domenica nella nostra stua, doppo che haveva mia moglie partorito. Et vi era ancora il padre di mia moglie chiamato Filli, (21) et cominciò a piangere, dicendo che haveva inteso che mormoravano di lei, che havesse faturato detta mia moglie, et che non era vero, né era di tal conditione, dicendo più volte che Dio gli desse la gratia. Et poi si partì. Mia moglie si rihebbe alquanto, sì che la condussi sino al Bagno. De lì a puoco, essendo detta Domenica venuta avanti l'uscio del molino, mia moglie la imbutò, et lei replicò più volte che se gli faceva torto. Et alla fine pregò mia moglie che non dovesse dir niente a Andrea, suo marito. Mia moglie si agravò talmente, che lei seccò. Et se gli crebbe tanta carne sotto l'osso del stomaco, che morse.

Ho inteso Antonio della Moniga che una volta alogiò a casa di detta Domenica, et che lei la matina andò al suo letto et gli mise una mano su la mascella, et lui si amalò, et che lui e la sua veggia (22) haveva afrontato detta Domenica, quale gli haveva resa la sanità.

Ho inteso che il figliolo più giovine di Antonio del Cottolo et uno detto Capelotto, figliolo di Francesco di Malenco, chiamati ambiduoi Gioan Giacomo, erano andati alla casa di detta Domenica, quale gli haveva dato da magnare, et erano ritornati a casa tutti conturbati, et vomitorno assai.

Ho ancora inteso che due figliole di Martino della Colombana, Margherita et Madalena, erano andate a casa di detta Domeniga, quale gli haveva datto da magnare, et quelle si erano amalate, ma anco guarite.

Ho inteso il reverendo prete Andrea Sermondo, allhora curato di Oga, che era andato con il cavallo su per li prati di Casteleir, (23) et che gli havevano striato il cavallo, perché faceva stranezze.

Interogatus de voce et fama.

R. Per la Vicinanza ne dicono puoco bene, et tengono che sia strega.

I. se sa che altre persone siano sospette.

R. Mi ho havuto sospetto di Giacomina, detta la Motta, ultima moglie di Giacomo di Urbano, (24) perché havendo una volta portato un puoco di grano da macinare, venne a dimandar a mia moglie, che era nel prato, se era macinato. Mia moglie disse di sì, et lei si partì. De lì a puoco ritornò et disse a mia moglie che dovesse andare a dargli la farina. Lei vi andò. Et di lì a puoco, andando in stalla, ritrovò una vacca, quale due hore avanti haveva lasciata sana con l'altro bestiame, et trovò che tremava tutta. Si era fatta in un groppo et se gli era gonfiato l'ovri. (25) Io hebbi sospetto di detta donna, et feci segnare la vacca, (26) quale di lì ad un gran pezzo guarì. Venne di lì ad un pezzo detta Motta per tuorre un instrumento che haveva nelle mani, et io gli dissi che era una stria et che non voleva che entrasse mai più in casa mia. Lei disse: Perché? Io dissi: Sai bene quello che hai fatto al mio bestiame, quando venesti a tuorre la farina. Lei disse che voleva andare dalla Raggione, et io gli feci animo. Ma lei non mi fece altro. Quando venne il vescovo Carcano, (27) disse che voleva ricorrere da lui, ma non ho mai inteso altro.

Saranno una di queste sere che Vidal di Francesco di Drei (28) mi riferì che, essendo in casa di Bartol di Christofenin, o di detto Francesco, che non mi riccordo, ove era detta Motta et altre donne che filavano, detto putto uscì fuori et di lì a puoco ritornò dove erano le donne, et disse per burla: Vengono quattro o cinque a cavallo. La Motta uscì fuori et si mise in fuga. (29)

È statto gran sospetto che lei habbi striato Giacomino, suo figliastro, quale è statto amalato tanto tempo, et poi è morto.

Interogatus de voce et fama.

R. È mormorata et tenuta per stria, per essere massime figliola della Motisella processata per stria.

Et interogatus de aliis.

R. quella notte che furono dentro l'Offitio, andò della gente alla casa della madre di Balsarin Scalotta (30) per vedere se vi era, perché dubitavano fosse fugita.

Eadem die.

Coram ut supra citata ut supra comparuit Maria filia quondam Colombani di Guerin, uxor quondam Abundii del Sartor. (31)

Et interogata de voce et fama dicte Dominice.

R. Mi non la ho mai vista far cattivo atto, né lei né Malgherta mia nora quale è prigione.

I. se essa ha mai fatto alcun baratto con Andrea Morzello, et quale.

R. Una volta, saranno circa 9, overo 10 anni, vendei sette capre a Andrea Morzello, comandata per Antonio Cottolo. La sera, pensando tra me stessa, mi pentii del baratto, perché havevo carica la casa di figlioli. Il giorno seguente andai a trovarlo et glelo dissi, pregandolo a restituirmi le capre. Lui volse un scudo, se doveva tornarmele. Io glelo promisi, et gli haverei dato di più. Lui mi tornò le capre, et ne tenne una dubitando non gli dessi lo scudo. Questo fu la primavera. Avanti fornisse l'autunno, mi andorno in mallhora, ecetto una. Fui consigliata, non mi riccordo da chi, che dovessi imbutare detta Domenica. Io, sebene non havevo cativa cretta, andai ad imbutarla. Et lei disse: Comare, non habbiate tal suspetto, che tanto son strega mi quanto la Vergine Maria, et ne rincresce dire tal parola. Io non volsi tener l'ultima capra, ma la vendei in Trepalle. Et pure andò in mallhora ancora quella.

Ho inteso più volte da Christina, già moglie di Vasino Morzello, che haveva cativa cretta, che essendo statta in Dosdé (32) in casa di detta Domenica, fosse statta faturata da lei.

Super generalibus recte [respondit]. Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Mighina (33) uxor quondam Antonii Trabuchi. Et interogata super diffamatione dicte Dominice.

R. Quello anno che morse mio marito, il mio figliolo Gioan Giacomo, quale sempre era statto sano, andò un giorno con quello della Capelotta a Casteleir in casa di Domenica antescritta. Quando ritornò, era tutto amalato et perse il colore. Né lo potevo tenere in chiesa, né poteva alzare la testa, quando si levava la messa. (34) Il figliolo della Capelotta, quale pure era amalato, disse che havevano magnato non so che cosa là dentro in Casteleir. Io un giorno, ritrovandomi verso la chiesa ove era detta Domenica, et dissi: Il mio Gioan Giacomo è tutto amalato. Il medico di Camoasco mi ha mandato alcune medicine, ma non ge ho voluto darglene minga. Lei rispose: Al guarirà. Dio il guarisca et la Madonna. Et il figliolo guarì de lì a puoco, essendo statta essortata dal signor curato a non haver cattiva cretta, che il figliolo sarebbe guarito.

I. se sa che altri si siano lamentati di lei.

R. Mia cugnata, che fu moglie di Balsarin Scalotta, si è lamentata che lei havesse fatto male a Antonio, suo figliolo.

Super generalibus interogata.

R. Abondio di Pradella et mia madre erano germani.

I. se ha altri in sospetto.

R. Vien mormorato della Motta, per essere statto tanto amalato il suo figliastro.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Antonius (35) filius quondam alteri Antonii del Cottolo.

Et interogatus super diffamatione dicte Dominice.

R. Mi rincresce che, essendo buona amicitia tra me et detto Andrea Morzello, mio compare, come ancora tra mio padre et lui, habbi a dire che essa è in presontione di esser strega. Christina, già moglie di Vasin Morzello, hora morta, parlando meco di detta Domenica disse che lei gli haveva fatto male, et che la teneva per una vera strega, et che suo marito Vasino gli era corso dietro fino al motto delle Cugole (36) sotto al spino, et che gliene haveva detto su puoche di buone.

Ho ancora inteso dalli pecorari di Dosdé, che si dolevano che dove andava il bestiame di Andrea, le pecore non potevano più pascere, et che la tenevano per strega, et lo dicevano a tutti che lo volevano sentire. Et non mi ricordo il nome de pecorari, se fosse il Fumisello overo Antonio Iacino.

Ho inteso da mio germano Antonio della Moniga che, havendo dormito una volta su alle Presure con detto Andrea, essendo nel letto, lei gli dette di un urtone appresso a un'orecchia, et che deppoi mai si era sentito bene, sina quando sua madre in presentia di altre due donne trovò detta Domenica et gli disse: Da che il mio Antonio fu a casa vostra a dormire, mai più si è sentito bene. Lei gli rispose: Che volete fargli, la mia comare? Dio vi dia bene da un'altra parte. La vecchia rispose: Darmi bene d'altra parte, et no al mio figliolo? Siate testimoni voi altre, perché voglio andare dalla Raggione, et far che questa cosa venga fuori. Detta Domenica allhora disse: Dio gli dia bene et sanità! L'istesso Antonio mi ha detto che andò un giorno a ritrovarla, non so se in un campo, et gli disse che era statto amalato da che fu in casa sua, et che però voleva che dicesse tre volte che Dio et la Madona gli desse la sanità, che se lo diceva non voleva andare più oltre. Et lei lo disse.

L'anno passato di luglio, havendo tre poledri in Formesana, (37) vi saltorno dentro li lupi et mene amazorno duoi. Suspettai che fossero le streghe, perché non ne magnorno se non puoco, ma solo straporno le carni. Havevo 90 capre et spesse volte mene venevano striate qualchedune, che ritornavano a casa. Ma io havevo sospetto in una Barbara Mottisella, che è morta.

Un mio fratello Gioan Giacomo una volta si amalò, et piangeva et cridava tanto forte che tutti tenevamo che fosse statto faturato. Mi pare che fosse detto che con un figliolo della Capellotta era statto verso la casa di detta Domenica, ma non posso deponer cosa di certo in questo, solo che, avanti arrivassero alcuni medicamenti mandati a tuorre a Camoasco, (38) egli guarì.

Maria di Lorenz disse che una volta l'haveva imbutata dicendo: Le genti dicono che tu sei stria. Bisogna che tu mi habbi striato le capre, quali haveva tolto indietro a Andrea suo marito da un baratto fatto. Et che lei gli rispose: Tanto son stria mi, com'è la Beata Vergine Maria!

I. se sa che altre siano sospette.

R. Ho inteso da alcuni che non mi riccordo, che Lorenzo del Sos (39) il vecchio haveva detto che la Mottisella si era fatta in foggia di un lupo, et era saltata in mezo al suo bestiame. Et ne sarranno informati li suoi figlioli Antonio, Giacomo, Gioanni et Vitale.

Super generalibus, interogatus.

R. Son in 4o grado.

Et juravit. Reservandosi di aggiongere o sminuire.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Antonius filius quondam Toni Burmii Appollonii.

Et interogatus.

R. Già undici anni incirca, essendo statto una sera ad allogiare in casa di Andrea Morzello alle Presure, ove ero statto 5 overo 6 notti continove, dopo essere andato a dormire con Andrea, essendo smorzata la lume, (40) de lì a puoco mi riccordai non essermi segnato. (41) Et mentre levo la mano per segnarmi, detta Domenica venne lì, et con la mano riversa mi lisciò una guancia in su. Io di colera ributai indietro la mano, et dissi cosa faceva. Lei rispose che era venuta a vedere se suo figliolo, quale era nell'istesso letto, dormiva o no. Io seguitai a fare il segno della croce et raccomandarmi a Dio. Ritornato a casa, cominciai a sentirmi male, et ogni giorno andava pegiorando. Faceva questo effetto la mia indispositione: se voleva magnare o bevere non poteva, se volevo lavorare non poteva, se ero in chiesa la testa mi andava a torno. Mia madre, vedendo questo, alla quale havevo raccontato ogni cosa, sospetò di detta Domenica. Io non havevo cativa credenza, ma mia madre disse: Che so io? Voglio ritrovarla. Et così la ritrovò una volta, et salutatisi disse: Io ho il mio figliolo che sta tutto male, né vive né campa. Lei non disse altro. L'istesso credo succedesse un'altra volta che, havendo detta Domenica dimandato a mia madre come stesse in casa, lei replicò l'istesso. Mia madre la terza volta l'andò a ritrovare con due altre donne che hora sono morte, et dissero l'istesse parole. Detta Domenica rispose: Dio vi dia bene da un'altra parte! Mia madre disse: Come da un'altra parte, et al mio figliolo no? Siate testimonii voi altri, che voglio riccorere dalla Giustitia. Lei allhora rispose: Dio l'agiuti et la Madonna. Et parve che d'allhora impoi mi sentissi alquanto meglio.

La primavera seguente, al tempo che si cominciava a mandare il bestiame in pastura, andando io a guardare alcune pecore, viddi detta Domenica in un suo campo, detto Sotvia, detto il campo di Rossegl, che lo curava. Io andai a ritrovarla et gli dissi: Da che fui a casa vostra, non mi son sentito più bene. Però (42) voglio che diciate tre volte che Dio mi agiuti et la Madonna. Lei rispose: O, non posso benedire, né maledire. Io allhora dissi: Se voi non dite questo, voglio ricorrere dalla Raggione. Lei allhora disse: Dio et la Madonna vi agiuti. Tre volte. D'allhora impoi con l'agiutto di Dio mi risolsi.

Toni di Filippo, essendosegli amalato un suo figliolo, hebbe qualche presontione contro lei, et non so se la imbutorno. Il figliolo si chiama Lorenzo et se ne potranno certificare da Abondio, del detto Toni et Catharina, pure sua figliola maritata in Isolacia, e Battista di Toni della Scala.

Super generalibus recte [respondit].

Et juravit.

Addens: Se torrete su voci da tutto Semogo, tutti hanno in concetto cativo detta Domenica.

Interogatus de aliis.

R. È statta mormorata la Mottisella, detta Giacomina.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Antonius filius quondam Stephani Morzelli de Semogo, testis.

Et interogatus de premissis.

R. Io non so altro di lei.

Addens: Io son suo nepote.

Die veneris 15 novembris.

Coram ut supra citatus comparuit Laurentius, filius quondam Jacobi Lanfranchi.

Et interogatus.

R. Io ho inteso Vasin Morzello lamentarsi di Domenica che havesse fatto maleficio a Christina, sua moglie. Mia moglie Christina mi ha detto che, vivendo ancora Vitale Cotinello, suo primo marito, questa Domenica passò avanti ad un rozzo di capre (43) sue, et che quelle secorno, et in puoco andorno in mallhora.

Io haveva un figliolo di età di 7 anni, il quale vidde passar un lupo grande avanti di lui, et quello si spaurì et s'amalò subito. (44) Ciò fu la vigilia di Tutti li Santi. Et il primo giorno di Quaresima morse.

Interogatus de aliis.

R. Non so altro. Solo che Gioanni figliolo di Giacom di Franceschina, quale sta meco per partire, l'altra sera mi disse che una figliola di Giordanino, chiamata Domeniga, essendo nelle strade dentro a Camp (45) in compagnia di un figliolino di Christofen di Francesco di Rasigher et di una figliola di Barbara Mottisella, quella putta di Christofen disse all'altra: O, marcè ti, che son stria, che mi ha insegnato la mia lava. (46)

Mia figliola Madalena, ritrovandosi l'altra sera in compagnia di Giacomina Motisella et altre, lei disse: O, questa notte vogliono venir dentro a tuorre le altre strie. Et detta Mottisella si tolse via et fugì, andando su alla Pozagliera. (47) Et dormì lasù la notte, et la mattina ritornò. (Il suo figliastro Giacomino che è statto tanto tempo amalato et poi morto haveva presontione in detta sua matrigna, che l'havesse striato). (d)

I. se detta Motisella è in cattivo concetto nella vicinanaza.

R. Signor, sì.

Interogatus de Dominica.

R. Signor, sì. Hanno toccato il chiodo, (e) che lei et Malgherta sono in pessimo concetto.

Super generalibus recte [respondit].

Et juravit.

Addens: Per detta Motisella potranno ancora esaminare Maria, moglie del quondam Giacomin d'Urban, Nicolò di Giacomo d'Urbano.

Addens: Viene ancor mormorato assai della moglie di Cristoforo del Folonaro, sorella della antescritta Domeniga, chiamata Apollonia.

I. de chi.

R. È voce publica, voce di popolo. Appollonio del Folonar, suo cognato, diceva qualche cosa.

Die lune 18 novembris.

Coram illustri(bu)s dominis pretore et regentibus, citata per Petrum famulum, comparuit Christina, uxor Laurentii Lanfranchi (48) de Semogo.

Et interogata.

R. Vivendo ancora Vitale Cottino, mio primo marito, mi ritrovai a Renoga, (49) a un nostro monte che pascevano. Passò di lì Domenica, moglie di Andrea Morzello, quale disse: O, che belle capre! (50) Il giorno seguente ne morse una, et successivamente ne morsero due altre. Mio marito andò ad imbutare la detta Domenica, perché sin allhora veniva mormorata. Et dal dì che l'imbutò in poi le capre guarirono.

Mi fu ancora a quelli tempi faturato un figliolino di un anno, ma non so di chi suspettare, perché non havevo visto niuno.

Ho inteso dire che Christina di Toni Vales haveva visto la detta Malgherta, un giorno che si era comunicata, che haveva tolto la comunione fuori di bocca.

Super generalibus recte [respondit].

Addens: La Mottisella è pizzada, (51) et sua madre faturò un mio fratello, per quanto posso credere.

Eadem die.

Coram ut supra comparuit Vitalis quondam Laurentii del Sosio.

Et interogatus.

R. Lei è mormorata, ma non so altro. Solo che mio suocero, detto Christoforo del Valar, ha una vacca quale ha male nelli piedi, et egli ha presontione contro detta Domenica.

Interogatus de voce et fama alia.

R. Malgherta et la Mottisella sono in sospetto, ma Martholina non ha alcun cattivo concetto contro.

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Jacobus filius quondam Joannis del Sosio.

Et interogatus.

R. Io non so di scientia altro, solo che da tutti vien mormorata, et gli dicevano la Zega. (52) Ho inteso che quando li pradari gli segavano, et che venevano delle nebbie, burlando dicevano a Andrea: Tu dovevi tener la Zega in casa!

Interogatus de aliis.

R. La Mottisella vien mormorata assai, ma non so altro. Martha Scalotta: non so che dir di male di lei.

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Joannes Jacobus, filius quondam Francisci Malenchi de Semogo.

Et interogatus.

R. Sarranno otto anni che andai con Gioan Giacom, figliolo del quondam Antonio Cottolo dentro a Casteleri.

Eadem die.

Coram ut supra comparuit Stephanus Morzellus (53) custos ecclesie sancti Abundii.

Et interogatus de voce et fama.

R. De voce et fama detta Domenica vien mormorata assai, però lei è mia parente. *** [andassimo] alla casa di Andrea Morzello et Domeniga sua moglie ci diede da magnare quagliada et simuda. (54) Noi ritornassimo a casa, et de lì a puoco si amalassimo et stessimo amalati circa tre mesi, nel fine de quali vomitai la simuda et cominciai a guarire. Una gallina pizzò (55) della detta robba, et andò in dré, in dré, (56) sin che li corvi la portarono via.

I. se haveva magnato simuda puoco avanti che vomitasse.

R. Potrebe essere. Né io havevo altra cattiva cretta. Quattro anni sono, procurando io alcune mie pecore in Casteleir, agiutai la detta Domenica a far sternume, (57) et fu l'autunno. Et al tempo del Natale mi morsero tutte.

[I.] de voce et fama.

