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Il regno longobardo

La conquista longobarda

Nel 568 (o 569, gli storici non sono concordi) la penisola italica conobbe l’invasione di una nuova popolazione germanica proveniente da est, e più precisamente dalla Pannonia, l’odierna Ungheria: si trattava dei longobardi, guidati dal loro re Alboino, cui si erano uniti anche appartenenti ad altre nazioni germaniche, come svevi e sassoni. Alcuni guerrieri della stirpe longobarda avevano partecipato in qualità di mercenari alla lunga guerra che dal 535 al 553 aveva contrapposto, sempre in Italia, i bizantini agli ostrogoti: è probabile che da questa conoscenza del territorio, unita alla necessità di sfuggire alla pressione sulle terre pannoniche di altre popolazioni, derivasse l’idea successiva di migrare in Italia.

Fu un esodo di massa, che nei numeri va comunque ridimensionato alla demografia del tempo: compresi uomini, donne, bambini, servi si trattò di circa cento-centocinquantamila longobardi, che salgono fino a trecentomila unità se calcoliamo, peraltro in maniera approssimativa data l’indeterminatezza delle fonti, gli altri gruppi germanici. Approfittando della debolezza dell’impero romano-bizantino, rientrato da poco in possesso della penisola dopo la guerra greco-gotica e in quel periodo concentrato in campagne militari in oriente e nei Balcani, i longobardi riuscirono nel giro di breve tempo a conquistare ampie aree della penisola italica: quasi tutto il nord, dal Friuli a Torino all’Emilia occidentale (Modena compresa), parte dell’Italia centrale, con la Tuscia (corrispondente grosso modo alla Toscana e a parte del Lazio) e Spoleto, e buona parte del Mezzogiorno, con centro a Benevento. Rimasero invece in mano bizantina le coste dell’Italia settentrionale: la Liguria (conquistata però nel secolo successivo dal re Rotari) e, pur con qualche interruzione, il lungo litorale compreso tra Venezia e Ancona.

A Ravenna venne trasferito il quartier generale bizantino, imperniato intorno alla nuova figura militare- civile dell’esarca. Uno stretto corridoio lasciava in comunicazione quest’area bizantina con Roma e il territorio che avrebbe costituito il nucleo del futuro stato della Chiesa. I bizantini mantennero inoltre il controllo delle Puglie e della Calabria meridionali, della fascia costiera tra Napoli ed Amalfi, e delle isole (Sicilia, Sardegna, Corsica). L’invasione longobarda creò quindi una vera e propria spaccatura territoriale e politica che segnò la storia d’Italia anche nei secoli successivi, venendosi sostanzialmente a ricomporre solo con l’unificazione ottocentesca.

Il motivo principale di questa frattura risiede nel fatto che l’occupazione longobarda avvenne in maniera non omogenea: da un lato furono evitate le principali piazzeforti bizantine per evitare lunghi e logoranti assedi (e infatti anche all’interno delle aree longobarde rimasero a lungo numerosi centri fortificati controllati dai bizantini), dall’altro i guerrieri più che seguire le direttive unitarie del re agirono per fare, gruppi accomunati da avi comuni e comandati da propri capi, detti duces, ovvero duchi (nome tratto dallo stanziamento nella romanizzata Pannonia), condottieri che diedero luogo a insediamenti autonomi, i ducati. Il re, come in tutta la tradizione germanica, era infatti un capo eletto in occasioni particolari, quali il coordinamento collettivo di campagne militari, e dalla sua autorità si prescindeva in tempi normali.

Una volta terminata la fase iniziale della conquista, e dopo la morte cruenta dei primi due re – Alboino e Clefi – i duchi longobardi non elessero un nuovo monarca: questa situazione durò però solo un breve periodo, dal 574 al 584, spesso erroneamente ricordato come decennio di «anarchia militare». Vi pose fine la necessità di coordinare le forze longobarde contro la ripresa bizantina (la pace con l’impero bizantino sarebbe stata siglata solo nel 680): i duchi che controllavano i vari territori longobardi elessero quindi re Autari, cedendogli metà dei propri beni, che andarono a formare la curtis regia, ovvero il fisco regio, il patrimonio della corona.