R. Quella Domenica, Malgherta et la Mottisella sono mormorate assai. Di Martha non so cosa alcuna.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Joannes Jacobus filius quondam Antonii Cottoli.

Et interogatus.

R. Andai a Casteleir che havevo cinque anni con Gioan Giacom della Capelotta per tuorre alcuni bestiami da Andrea Morzello. Subito ritornai a casa, mi amalai. Stei amalato un pezzo et svariava, (58) non sapendo quello facessi. Il compagno dice che noi mangiassimo qugliada et simuda, ma io non mi riccordo. Io, bene che viddi allhora detta Domenica, vomitai assai roba et guarii. Noi non havessimo cattiva cretta, sina che il medico di Camoasco disse che io ero faturato. Quando ero a messa, non potevo star sino che la levava il sacerdote, et conveniva che mi partissi. Et se mi chiapavano a volermi far stare per forza, non potevano tratenermi. Né altro so.

Una nostra fantesca, chiamata Mighina di Francesco di Drei, disse che la Motisella haveva strosato (59) una nostra vacca su al nostro monte, alla Presura, et che era quasi andata da male. Ma che la fece segnar preso (60) con una candela benedetta, che in tre o quattro giorni la guarì.

Et dictus: Questo è la verità, non juravit, quia est etatis annorum 11 ½.

[I.] de voce et fama.

R. Domenica, Malgherta et Giacomina sono mormorate. Martholina non so niente. La è vecchia. Ne saprà forse più delle altre.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Marcus filius quondam Jacobini Mascarponi.

Interogatus.

R. Domenica è mormorata assai per esser massime del zeppo vecchio, (61) altro non so. Solo che ho inteso dire, né mi riccordo de chi, che li figlioli suoi dissero a Andrea loro padre, che havevano vista la madre su nella canale del tetto. (62)

De voce et fama, dice che la Motisella è suspetta.

Et juravit.

Eadem die.

Dictus Marcus (f) [deponit]: Essendo io in casa di Maria del Ponti, che ero scaldato, essendo venuto fuori di Trepalle carico, venne lì Malgherta di Pradella, quale haveva una calzetta in mano che cusiva, et ridendo mi butò detta calcetta su per una spalla. Et subito fui assaltato da un grandissimo freddo et tremore, quale mi continovò un pezzo. (63) Di subito feci voto di andare alla Madonna di Tirano, et vi andai con gran fatica et travaglio. Nel ritorno mi sentii bene, et lodato Dio guarii. Può essere che tal accidente fosse per la faticha ma, Dio melo perdoni, havevo gran sospetto di lei. (64)

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit ser Martinus Raglionus de Isolacia.

Et interogatus.

R. Non so altro che di voce et fama sono mormorate Domenica di Casteleir, Malgherta del Ponti et la Mottisella, cioè di essere streghe. Ancora di detta Martha ho inteso che Balsarin Scalotta era in concetto di essere strione, et dicevano che gli haverebbe insegnato la madre. Altro non so. La moglie di Giacomino di Giacomo di Urbano si è lamentata che suo marito fosse faturato di lei, et che in puoco di tempo gli erano morte 18 vacche.

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus Vitalis filius quondam Francisci delli Drei de Semogo.

Interogatus.

R. Domenica è mormorata per strega et Vasino Morzello ha havuto sospetto et ha fatto abrugiare una cuna, perché diceva che gli fosse statta maleficiata una creatura.

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Jacobina filia quondam Martini della Colombana.

Et interogata.

R. Io ho pratticato assai la detta Domenica, né ho visto mai atto alcuno cattivo di lei, sebene è vero che è mormorata assai.

Interogata.

R. Mia figliola Margherita, essendo statta una sera a casa della detta Domenica, ritornò a casa ben tardi. Interrogatala della tardanza, lei disse che haveva preso male ad una gamba, et che non haveva potuto caminare, ma de lì a puoco guarì. A me sono morte tre olzole (65) et una volta si amalò una vacca, ma non so che niuno gli habbi fatto male.

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Margherita filia antescripte Jacobine.

Et interogata.

R. Una sera che ero statta in casa sua, nel ritornare a casa, mi saltò male giù per una gamba, ma passò via di subito. Né altro so.

Eadem die.

Magdalena, pariter eius [Jacobine] filia citata, comparuit. (g)

Et interogata.

R. Io non so niente, né so cosa alcuna.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Dominica filia Jordanini Petri Lazari, etatis annorum 12.

Et interogata.

R. Ero una putellina che Marta, piccola di Bruno Ret (66) d'Isolaccia, mi disse a me che Joannina figliola di Christofen del Rasigher, haveva detto con lei: Mercè ti, che mi son stria, che mi ha insegnà l'ava mia. Ma la sua lava è morta, né altro so.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Laurentius filius quondam Joannis del Sosio de Semogo.

Et interogatus de voce et fama.

R. Non so altro, solo che a voce di popolo è tenuta per strega, per essere massime della parentela. Ho inteso alcune mormorationi per un figliolino di Toni di Filippo.

Addens. La Mottisella è mormorata grandemente. Ancora qualche puoco Martholina di Scalotta, per essere del parentà. (67)

Juravit.

Eadem die.

Stephanus Morzellus, custos ecclesie sancti Abundii, addidit: Mandai una volta una mia vacca in pastura in Dosdé, la quale haveva mez peso di latte al pasto. (68) Una sera ritornò a casa senza latte, et più presto mandava sangue che latte. Lei è mormorata grandemente, né altro so.

Et juravit.

Die martis 19 novembris.

Coram illustris domini pretore et regente Nesina, citatus comparuit Tonius filius quondam Laurentii del Sos de Semogo. Et interogatus de voce et fama.

R. De voce et fama lei è mormorata da tutti, come ancora Malgherta.

Juravit.

Nicolaus filius quondam Jacobi Urbani Scalotte dice che il pegoraro, quale haveva la montagna della Roccha et quella di Dosdé, (69) si lamentò meco che detta Domenica gli sfiettava (70) li formaggi, et che haveva serrato il casetto (71) in modo che li ratti non potevano entrare. Et pure lei vi andava. Et questo è il Nicolin Cariol, o il suo pastore.

De voce et fama.

R. Sono mormorate assai la detta Domenica et Malgherta del Ponti. Di Martha Scalotta non ho sentito mai niente.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Christina uxor relicta quondam Tonii Valesini.

Et interogata de voce et fama.

R. È mormorata assai, Né so altro.

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Toniola filia quondam Antonii Trabuchi (72) de Semogo. (h)

Et interogata.

R. Essendo un anno mio figliolo Antonio malato su a un nostro monte a Praguzon, (73) andò molte notti a dormire in casa di Andrea di Casteleir. Alla fine si amalò gravemente, a tale che era seccato quasi tutto. Non poteva star a letto, non poteva lavorare, né far niente. Io dubitai che detta Domenica gli havesse fatto qualche fattura, perché era mormorata assai, et per esser della razza di quelle Tampelle. (74) Andai una volta ad incontrarmi con lei et plurar (75) il male, con speranza che lei havesse a dire che Dio et la Madonna agiutasse il mio figliolo, come feci. La salutai et gli adimandai se haveva tutto sano. Lei rispose di sì, et adimandò l'istesso a me. Io dissi: Ho il mio figliolo che è tutto amalato. Lei non disse niente. Feci così la 2a et 3a volta, né mai volse dir cosa alcuna. Io cominciai a mormorare di questo. Lei lo seppe et andò dal signor curato di Pedenosso a lamentarsi, il quale melo disse. Io gli raccontai il tutto et egli si pacificò. Questa Domeniga mi trovò ancora me, et cominciò a minacciarmi. Alla fine, essendo andata una volta su a Praguzon, per strada si gionsimo (76) detta Domenica et Catarna detta la Valesa, (77) et Martha moglie di Balsar di Praguzon. Cominciassimo a darsi delli motti, detta Domenica et mi. Alla fine, plurando pur io la malatia del mio figliolo, detta Domeniga disse: Dio vi dia bene da una altra parte! Io allhora mi parve di sentire una gran ferita, et in un subito dissi: Come darmi bene da un'altra parte, et la sanità al mio figliolo no? Siate testimonii voi altre, che voglio andare dalla Raggione. Immediatamente lei allhora disse: Dio gli dia sanità et la Madonna. Dio gli dia bene! Et per gratia di Dio il mio figliolo cominciò subito a sentirsi meglio, et guarì. Quelle di Filippo Casteleir si sono lamentate assai per la malatia di un figliolo.

Vasinus filius quondam Nicolini Morzelli addidit in scriptis manu propria eius depositioni iam facte ut sequitur: In voce ho poi sentito a dire che Domeniga figliola di Vidal di Pradella, li anni dinanzi la guerra andò una volta in casa di Toni di Filippo de Casteleir, et non era in casa se non un figliolo piccolo in cuna, quale ha nome Lorenzo, il quale hora è fuori del paese, sì che detto figliolo diventò tanto fastidioso, che per un tempo suo padre et madre non havevan riposo. Et sospetavan in detta Domenica. Et Abondio di Filippo ne saperà lui forsi com'è statta.

Die mercurii 20 mensis novembris. (i)

Coram dominis regentibus, absente domino pretore, comparuit citatus Abundius quondam Tonii Filippi de Casteleir, testis nominatus in processu.

I. che dica la verità quello esse informato de voce et fama di Domenega, moglie di Andrea Morcello, di presente detenuta nelle forze di Comunità, imputata di malefica, et se in casa sua vi è occorso alcuna cosa di sospetto di maleficio in lei.

R. Saranno di già circa 21 anni questo autunno che, havendo mia madre un figlioletto per nome Lorenzin, minor di me, il quale di presente se ritrova a Bergamo, in cunna, et essendo mia madre et li altri andati a messa, lasciatomi alla cura di detto figlioletto et di casa, essendo in quel tempo vicini con la detta Domenegha là a Casteleir di casa, essendo mi in casa di fuoco, (78) venne, non chiamata, la detta Domenega in casa e andò in stua di longo, (79) senza farsi intendere. Mi, che sento che alcuno sia in casa, andai nella stuva dove era il detto figlioletto, et di già la detta Domenega haveva scoperto il figliolo che era in cunna, et li dava latte. Quando essa mi vidde su l'uscio disse, a mio raccordare: Voglio dar la colatione, o da merenda, non mi ricordo troppo bene, al figliolo. Mi gli dissi che non faceva bisogno, che presto saria venuta la madre. Mi tornai adrieto, né dissi altro. Et lei rimase in stuva, e credo che l'andasse via avanti che venisse mia madre. Venne la madre e gli dissi come che la detta Domenega era stata lì a dar tetta al figlioletto, il qual parve che, oltra il solito, annonciasse più a piangere et batersi più fastidioso per alcuni giorni. Et perché pareva che sin alhora la detta Domenega fosse non so che sospetta, cominciassemo a sospettare non so che di lei, vedendo che il putto seguitava ad esser, come ho detto, più fastidioso nel pianto del ordinario. Ma per questo non fu, a mio racordare, imbutada da nisuno di noi. Et il putto se ne passò poi a miglioramento. Et io essendo, come ho detto, vicino de casa, gli ho molte volte lavorato da diversi lavorerii, magnato et bevudo in casa sua senza alcun sospetto, né havermi mai racordato da simil cose, né mai [ho] conosciuto in lei alcun atto sospettoso. E mi racordo che alcune donne dissero a mia madre che la dovesse imputare la detta Domenega, ma non so, né mi racordo se fosse imbutada. Né so, né mi raccordo d'altro in persona sua che mi sia occorso.

I. se ha sentito alcuno che si siano lamentati della detta Domenga, che li habbi fatto qualche nocumento in persona o robba.

R. Signor, no, che non so, né mi racordo d'altro.

I. se ha inteso qualche cosa di portamenti di Malgherta, figliola di Gioan di Pradella.

R. Non so niente di fatti suoi, né sentito a mio racordare, alcuna mormoratione di fatti suoi.

I. della persona di Martha, moglie di Nic[o]lò del Ponti, se sa et ha inteso qualche mormoratione di lei.

R. L'é tanto tempo che siamo vicini de posessioni d'ogni intorno, ma mai ho sentito nesuna cosa mala di lei. È vero che poco mi ho praticato in casa sua, né so altro.

I. che dica se ha inteso qualche cosa di Giacomina, detta Mottisella et per quale sia reputata.

R. Non so altro di fatti suoi, ancora che per anco siamo stati vicini su alle Presure, con posessioni et case, né posso lamentarmi di lei. Ben vero che pare che la sia mormorada per stria, ma non mi racordo da qual persona. Et è vero che essendo suo figliastro Giacomino di Urbano, stato tanto tempo infermo, se mormorava che fosse maleficiato. Ma per questo non ho sentito a dir più, di questa Jacomina, che d'altre.

Die jovis 21 novembris.

Coram magnifico concilio in loco tormentorum constituta Jacobina Motisella, malefica denunciata, que deposita ab equleo post fassum (j) principale delictum, nimirum didicisse artem maleficam a matre, Deo Beateque Virgini et Sanctis renunciasse, demonem in proprio cubiculo invocatum, et illico in forma equi apparsum adorasse ac rem cum eo carnalem naturaliter et contra naturam sepe habuisse, et choreis nocturnis interfuisse, et multa corpora infantium exhumasse et unguentum confecisse.

I. de sociis et aliis in dictis choreis cognitis.

R. Non ho cognosciuto se non Domenica di Vitale di Pradella, le quali dicevano che ve ne erano della Terra et di Oga. Ma io non le ho cognosciute, et massime della Terra non ne ho cognosciuta niuna.

Die jovis 21 novembris.

Coram dominis pretore et regente citata comparuit Jacobina (80) uxor Christofori del Valar.

Et interogata.

R. Noi habbiamo havuto cattiva cretta di Domenica antescripta, perché havendo noi una buona capra, mandassimo la nostra figliola in Dosdé a pascerla. Domenica faceva dar il nostro bestiame al suo pastore, et faceva la figliola l'agiutasse a restelare. La capra s'amalò et morse. A Francesco, nostro cugnato, al quale la vendessimo per soldi 40, né niuno de nostri potè mai magnare tal carne, né manco li animali.

Una volta fu in casa nostra detta Domenica, et havendola lasciata in stuva, dubito mi guastasse l'asii (81) perché non potessimo mai più far mascarpa sin che non lo mutasimo. (82) Havevamo una vacca, la quale è seccata in modo che s'inginocchiava nell'andare in su. Hieri noi gli tolsimo il pelotto, (83) né gli habbiamo ritrovato difetto alcuno nella carne. Et habbiamo havuto cativa presontione in lei, perché passava spesso avanti la casa.

La mia comare Anna di Toni di Filippo dice che, essendo venuta detta Domenica da mesa, entrò in casa sua et diede la tetta ad un suo figliolo che ancor dormiva, senza essere ricercata. Et il figliolo diventò subito in modo che non lo poteva né reggere, né guidare.

Vitale Cottino si lamentava di lei che gli havesse maleficiato bestiame. Maria del Ponti gli ha detto publicamente che era stria. La moglie di Vasin Morzello mi disse che, essendo andata alla casa di detta Domenica in Dosdé per pesar latte, lei la fece andar in letto con lei per forza. Et che uscita di casa sua la mattina, si sentì cingere talmente il corpo che bisognava morir di quello, come anco è morta. La detta Anna disse che detta creatura usciva dal letto et si cacciava sotto il letto, et se non gli davano la scudella piena di menestra, buttava ogni cosa incontro la paré. Et ho inteso che Toni gli diede della stria.

Interogata.

R. Ho inteso che la moglie del Christoforo del Folonaro non sta in casa minga di notte. Gioanni, detto il Franco, che era nepote della Motta, per quanto ho inteso non sta in casa, ma va fugendo per sti sospetti.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra examinata fuit Catherina del Hosteira, (84) quondam Jacobi Rampi.

Et interogata

R. Vasin Morzello et Antonio della Moniga si sono lamentati di lei. Ho inteso de Anna di Toni di Filippo che costei haveva datto la tetta a una sua creatura, et che gli haveva fatto male.

Juravit.

Coram ut supra citata comparuit Jacobina uxor Francisci Vitalis.

Et interogata.

R. La moglie di Vasin Morzello mi disse che lei sola era buona di far abrugiare Domenighina. Et disse che fu a dormire colà, et che si sentì subito una cosa nel corpo come un pugno, la quale crebbe poi in tal modo che era venuta poi più di tre pesi. (85) Et di quello è morta.

Di Martha intesi una volta da Giacomina di Nicolin Morzello che sta a Piatta, qualmente la Gonella haveva nominata detta Martholina. Ho inteso mormo[ra]re di Giacom di Franceschina che sia in cattiva presontione.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Dominicus filius quondam Antonii Cottolo de Semogo.

Interogatus.

R. Lei è mormorata assai. Et la ho intesa dire questo: Le genti mormorano di me, ma li lascio dire, che ingrassano l'anima mia.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Catherina filia quondam Tonii Filippi de Casteleir de Semogo.

Et interogata.

R. Da 16 anni incirca, essendo mio fratello Lorenzo in cuna, detta Domeniga voleva più volte dargli la tetta. Mia madre la impedì dicendo: Non volere mischiar latte! Lei, una volta che eravamo andati a messa, venne a casa avanti di noi, et per quanto dissero quelli che havevamo lasciati in guardia della casa et della creatura, il figliolino dormiva, et lei lo risvegliò et gli diede la tetta. Il putto si amalò et divenne fastidioso in modo che mio padre era in gran fantasia (86) et lui, il figliolo, diceva gran villanie alla madre. Et havevamo presontione contro detta Domenica, perché era mormorata assai.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Maria filia quondam Laurentii del Ponti. Et interogata.

R. Non so altro, solo che è mormorata assai da tutti.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Catherina filia quondam Laurentii del Ponti.

Et interogata.

R. Lei è mormorata assai, ma non so altro.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Mighina filia Francisci di Drei.

Et interogata.

R. Ho inteso mormorare Vasin Morzello et Maria di Lorenzo di lei. Lorenzin del molino (87) si è lamentato che era un pezzo che non haveva potuto andare al suo molino.

Interogata.

R. Sono mormorati il Franco, (88) Giacomo di Franceschina et Abondio del Sartor. Ancora Polonia di Chrestoforo del Sartor. Ma di loro non so male alcuno.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Dominicus filius quondam Joannis Gaglie. (89)

Et interogatus.

R. Ho inteso che le genti presumono gagliardamente di detta Domenica. Mia madre disse che Martholina era pizzada per stria.

Interogatus de aliis.

R. È mormorato Giacomo di Poz, perché lunedì sera si confessò dal signor curato, et poi la mattina seguente a buon'hora andò in Fraele, ove non ha che fare. (90) Et pare che sempre sia statto mormorato. Et dicono che quella volta fugì sua madre Maria de Poz, fugì ancora lui. Domenica dicevano in Pedenosso che vi era uno strione, et lui si confessò, come ho detto, il lunedì.

Et juravit.

Die jovis 21 mensis novembris 1630.

Antonius del Cotolo addidit: Io sentii de Andrea Bordiga, pegoraro che alpegiava in Dosdé, qual mi disse: Questa Domeniga è una vera et grande stria. Ho visto cose che la tengo proprio per una strega. Essendo venuta in casa mia Martholina, circa un mese avanti fosse fatta prigione, col solo vederla mi spaurii talmente, che mi durò per quattro o 5 giorni tal paura. Et io sospettai di lei, non essendo mai solita venir in casa mia. Ritrovandosi Antonio della Moniga et io insieme, dissi che sì, che (k) vengono ancora a tuorre Martholina. Lui disse: Vorrei giocare 50 scudi. Et io li giocai, così burlando.