La Lombardia, cuore del regno longobardo

Autari scelse come principali sedi del potere regio Pavia, Milano, Verona, che divennero quindi una sorta di capitali elettive. Milano era stata conquistata fin dal settembre del 569; entro il 572 era stata sottomessa Pavia, insieme ad altre città della regione, come Bergamo e Brescia. Mantova, Cremona e l’isola Comacina furono conquistate solo con il successore di Autari, Agilulfo, salito al trono nel 591. Monza venne invece prescelta da Teodelinda, moglie prima di Autari e poi di Agilulfo, come residenza privilegiata dei membri della famiglia reale.

I territori dell’Italia settentrionale cominciarono da quest’epoca ad essere distinti fra Neustria e Austria longobarde, rispettivamente poste a ovest e a est del fiume Adda. Anche il Po sembra aver rappresentato una frontiera, per lo meno a livello simbolico, dal momento che i longobardi erano presenti sia a nord sia a sud di questo confine naturale: il Po separava la «terra del re» in senso stretto, quella dove l’autorità del monarca si esercitava senza mediazioni, dal resto del regno, dove vi erano altri potenti con propri armati. Cuore del regno longobardo fu dunque la regione che oggi noi indichiamo come Lombardia, la quale testimonia nel nome stesso la profonda compenetrazione avvenuta tra i nuovi conquistatori e il vecchio assetto romano. L’incontro tra romani e longobardi a dire il vero era stato inizialmente drammatico.

Nei territori conquistati dai longobardi, la popolazione di origine romana se non venne ridotta in schiavitù, come fino a non molto tempo fa si riteneva, venne comunque brutalmente espropriata dei propri beni: molti possessori romani furono uccisi, altri fuggirono nelle aree bizantine. La stessa scelta della fuga venne presa da parte del clero, traumatizzato dalle spoliazioni delle chiese e dei monasteri perpetrate dai longobardi. Questi ultimi d’altra parte non professavano la fede cattolica: essi erano infatti in parte ancora pagani, e quelli cristianizzati seguivano la confessione ariana, giudicata eretica dalle gerarchie ecclesiastiche romane.

Abbandonarono la loro sede gli arcivescovi di Aquileia e di Milano, ovvero i titolari delle due sedi metropolitiche che riunivano sotto di sé le altre diocesi dell’Italia settentrionale. In generale si può comunque affermare che a patire in maniera diretta le violenze degli invasori longobardi furono le élites dei grandi proprietari e dei chierici, e naturalmente i guerrieri dell’esercito romano-bizantino. La maggior parte della popolazione, invece, soffrì maggiormente le conseguenze delle devastazioni belliche e delle epidemie e carestie che si abbatterono soprattutto sul nord Italia.

È però importante notare che con il vecchio ceto dirigente romano tramontò anche il tipo di stato antico, basato sull’amministrazione civile separata da quella militare, sull’uso dello scritto e della legislazione romana, sul fisco pagato regolarmente in base alle imposte fondiarie.


La fine della dominazione longobarda

I re longobardi dell’VIII secolo, e in particolar modo Liutprando (712- 744), Astolfo (749-756) e Desiderio (757-774), attuarono una politica espansionistica molto aggressiva che consentì loro di conquistare territori della penisola che fino a quel momento erano sfuggiti alla dominazione longobarda. Roma venne accerchiata: il pericolo che essa potesse venire inglobata nel regno, e tentativi di ingerenza di Desiderio sulla stessa nomina del pontefice romano, indussero i papi a cercare alleati esterni che ponessero fine alla minaccia longobarda.

Questi alleati furono individuati nei franchi, e più precisamente in quella dinastia pipinide-carolingia che proprio a metà del secolo VIII si impose sul trono franco con Pipino il Breve. Anche re Desiderio aveva però ritenuto opportuno allearsi ai franchi cementando questo rapporto con il matrimonio di sua figlia Ermengarda (ma del vero nome della principessa le fonti medievali non recano traccia) con Carlo figlio di Pipino (il futuro Carlo Magno). Ma Carlo ritenne più utile ai fini dei suoi progetti di affermazione rompere l’alleanza coi longobardi: Ermengarda venne ripudiata e un esercito capeggiato dallo stesso Carlo invase la penisola. Dopo una prima vittoria alla chiusa di S. Michele, in val di Susa, furono poste d’assedio le città padane.

Cadde per ultima Pavia nel 774. Il re Desiderio finì i suoi giorni prigioniero nel monastero di Corbie, mentre il principe Adelchi, figlio di Desiderio, che aveva guidato la resistenza a Verona, si rifugiò a Bisanzio. Parte del successo carolingio dipese dalla debole opposizione dei longobardi: molti duchi infatti, invece di sostenere il loro re, preferirono accordarsi con Carlo, a dimostrazione della perdurante difficoltà del potere regio longobardo di imporre un progetto politico unitario e di controllare le velleità autonomistiche dell’aristocrazia.