Die jovis 21 novembris. (l)

Coram [ut supra] citatus comparuit Dominicus, filius quondam Antonii Trabuchi.

Et interogatus da chi habbi inteso che la Giustitia vogli andare a farlo prigione.

R. Lo ho inteso da Catherina di Nicolò delle Dorne, (91) un pezzo fa. Io ho inteso da molti che dicevano che Giacom di Franceschina insegnava alle strie. Ritrovandosi insieme Chrestoforo del Valar, Antonio della Moniga et io, con occasione che Abondi del Sartor, quella domenica doppo che fecero prigioni quelle prime di Semogo, non potè mai stare in chiesa, discoressimo, se fossero nominati huomini per strioni, quali potrebbero essere. Loro dissero: Giacomo di Franceschina. Et io dissi di Abondio del Sartor et del Francot. Detto Christoforo disse: Abondio non lo tengo in tal concetto, ma sì bene il Francotto et detto Giacomo, quali ho inteso che insegnavano alle strie.

Die veneris 22 mensis novembris.

Coram ut supra citatus comparuit Antonius del Vales de Semogo.

Et interogatus.

R. L'anno passato fui amalato tre mesi. Il signor dottor Joachino (92) disse che io ero faturato. Mentre stavo amalato venne detta Domenica a casa mia a dimandare che gli havessi debito. Io gli feci fare instanza che dovesse venire in stuva, che haverei fatto conto, et non mi pretendevo havergli a dare niente. Lei mai volse venir in stuva. Et per questo hebbi sospetto et cattiva cretta di lei. Altrimenti viene mormorata assai. Et ho inteso che Antonio della Moniga si è lamentato di lei. La sorella di Toni Sos, chiamata Margherita, moglie di Gioan Capol, (93) ha detto che Catherina moglie di Toni Sos, haveva inteso non so che di Martholina quella settimana avanti fosse presa. Ma non mi ha detto cosa sia.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Christoforus del Valar.

Et interogatus.

R. Tre o quattro anni sono, havevo una buonissima capra, quale mandava in pastura per una mia figliola. Lei Domenica la (m) fece andare a restelare, et diede la capra al pastore. De lì a 5 giorni si amalò. Io feci dire dalla putta alla detta Domenica che la capra era amalata, con speranza dovesse dire che Dio la guarisse et sant'Antonio, ma disse solo: Me ne son accorta ancora mi. Che l'haveva rincrescimento. Ma la guarirà. La capra morse, et le carni né altro animale non la volsero magnare, per che la diedi a mio fratello Lorenzo. Et lui la fece segnare, et avanti tornare a casa la morse.

Questa estate, circa le calende di agosto, mi si amalò una vacca, la più bella, et haveva male alli piedi. Quando voleva andare in su dietro le altre, andava inginochiata. Io dubitai di detta Domenica, perché quando andava al suo monte, passava sempre avanti casa mia, et così tutta la sua famiglia. Et un giorno andai a plurare con la detta Domenica, con speranza dicesse le dette parole. Lei mi rispose: O, quella bella! Et la nominò proprio quella che era. Et disse: Guarirà. Altro non volse dire. Un'altra sera venne lei con suo marito a casa mia, et con quella occasione li pregai dovessero venir in stalla a vedere detta vaccha. Andrea venne, ma lei non volse mai venirvi. Alla fine la vaccha morse. Et haveva secco il pelotto adosso, et male a tutte quattro le ongie dei piedi, né altro so.

Io ho inteso che il Franco non dorme in casa: la notte camina et la mattina ritorna. Et Francesco di Gioan di Pradella ha detto che ha cotto una carbonera (94) et che detto Franco va là la notte. Ancora ho inteso dire che la moglie di Christofero del Folonaro fa l'istesso, che sta fuori di casa la notte.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit Colombanus della Scala, filius quondam Burmii.

Et interogatus.

R. Vien mormorato di Giacomo di Franceschina. Ancora di una vedua, moglie di ***, figliola di Andrea di Urbano, quale sta alle Arsure. Ancora di Giacom di Poz viene mormorato. Ho ancora inteso mormorare di una biadiga (95) di Barbara Mottisella, quale deve haver detto con Martha, figliola di Brum (96) Bet: Mercè ti, che son stria, che mi ha insegnato l'ava!

Da che son mosse queste cose, viene mormorato Balsar di Pradella da molti. Ancora intesi che Abondino, sino al tempo di sua ava, disse con alcuni lavoranti di casa sua, essendo egli un putello, che gli bastava l'animo di far venire sangue fuori di un muro. Viene ancora mormorato uno germano della Mottisella, detto il Francot. Io lo tenevo dabene, ma perché alcune mie galline andavano in suo prato, son morte tutte. Vengono ancora mormorati duoi figlioli piccoli della Chieriga: Bartholomeo et Filippa. Ho inteso ancora mormorare di Maria, figliola del sartor delli Ponti di Semogo. Ancora di Appollonia di Christoforo del Folonaro. Et dicono che lei et Malgherta questo inverno sono confessate di questo male.

Et juravit.

Die veneris 22 novembris.

Coram ut supra citatus comparuit Antonius, filius quondam Vasini Juliani de Scanz de Livigno, (u) custos pecudum heredum Antonii del Cottolo.

Et interogatus.

R. Facevo una volta sternume un mese et mezo fa con un putto di Vitale Cottino, chiamato Vitale, quale sta con Gervas Maregnach. (97) Doppo che l'havessimo butato in un montone, detto Vitale mi disse: Bisì (98) che non venga la femena di Andrea Casteleir a robarlo. Io dissi: Non venirà perché hoggi è in Dosdé. Lui disse: O, una volta lei era in Dosdé et il diaulo era su alla Presura che pareggiava sternume (99) per lei. Procuravo li bestiami et una volta, essendo con il pastore del Maregnach in detto loco, venne un lupo grande, quale saltò in mezzo et voleva cacciare via le capre, quali erano del Maregnach. Io gli cridava dietro, et alla fine disse: O stria, neanche stavolta mene tuorrai, perché le ho segnate et mi sono segnato ancora mi! Un'altra volta a Cardoné (100) viddi io et il pastor di Martin di Donà, Catherina della Chieriga et Toni Pizen, (101) vedessimo duoi lupi grandi, uno griso et uno chiaro, de dentro nel bestiame, ma non gli fecero male. Sono mormorati da molti il Franco et Giacomo di Franceschina per strioni.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citata comparuit Marta, filia Burmii Gottardi di Isolaccia.

Et interogata.

R. Saranno duoi anni o tre in circa che Gioannina, biadiga di Barbara Mottisella, figliola di Christofen Rasigher et di una putta di detta Barbara, era in casa nostra che facevamo formaggio. Mia madre mi mandò a far alcuni servitii, et Gioannina mi venne dietro et disse con me: Mercè ti, che son stria! Io la interrogai: Chi ti ha poi insegnato? Lei disse: Momma. (102) Che così nominava l'ava sua Barbola, quale l'haveva allevata. Et hora sta in casa di suo padrigno Bartolo di Menena, et sarrà del mio tempo di 14 anni o 15.

I. se la ha mai vista fare alcuna cosa di sospetto o inteso altro di lei.

R. Signor, non so altro.

Et juravit.

Eadem die.

Coram ut ante citatus comparuit Abundius, filius quondam Christofori Nicolai Dorici.

Et interogatus.

R. Dalli pegorari di Dosdé ho inteso che havevano visto ballare le strie sotto il vedretto, (103) et che tenevano fossero Domenica et Malgherta di Pradella. Ma non so il nome de pecorari, perché è un pezzo.

Addidit: È mormorata Marta di Maria di Gioan di Pedrot, qual Maria era stria. Ancora Gioan Francot. Ancora Giacomo di Franceschina di Pedrot.

Et juravit, reservando [addendi vel minuendi].

Die martis 26 novembris.

Coram ut supra constituta dicta Jacobina ratificavit dictam nominationem extra tormentum et in tortura in forma prout in processu.

Et dixit: Io ho sentito la sudetta Domenica dalla pregione, la quale mi ha dimandato se ero daben. Io ho detto di sì. Mi ha dimandato [se] sapevo che fosse fatto di Margherita di Pradella, sua germana. Li ò detto di no. Ultimamente mi ha detto: Guarda bene tu a non dir niente!

Die lune 2 mensis decembris.

Coram magnifico concilio in loco tormentorum constituta fuit Margarita, filia quondam Joannis de Pradella, malefica denunciata. Que deposita a tormento vigilie, post confessum principale crimen, interogata de sociis cognitis et precipue se ha cognosciuto Domenica Casteleri, figlia quondam Vitale, alli balli etc.

R. Signori, sì, molte volte in Verva et altrove.

Die lune 2 mensis decembris.

Coram ut ante constitutus in loco tormentorum Jacobus, filius quondam Petri Brunenghi de Semogo, maleficus denunciatus, qui post confessum principale crimen, antequam ligaretur ad torturam fuit etiam interogatus de complicibus per eum cognitis.

R. Ancora ho cognosciuto Domenica di Casteler, figlia quondam Vitale di Pradella, da 15 overo 16 anni in qua, qual veniva al ballo.

Die martis 3 decembris.

Coram ut ante dictus Jacobus monitus ut velit dicere veritatem.

R. Subito che ho a dire la verità, convien che redica quanto ho detto.

Extunc fuit suppositus tormento vigilie, quo sufferto per duas horas clamavit ut tollatur, quia vult fateri veritatem. Et remotus [fuit] post confessum delictum se docuisse Francischinam filiam talem artem.

Addidit: Questo tormento l'ho havuto per Domenica Castelera, quale questa notte mi ha chiamato alla prigione cridando dalla sua, et mi ha detto che debba star saldo et non confessar niente.

Die jovis 5 mensis decembris.

Constituta dicta Margarita in tormento equlei pro ratificatione, monita prius, ratificavit eius depositionem in forma ut in suo processu.

Die jovis 5 decembris.

Coram concilio constitutus dictus Jacobus, monitus, ratificavit eius depositione in omnibus, et precipue de nominatione ipsius Dominice. Et ligatus ad torturam ratificavit ut supra, et elevatus in eam pariter ratificavit.

Die jovis 5 mensis decembris 1630.

Per magnificum concilium Burmii iuxta solitum congregatum, fuit ordinatum quod constituatur dicta Dominica Castelera, et ad eius confusionem et ad convincendam eius duritiem confrontetur cum personis que eam nominaverunt. Et sic constituta coram ea Dominica la Chieriga senior, fuit interogata se la cognosce.

R. Signor, sì.

I. Domenica se la ha cognosciuta al ballo.

R. Signor, sì, in Verva et altrove alle Motte di Oga.

Cui illa respondit: Tu menti!

Et Chieriga dixit: Sì, che sei statta sempre con me. Et eri ancora con me et li altri in Vallaccia, quando facessimo venire giù quella lavina.

Quibus auditis, Dominica Castelera respondit: Non è vero. Loro signori non mi faccino torto.

Et sic fuit remota et ducta ad proprium carcerem.

Successive, ad effectum predictum fuit constituta dicta Dominica coram Dominica della Chieriga juniore.

Et interogata la Chieriga, se ha cognosciuto detta Domenica Castelera al barlotto. (104)

R. Signor, sì. Veneva al ballo in Verva et alle Motte.

Cui dicta Dominica Castelera obiecit: Tu menti per la gola!

Et dicta Dominica la Chieriga dixit illi: Non mento, ma dico la verità, perché tu venevi al ballo tutte le volte che vi andavo io.

Et sic fuit remota dicta Dominica, animo [prosequendi].

Postmodum fuit coram ea introductus Jacobus, filius quondam Petri Brunenghi, carceratus.

Et interogatus se ha cognosciuto detta Domeniga.

R. Lei è Domeniga di Casteleir, et la ho cognosciuta al ballo in Platòr et a Prada. (105)

Cui Dominica respondit: Non è vero, né si troverà giamai.

Et detto alla detta Domenica che, se vole, le si farranno condurre avanti a lei li altri testimonii.

R. Signor, se ne farranno venire cinque millia, a tutti dirò l'istesso.

Et cum posset dubitari quod sequatur abortus, stante angustia quam ostendit dicta Dominica per huismodi confrontationem, fuit ordinatum quod dicta Dominica di Casteler reducatur ad proprium carcerem, animo [prosequendi]. Quod factum est.

Die mercurii 11 mensis decembris.

Ex processibus notatis per dominum Leoprandum Sermondum. (o)

Coram magnifico concilio constitutus fuit antescriptus Abundius, filius quondam Joannis del Sartor de Semogo, maleficus denunciatus, qui post confessionem principalis criminis, in prima tortura ante tertium quadrantem hore facte, depositus fuit et interogatus de complicibus: che persone habbi cognosciuto in quelle parti di Dosdé al ballo ove dice che fu condotto

R. Tra le altre ho cognosciuto Domenica di Casteler, quale ho vista a ballare, et si lasciava montare adosso dal diavolo come le altre.

Die martis 24 mensis decembris.

Coram magnifico concilio constitutus dictus Abondius in loco tormentorum pro ratificatione habenda. Qui elevatus in torturam fuit diligenter super singulis examinatus, et precipue super complicibus. Qui omnia ratificavit in forma esse vera, et complices cognovisse prout deposuit.

Die martis 7 januarii 1631.

Coram magnifico concilio constituta Appollonia, filia quondam Vitalis de Pradella, soror antescripte Dominice, malefica denuntiata et confessa.

Que interogata de complicibus, monita [de veritate dicenda].

R. Ancora ho cognosciuto in Platòr, a Prada et in Verva al ballo, dove andava ancora io, Balsarino di Pradella, mio fratello, et Domenica, mia sorella, moglie di Andrea di Casteler, Giacomina di Pradella, mia ameda, et Margarita di Pradella, mia germana. (106)

Die mercurii 8 mensis januarii.

Coram concilio fuit denuo constituta dicta Appollonia, fuit interogata super integro constituto et monita.

R. Quanto ho detto è vero, né altro so.

Et elevata in torturam pro confirmatione, ratificavit omnia per eam deposita, et precipue nominationes ut in processu.

Die jovis 9 mensis januarii.

Coram concilio constituta Mighina quondam Vasini del Trameiro, uxor quondam Antonii Cottolo de Semogo, que deposita a tormentis post confessionem factam de principali crimine, inter nominationes sociorum et complicium deposuit ut sequitur: Ho cognosciuto ancora al detto ballo Balsar di Pradella. Ancora veneva al ballo la Castelera, sua sorella, chiamata Domenica.

Die sabathi 11 mensis januarii.

Coram concilio iterum constituta dicta Mighina.

I. se ha cognosciuto altre persone al ballo.

R. Non ho cognosciuto altri che li nominati.

Et lettogli il nome di tutti li nominati da lei, et avertita a non far torto a niuno.

R. Tutti questi li ho cognosciuti, come ho deposto.

Et elevata ad funem pro ratificatione habenda, fuit singulatim interogata super omnibus per eam confessis, et precipue super complicibus depositis et nominatis, ac monita [a non far torto a nessuno].

R. Quanto ho detto è pur troppo vero, et quelli che ho nominato li ho pur troppo cognosciuti, come ho deposto, né faccio torto ad alcuno di loro, né per odio o malvolenza alcuna.

Die martis 28 januarii 1631.

Coram magnifico concilio constituta fuit Appollonia, filia quondam Joannis de Balsar de Berbenno, malefica denunciata et confessa.

Que interogata nominationem complicium.

R. Ho cognosciuto al barilotto in Platòr Domenica di Castelero.

Die veneris 31 januarii.

Dicta Appollonia confirmavit eius depositionem in tormentis ut in processu.

Die veneris 18 mensis julii 1631.

Congregato magnifico concilio ordinario in loco solito, presentibus domino pretore, domino regente Nesina, ser Simone Alberti, ser Christoforo Illino, ser Jacomo Salvador, ser Vitale Andreola, ser Antonio Piller, ser Nicolò Capella, (p) fuit ordinatum quod dicta Dominica, cum sit proxime ad partum, permittatur deambulare per Palatium cum interventu custodum. Item quod eligatur per caniparium una proba mulier, que habito juramento curet ipsam Dominicam in partu usque ad ordinationem concilii.

Die jovis 8 mensis januarii 1632.

Coram illustribus domino pretore et regentibus citatus comparuit Franciscus, filius quondam Antonii Mottini de Burmio.

Qui interogatus.

R. Un anno avanti la guerra havevamo, io et mio cugnato Christophoro, datto il mio bestiame ad istadiare a Andrea Morzello. Andassimo ambiduoi un giorno là per torre la frua. (107) Domenica, sua moglie, ne fece una fritada et ne diede del latte, et diceva meco di mio cugnato: O, che maladetto guercio è quello! Ritornati a casa, doppo 6 overo 7 giorni incirca, si amalassimo di febre, detto mio cugnato et io, tutti duoi in un giorno, essendo lui a Fumarogo et io (q) a Bormio. Et per relatione di quelli andavano da una casa all'altra, l'istessi accidenti, alterationi, le mutationi di febre che occorrevano a me, occorrevano ancora a lui.

Essendo io amalato in quella occasione, un giorno che in un vaso si cuoceva la testa di un bove, essendo chiuse le porte, fu levata la testa del vaso, che né mia moglie né io sapessimo come ciò fosse sucesso. Un altro giorno si cuoceva minestra con carne di vitello, come si dice una panzetta, et il vaso era coperto. Puoco depoi, andando la mia patrona per portarmi la panzetta, trovò il coperchio a suo luoco, ma voltato, et non trovò la carne nel vaso. Io lamentandomi di questo, mi dissero quelli di casa che havevano visto un gatto griso andare in volta (108) per casa. Io andai alla volta dove dicevano che fosse il gatto, et lo viddi, un gattone griso che passava tra li legni del tetto et scapò via. non havendo niuno di noi mai per avanti o per adietro visto tal gatto. (109) Ritornato alla mia stanza, restai con dubio se doveva magnare la minestra o no. Alla fine mela feci portare et, segnatala, la magnai. Et nell'istesso ponto cominciai a guarire. Et così fece detto mio cugnato, et guarissimo tutti duoi nell'istesso giorno. Et di questo accidente della mia indispositione hebbi sospetto di detta Domenica, perché altrimenti era mormorata per strega. Et deppoi ho inteso che li pecorari mormoravano assai di lei per tal causa.

Juravit.

Eadem die.

Coram ut supra citatus comparuit ser Christophorus Murchius, filius quondam ser Antonii de Burmio, etatis sue annorum ***, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis [Scripturis] juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

Interogatus super antescripta depositione per ser Joannem Franciscum Mottinum.

R. È vero che, havendo l'anno 1619 dato il nostro bestiame, mio cugnato ed io, a Andrea Morzello, andai con lui un giorno di luglio del detto anno in Dosdé per tuorre la frua. Detto Andrea et sua moglie ne diedero da magnare, et come dice mio cugnato era una frittada et del latte da bere, né scopersi alcun atto cattivo avanti facessimo ambiduoi un viaggio in Valtellina. Poi, doppo essere andati in Dosdé, si amalassimo di febre quartana ambiduoi, credo in un giorno, per mio ricordo. Li accidenti occorrevano ad uno, occorrevano ancora all'altro. E guarissimo credo tutti duoi in un giorno.

I. come sapeva che così occorressero tali accidenti

R. Lo so perché la febre mutava hora, et quelli che andavano dalla mia casa alla sua melo riferivano, sebene io di questa indispositione davo la colpa perché, quando fossimo in Valtellina, bevessimo assai aqua là nelli piani. né altro so, né havevo altra cattiva cretta. (110)

I. se detta donna allhora era suspetta.

R. Mormoravano quasi di lei che fosse strega, ma non so altro.

Juravit.

Die jovis 8 mensis januarii 1632.

Havendo il molto illustre conseglio deliberato procedere alla speditione di questa causa, nella quale s'è sopraseduto sin al presente, sinché detta Domenica si fosse rihavuta dal parto, et ancora per havere havuto a superare molte difficultà fraposte, pertanto congregato esso conseglio nel luoco solito, fu ordinato che si constituisse detta Domenica per vedere se, avanti si proceda più oltre, vogli fare qualche diffese. Et così constituita, fu benignamente essortata che guardi bene a fatti suoi perché, volendo più continuare nella sua pertinacia di negare quello che tanto chiaramente consta, si vol procedere con li tormenti contro di lei, et però si disponga a dire la verità.

R. Faccino quanto vogliono contro di me, che la verità la ho detta, né posso dir altrimenti. Et mi maraviglio che non voglino osservare la instruttione di monsignor vescovo, et liberarmi per donna dabene. (111)

I. che cosa dica di instruttione, sendo che il giudice non sa cosa alcuna.

R. So bene che è venuta in mio favore.

I. da chi ha inteso questo.

R. Saputa bene (r) da quelli che mi hanno portato da magnare.

Extunc fuit interrogata: Noi al sicuro vogliamo proceder con li tormenti, giaché le parole non bastano a cavarvi la verità da bocca. Et perciò vedete se volete fare le vostre diffese altrimenti che per tormenti, che vi si darà il termine et vi si lasciarà eleggere un procuratore.

R. Signori, sì, che voglio far le mie diffese, et voglio provare che son innocente, et adimando per mio procuratore il signor Francesco Viviano. (112)

Quibus stantibus, remota dicta Dominica, fuit illi decretata copia processus cum termino quindecim dierum ad faciendum suas deffensiones. Et fuit citatus dictus dominus Vivianus ad comparendum coram concilio. Qui comparuit [et] fuit monitus de predictis, et illi delatum juramentum per fidelem deffensionem subornationibus sublatis, prout juravit iuxta formam partiti concilii superinde facta sub die ***, et cum facultate alloquendi ream ad libitum. Monitus ut alloquatur dictam Dominicam eamque interroget num velit habere testes pro repetitis riteque ac legaliter examinatis, data illi facultate adeundi illius carcerem, qui retulit se nolle protunc testes ulterius examinare. Et sic et maxime cum testibus iuxta antiquissimam formam et consuetudinem Communitatis Burmii sit delatum juramentum solum in fine examinationis, monitus tamen prius de juramento prestando. (113)

Die ***. (114)

Coram magnifico concilio congregato in loco solito ad effectum comparuit dominus Franciscus Vivianus, qui allegavit deffensiones dicte Dominice easque produxit in scriptis ter.

Quibus consideratis, cum patiantur plures exceptiones super vera et litterali intelligentia processus, fuit ordinatum quod advocatus Communitatis seu fieri debeat eas cum processu considerare et confrontare, ac opinionem suam in scriptis presentare ad effectum.

Die mercurii 18 mensis februarii.

Per illustribus dominis pretore et regentibus (115) fuerunt presentate allegationes pro fisco.

Die jovis 19 mensis februarii.

Congregato magnifico concilio in loco solito, auditis denuo allegationibus procuratoris carcerate ac procuratoris pro fisco, fuit ordinatum quod constituatur dicta Dominica carcerata et interrogetur summarie super contentis contra eam in processu. Quod factum est. Et constituta fuit interrogata se ancora sia disposta a dire la verità, havendo havuto tanto tempo di pensare a fatti suoi.

R. La verità la dissi sin dal principio in casa mia, quando venesti a farmi prigione, cioè che ero innocente. Haverò altri peccati per li quali Dio benedetto me haverà lasciato incorrere questa disgratia, ma questo peccato non ho certo.

Et monita che averti bene, perché per tante nominationi fatte di lei da persone complici, il giudice è costretto prestar fede, stando le altre testimonianze che contro lei hanno deposto, et perciò si disponga a dire la verità.

R. Mi hanno fatto torto grande, né son tale, altrimenti prego Dio et la Beata Vergine Maria che con miracolo faccino cognoscere la mia innocenza.

Et dettogli che, havendo lei sofferte le imputationi gli davano le genti de maleficii fatti, si è resa suspetta di quelli, né puol negarlo.

R. Io non ho fatto male ad alcuno

I. Perché toccare nelle guancie di notte Antonio della Moniga che dormiva in casa sua con Andrea, suo marito, non havendo occasione di farlo?

R. Andai al letto per vedere di una creatura che dormiva tra loro, temendo non restasse offesa. Et perché parlavano fuori di proposito, gli diedi di una mano, pensando toccar et dare al mio marito.

I. che vol dir che, subito toccato, si amalò.

R. Io non so niente. Hora è sano.

I. Perché andare a dar la tetta a quel figliolo di Toni di Filippo di Casteler senza essere ricercata, quale subito si mutò del suo ordinario?

R. Non vi sono andata certo, né gli ho datto la tetta. Et se gliela havessi datta, haverebbe succhiato il latte di donna da bene.

Et dettoli che guardi, perché vi son testimonii che hanno giurato il contrario.

R. Mi hanno fatto torto, et han detto la bugia.

I. Perché essendo imbutata dalla moglie di Vasin Morzello che l'havesse maleficiata, non fece risentimento alcuno, anci con parole di restitutione di sanità si volse spurgare?

R. Non fui imbuttata di tal cosa.

I. Et che vol dire che quelli duoi figlioli, cioè Gioan Giacomo Capellotto et Gioan Giacomo di Antonio Cottolo, quali doppo che magnorno in casa sua si amalorno ambiduoi in un tempo, et durò tal malatia tanto tempo?

R. Non gli feci male alcuno. Ho datto da magnare ancora ad altri, che non gli ha fatto male.

I. se è vero che la soprascripta Christina allogiasse con lei in Dosdé avanti si amalasse.

R. Venne dentro a pesar il latte delle sue vacche et allogiò la notte, ma non so se prima haveva male o no.

I. se essa ha cognosciuto Vitale Cottino di Semogo, et con che occasione.

R. Signor, sì. L'ho cognosciuto con occasione che eravamo tutti di un luoco.

I. se mai ha havuto alcuna differentia con lui.

R. Signor, no.

I. se mai fu imputata da lui che gli havesse faturato alcune capre a Renoga, passando lei di là, in guardia delle quali vi era Christina sua moglie.

R. Non è vero niente.

I. se sa che al detto Vitale morissero delle capre.

R. Signor, no.

I. se essa et suo marito hanno mai havuto bestiami in alpe l'estate, datigli da messer Gioan Francesco Mottino et messer Christoforo Murchio di Bormio.

R. Signori, sì, un anno avanti la guerra.

I. chi di loro andò a tuorre la frua.

R. Vennero tutti duoi.

I. se gli diede da magnare, et che robba.

R. È vero [che] gli dessimo a magnare di quello che havevamo, et beverono del latte.

I. se sa che detta robba gli havesse fatto male.

R. Signori, no.

Et dettogli che si crede lei li havesse maleficiati, stando che doppo si amalorno tutti duoi in un giorno.

R. Non gli ho fatto male alcuno. Et se si sono amalati, che ne posso io?

Et dettogli che il loro male era prodigioso, perché doppo che magnorno in casa sua si amalorno ambiduoi in un giorno di febre quartana, et l'istessa hora che la febre si mutava in uno, si mutava ancora nell'altro, et in un istesso giorno guarirno, et però si presume che lei gli havesse fatto male.

R. Non è vero, né so cosa alcuna di questo.

I. che vol dire che tanti si lamentano di lei che nelli suoi monti gli habbi maleficiato delli bestiami.

R. Non ho fatto male ad alcuno, né credo che niuno si lamenti. Et chi sono questi?

Et dettogli che molti, tra li altri Steffano Morzello si lamenta che, essendo andato una sua vacca in Dosdé verso il suo monte, quale haveva libre (116) 10 latte al pasto, una sera ritornò a casa sciutta, né fece più latte.

R. Mi fa torto, né ne so cosa alcuna.

Et dettogli che Christoforo del Valar si è lamentato che, essendo andati suoi bestiami in Dosdé, ove lei habitava, furono faturati et seccati morirono, né alcun animale, nemeno li cani poterono magnare di quella carne.

R. Io non so cosa alcuna.

Et dettogli che non puole negarlo, stando che essendogli detto da Christoforo che una sua vacca era amalata, lei gli seppe dire quale era, et che dica che cognitione ne haveva.

R. Non è vero.

Et dettogli: Come potete negarlo, se lui lo ha giurato, et l'istesso ancora di una capra?

R. Non ha detto la verità, ché io non so niente di questo.

Et benigne monita ut velit recedere ab eius pertinacia, ac illi dicto che troppo è convinta, né deve più negare la verità, ma dirla al nome di Dio, stando che non solo tutto il popolo mormora di lei et la tiene in tal concetto, ma delli proprii parenti et li forastieri, come li pecorari che havevano le montagne a fitto vicine alli suoi monti, li quali riferivano haverla vista ballare con altre sotto le vedrette, et l'havevano tutti in pessimo concetto, et di più dicevano che gli maleficiava l'herba, perché dove andava il bestiame di detta Castelera, le loro pecore non potevano pascere.

R. Se l'hanno detto, hanno detto la bugia, né è vero niente.

Et dettogli: Come potete negar tante cose, se tanti complici vi hanno vista alli barlotti?

R. Mi hanno fatto torto.

Cui dicto: Non si crede che vi habbino fatto torto, stando che hanno confermato le loro depositioni con la morte constantemente.

R. Non hanno detto la verità.

Et dettogli: Come volete dire che non habbino detto al verità, se tre di loro ve l'hanno detto et confermato in faccia, et la Chieriga vecchia disse che eravate in sua compagnia con altre, quando fecero venir le lavine et quelle brine che guastorno tutti li grani del Contado di Bormio?

R. Non è vero niente.

Et dicto illi: Non si deve credere che Appollonia, vostra sorella et Malgherta, vostra germana, vi havessero voluto nominar a torto, ma lo dissero per scaricare la sua conscienza.

R. Tutti mi hanno fatto torto grande.

I. Et perché fare quel buco tra le pregioni per parlare a prigionieri et instruirli? Et perché ingiuriare le genti? Et per che causa disse che dovesse guardarsi dal cancellere Zucola, che haveva ingegnato un cavalotto? (117)

R. Non è vero questo, che habbi detto tali parole. Et fatemelo dire in faccia! È vero che, havendo spento il mio lume et piangendo per questo, una prigioniera di Forba, che è nelle prigioni di basso, mi sentì, et intesa la causa, disse che haveva visto un buso et che dovessi mettere giù qualche cosa, che mi haverebbe dato fuoco. Et così calai a basso il legame delle calze et un fazoletto, et lei mi diede lume.

I. come habbi instrutto detta donna, et che cosa habbi detto del vescovo et della instrutione.

R. Gli ho detto che, se è innocente, sofferisca più presto ogni tormenti che confessar a farsi torto, et se era colpevole dovesse confessare, perché è un peccato che bisogna confessarlo.

Et cum non posset ulla veritas ab ea haberi, fuit terminatum examen, et illa ducta ad locum suum, animo [prosequendi].

Eadem die fuit ordinatum per partitum quod mutetur carcer dicte Dominice, stante dicto foramine per eam facto a stuffetta, seu ante stuffettam illi concessam ad inferiores carceres, per quod alloquitur alias carceratas. Et datum fuit illi carcer della fenestrella.

Die veneris 20 mensis februarii 1632.

Congregato magnifico concilio in loco solito, absentibus ser Sermondo, domino regente Illino, ser Bernardo Mazone, ser Carolo Nesina, ser Nicolao Calderario, (s) fuit ordinatum quod pro veritate habenda constituatur dicta Dominica coram eo, et admoneatur de veritate dicenda. Et ubi nolit eam fateri, ducatur ad locum tormentorum et lighetur ad funem, ibique denuo interroghetur. Et constituta coram concilio, fuit interrogata ac monita pro veritate.

R. Se io ho a dire la verità, dico che son innocente et daben.

Et dettogli che, stando tante nominationi et tante lamentele con una diffamatione tanto publica, è sforzato il conseglio a provedere contro di lei con li tormenti, contro sua voglia, et che però si essorta a confessar la verità et non lasciarsi tormentare.

R. Non so come voglino darmi tormenti, essendo innocente. La Giustitia non mi farà torto, ma le cattive lingue mi hanno fatto torto.

Et dettogli: Come volete che le nominationi fatte da vostra sorella Appollonia et da Malgherta di Pradella, vostra germana, non sian buone, essendo che non lo ponno haver fatto per odio alcuno?

R. Se quelle hanno voluto andare a casa del diavolo, (118) non vi voglio andar io. Né per honore o robba voglio star costante, ma solo per salute della anima mia.

Extunc, cum non posset aliud haberi, fuit ordinatum quod lighetur ad funem, et cum non velit veritatem dicere, elevetur ad altitudinem duorum hominum. Quod factum est.

Et dum elevaretur, clamavit: Jesus, Maria, agiutto! Et postea recitavit Avemaria, interruptis tamen verbis.

Et monita ut velit veritatem dicere et se liberare a tormentis.

R. Voglio salvare l'anima mia, che mi è tanto cara.

Et toties monita super premissis.

Semper respondit: Io voglio salvar l'anima mia et son daben.

Quapropter completa hora fuit deposita ab equleo, et ordinatum per partitum quod, ad removenda impedimenta, tondetur et lavetur ac abradetur honestiori modo quo fieri potest, cum videatur minime estimare torturam.

Die lune 23 mensis februarii.

Interveniente ser Christoforo Fogarolo loco ser Simonis Alberti. (t) Absentibus domino Dorico Alberto, domino regente Illino, ser Bernardo Mazone, ser Carolo Nesina, ser Nicolao Calderario, ser Notto Schmid. (119)

Congregato magnifico concilio pro expeditione cause, fuerunt puniti dominus Doricus Albertus et ser Nottus Schmid, conciliarii, in libris 16 pro singulo, applicandis dominis pretori, regentibus, conciliariis et canipario, ad rationem solidorum 40 pro singulo, et pro eorum defectu et absentia fuit solutum concilium.

Die jovis 26 mensis februarii 1632.

Congregato magnifico concilio in loco solito, absentibus domino regente Illino, ser Carolo Nesina, ser Nicolao Calderario, ser Bernardo Mazzone, (u) fuit ordinatum ut sequitur: Che detta Domenica sia condotta avanti al conseglio et interrogata. Et dove non vogli confessare la verità, sia condotta nel loco de tormenti, et legata alla corda sia levata sin a mezzo. Et così constituita avanti al conseglio fu interrogata se ancora si è disposta a dire la verità.

R. La verità la ho detta, ma voi non volete credere. Solo le bugie.

Et monita ut velit a pertinacia discedere et veritatem ingenue dicere, cum judici sufficienter constet eam interfuisse diabolicis choreis, et propterea ut maleficam suspectam esse de pluribus maleficiis.

R. Mi vien fatto gran torto, né si doverebbero usare questi rigori con una creatura tanto innocente.

Et cum esset ducta ad locum tormentorum, accessit dominus Franciscus Vivianus, procurator partis pro deffensionibus, exponens quandam additionem in scriptis eius deffensionis pro illa iam factis, tenore quo audito, fuit ordinatum quod, ut possit causam examinare, differatur tortura usque ad diem mane. Quod factum est, animo [prosequendi].

Die veneris 27 mensis februarii.

Congregato magnifico concilio ordinario in loco solito pro expeditione antescripte ordinationis, absentibus antescriptis, domino Leoprando, (v) fuit post longam considerationem ordinatum quod constituatur in loco tormentorum dicta Dominica, que constituta fuit.

Interrogata num velit veritatem dicere super interrogationibus factis.

Respondit, delato illi prius juramento veritatis dicende, prout tactis [Scripturis] juravit, dixit et deposuit ut sequitur: Io son daben et innocente et detto la verità.

Et dettogli che dice la bugia et non la verità, perché essendo statta cognosciuta da tanti al barilotto non puol negare di esservi statta, et di haver fatti li maleficii de quali è imputata. Et che dica da chi ha imparato a fare tanti maleficii.

R. Mi hanno fatto torto grande, né ho imparato da niuno.

Et cum nollet veritatem fateri, mutatis vestibus ac data aqua benedicta illi pro potu et uno ex panibus sancti Nicolai Tolentini, (120) ligata ad funem fuit elevata.

Et interrogata da chi ha imparato l'arte di far quei maleficii.

R. Da niuno.

Et monita, noluit respondere.

Et cum stetisset in tormento per quadrantem, fuit benigne monita ut velit veritatem dicere et se liberare a tormentis.

R. Ho detto la verità.

Et paulo post cepit clamare et se conqueri pro dolore et dixit: Levatemi giù, che non posso più!

I. che dica la verità, che sarrà levata.

R. La ho detta, ma non posso più.

Et sepius interrogata super singulis.

R. Io ho detto la verità, né posso dir altro.

Et cum stetisset in tormento usque ad tertium quadrantem, interrogata ac monita pro veritate habenda.

R. Ho detto la verità, né posso dir altro.

Extunc per partitum fuit ordinatum quod detur medium ictus funis. Quod factum est. Et antequam compleretur hora, fuit deposita, animo [prosequendi].

Die lune primo mensis martii 1632.

Congregato magnifico concilio ordinario in loco solito pro expeditione cause, absentibus antescriptis, (w) fuit recognita dicta Dominica quod febre laborat. Quapropter fuit ordinatum quod, pro recuperatione illius salutis, mutetur carcer ei assignando stuffettam murata prius fenestra, et supersedeatur in causa donec [aliter disponatur].

Die mercurii 14 mensis aprilis 1632.

Congregato magnifico concilio in loco solito, absentibus domino regente Illino, ser Bernardo Mazzone, ser Carolo Murchio, ser Nicolao Capella, domino Leoprando Sermundo, presente Antonio Menestralino, (z) in quo vocatus intervenit admodum dominus archipresbiter et vicarius foraneus illustrissimi domini domini episcopi Comi, fuerunt lecti presentes processus super generalibus, habito longo discursu stante supplicatio facta per maritum et consanguineos dicte Dominice, ut remittatur ad judicem ecclesiasticum, fuit ordinatum che detta Domenica, per le cause contro lei essistenti nelli processi spettanti il foro ecclesiastico, sia mandata a Como nelle forze di monsignor illustrissimo vescovo. Et tra tanto sia consegnata nelle mani del molto reverendo signor arciprete Murchio, vicario foraneo di esso monsignor illustrissimo vescovo, con la copia del processo, con questo che l'istesso giorno della scarceratione si absenti fuori del territorio di Bormio, et che debba avanti la scarceratione dare idonea sigurtà al canevaro per pagare tutte le spese fatte in detta causa al seguente.

Ancora fu ordinato che, a fine di ristorarla, se gli conceda poter spasseggiare dalla stuetta sin al condotto publico, serrando però l'uscio di mezzo. Et in caso fosse rimandata o ritornasse indietro, sia obligata la sua sicurtà presentarla immediatamente al conseglio, avanti si fermi in niun luoco del conseglio alli signori podestà et regenti, a fine si possa deliberare et giudicare quanto sarrà giusto et conveniente sopra la deffinitione di tal causa, per tutto quello aspetterà alla nostra Giustitia et Giurisditione. Fu ordinato che, volendo la parte mandare la copia delle diffese fatte per detta Domenica, il cancelliero la debba fare, et parimente mandargli la copia delle informationi havute pro fisco.