La presa di Pavia comportò la fine del regno longobardo nell’Italia settentrionale e centrale. A causa del suo scollamento dal nord, sopravvisse invece autonomo il ducato longobardo di Benevento che, nonostante le lotte interne tra i principi longobardi e le pressioni esterne bizantine, saracene, e infine normanne durò sino a tutto il secolo XI.


Ducati e gastaldati

La conquista longobarda si accompagnò a una riorganizzazione amministrativa del territorio. Per ordinare in maniera funzionale all’attività del nuovo governo le regioni di cui si era assunto il controllo militare e politico si ricorse all’istituto ducale, che conobbe un’evoluzione in senso territoriale.

I duchi infatti oltre al consueto ruolo di comandanti militari dell’esercito longobardo cominciarono ad esercitare il loro potere su ambiti territoriali più o meno definiti. Si è discusso sull’adesione di questi ducati ai confini della precedente distrettuazione municipale romana o a quelli delle circoscrizioni diocesane: se spesso infatti i ducati avevano come loro centro una città, di tradizione romana e sede pertanto di un vescovato, in altri casi si costituirono intorno a centri di minore tradizione, ma importanti da un punto di vista strategico (ad esempio S. Giulio d’Orta anziché Novara).

I ducati potevano essere diseguali fra loro per estensione geografica e per importanza politica, ma mantenevano comunque tutti un rapporto dialettico, spesso conflittuale, con la potestà regia. Data ad esempio alla fine del VII secolo la ribellione contro re Cuniperto di Alahis, duca di Brescia e di Trento, e di altri longobardi delle regioni orientali del regno, risoltasi con la sconfitta dei rivoltosi a Coronate d’Adda (693). All’interno dei ducati si trovavano le curtes, ovvero i beni fiscali donati dai duchi alla corona al tempo di Autari, nel loro insieme denominati curtis regia. In area lombarda dovevano trovarsi anche le curtes domnae reginae, i beni fiscali della regina, che servivano al mantenimento diretto della regina e dei suoi funzionari e cortigiani. Le curtes erano amministrate dai gastaldi, ufficiali dipendenti direttamente dal re, attestati a partire dal VII secolo.

Alle dipendenze dei gastaldi stavano funzionari di minore importanza, gli sculdasci, aventi mansioni amministrative, di polizia, di piccola giustizia, i quali a loro volta avevano come coadiutori altre minori figure funzionariali, quali i decani, i saltarii, gli scariones. Dal momento che in alcuni casi le cariche di gastaldo e di duca erano rivestite dalla medesima persona o da esponenti di una stessa famiglia, si è pensato che i loro ruoli potessero non essere in opposizione – con i gastaldi nel ruolo di controllori dei duchi per conto del re – ma di integrazione a un sistema amministrativo in fase di formazione.

Completavano il quadro delle circoscrizioni civili di epoca longobarda i distretti soggetti all’autorità di uno iudex, di un giudice, e denominati infatti nelle fonti iudicariae, ma anche civitates, o territoria, o fines, termini questi ultimi che indicavano pure le distrettuazioni ducali e gastaldali quando se ne voleva sottolineare il carattere giurisdizionale. È dunque oggi difficile stabilire l’entità precisa di queste circoscrizioni: ognuna va esaminata nel suo caso concreto, dal momento che non sempre la volontà ordinatrice della monarchia riusciva a tradursi in realizzazioni effettive dovendo sempre fare i conti con le situazioni contingenti e con i rapporti di forza locali.


Istituzioni religiose

Diocesi

I sovrani longobardi non riuscirono a instaurare con l’apparato episcopale italico un rapporto organico tale da creare una rete di appoggio anche politico. Questo dipese anzitutto dall’iniziale professione da parte del popolo longobardo della religione cristiana nella sua versione ariana considerata eretica e dalla persistenza di credenze pagane, ma anche dal carattere particolarmente cruento assunto dalle prime fasi della conquista, che portò alla spoliazione di enti ecclesiastici e monastici e all’uccisione di chierici e monaci. L’arcivescovo di Milano Onorato, ad esempio, nel 569 fuggì insieme all’alto clero della città di fronte all’avanzata longobarda e si rifugiò a Genova e nelle terre limitrofe, dove rimase per qualche decennio sotto protezione bizantina.