Die jovis 15 aprilis.

Per magnificum concilium fuit facta taxatio ut sequitur. Primo alli signori del conseglio, per consegli 8, soldi 40 per conseglio. Al signor arciprete l'istesso. Alli servitori soldi 30 per uno. Et ciò come segue:

Al signor podestà consegli 8 lire 16,soldi -
signor regente Grosino 8 lire 16, soldi -
signor regente Nesina 7 lire 14, soldi -
signor Nicolò Imeldi 8 lire 16, soldi -
signor Dorico Alberti 7 lire 14, soldi -
signor Simon Sermondo 8 lire 16, soldi -
messer Gioan Petro Mondino 8 lire 16, soldi -
messer Gioan Giacom Salvador 8 lire 16, soldi -
messer Christoforo Fogarolo in loco del d[ett]o Alberto 5 lire 10, soldi -
messer Vitale Andreola 8 lire 16, soldi -
messer Gioan Noale 8 lire 16, soldi -
messer Not Schmid 7 lire 14, soldi -
lire 180, soldi -
ser Martino di Donato 8 lire 16, soldi -
ser Nicolò Capella 8 lire 16, soldi -
ser Antonio Piller 8 lire 16, soldi -
ser Leoprando cancelliere 5 lire 10, soldi -
cancelliere Zucola 8 lire 16, soldi -
canevaro 8 lire 16, soldi -
lire 90, soldi -
lire 180, soldi -
lire 270, soldi -

a Nicolò servitore

a Domenico servitore

a Joan Antonio servitore

seguono le tasse dei processi etc. contro Domenica Castelera etc.

Die sabbathi 24 mensis aprilis 1632.

Coram illustribus dominis pretore et regentibus comparuerunt ser Franciscus Vivianus, procurator, Andreas Morzellus, maritus antescripte Dominice, et Abundius de Pradella, frater. Fecerunt instantiam pro excarceratione, qua facta fideiussorem et principalem debitorem se constituit pro dicta Dominica pro expensis ut ante, et pro ea consignanda casu quo Burmium quoquo modo rediret Abundius de Pradella predictus, obligando omnia sua bona cum reservatione procedendi contra bona dicte Dominice pro relevatione. Quem promisit dictus Andreas relevare indemnem, casu quo bona dicte Dominice non sufficerent. Successive dicti domini pretor et regentes consignaverunt dictam Dominicam admodum reverendo domino vicario et archipresbitero Murchio presentibus ad effectum ut in decreto concilii, cum protestatione non excarcerandi nisi in die discessus a Comitatu Burmii. Successive dictus dominus archipresbiter et vicarius, uti ille qui vult eam transmittere Comum ad illustrissimum dominum episcopum in executione ordinis concilii, ad preces suprascriptis Andree Morzelli et ad evitandas expensas, contentus est eam consignare eidem Andree, Comum transmittendam habita idonea cautione. Et sic dictus Andreas se constituit fidejussorem erga dictum admodum reverendum dominum vicarium de consignanda dicta Dominica eius uxore Comi in fortiis dicti illustrissimi domini episcopi in termino decem dierum a die excarcerationis, reservato casu fortuito, idest mortis dicte Dominice infra dictum tempus, et sub pena scutorum ducentum monete Burmii, et consignando fidem consignationis facte libere a fide jure.

Actum Burmii in stupha domus domini Leoprandi Sermundi, presentibus domino Francisco Viviano et domino Baldassare Foliano, filio quondam domini Petri Pauli, et messere Jacobo, filio quondam Laurentii della Motta, ac Joanne Troiolo de Semogo.

Sequitur tenor littere scripte illustrissimo domino episcopo.

Die mercurii 4 mensis maii.

Per magnificum concilium fuit ordinatum quod stante quod dicta Dominica est proxime ad partum, aptetur carcer illius eo meliori modo quo possit, faciendo finestram ut lumen habeat, cum sua ferrata.

Adì 16 maggio 1632.

Primo alli signori podestà, regenti, cancelliere Zucola et canevaro del longo processo di testimonianze 51, a lire 25 per uno lire 125, soldi -
alli detti per il processo deffensivo di testimonianze 21, a lire 10 per uno lire 50, soldi -
al cancelliere per la longa scrittura d'ambidoi li processi 35, soldi 15
alli signori podestà et regenti per le visite fatte alle prigioni a lire 4 per uno 12, soldi -
al cancelliere Zucola per la copia del primo processo mandato a Como per Giacom Rampa lire 29, soldi 5
al signor dottor Joachimo per tre visite fatte alla detta lire 19, soldi 10
al detto cancelliere Zucola per il consulto fatto in causa pro fisco lire 39, soldi -
al sudetto per le seguenti scritture mandate a Como con detta Domenica lire 310, soldi 10
primo per la copia del processo offensivo fatto ultimamente lire 15, soldi -
item per la copia del processo diffensivo lire 15, soldi -
item per la copia delle allegationi lire 18, soldi -
item per le contrarisposte alle contra allegationi del Viviano lire 13, soldi -
al canevaro per servitù delle pregioni a soldi 5 il giorno per mesi n° *** lire ***, soldi -
al detto per le spese cibarie et candele a raggione di soldi *** il giorno lire ***, soldi -
al detto per la captura a 8 persone tassate lire 4 per uno dal magnifico conseglio, le quali deve il canevaro bonificare alla Comunità lire 64,soldi-
item al detto canevaro per utensili consumati in pregione lire 1, soldi 10
item alla comare levatrice per più visite lire 10, soldi -
item a Valeria guardatrice per giorni 15 lire 4, soldi 10
item a Madalena, madre di Giorz, per guardia et per governarla quando era amalata et a Giorz che vi fu di notte in compagnia della madre lire 8, soldi -
a Pietro servitore per molta servitù al tempo del parto lire 3, soldi 5
al Menestralino per longa servitù nelle pregioni essendo inferma doppo li tormenti lire 20, soldi -
a Nicolò Rampo per andate fatte a Campo etc. lire 6, soldi 10
al detto Menestralino per andata a Cipina et Isolaccia per citare il conseglio ultimo lire2, soldi -
item al detto per una blanchetta et paro uno calzette dategli al tempo della tortura a Domenica lire 3, soldi 10
item per la metà di lire ***, soldi *** spese per far accomodare la finestra della pregione sopra l'aqua lire ***, soldi ***
item per far murare la finestra della stuetta lire 4, soldi -
item per legne abbrugiate in detta causa lire 8, soldi -
item per onze 1 incenso lire ***, soldi ***
item per datti a 10 testimonii per le diffese lire 7, soldi 10.

Processus deffensivus Dominice de Pradella.

Die jovis 5 mensis februarii 1632.

Coram illustribus dominis pretore et regentibus, citata comparuit Maria, filia quondam Colombani Guerini de Isolatia, etatis sue annorum 57, cui delato juramento veritatis dicende prout tactis juravit dixit et deposuit ut sequitur.

Interrogata secundum interrogatoria producta per advocatum dicte Dominice dominum Franciscum Vivianum, se è vero che Christina, moglie di Vasino Morzello, si sia lamentata con lei nelli suoi prati che si sentiva una massa nel ventre, che fu principio della sua malatia, et che ciò fu avanti che detta Christina dormisse con Domenica Castelera in Dosdé. Et monita de veritate.

R. Andrea mi ha ricercata che dicessi, ma io gli dissi che non sapevo niente. È vero che Christina sudetta ha partorito a suo marito Vasino quattro figlioli in sei anni: il primo io lo levai come comare, (121) il secondo no, perché ero in qualche disgusto con lui, il terzo lo levai, et quando lo hebbe partorito gli trovai dalla parte dritta un bolonzino (122) di robba, et gli dissi: Comare, volete farne un altra? (123) Lei disse: No, che è una cosa che è nata così. Quella cosa andò poi crescendo. Lei tornò a venir grossa, (124) et secondo cresceva la creatura, cresceva ancora quella materia. Quando partorì la quarta creatura, io fui la levatrice, et subito partorita gli dissi: Ne volete fare un'altra? Lei rispose: No, è un'altra cosa. Et gli restò la pancia grossa come prima.

I. se quando partorì la terza creatura detta Christina si lamentava che fosse statta a dormire con Domenica di Pradella sudetta, et che havesse havuto suspicione di lei per tali mali.

R. Lo diceva bene con altri, ma con me no, che se guardava per amore di mia nuora Malgherta di Pradella, che era germana di detta Domenica. Et io lo intesi d'altre parti, et ho inteso che diceva che erano statte quattro a maleficiarla, cioè detta Domenica, mia nuora Malgherta, Barbara et Giacomina Mottisella. Et io lo intesi dalla Mottisella. Ha havuto medici et medicine, né niente ha giovato. Vi fu ancora una donna di Murignone, detta la medica, la quale diceva che non si dovesse havere cattiva cretta, perché era una cosa che gli dicevano la mola. (125) Et io proprio lo ho intesa da lei.

Addens: Quando dissero la messa nova (126) del reverendo prete Nicolò Quadrio, io fui accanto la finestra della prigione di detta Domenica, et parlandogli gli dissi: Comare, se voi non sete stria, hanno fatto torto alla metà. Lei era piccolina piccolina, et era in concetto di esser stria sino allhora, et gli dicevano la striattola (127) di quelli di Pradella. Et monita [de juramento], recte [respondit].

Eadem die.

Coram ut ante citata comparuit Margherita, uxor Tonii quondam Joannis Petrotti de Semogo, etatis sue annorum 55, cui delato juramento veritatis dicende prout tactis [Scripturis] juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

Que examinata super interrogatoria partis.

R. Io non so niente.

I. se fu presente quando il medico di Camoasco la medicò alla parte offesa, per li quali si rompesse la ferita, et quella aperta si ruppe.

R. Venne detto medico et fece dimandar quella donna che haveva levato la creatura, quale era Maria di Lorenzo, la quale non poterono ritrovare, et mi fecero chiamare me, et io vi andai. Lui mi ordinò che gli applicassi alcuni medicamenti, quali applicai, ma non erano in parte che potesse fare rottura, perché mi fece mettere una pezza con empiastri alla natura. Lei Cristina la pendeva adosso (128) detta Castelera, et mi disse che l'haveva imbutata di questo et fatta instanza che gli rendesse la sanità, et che gli rispose che Dio mai gli haverebbe perdonato tal peccato.

Et monita, recte.

Eadem die.

Coram ut ante citata comparuit Appollonia, filia quondam Polonijni de Semogo, etatis sue annorum 27 vel circa, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis [Scripturis] juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. se si è ritrovata presente alla morte di Antoniolla del Cottolo, et essendosi ritrovata se ha inteso che lei habbi dimandato perdonanza a Andrea Morzello di havere calumniato detta Domenica Castelera, et che si trovava in errore per questo.

R. Mi ritrovai alla sua morte, et un'hora et mezza avanti che la morisse sopragionse ivi in stuva Andrea Morzello, et lei subito che lo vidde gli disse: L'é qua Andrea. Perdonatemi, Andrea, se vi havessi fatto qualche ingiuria. Il che faceva con altri che la venevano a vedere.

I. se nominò di haver preso errore a calumniare detta Domenica, sua moglie.

R. Signori, no, io non intesi tal cosa.

Et monita, respondit ut supra.

Die lune 9 mensis februarii 1632.

Coram dominis regentibus citata comparuit Margherita, filia Bartholomei Christopherini della Scala, etatis sue annorum 40, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur super interrogatoria partis: Io fui presente, che ritrovandosi amalata Antoniola del Cottolo et per morire, venne ivi ancora Andrea Morzello, et lei domandò perdonanza a tutti, se per sorte havesse offeso qualcheduno.

I. se nominò Domenica, moglie di detto Andrea, cioè che si trovava in errore di haverla calumniata.

R. Signori, no, non la nominò, né ho sentito niente di questo.

Et monita, recte.

Eadem die.

Coram ut ante citata comparuit Christina, uxor Christophori del Baron de Semogo, annorum 70, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. de voce et fama dicte Dominice.

R. Io ho pratticato, et miei figlioli ancora, in casa di Domenica sudetta, et lei mi ha datto da magnare et da bere, né mi son accorta che mi habbi fatto alcun male. Et se non ha fatto altro male che quello che ho visto io, credo che la sarrà daben. È ben vero che ho sentito delle mormorationi, ma io non so altro, né ho cretta che la gente facci male altrimenti.

Et monita recte.

Eadem die.

Coram ut ante citatus comparuit Christoforus, filius quondam Nicolai Dorici della Barona de Semogo, etatis sue annorum 65 incirca, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. de voce et fama.

R. L'havete havuta tanto tempo nelle prigioni, et saperete se è dabene o no. Se è cattiva, io non la posso far daben. È vero che più volte andando al mio monte in Altumera, (129) et così la mia famiglia, siamo allogiati a casa sua. Ne ha datto da magnare et da bere, né mi sono accorto che ci habbi fatto alcun male. Di voce et fama poi pare che sia mormorata che la fosse stria, et massime che era della razza, perché la sua ava fu pregione per stregha. A me non so che detta Domenica mi habbi fatto alcun male, né ho cognosciuto alcuni cattivi atti. Mi sono ben andati da male delli bestiami, ma non do la colpa né a lei, né a altri.

Et monitus che dica se la più voce del popolo è tenuta dabene, o in suspetto.

R. È suspettata, come ho detto, dalla più parte.

In reliquis recte respondit dicens: Andrea Morzello mi ha ritrovato a Santo Abondio, et mi ha detto che dovevo venir a testimoniar, et che non dovessi dirgli contro, ma dir la verità. Io risposi che haverei detto quello che sapevo.

Eadem die.

Coram ut ante citatus comparuit Vasinus, filius quondam Joannis del Lanfranco de Semogo, etatis sue annorum 70, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. de voce et fama dicte Dominice.

R. Io son statto in casa sua a lavorare et vi ho magnato et bevuto, né mi son accorto mai che mi habbi fatto alcun male. Lei è ben mormorata da qualcheduno che sia strega. Le mie cugnate, figliole di Lorenzin del Blanco, mi dissero che il spirito del quale era travagliata Felizza, mia cugnata et loro sorella, haveva detto che bisognava far tuorre giù le pezze (130) quella di Casteleir, la quale era statta causa di quel maleficio. Ma io di scientia non so cosa alcuna di male. Et ve ne sarranno ancora di quelli che mormorano di lei per tal cosa, a mio giuditio.

Et monitus, recte.

Eadem die.

Coram ut ante citatus comparuit Christophorus, filius quondam Jacobi de Malenco de Semogo, etatis sue annorum 60, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. de voce et fama dicte Dominice.

R. Io ho lavorato in casa della detta Domenica a cusire et a segare. Vi ho magnato et bevuto, né so che mi habbi fatto alcun male. In quanto alla voce del popolo la lascio per quella che è: se è daben, sarrà daben, se altrimenti è cattiva, sarrà cattiva. Non sento se qualcheduno mormora, et per quanto io so, tengo che la sia daben.

Et monitus, recte.

Eadem die.

Coram ut ante citatus comparuit Joannes, filius quondam Nicolai de Vaccariz (131) de Pedenosso, etatis sue annorum 35, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. de voce et fama dicte Dominice.

R. Siamo vicini in Dosdé et a Vacariz et lei, et noi siamo li primi vicini che andiamo o mudiamo là dentro. Io ho magnato et bevuto in casa sua et così mia moglie et li miei figlioli, né so che mai niente ci habbi fatto male. È vero che ho sentito mormorar di lei, ma non so se lo faccino, o perché sia la verità, o per invidia. Io non ho mai visto in lei alcuni atti sospettosi, né altro so.

Die lune 9 mensis februarii 1632. (y)

Coram dominis regentibus citatus comparuit Joannes Francus, filius quondam *** nescit, etatis sue annorum 40, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. de voce et fama dicte Dominice.

R. Io non so se lei è dabene, né cattiva. So che mi ha fatto bene et non so che mi habbi fatto male. È ben vero che di voce comune sono di più quelli che mormorano di lei et dicono che sia cattiva, cioè strega, che quelli che dicono che sia buona.

Addens: È vero che, lavorando in casa sua in Dosdé a fare una stuva, io, senza urtare, né sapere in che modo, cascai giù dritto la paré, et mi persi via (132) et mi sentii male assai al collo. Mi non hebbi cattiva cretta, solo che non seppi in che modo cascassi, perché non fu mia colpa, ch'io sappi.

Coram ***.

Eadem die.

Admodum reverendus dominus Sebastianus Raisonus, curatus Semoghi, testis per partem inductus, interrogatus se intese dal signor dottor Imeldi che l'indispositione di Christina, moglie di Vasin Morzello, fosse una mola, o altro. (133)

R. Venne detto signor dottore a visitare detta donna, il quale mi disse che era una mola. Che poi tal mola procedesse d'arte malefica o no, non lo so.

I. se Toniolla del Cottolo nella sua ultima infirmità, publicamente dimandò perdono a Andrea Morzello di havere calumniato Domenica sua moglie.

R. Non so niente di questo.

Die jovis 26 mensis februarii.

Coram illustribus dominis pretore et regentibus citatus comparuit Vasinus Morzellus de Semogo, filius quondam Nicolini, ad instantiam procuratoris carcerate, testis iam in processu comminato, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit et deposuit ut sequitur.

I. Primo, se sua moglie Christina habbi partorito figlioli doppo l'anno 1625, et se avanti detto anno si sia lamentata del principio della sua infirmità, per la quale è morta. (z)

R. Per mio sapere doppo l'anno 1625 mia moglie Christina ha partorito una volta, di più di questa non so né sì né no et avanti l'anno 1625 non mi riccordo che lei si sia lamentata di quella infirmità della quale è morta. Ben mi pare riccordarmi che dicesse gli era restato il corpo un puoco grande più del solito.

Et interrogata, rispose: (aa) Mighina de Christoforo Morzello sarrà informata.

I. se lui o sua moglie habbin havuto cattiva cretta ad altre che a detta Castelera per quella sua infirmità.

R. Per quello mi riccordo, non ha havuto cattiva cretta ad altre, per quello so, che alla detta Castelera, per quella infirmità.

I. che si dichiari se doppo il principio della malatia ha partorito una volta o due.

R. Non posso dichiararmi altro, perché non so quando si principiasse la sua infirmità, né so in che tempo habbia partorito li altri figlioli, se non quello sopra nominato. Et mi è venuto in memoria, perché in quel tempo cominciai ad adoperare medici et medicine.

Ita exposuit in scriptis sub juramento partis.

Die lune 9 mensis martis.

Coram dominis pretore et regente Nesina citata comparuit Mighina, filia quondam Christophori Morzelli, dicta la Steffana de Trepalle, etatis annorum 48 incirca, que interrogata de voce et fama dicte Dominice de Castelero, dato juramento.

R. Una volta dormii in casa di Vasino Morzello con Christina, sua moglie, la quale mi fece toccare il suo corpo, credo dalla parte dritta, su sotto la coria, (134) una cosa grande come il fondo di un capello, ch'era come un sasso. Et era gravida, et mi dimandò se havevo così ancora io, quando portavo li miei figlioli. Io dissi che no. Et lei sogionse che, doppo che fu a dormire con Domenica Castelera, mai più si era sentita bene, né era statta più sana.

I. se tal donna gli disse che tal materia havesse havuto principio avanti che andasse in Dosdé et dormisse con detta Domenica.

R. Hebbe principio doppo, perché disse che era sana quando andò in Dosdé, né mai l'havevo sentita plurare per avanti di tal cosa. Intesi ben Vasin più volte a dire che era meglio havesse perso le vacche et la frua, che sua moglie fosse andata a Dosdé, lamentandosi ancor lui di tal indispositione. Et de voce et fama pare che quasi (bb) tutti dicono che lei sia strega, et che molti si lamentino di lei.

I. da chi ha sentito questo.

R. Quasi tutti la mormorano. Et di voce et fama lei è tenuta da tutto il popolo per tale, et era più mormorata che niuno di quelli sono statti giusticiati. Et perché di questo è voce publica, io non mi son tenuta a mente di quelli me l'hanno detto.

I. che tempo fu quando dormì con detta Christina.

R. Non mi riccordo certo.

Die lune 9 mensis martii.

Coram dominis regentibus citata comparuit Mighina, filia quondam Christophori Morzelli de Semogo, cui delato juramento veritatis dicende, prout tactis juravit, dixit ut sequitur.

I. de voce et fama.

R. Lei da alcuni viene mormorata per strega.

I. da chi.

R. Intesi dal compare Gioan Battista, figliolo del monico di Semogo, che una volta l'haveva vista tuorsi una cosa fuori del seno et metterla sotto una platta, (135) et che havendo notato il luoco andò a cercarla, né trovò niente. Et questo fu avanti fosse pregione, né altro so di lei.

(a) Nell'originale: formati.

(b) Nell'originale segue, cancellato: insieme.

(c) Nell'originale: che a.

(d) Tutta la frase tra parentesi è stata cancellata nel manoscritto.

(e) Lettura incerta. Forse nel senso di "toccare ferro" (in particolare il "ferro di cavallo"), gesto considerato capace di allontanare la iettatura delle fattucchiere (DELI 2,426).

(f) Sul margine: Malgherta.

(g) Nell'originale segue la ripetizione: Magdalena filia antescripte Jacobine.

(h) Nell'originale si ripete due volte: de Semogo.

(i) Nell'originale l'ordine delle deposizioni da questo punto non è più cronologico fino al 26 novembre, perché sono allegati degli estratti. In questa edizione vengono riportati nella loro successione primigenia.

(j) Lettura incerta. Poco dopo troviamo: post confessum principale crimen. Forse un participio creato analogicamente sul verbo lat. fatēri "dire".

(k) Nell'originale ripetuto: che che.

(l) Nell'originale: die jovis 19 novembris. Il giorno 19 del 1630 era un martedì. A meno si debba correggere il nome del giorno.

(m) Nell'originale si ripete due volte: la la, ma potrebbe trattarsi di una dizione usata, corrispondente all'attuale: al la féita.

(n) Lettura incerta. Scanz è forse un soprannome dipendente da sc'canzàr "scansare".

(o) Annotazione sul margine.

(p) La citazione dei presenti è ripresa da una annotazione sul margine.

(q) Nell'originale, per errore: lui.

(r) Lettura incerta.

(s) L'annotazione degli assenti è ripresa dal margine.

(t) Annotazione sul margine.

(u) Annotazione degli assenti sul margine.

(v) Annotazione degli assenti sul margine.

(w) Annotazione degli assenti sul margine.

(x) Annotazione degli assenti sul margine. Menestralino era inizialmente un soprannome di origine professionale, indicante una carica amministrativa presente nella comunità di Livigno. Anno 1575: fideiussor pro eo fuit Martinus del Menestral; 1625: ritrovandosi il signor menestral insieme con li anziani d'omini di sudetta contrada et il popolo avanti la porta della giesa di Santa Maria di Livigno… scritto per comisione del signor menestral insieme con li anziani d'omini; 1650: al venga il mistrale, che quello lui comanderà, farò… ero statto a bevere fuori alle Presure con il nostro mistrale; 1660: rotto le serature o porte l' al Campazol di mestral Confort; 1662: Gioan Pietro Viviano era mistral, Bernardo Gallo et Gioanni Confortola erano consoli; 1670: datemi quella cappa, che il mistrale ha detto così; 1676: messer Christofero Raysone depose la bacheta di mistrale, e poi vense fuori del taulo, et pigliò un bastone per darmi; 1706: havendo presentito dal suo signor padre che si fanno molti brogli per il mistralato (QInq). Dal lat. mĭnĭstĕriālis "impiegato (pubblico), ministrale" (REW 5588; DEI 4,2466).

(y) Nell'originale questa parte e quella che riguarda il 26 febbraio sono inserite dopo gli interrogatori del 9 marzo.

(z) I tre punti sui quali è interrogato Vasino (Gervasio) Morcelli sono riportati anche in un foglio a parte, allegato in appendice al processo (senza data).

(aa) Lettura incerta di: interrogata, rispose.

(bb) Questo quasi e il seguente sono stati inseriti nell'interlinea, probabilmente come frutto di un ripensamento.

(1) Si tratta del secondo processo per stregoneria: cf. SB068. Domenica Pradella ne dovrà subire un terzo nel 1644.

(2) Cognome tuttora vivo a Bormio e a Semogo (Longa 330), anno 1391: Item dedit staria IIII sallis Morsello de Isolatia die VI novembris (QDat). Deriva probabilmente da un soprannome, da un corrispondente dialett. dell'it. morsello "piccolo morso, boccone, piccola quantità", lat. med. morsellum "porzione, parte, frustolo", mil. morsèl "bocconcello, tozzo" (REW e REWS 5691; GMIL 5,522; Bracchi, BSSV 38,106-7). Cf. Petacci, riportabile a camp. (Castelvetro) pëttàccë "pezzetto".

(3) L'intervento dell'arciprete, vicario foraneo del vescovo di Como, è richiesto soltanto per procedere alla benedizione dei locali prima degli interrogatori, al fine di neutralizzare eventuali attacchi demoniaci. In altri processi che seguiranno si preciserà che la sua presenza ha come scopo quello di assolvere del peccato di eresia che gli stregoni avevano commesso, rinunciando a Dio, alla Vergine, ai Santi e alla fede. Già a partire dal processo contro Balsarino Pradella, fratello di Domenica Castelera, leggiamo: cum interventu admodum reverendi domini Simonis Murchii Burmii archipresbiteri et vicarii foranei pro interesse heresis tantum et non alias. A conclusione dell'incartamento di Malgherta Pradella di Semogo si conferma: Fuit ducta dicta Malgherta, absoluta ab heresi per admodum reverendum dominum vicarium habentem facultatem.

(4) L'inquisizione, completamente laica, è motivata dagli interessi del bene pubblico. Le streghe infatti, comandate dal diavolo di compiere qualche male ogni giorno, erano comunemente ritenute in grado di danneggiare persone, animali e cose, fino a procurare malattie, morte e disastri ecologici.

(5) L'appartenere alla famiglia di stregoni era un indizio pesante, del quale difficilmente ci si poteva scrollare. Si aveva infatti la convinzione che una strega, prima di morire, dovesse passare la propria arte a qulcun'altro, scelto generalmente all'interno della parentela.

(6) La sintassi è concordata qui in modo approssimativo: "stante la denuncia fondata sui fatti trascritti".

(7) Il cognome Ponti sopravvive a Bormio e in Valdidentro (Longa 328 e 330). Dipende in origine dal luogo di abitazione del ceppo familiare presso un ponte.

(8) In Valdidentro abbiamo li Presùra bàsa adiacenza di Val Viola, e li Presùra àlta in Platòr (Longa 313). Lo stesso nome, insieme con la variante senza suffisso Présa e in varie altre forme alterate, si trova fittamente disseminato su tutto il territorio, in alcuni casi in relazione con présa "luogo dove la strada comincia a salire i fianchi del monte", presùra "località per lo più morbida e fertile nella valle o nella montagna" (Longa 293). Nella cristallizzazione toponimica confluiscono probabilmente anche altri appellativi di provenienza diversa: borm. présa "presa d'acqua", gros. présa "captazione di una sorgente; prato irriguo" (DEG 651), ant. presa "parcella di terra acquisita" dalla proprietà comunale, dal lat. med. prĕhensa "presa, acquisto" (REW e REWS 6736; DVT 863-4; Bracchi, BSSV 43,56-8; Sertoli 102; DTL 447; RN 2,271).

(9) Cognome (ora scomparso) che ha origine dal toponimo Pròfa sopra Morignone, località costituita da tre gradoni di roccia sovrapposti l'uno sull'altro, ricoperti di praterie e denominati, in conformità con la loro collocazione, Pròfa bàsa, Pròfa mesàna con Pròfa de Cà (in antico Profa de campo, e Pròfa àlta o Profàlta (Longa 307). La Profa de meço è già citata in una pergamena del monastero di Sant'Abbondio di Como dell'anno 1082, che rivendicava la sua proprietà su quella terra (Manaresi-Santoro 4,164; Bracchi, BSSV 42,56 e 70; Bracchi, Proffa de meço nel secolo XI, in BSSV 57). Lat. prōra "prora della nave" (attraverso proda, proa, prova) passando per un valore geonomastico di "ciglione di monte" (REW 6784).

(10) Ossia senza fermarsi a Semogo, "direttamente".

(11) In origine un soprannome, probabilmente in riferimento al borm. còtola, còtula "caccola di ovino o bovino attaccata al pelo delle bestie", piatt. còtula anche "caccola del naso, muco disseccato" (Longa 114). Un soprannome familiare Còtul è ancora segnalato in Valdisotto (Longa 331; cf. SB129, nota 23).

(12) Aveva dunque ricoperto incarichi di amministratore a nome dei Vicini.

(13) Il riferimento è alla rivolta della Valtellina e dei contadi di Chiavenna e Bormio contro le Tre Leghe a partire dall'estate 1620.

(14) Annota l'Angiolini, Commissario per il Dipartimento dell'Adda al tempo di Napoleone (anno 1811), incaricato di stilare una relazione etnografica sulla Valtellina: La paura superstiziosa che le streghe possano maleficiare i pascoli sui quali confluiscono nella notte per celebrare i loro balli scomposti col demonio ha «suggerito a dei furbi la maniera di sbrigarsi degli armenti che pascolano in tenute di cui si vorrebbe ingiustamente approfittare. Basta solo il gettare una pianella per entro ai pascoli medesimi: questa ritrovata dai pastori li getta nella maggiore costernazione, e gli obbliga ad abbandonare il pascolo a coloro che meno semplici non temono di valersene» AST 8,66). Prima di salire in alpeggio, era tradizione a Cepina colare tra le corna dei bovini qualche goccia di cera benedetta, per proteggerli da eventuali malefici provocati dalle streghe durante i mesi di abbandono della montagna. A Teglio si è prolungato il rito di segnà l gras "salire a recitare il rosario sui prati che circondano le malghe il giorno che precede l'alpicazione" (Branchi-Berti 62 e 192).

(15) Borm. ant. plù prést "piuttosto", solo nella documentazione d'archivio. L'evoluzione semantica è del tutto parallela all'attuale plutösc't "piuttosto". Anche venez. ant. più presto "piuttosto".

(16) Borm. ant. garbigliàs "attaccare lite, litigare, azzuffarsi", verbo scomparso. Anno 1577: torna una altra volta a garbilarte con mia mogliere; 1645: trovò mia moglie fuori della porta, con la quale si garbigliò, perché la incolpava di dette robbe; 1664: non fossi presente quando si garboliorno; 1667: se poi si garbugliassero, se cridassero o se si lamentassero, non so poi niente; 1705: sentì che la se garbiava con la sua nora; 1712: osservar tale zuffa o garbiglia (QInq). Derivato da garbùgl, garbùi "garbuglio, viluppo, intrigo", sem. garbógl, cep. garbögl (Longa 78). Nei documenti antichi affiora anche il soprannome Garboglio, probabilmente attribuito all'inizio a qualche personaggio "litigioso". In ultima analisi composto con bŭllāre "ribollire, fare bolle" (REW 1386 e 1671; LEI 7,280; DVT 443).

(17) Borm. néf màrcia "neve molle, che si scioglie", nella quale il piede affonda e si dura fatica a procedere. A Bormio la Marza era il nome di una prigione sotterranea senza finestre, nella quale si veniva calati attraverso una botola, destinata ai colpevoli dei reati più gravi.

(18) Più avanti si dice, ricorrendo a una variante: viddi detta Domenica in un suo campo, detto Sotvia, detto il campo di Rossegl. Si tratta con ogni probabilità di Roscégl tenuta presso Arnoga, sopra Semogo (Longa 314).

(19) Dalla presenza di un dosso. Borm. dómbola, sem. nómbola, piatt., cep. nómbula, secondo il Monti anche gómbola, lómbola "insenatura e ridosso del terreno" (Longa 55), anno 1664: credo fosse ivi poco lontano, ma sotto una dombola; 1712: vi era un poco di un dombet, circa della longeza d'una latta [= pertica]… per quello poco spatio che poteva capire quel dombet della sepe vecchia (QInq). Una località detta li Dómbola è segnalata anche nella Lu. Lat. lŭmbŭlus "lombo, fianco" (REW 5159). Dalla metafora del "dorso", come il borm. dòs. Tell. ómbul "lombo di maiale". Nella variante gómbola è forse da presupporre l'interferenza dell'appellativo celtico *cŭmba "avvallamento" (REW 2386), che ha dato origine anche a Combo, in dial. Cómp, rione di Bormio ai margini del letto del Frodolfo.

(20) "Pesare la quantità di latte prodotta in un giorno". Serviva per calcolare la quantità di prodotti caseari che spettava a ciascuno di coloro che avevano bestie in alpeggio, al momento della divisione.

(21) Testimonianza del tutto isolata nei nostri documenti. In area retica Filli ricorre come formazione ipocoristica del personale Vigilius (RN 3.1,108-9), con pronucia tedesca.

(22) Borm. la sóa véglia "lui e la sua vecchia, sua madre" , in senso familiare e affettivo, furv. vöglia "vecchia", la Vöglia "la Befana" (Longa 269 e 276), dal lat. vĕtŭla "vecchi(ett)a" (REW 9291).

(23) L'entrare nei prati degli altri a calpestare l'erba era considerato un gesto da evitare nel modo più assoluto. Suscitava sempre reazioni violente, a motivo della scarsità dell'erba. Il cap. 128 degli Statuti civili impone De non eundo per alienas possessiones.

(24) Patronimico cristallizzatosi poi nel cognome Urbani ancora vivo a Bormio e specialmente in Valdidentro (Longa 328 e 330). La frequenza del nome Urbano, riscontrata nei documenti antichi, dipende dal fatto che la chiesa di Pedenosso è dedicata ai santi Martino e Urbano.

(25) "Si era raggomitolata su se stessa e le si era gonfiata la mammella". Borm. öbri "mammella di bestia da latte" (Longa 180), dal lat. ŭbĕr "mammella" (REW 9026).

(26) Fece praticare su di essa la segnadùra, una specie di esorcismo laico (Longa 148 e 223).

(27) Monsignor Sisto Carcano fu in visita pastorale nel 1624, delegato dal vescovo di Como Desiderio Scaglia. Visitò il Bormiese dal 6 di agosto fino al 23.

(28) Se il familiare non ricalca un ipocoristico di Andrea, si tratterà di un soprannome ispirato al borm. dréi, liv., sem. rèi, cep. dréit "grande setaccio per vagliare" (Longa 56), dal celt. *dragios "aglio, setaccio" (REW 2762a). La variante che troveremo più avanti (Vitalis filius quondam Francisci delli Drei de Semogo) depone in favore della seconda ipotesi.

(29) Temendo che fossero mandati dal Tribunale a prelevarla.

(30) Soprannome che dipende da una delle tante località omonime: Sc'calóta sponda superiore della valle di Campello nel Bormiese (Longa 297), Sc'calóta sopra Santa Maria Maddalena, negli Statuti boschivi: ad pontam [= ponte in legno] Saxe Scalotte (Longa 308), Sc'calóta nella montagna de li Al in Valdidentro (Longa 314), da sc'calóta, dimin. di sc'càla "scala" per la conformazione del terreno a gradoni.

(31) Probabilmente già nome familiare di origine professionale, che ricalca il borm. sartór, cep. sertór "sarto", femm. sartóra, sertóra (Longa 217), da cui i cognomi Sartorio, ancora presente a Livigno (Longa 330), Sertorelli (Longa 328) e il soprannome furv. Sartorìn (Longa 331). Dal lat. sartor, -ōris "sarto" (REW 7614), partendo dal caso obliquo, in opposizione all'it. che si muove dal nominativo. Cf. SB129, nota 213.

(32) Dosg'dé, fino alll'inizio del secolo scorso anche Aosg'dé alpe e valle sul displuvio destro della Val Viola, nell'Inventarium del 1553 Aosdé, Avosdé (Longa 309-10), probabilmente dal lat. *adpostatum, *depostatum "posto, collocato dietro" rispetto alla valle principale, derivato da ad (de) pŏst "dietro, a ridosso", da cui Davòs (REW 6684).

(33) Mighina è sorella di Domenica Chierigha senior, e sarà chiamata a rispondere di correità da tutte le imputate.

(34) "Quando avveniva l'elevazione dell'ostia". Poco più avanti il maleficiato deporrà: Quando ero a messa non potevo star sino che la levava il sacerdote et conveniva che mi partissi.

(35) Figlio di Mighina Chieriga, fu ingiuriato come appartenente a "raza buzerona" nel 1627, cf. Quaterni inquisitionum, sorte estiva 1627.

(36) Un mót de li Cùgola non è recensito dal Longa nell'appendice toponomastica del suo vocabolario. Borm. ant. cùgola "palla di legno, boccia, corpo rotondo", negli Statuti civili di Bormio: nulla persona debeat ludere ad cugolas cum mazijs nec da manus in Terra de Burmio (c. 132; Longa 119; Bracchi, BSAV 3,32-6). La motivazione si deve forse ricercare in qualche inarcamento del terreno a forma tondeggiante. In una citazione d'archivio la voce sembra emergere nel senso di "sasso" (rotondo). Anno 1583: esso Laurentio arispava [= raccoglieva] lì delli cugoli per far calzina (QInq). Lat. tardo *cŏcŭla variante popolare di cŏchlea "chiocciola, conchiglia" (REW e REWS 2011).

(37) Forbesgiàna pascoli sul versante sinistro della Val Viola (Longa 310), negli Statuti boschivi Formesana, anno 1713: di chi sia questo monte di Forbesana (QInq). Se la forma con la b è quella originaria, si potrebbe risalire all'immagine della biforcazione, come per Forbici bocchetta sopra Franscia in Val Malenco, e per Forbicina alpe di Val Malenco, in dialetto Forbesina (Sertoli 58).

(38) Dal noto astrologo operante in questi anni.

(39) Il cognome Sosio è attualmente uno dei più ramificati a Semogo (Longa 328 e 330). Anno 1564: Burmus filius Sebastiani Burmii del Soz de Livigno… Margaritte filie Sebastiani Burmi Sozi de Livigno; 1584: comparuit Vitalis quondam Tonii del Sosio de Semogo; 1590: constitutus Iacobus quondam Tonii del Sosio de Semogo; 1604: Iohannem quondam Tonii del Sosio… è venuto su detto Gioan del Sos (QInq). Probabilmente al principio indicava la provenienza della famiglia da Suoz in Engadina. In un documento bormino del 1697 leggiamo: et andassimo a Sos, dove ritrovò un signore è statto podestà a Teglio… lo lasciassimo a Sos con un signore. Noi andassimo a Tavò (QInq), cioè a Davòs (Bracchi, BSSV 34,38-9).