A Milano l’espletamento degli essenziali servizi religiosi ai fedeli fu assicurato dal basso clero, detto decumano. Non bisogna però enfatizzare queste fughe, perché non costituirono un fatto generale: nella maggior parte dei casi i vescovi rimasero saldamente al controllo delle loro città, le quali mantennero il loro ruolo fondamentale di fulcro religioso del territorio. Anche in seguito comunque, quando con la conversione del popolo longobardo al cattolicesimo (seconda metà VII secolo) molti contrasti si appianarono, non si creò una reale convergenza tra le gerarchie militari e quelle ecclesiastiche tale da formare una comune aristocrazia unita nella vicinanza al re come avvenne nell’ambito della dominazione franca. Risultano infatti in tutto solo otto gli episcopati oggetto di concessioni e privilegi da parte dei re longobardi, tutti concentrati in area lombarda: Como, Bergamo, Mantova, Cremona, Vercelli, Piacenza, Modena, Parma.


Monasteri

Maggiore fu invece il legame dei re e del ceto dominante longobardo con gli enti monastici. I sovrani longobardi promossero infatti la fondazione di numerosi e importantissimi monasteri: all’inizio del regno (612) sorse sull’appennino piacentino-pavese il potente monastero di Bobbio, grazie all’azione del monaco irlandese Colombano che poté contare sul sostegno di re Agilulfo e della regina Teodelinda per farne il centro di evangelizzazione di una popolazione non ancora cattolica; alla fine della dominazione longobarda risale invece il monastero bresciano di S. Salvatore (poi S. Giulia) fondato da Desiderio, Ansa e dal loro figlio Adelchi. Non si tratta di esempi isolati: la maggioranza dei monasteri sorti in Italia prima del Mille affonda le sue origini nell’età longobarda. L’interesse di re e potenti si accompagnava a dotazioni anche cospicue di beni: oggetti preziosi ma soprattutto terre.

Non bisogna pensare però ad alienazioni totali, dal momento che a capo di questi enti venivano spesso a trovarsi membri delle stesse famiglie erogatarie di beni che continuavano così a controllare il patrimonio familiare. In più, i monasteri erano spesso situati in posizione strategica e servivano a rafforzare il controllo sul territorio. Allora come nelle età successive i monasteri si misero quindi in luce come centri religiosi e culturali, ma anche economici e politici.


Altri centri religiosi

Un rapporto del tutto particolare legò inoltre i sovrani longobardi alla chiesa di Monza. Nel centro brianteo, la regina Teodelinda patrocinò la fondazione di una basilica che venne intitolata a s. Giovanni battista, protettore del regno insieme a s. Michele arcangelo.

La costruzione della basilica risale a un momento non precisato della fine del secolo VI, fissato per tradizione al 595 pur senza un’effettiva riprova nelle fonti. La basilica di S. Giovanni divenne uno dei presidi della fede dei longobardi: Paolo Diacono, il principale storico dei longobardi, scriveva che il regno sarebbe caduto nel momento in cui la chiesa di S. Giovanni fosse andata in rovina. Sempre in età longobarda è attestata la fondazione di xenodochi, ovvero ospedali, preposti alla cura e all’assistenza di poveri, malati, anziani, bambini, vedove, forestieri. La menzione più antica risale al 745 e riguarda uno xenodochio da erigersi ad Agrate presso la casa con corte di un ricco proprietario fondiario di nome Rotperto.

Di lì a poco sorsero a Monza gli xenodochi di S. Agata, fondato nel 768 dal prete Theodoald presso la chiesa omonima, e del S. Salvatore e S. Fedele, fondato nel 769 dal diacono Garoin. Sempre negli stessi anni (760) a Pavia la coppia regia Desiderio e Ansa poneva sotto la tutela del monastero di S. Salvatore, fondato dalla stessa a Brescia, lo xenodochio già annesso alla basilica di S. Maria e dei santi apostoli Pietro e Paolo. Spesso infatti questi enti assistenziali erano collegati a chiese e monasteri, perché gli ospedali assolvevano compiti che nella concezione dell’epoca rientravano tra le prerogative della chiesa.


Società, economie, culture

Identità giuridiche

L’incontro fra popolazione romana e minoranze germaniche portò nell’Italia longobarda ad una progressiva fusione tra etnie che diede luogo a inediti e peculiari assetti sociali e politici. Si formò così un solo ceto di liberi, quale fosse la loro origine e la loro legge, che portavano il nome di arimanni. Il termine arimanno, che aveva indicato in un primo tempo solo i germani che partecipavano all’esercito e che godevano dei diritti politici, passò infatti successivamente a comprendere anche i romani.