(40) Borm. ant. smorzàr, smorenzàr la lùm "spegnere la lucerna" (Longa 240). Rispettivamente dal lat. tardo *exmŏrtiāre "far morire" o dal part. pres. di *exmŏrĕre (REW 185, 3024a, 3024c e 5695; DVT 1143). Il fuoco era considerato quasi un essere vivente, un mostro addormentato. Il ravvivarlo dalla cenere (borm. pizàr, Longa 198) è stato espresso con un verbo che significa "aizzare con una punta", borm. pìza "punta" (liv. pigliér al föch "accendere il fuoco"), lo spegnerlo come un "farlo morire", a Livigno, in modo ancora più esplicito, abbiamo mazér al föch "spegnere il fuoco".

(41) Secondo la convinzione della gente, il fare il segno della croce prima di addormentarsi, avrebbe preservato dai pericoli notturni.

(42) Nel senso di "perciò", lat. per hoc "per questo" (REW 4158).

(43) Borm. un ròc' de càbra "un gregge di pecore". Borm. ròc' "mandria, gregge, covata, stormo, turba" (Longa 212), dal lat. rŏtŭlus "rotolo", attraverso le accezioni intermedie di "corpo rotondo, ammasso (tondeggiante), raggruppamento" (REW 7397; DVT 954).

(44) Si riteneva che la vista di un lupo (o di un orso) provocasse la perdita della parola.

(45) Pra, bàita de Camp sul versante sinistro della Val Viola (Longa 311).

(46) Poco oltre ritroviamo: haveva detto con lei: Mercè ti, che mi son stria, che mi ha insegnà l'ava mia. Ma la sua lava è morta, né altro so. L'inciso mercè ti, marcè ti è un'interiezione che serve a premunirsi prima di pronunciare qualcosa di grave. La grafia di l'ava, lava "nonna, ava" oscilla ancora tra la forma agglutinata e quella sciolta, dal lat. ava "ava, nonna" (REW 813), dimin. la laìna (Longa 122).

(47) Pozagliéira sulla sinistra di Val Fosc'chègn verso Esòla (Longa 313), negli Statuti boschivi fontana della Pozaglieira. In Valdisotto Pozàgl. Derivati dal lat. pŭteus "pozzo" e anche «avvallamento" (REW 6877).

(48) Cognome tuttora persistente a Semogo e propagatosi anche altrove (Longa 330). Nei documenti antichi si trova alternanza tra le forme Lanfranchi e Lafranchi. Dal personale Lanfranco di origine germanica.

(49) Ora Ernòga sopra Semogo (Longa 310), a Piatta li Arnòga, anno 1548: in buscho de Renoga, ubi dicitur le Birche (QCons); 1658: posedeva un locho a Ernoga; 1660: quel fieno, che era in tabiato, l'haveva tolto su a Renoga; 1660: se fu a Arnogo il giorno avanti la festa de santo Ioseffo; 1713: l'ultima locatione fu fatta di 3 montagne, cioè di Valdernogha, Stabelzimel e Fosca(g)no… Foscagno, Valdernogha e Stabelzimei (QInq). Negli Statuti boschivi di Bormio troviamo però la variante Renoga (c. 57), che si ripete in tutta la documentazione successiva più antica. Alle varie proposte avanzate, sembra perciò da preferirsi una derivazione dal celtico *rēnos / *rīnos "torrente, corso d'acqua", borm. rin "torrente, ruscello", con un suffisso caratteristico dello stesso sostrato linguistico (REW 7327).

(50) La lode e l'augurio erano considerati di cattivo auspicio. Avrebbero agito in senso contrario al loro contenuto. «Questa superstizione deve probabilmente spiegarsi con la credenza alla nemesi, cioè alla divisione dei beni e dei mali nella vita, credenza che ancora vive nel popolo greco» (De Gubernatis, Usi natal. 210). Da questo modo di concepire la realtà nasce l'augurio it. In bocca al lupo! (QS 9,309-10; 10,130).

(51) Espressione che ricorre altre volte in contesti simili. Sembra che voglia dire: è spacciata.

(52) Tale nomignolo apparirà nuovamente nell'ultimo processo a cui sarà sottoposta Domenica Castelera nel 1644. Borm. céga, cìga "nebbia leggera, foschia" (Longa 46). Si riteneva che le streghe potessero influire sui mutamenti atmosferici, spargendo nell'aria le loro polveri e che, durante le tempeste, volassero tra i nembi. Secondo la testimonianza di Ignazio Bardea, la grande campana di Bormio, detta la Baiona "capace di abbaiare forte", era stata benedetta perché con la sua voce potente tenesse lontani i turbini. «Vuolsi che la Bajona così fosse chiamata per ingiuria delle supposte streghe che al suono di quella campana impedite venivano di operare, con tempeste e malie e rovine, le lore scelleraggini» (Bardea, MEccl 1,423).

(53) È il padre di Giacomina imputata di infanticidio nel 1628, dopo che si rinvenne il corpicino di un bimbo mutilo di molte parti del corpo. Le streghe erano sospettate di essere le autrici delle mutilazioni. Confessavano di usare le membra dei piccoli per cuocerle con altri ingredienti ributtanti e ricavarne gli unguenti e le polveri.

(54) Borm. quagliàda, valli quaglièda, quagliéda "cagliata, giuncata, il latte dei grani" (Longa 118), dal lat. coagŭlāta "cagliata" (REW 2005); borm. scimùda, sem. scemùda, sciömùda, cep. scemùda, furv. sciamùda "formaggio magro fatto con la giuncata spremuta" (Longa 229), di etimologia discussa. Forse da un participio derivato da exĭmĕre "cavar fuori, estrarre" dalla caldaia, nell'accezione di "cacio appena fatto", o da ex sottrattivo e hūmēre "sgocciolare, spremere" DEG 788). Si pensi al trent. (Roncone) sprèsa "formaggio magro più o meno stagionato, tipico delle Giudicarie Inferiori, molto conosciuto e apprezzato" ( Salvadori 425), zold. sprès "formaggio fresco" < lat. exprĕssus "spremuto" (Croatto, AAA 91-2,174), cad. (Oltrepiave) sprès "formaggio fatto in casa", al crése cóme l sprès n tél mul "cresce come la forma di formaggio nel recipiente dove lo si cola e lo si pressa", cioè cala (REW 3057).

(55) Borm. ant. pizàr "beccare", poi anche "mangiare", da pìza "becco", piz "a punta" (Longa 198).

(56) Borm. ir indré, indré "regredire, peggiorare, deperire" (Longa 89), con la ripetizione dell'avverbio per formare un elativo.

(57) Borm. sc'ternùm, furv. sc'tarnùm "strame" (Longa 247-8), dal lat. stĕrnĕre "spargere", con l'aggiunta del suff. collett. -ūmen (REW 8248).

(58) Borm. ant. sg'variàr "vaneggiare, delirare", verbo non più vivo in questa accezione, ma ricorrente nei documenti del passato. Anno 1647: alle lune pareva alterata et svariava nel parlare; 1663: al principio pareva che svariasse un poco nel pasar delli dossi, e credo che havesse vino in testa; 1690: questa Cattarina è un poco svariada, ma mi non posso dire d'alcun male; 1711: variava tantin del cervel… fu osservata varietà di cervello… quei che varian han sempre vergotta (QInq), dal lat. variāre "variare, non essere stabili" con prefisso intensivo ex (REW e REWS 9152), gros. svariàs "svagarsi, divertirsi" (DEG 873), tart. svarià "distrarre, distogliere l'attenzione da qualcosa" (DVT 1240).

(59) Borm. sc'trosgiàr cóntra "rasentare, sfiorare, sfregare, strofinare" (Longa 251), dal lat. *extrūsāre "" (REW 3107).

(60) Non è chiaro il senso dell'avverbio. Forse "fece praticare la segnatura accanto al posto" dove la bestia era stata toccata. Borm. segnadùra "pratica esorcistica laica" (Longa 148 e 223).

(61) "Del ceppo vecchio", ossia "della progenie di streghe".

(62) Borm. la canàl del téit "la doccia del tetto, ossia il tronco d'albero incavato che si pone lungo l'estremo lembo della gronda" (Longa 99), dal lat. canālis "canale, condotta d'acqua" (REW 1568).

(63) Tra gli effetti del maleficio, quelli considerati più significativi sono la sensazione di brivido (lo "sgrisolo") e lo smagrire fino a consumarsi (il "seccare").

(64) Di questo dubbio pieno di buon senso non si tiene alcun conto.

(65) Liv. anzòla "capretta", dimin. al zolìn "caprettino", um bèl zolìn (Longa 21), borm. ant. olzòla, anno 1564: si lamenta che gli mancha tre pecore et due olzole; 1598: capre una, una olzola; 1647: gli è statto robbato un olzolo [termine corretto su bozzo "capro" 1648: saltò nel nostro orto una olzola del detto Gabriele… erano andati alcuni olzoli int un orto… dietro ad una olzola; 1691: [la capra] la diede, essendo olzola, a Reinald… nel tempo che voi havete havuto detta capra, sapete habbi pigliato olzol… chi l'habbi menata a pigliar olzol [= essere fecondata]; in senso traslato, anno 1588: il soprascritto puto li cridava adrieto spexe volte et li ha cridato drieto dicendo holzolo, et mi sono andato in colera (QInq). Dal lat. *haediŏlus "capretto" (REW 3973).

(66) Valdidentro, cep., Santa Lucia rèt "topo", borm. rat (Longa 209), a Piatta i Rat soprannome familiare, in Valdisotto i Rèt (Longa 332).

(67) "Del parentado, della razza di streghe", appena sopra "zeppo vecchio". Il termine parentà è caduto dall'uso in favore di parentèla.

(68) "Mezzo peso di latte per ogni mungitura", al mattino e alla sera, in coincidenza con la somministrazione del fieno. Borm. pés "circa 8 chilogrammi" (Longa 195).

(69) Montàgna, pra, casina, gras de la Ròca fra i Dòs e Trepàl (Longa 318). Una Ròca è anche segnalata sul Monte Vallecetta sopra Piatta (Longa 308). Da *rŏcca "roccia" (REW 7357). Dosg'dé ampia valle che si apre sul versante destro della Val Viola (Longa 309-10).

(70) Borm. sc'fletàr (su, ó) "affettare, tagliare a fett, fare a pezzi" (Longa 225), qui "asportare a pezzi per non farsi accorgere", denomin. da fléta "fetta", far ó a fléta "tagliare a fette" (Longa 68), dal lat. ŏffŭla "piccola focaccia, schiacciatina", con suff. dimin. -ĭtta (REW 6047).

(71) Dial. chesét "baitello seminterrato in alta montagna, generalmente con acqua corrente, per la conservazione del latte", dimin. di casa "capanna" (REW 1728).

(72) Il cognome Trabucchi persiste a Semogo e si è diffuso anche altrove (Longa 328-30). Anno 1495: et libras tres imperiales a Trabucho pro boschatico busc[h]i Arzezi (QCons); 1508: Martino Tognii Trabuchi, qui fuit Balneum (QDat); 1649: in casa di Cristina di Trabucho (QInq). Furv. trabùc' "trabocco, luogo del sagrato dove si buttavano i cadaveri" (Longa 262). L'uscita in palatale dipende forse di un più antico uso al plurale. Deverb. da traboccare, prov. trabucar derivato dal francone būk "ventre", fr. tréboucher "inciampare, incespicare", it. trabocchetto (REW e REWS 1376; REW 8864; DEI 5,3846-7; DVT 1301-2).

(73) Praguzón, Preguzón adiacenza di Arnoga (Longa 313), negli Statuti boschivi Prato Guzono. Probabilmente dal nome (o soprannome) dell'antico proprietario.

(74) Cf. ACB, Quaterni consiliorum, sorte invernale 1630-31 e primaverile 1631, 7 maggio 1631: tutela di minori figli di Maria Petrogna e di Bernardo Tampello. La famiglia malfamata dei Tampelli è imparentata con i discendenti di Caterina Petrogna, che fu assolta dal reato di stregoneria nel 1610. Piatt. tampelèr "tagliare l'erba dove il terreno è accidentato", attraverso i valori di "cincischiare, darsi da fare senza concludere molto, armeggiare intorno a qualcosa", anno 1644: con la spada sfodrata et gli tampellava adosso; 1670: lo viddi andar tampellando lì dietro. Che cosa facesse non so, se cavava lumaghe o altro (QInq). Da una base elementare *templ- espressiva di percussione ritmica, quindi di movimento ondeggiante, di indecisione, incertezza (REW 8626; DEI 5,3754 e 3793). Gros. tampelèr "rovinare una superficie praticando tagli; importunare con chiacchiere insistenti" (DEG 883).

(75) Il vebo pluràr "piangere, lamentarsi" è caduto dall'uso, ma trova una buona attestazione antica, dal lat. plōrāre "piangere" (REW 6606). Anno 1598: intrata nella corte, sentitte a plurare; 1610: si plurava d'un genocchio, dicendo che l'era droverzata [= rovesciata, caduta]; 1660: ha plorato qualche cosa; 1660: si plurò con lei che di questo fatto fusse datta la colpa a lei; 1680: haveva dolor di testa et sempre prorava (QInq).

(76) "Ci siamo unite", dopo averle raggiunte. La prima persona plurale è ancora espressa con la desinenza lat. -imus, mentre nell'uso attuale è stata rimpiazzata dalla terza singolare impersonale derivata da nos homo + terza persona sing. (Rohlfs 2,249-53). Il Longa registra: nó parlàom / nó m parlàa "parlavamo, nó parlàsom / nó m parlàs "parlassimo"; nó m par, nó paréom / nó m paréa, nó m parerà, nó parerésom / nó m parerés; borm. nó m s'é, furv. no n só / cip. nó m sé, nó sém, liv. nó sóm, no n s'èra, trep. nó m'àra / liv. nó àrom "eravamo", liv. nó sarèm "noi saremo", nó saròm "noi saremmo", nó séiom "che noi siamo", cep. fósum, liv. fùsom "fossimo"; liv. nó èm "noi abbiamo", nó arèm "avremo", nó aròm "avremmo", àbiom "che noi abbiamo", ösom "avessimo"; borm. nó m dàa / nó dàom "davamo" (Longa 338-45).

(77) Borm. valés "valtellinese che abita al si sotto della stretta di Serravalle". Dal lat. vallis "valle" col suff. -ensis applicato spesso a etnici (REW 9134).

(78) Borm. ant. càsa de föch "cucina", caratterizzata dalla presenza del focolare. Sintagma scomparso con la ristrutturazione degli ambienti. Anno 1551: in culinam seu domus ab igne… in domo ab igne Gotardi dicti de Zurdo… Andrea entrò nella sua casa da focho; 1553: cum teya una ab igne "con una malga provvista di ambiente per accendere il fuoco" (Inventarium, cf. Longa 294); 1559: dentro de uno usso de una casa de fogo; 1578: me feci portar un lume da la moglie del hoste nella casa da fuocho… andando mi nella casa da fuogo; 1588: andai in casa de focho et subito me sarrorno dentro, che vuolsi morir de tanto fumo; 1630: mi son ritrovato mancare in stuva et casa da fuoco circa 2 stara di formento et segala… chiave della stuva et cuzina (QInq). Da un lat. med. casa de focu "casa del fuoco" (REWS 1728). Ossol. cadafóch, svizz. it. cà da fögh, cà da füm "cucina" (AIS 5,942; VSI 3,53-63; Bosshard 304-5), basso eng. cadafö "cucina", surmir. tgadafì "cucina" (DRG 3,140-44), breg. césa dal föch "cucina" (Guarnerio, RIL 41,394), gros. bàita de föch "cucina" (DEG 193), valt. (Albosaggia) cà del föch (Monti 36), Poggiridenti cà däl föch "cucina", cà däl fórän "forno" , Gerola baitèl dal föch "baitello in cui si accende il fuoco" per evitare di incendiare la stalla (IT 17,21), val San Giacomo c(hi)è da föch "cucina" ( Zahner 161), chiav. (Olmo) c(h)ià da fög(h)' "cucina" (Bracchi, Olmo 91).

(79) Borm. delónch, piatt. anche dulónch, furv. dalónch "subito" (Longa 50), dopo aver atteso "da lungo" tempo. Surselv. daluntsch, eng. dadlöntsch "da lontano" (DRG 11,429-33; REW 5116 e 5119), liv. da lónc(h)' "lungi" (Longa 349).

(80) Sarà chiamata a rispondere di correità da tutte le imputate.

(81) Borm. àsgi, liv., sem. èsgi, furv. ésgi "siero del latte inagrito" (Longa 23), dal lat. acĭdus "acido" (REW 105). In qualche parte si adoperava in cucina come condimento al posto dell'aceto o per bagnare la cote, in modo che avesse più mordente sul metallo.

(82) Borm. m'à più podù far masc'càrpa fin che m'à mudà "non abbiamo più potuto fare ricotta finché siamo scesi dall'alpeggio". Borm. masc'càrpa, valli masc'chèrpa "ricotta stagionata" (Longa 142). Le streghe sembrano prediligere i malefici provocati sul latte come sorgente della vita, e sui suoi derivati. Sono infatti concepite come madri in negativo.

(83) Borm. ant. pelòt "coperta di pelli con lana" (Longa 194). Anno 1671: comparve detta Maria con un pelott et una coperta sott braccio sanguinata; 1712: un pellot et un lenzolo… un pellot di pel di pecora frusta (QInq). Qui ancora nel senso primitivo di "pelle coperta del suo pelo". Si dirà poco sotto: Alla fine la vaccha morse. Et haveva secco il pelotto adosso. Anno 1653: far pigliar gió il pelot alle poledre et gettarle gió nella valle… scortigare le cavale; 1665: viddero detto pelloto et mi dimandorno che pelloto fosse quello… de bestia andata a pica [= caduta], perché il pellotto si pellava già (QInq).

(84) Borm. osc'téir "oste", osc'téira "moglie dell'oste". Più che di un professionale, potrebbe trattarsi già di un soprannome.

(85) Qualcosa di spropositato, dal momento che il pés corrispondeva a circa 8 chilogrammi (Longa 195).

(86) "In gran pensiero". Anno 1602: mi venne in fantasia d'andar dentro a farmela dare; 1607: siamo di fantasia di tuore un minale [= misura] di formento; 1630: che lo toccasse, non li feci fantasia; 1657: non lo so, perché non gli ho fatto fantasia (QInq). Dal denominale della stessa voce gr.-lat. phantasiāre "essere presente alla mente, avere visioni (spiacevoli)", quindi "essere oppresso dall'emozione; ansimare" (REW 6459; DEI 4,2751-2) derivano il borm. pantesgiàr "respirare con affanno, gemere" sotto l'effetto di un incubo, furv. mantesgèr per sovrapposizione di màntesc "mantice" (Longa 188), gros. pantegèr "respirare con fatica, ansimare" (DEG 596), montagn. pantegià "ansimare fortemente, sbuffare" (Baracchi 79), tart. pantegià "l'agitarsi delle mucche quando hanno indigestione o nei dolori del parto; agitarsi respirando a fatica e ansando" (DVT 767).

(87) Il riferimento al possesso di un mulino è testimoniato appena più oltre. Ma forse si tratta già di un sintagma cristallizzato in forma soprannominale.

(88) Poco sopra: Gioanni, detto il Franco, che era nepote della Motta. Sotto è detto più familiarmente Francot(to), uno germano della Mottisella, detto il Francot.

(89) Gaglia è cognome ancora diffuso specialmente in Valdidentro (Longa 327 e 330).

(90) Probabilmente per tenersi pronto a fuggire, in caso che venissero ad arrestarlo, come appare da quanto segue.

(91) Li Dórna frazione di Trepalle (Longa 316). Anno 1160: peciam de sua portione de alpibus de Ledorna de loco Bulmi (Perg. Arch. di Stato di Torino); 1178: de alpe una que est in territorio de Burmis et dicitur alpis Lidorna; 1223: qui tenent alpem de Liorna; 1228: in valle et in alpe de Lidorna in territorio de Burmio (Inv. chiesa di Sant'Antonio di Combo); 1304: et tegiis [= malghe] in Lidorna, ubi dicitur in Valeza; 1537: causa pecudum tesinorum et pro ponte de Lidorna (QDat); 1557: datas Vitali del Gaglia pro aptando viam de li Dorna (QRec); 1588: giongendo loro quasi presso il ponte delle Dorne qua in Trepalle; 1610: de lacte dato Mighine delle Dorne; 1631: Silvestro di Zen delle Dorne; 1658: Silvestro di Zen de li Dorne, chiamato l'Olcello (QInq). Forse dal gall. durnos "pugno" (REW 2807) per mediazione di un valore geonomastico di "altura, colle, rilievo".

(92) Gioachimo Imeldi.

(93) Nome familiare che risale dall'Engadina. Significa alla lettera "casa di Paolo" (RN 3.1,315-6).

(94) Borm. ant. carbonéira "carbonaia". Cumulo di rami accatastati e ricoperti con uno strato di un palmo di terra, dentro cui si faceva covare il fuoco fino a che la legna fosse diventata carbone. Il cumulo, il quale aveva un diametro di circa sei metri, era detto in dialetto pogliàt o poiàt, o pogliàt del carbón, nome che si sovrappone a quello che significa "pollastro" (Longa 103 e 202), e che popolarmente era stato rietimologizzato in tale senso, perché assomigliava ad una gallinella accovacciata. In realtà la voce sfociata nella prima accezione deriva dal gr.-lat. *pŏdiāta "catasta" (REW 6627; REWS 6625a; DEG 657; DVT 873-4).

(95) Borm. ant. beàdich "nipotino, abbiatico", femm. beàdiga (Longa 28), dal lat. aviātĭcus "nipotino" (REW 825).

(96) Forse variante di Borm(o), usato come nome personale. In un altro processo del 1630: Polonin di Brum di Appollonio, quale era spiritato (QInq).

(97) Borm. margnàch "babbeo, zoticone" (Longa 141), probabilmente formazione parallela a borm. marnìga, liv. margnìga "gola grossa, gozzo", gros. margnìga "gozzo" (DEG 519) per il collegamento accertato tra la presenza del gozzo e i disturbi mentali. Forse in relazione con la base prelat. *marna "recipiente", risalendo alla metafora del gozzo come "pentola" (Stampa 174).

(98) Borm. biscì che "che almeno", biscì "almeno, se non altro", cep. bescì, furv. buscì (Longa 33). Corrispondente dell'it. bensì.

(99) "Che radunava strame". Borm. ant. paresgiar "preparare, procurare" è ormai in fase di scomparsa, paresgiàs de dir, de far "apparecchiarsi a dire, a fare", paresgiàs de ir a l'àltro mónt "prepararsi a morire" (Longa 188-9), Isolaccia paregiàs de "prepararsi a" paregiàs de brancàli "prepararsi a ricevere le botte". Corrisponde all'it. apparecchiare (DEI 1,250), lat. tardo *apparĭcŭlāre da *parĭcŭlum "parecchio", nel senso di "accumulare nel preparativo" (REW 537).

(100) Val, alp, sc'pónda de Cardoné sul versante destro della Val Viola (Longa 311nell'Inventarium del 1553 alpes de Cardoneto. Dal lat. tardo *cardōnētum "terreno ricoperto di cardi" (REW 1685). Nella stessa fascia geografica troviamo anche la Val de Cardón e la bàita de Cardoneìn.

(101) Soprannome dato in riferimento alla statura, da borm. pìcen, furv. pìcian "piccolo, piccino; bambino" (Longa 196). Da una base espressiva *pikk- / *picc- "piccolo" (REW 6494; DEG 637-8; DVT 843-4).

(102) Borm. ant. mùma "la mamma degli uccelli", la mùma la porta la pizàda ai séi usgeglìn "la mamma porta l'imbeccata ai suoi uccellini" (Longa 164), variante di mamma (REW 5277). Qui "nonna", perché aveva fatto le veci di madre. Le voci infantili hanno spesso un'estensione vasta nell'ambito familiare. Il termine è ora sconosciuto. Anno 1573: venne una puttina, qual disse: Moma, hanno amazato il barba Giacomo; 1583: Moma mia! Poveretta mi!; 1602: lasatelo andar, che l'é po' anche figliolo di quella momma che l'é; 1639: la detta Lotia [= Lucia] disse: Che vol dire, moma, che sete scurentata [= spaventata]?; 1675: mi dimandò perché non la volevo. Io li dissi: Perché no, che il me ta [= tàta "papà"] ha lascià che non vi tolessi e mia moma anche lei non vol (QInq).

(103) Borm. vedréta "ghiacciaio", in genere di piccole dimensioni (Longa 268). Qui è singolare la variante nel genere maschile. Anno 1626: li convenne passar via la vedretta e andorno sino via nelli prati di Martin di Donà; 1651: le mandrie eran de là del'aqua, fuor che una, che è dentro sotto la vedretta… pascolavan sino alla vedreta; 1682: mi sono cascate giù per le vedrete; 1660: le ho trovate su alla volta della vedretta (QInq). Dal lat. *vetĕrĭcta "località dove si è accululata la neve invecchiata", da vĕtus, -ĕris "vecchio" (REW e REWS 9292; HR 2,981; DVT 1383; EWD 7,280-1).

(104) Borm. ant. barlòt, barilòt "convegno delle streghe, sabba". Poco sotto in questo stesso processo: Ho cognosciuto al barilotto in Platòr Domenica di Castelero. Anno 1631: vi saranno persone, quali deponeranno haverla vista al barlotto; 1631: se essa haveva conosciuto le tante persone che diceva detto Abondio, et se quelle venevano alli barlotti; 1631: se ha cognosciuto detta Giacomina al barilotto… deposuit eam cognovisse in numero aliarum ut dicitur al barilotto (QInq). Da una base elementare *barl- che esprime "ondeggiamento, oscillazione, instabilità" (VSI 2.1,205-9; LEI 5,1215).

(105) Platòr sponda aprica in Valdidentro da Scègn a li Esòla (Longa 313), negli Statuti boschivi Pratorto, nell'Inventarium del 1553 Pratorro, dall'antico sintagma in sumbo pratorum "alla sommità dei prati", negli Statuti boschivi: a sombo ipsarum Scalarum a manu dextra eundo usque in sombo Pratorro (c. 22; Credaro, St. Garzetti 125); anno 1565: in Pratorro de subtus via, ubi dicitur ai Clus (QInq); 1579: pasando le tesine su per Pratoro; 1611: ritrovandosi noi soi soli su in Pratorro a far con fieno (QInq); altro Platòr prati a Morignón a est delle case del Mót, spurgati dal petrame di alcune frane staccatesi dalla Val Màla (IT 26,157). Al sasc de Pràda con vasta distesa prativa sopra Pedenosso, sotto le torri di Fraele. Dal lat. prata "prati" (REW 6732).

(106) Declinazione di generalità dalla quale è facile dedurre la gravitazione degli imputati intorno a un medesimo nucleo familiare.

(107) Borm. ant. frùa "ogni frutto della terra (prìma, segónda frùa), ma più spesso il ricavo dei latticini" (Longa 75). Anno 1572: ha misso man sopra le frùe de un campo; 1582: mi fudeva [= era stato] robbato frue fori delle mie possessioni; 1637: dovessero bene custodirle [le vache] et regolarle condecentemente et tener conto della frua; 1702: quando si menava giù le frugge della malgha di Cipina… vense su [in Ombraglio] per pigliare frua per il suo bestiame, che haveva nella malga di Cipina (QInq). Dal lat. frūges "frutti, prodotti (della terra)" (REW 3546).

(108) Borm. ant. ir in òlta "andare intorno", dar, tör l'òlta "attraversare la strada a una bestia fuggita, per farla tornare indietro" (Longa 181), subito qui di seguito: andai alla volta, con conservazione della v-, dal lat. *vŏlvĭta "volta, giro" (REW 9445).

(109) Era convinzione diffusa che le streghe si potessero mutare in animali. Tra tutti, i gatti godevano le preferenze, e tra questi, quelli di pelo rosso. Più sopra troviamo che le imputate sono sospettate anche di metamorfosi in lupo e in topo.

(110) Da questo e da altri dettagli è possibile cogliere un crescendo nella suggestione collettiva, a motivo del diffondersi della cattiva cretta.

(111) Domenica si riferisce quasi certamente alla lettera del notaio Giovanni Antonio Rusca, cancelliere della curia episcopale di Como, senza data, trascritta più avanti.

(112) Francesco Viviani fu il primo notaio di Livigno, contrada che gli diede i natali. Apparteneva a una delle famiglie più facoltose di quella lontana Vicinanza, la quale non aveva eguali diritti di rappresentanza in seno alla Comunità di Bormio. Ricoprì cariche pubbliche di rilievo: nel 1628, per esempio, fu reggente. Risulta defunto nel 1633 (cf. ACB, Quaterni consiliorum, sorte estiva 1633, agosto 6), quando il consiglio ordinario ordinò la surroga di b[uona] m[emoria] di messer Francesco Viviano.

(113) Nel confortatorio in attesa dell'esecuzione della sentenza di morte (decretata il 27 gennaio 1632), Apollonia del Folonaro ritratta in favore di Domenica Castelera (in appendice la dichiarazione del sacerdote Lorenzo Nisina). Il 3 febraro 1632, a favore di Domenica de Casteleir si decreta che siano esaminati molti testimoni sui capitoli che non appaiono del tutto convincenti (cf. i fogli allegati in appendice al processo).

(114) La prima data segnata nel processo di difesa (in appendice) è: Die jovis 5 mensis februarii 1632.

(115) Ci si aspetterebbe il caso accusativo.

(116) Borm. lìra "antica misura di peso e di capacità", prima dell'introduzione del sistema metrico decimale, montagn. lìura, lìvra "libbra, che valeva circa 8 ettogrammi" (Baracchi 66), tart. lìra "misura locale di peso equivalente a 30 once = hg 8,04" (DVT 585), dal lat. lībra "libbra, misura di peso di 12 once" e anche "bilancia a due piatti" (REW e REWS 5015; DEI 3,2246; (Rohlfs 1,372-3; DRG 7,467-9).

(117) Si tratta probabilmente di uno strumento di tortura.

(118) Borm. ir al diàul "andare al diavolo, in rovina" (Longa 94), ir (fìna) a cà del diàul "andare in un luogo lontano, sconosciuto", qui nel senso traslato di "aver dato retta al diavolo", col rischio di "finire all'inferno".

(119) Notto apparteneva a una famiglia originaria d'Oltralpe trasferitasi a Premadio. I suoi ascendenti esercitarono principalmente la professione di fabbro, e dalla professione furono cognominati Schmid o, più frequentemente, in lingua italiana Ferrari. Il fratello Vasino (Gervasio), che compare nel processo a Malgherta Pradella, nell'interrogatorio del 22 novembre 1630, sarà citato con il cognome in forma italiana. La famiglia ottenne la piena cittadinanza, secondo il capitolo 37 degli Statuti, con decreto del magnifico consiglio del 28 agosto 1630 (cf. ACB, Quaterni consiliorum, sorte estiva) che recita: Ancora essendo nel predetto consiglio comparso l'eccellente dottore delle leggi il signor Baldassar Zuccola di Bormio, et con esso ser Notto figliolo di mastro Lhoii Ferraro di Pramai, Comune di Bormio, esponendo in nome d'esso Notto et significando come di già moltissimi anni a ricordo et memoria de homini, li antenati d'esso Notto siano et habbino habitato nella nostra Communità con pace et satisfazione de popoli, come per anco l'istesso Notto, di presente habitante nella contrada di Molina di detto Comune, sia da quella Vicinanza eletto et nominato antiano de homini in detta Vicinanza, come d'essa elettione et nominatione con infrascritta supplica da parte d'essa Vicinanza al predetto consiglio, sporta a volerlo per bisogni d'essa Vicinanza admettere al detto uffitio li 18 mese di agosto presente appare, et esso ser Notto non habbi voluto accettare tal ufficio, anci ricusato di volerlo essercire, che prima non concorra la volontà et consenso d'esso magnifico consiglio, dimandando (se cossì li sii di gusto) esser admesso et reputato come un'altra persona della Comunità, offrendosi alla osservazione di tutto quanto puole et debba esser obligato un altro di Bormio etc. Prefato consiglio, intesa la dimanda come di sopra fatta, viste l'ordinationi et capitoli di Statuto sopra di ciò disponenti, alli quali havuta consideratione, come per anco alla largezza del tempo de cento anni et più che li suoi antenati hanno vissuto et optimamente habitato con proprie case in detta contrata de Premai, et per anco alcuni d'essi habbino esercito uffitii di Comunità et de Vicinanza, l'istesso il sudetto Lhoii padre del detto Notto habbi l'anno 1618 esercito l'uffitio di consigliere, come d'essa sua elettione appare ne registri di Comunità li 16 mese di giugno detto anno 1618, et stando la detta supplica fatta nella sudetta Vicinanza, qual desidera et prega essere al detto uffitio admesso, concordevolmente fu ordinato che detto ser Notto nel avenire possa esser eletto et nominato a qualsivoglia uffitio, tanto di Comunità come di Vicinanza, et quelli senza eccetione et contraditione essercire com'un'altra persona terriera, godendo, usufruendo et participando di beni, frutti et preheminenze d'essa Comunità, come per il contrario sopponendosi et soggiacendo esso Nott a qualsivoglia carichi, gravami et ogni altri ordini fatti et de farsi occorreranno nella Comunità et Vicinanze. In fede della presente etc.

(120) Erano piccoli pani che venivano benedetti il giorno in cui si celebrava la festa del Santo, il 10 settembre. Alla benedizione delle pagnotte provvedeva il Comune, cfr. ACB, Quaterni consiliorum, sorte primaverile 1512 aprile 14. Item quod Tonius caniparius mayor presens teneatur facere receptionem de stariis quattuor furmenti a suprascripto ser Toma et ser Baptista superstantibus loco caniparii bladorum Comunis et hoc pro faciendo tantos panes pro benedictione in honore Sancti Nicolaii de Tolentino. A san Nicola da Tolentino era intitolata una cappella nella chiesa plebana di Bormio, prima dell'incendio del borgo nell'ottobre 1621. È raffigurato anche in un affresco del 1524, opera di Andrea de Magistris, nella chiesa di santa Lucia in Valdisotto. «Diverse… storie di miracoli sono in relazione all'usanza agostiniana di benedire e distribuire pane il giorno di san Nicola [10 settembre]. Nei suoi ultimi anni di vita, già indebolito da alcune malattie croniche, i superiori lo incoraggiarono a mangiare carne e altri cibi nutrienti, e Nicola fu dibattuto tra il desiderio naturale di obbedire e la riluttanza a mangiare. Sembra che una notte gli sia apparsa la Madonna, che gli disse che sarebbe guarito se avesse chiesto un piccolo pezzo di pane intinto nell'acqua e l'avesse mangiato; dopo quell'episodio, prese l'abitudine di fare altrettanto con i malati che visitava» ( Butler 927).

(121) Il verbo levàr nell'accezione eufemistica di "assistere in parto" non è più usato. Si dirà più esplicitamente appresso: fece dimandar quella donna che haveva levato la creatura. Si tratta dello stesso verbo che sta alla base della parola levatrice.

(122) Borm. bolón "un pezzo, un pallottolo" di zucchero, di sale, di terra, di neve, um bolón de zùcher, de sal, de tèra, de néf (Longa 35). Corrisponde all'it. bullone non tuttavia nel senso specifico di "chiodo a vite che si assicura con un dado", che rappresenta un francesismo più tardo (DEI 1,633). Lat. bŭlla "bolla, rigonfiamento" (REW 1385).

(123) Chiede se per caso si tratti di parto gemellare. Il verbo far ha qui il valore eufemistico di "partorire", generalmente in riferimento a bestie, al càla un més a far "manca un mese al giorno del parto" (Longa 62).

(124) Borm. gnur gròsa "essere incinta".

(125) Più avanti, nella deposizione dell'excellentissimus phisicus et medicine doctor ser Joachimus Imeldus de Burmio (in allegato al processo), verrà specificato meglio: che l'indispositione di Christina moglie di Vasin Morzello fosse una mola o altro… io la visitai in quella sua infirmità, et tengo che fosse una mola, cioè carne inanimata, quale crebbe a quella maniera, et per tal male io la medicai, se bene da quello morse. It. mola "tumore uterino", dal lat. mŏla "macina", con trapasso all'accezione medica già a partire da Plinio (Nat. hist. 7,63), come calco del gr. mýlē (REW 5641; DEI 4,2487).

(126) Probabilmente "la prima messa" del novello sacerdote. Le prigioni si trovano appena sotto la chiesa.

(127) Dial. sc'triàtola "piccola strega", dimin. di sc'trìa.

(128) La locuzione pender adòs nel senso di "propendeva ad attribuire la causa a" non è più in uso.

(129) Altoméira sul versante sinistro della Val Viola (Longa 309). Il nome deriva forse dal lat. (prata, pascua) *autŭmnāria "pascoli d'autunno", perché qui si sostava a far pascolare le bestie prima del rientro in paese (Bracchi, ZRPh 105,337-8). Nel processo contro Balserino Pradella, in una deposizione del gennaio 1633, leggiamo, a conferma dell'ipotesi: dalla festa de Ogni Santi in poi, lui sia statto in Altumera (QInq). Si tratta di un presunto stregone, bandito da Bormio, che si ritira sul monte forse appena abbandonato.

(130) Borm. far tör (i)ó li pèza "far togliere le pezze". La locuzione risulta ormai sconosciuta. Forse significava "far togliere il velo, far venire allo scoperto".

(131) Maggengo in val Viola oltre Altoméira, all'imbocco di Dosdé, ora detto Carìc' (Longa 311). Lat. med. *vaccaricium "stalla per bovini; pascolo destinato alle vacche" (REW e REWS 9109; DEI 5,3971-2; VSI 4,59-60), borm. ant. vacarécia "tempo in cui la mandra delle vacche si intrattiene sui pascoli estivi del monti; prezzo che si dà al mandriano per la custodia delle bestie" (Monti 351; Mambretti, BSAV 4,283-4), tart. vacarèsc, vacarésc «adatto alle vacche» zona, strada (DVT 1372).

(132) Borm. pèrdes ìa "svenire" (Longa 195).

(133) Il sacerdote allegherà al proprio costituto la trascrizione di due atti di battesimo (riportati in appendice al processo), datati rispettivamente: 1622, adi 31 ottobre e 1625, adi 23 genaro.

(134) Borm. corìa, curìa "correggia (di pelle), cintura; redini" (Longa 113), dal lat. corrĭgia "correggia, cintura" (REW 2253).

(135) Borm. plàta, ora piàta "pietra larga e piatta" (Longa 200), più leggera da spostare e più adatta a nascondere.