Nell’VIII secolo, a più di cent’anni dalla conquista, la gens Langobardorum, la stirpe dei longobardi era dunque un ceto eminente di possessori-arimanni, composto da soggetti di origine germanica quanto romana, che si denominavano longobardi per distinguersi in quanto gruppo dominante. Tappa di questo processo culturale e istituzionale di progressiva assimilazione fu la redazione scritta delle consuetudini longobarde, già tramandate oralmente, riunite in un grande corpo di leggi per volontà di re Rotari (643).

Il contenuto dell’editto di Rotari è germanico, ma è possibile notare l’influenza della grande cultura giuridica romana nella lingua in cui venne redatto il testo, il latino, e nella volontà di ordinare la normativa in uno schema di pubblica legalità, attraverso ad esempio il contenimento della faida, ovvero della vendetta privata, sostituita dal guidrigildo, un risarcimento in denaro. Le leggi raccolte nell’editto avevano inizialmente valore solo per il popolo longobardo, continuando i romani a fare riferimento al proprio diritto. Quando anche i romani entrarono nell’esercito e quindi nel ceto dirigente, le leggi longobarde cominciarono ad essere applicate anche a questi ultimi.


I longobardi dall'eresia ariana al cattolicesimo

A poco a poco si affievolirono le distanze tra il mondo romano e quello longobardo anche sotto l’aspetto religioso. La differenza religiosa era stata infatti all’inizio molto forte dal momento che i longobardi, all’epoca del loro arrivo in Italia, erano in parte ancora pagani e quelli cristianizzati professavano l’eresia ariana, mentre la popolazione romano- italica era notoriamente di confessione cattolica.

A dire il vero anche tra i cattolici, sempre nel periodo della prima dominazione longobarda, esistevano forti dissidi religiosi, dal momento che proprio le diocesi dell’Italia settentrionale, comprese nelle due sede metropolitiche di Milano e Aquileia, dal 553 aderivano allo scisma dei Tre Capitoli – sorto per contrasti teologici intorno alla complessa questione della natura del Cristo – che le mantenne a lungo opposte a Roma e a Costantinopoli. La progressiva conversione del popolo longobardo dall’arianesimo (che contribuiva a mantenere un profilo identitario) al cattolicesimo – iniziata dai vertici regi ed estesasi verso il basso per considerarsi pressoché conclusa entro la fine del VII secolo – contribuì a un avvicinamento tra i due popoli. Datano già alla fine del VI secolo, tuttavia, i contatti fra le alte gerarchie cattoliche e la famiglia regia.

Lo testimoniano i rapporti intrattenuti da papa Gregorio Magno con la regina Teodelinda, principessa bavara cattolica (ma longobarda per parte di madre) sposata ai re longobardi ariani Autari e Agilulfo. Gregorio non solo intrattenne con la donna scambi epistolari ma le inviò doni: reliquie, ampolle di olio santo, un prezioso evangeliario, opere di oreficeria come una chioccia coi pulcini e una croce per la nascita del figlio Adaloaldo, tuttora conservati presso la basilica di S. Giovanni battista a Monza.

Attestano invece rapporti con l’area orientale del Mediterraneo affreschi scoperti nel 1944 nella piccola chiesa di S. Maria foris portas di Castelseprio, in provincia di Varese. Gli affreschi, assai raffinati, sono opera di artisti bizantini del VII secolo: ciò dimostra che, al di là dei contrasti politico-militari, i longobardi mantennero duraturi contatti anche con la cultura orientale. A Pavia infatti sempre nel VII secolo è attestata la presenza di un clero missionario di origine anch’esso orientale che, con sede nella chiesa di S. Michele in Foromagno, apportò influenze religiose, artistiche e culturali, nel campo ad esempio della scrittura e della conservazione dei documenti.

La civiltà longobarda risentì dunque nella sua evoluzione sia delle tradizioni germaniche, sia di quelle del popolo romano, sia dell’influenza più ampia del mondo mediterraneo.


Il ruolo delle città durante il dominio longobardo

Per tradizione, l’età longobarda viene presentata come un momento di profonda ruralizzazione della società, a seguito delle distruzioni operate contro le città, della conseguente fuga degli abitanti nelle campagne e di una preferenza elettiva dei longobardi per gli insediamenti rurali. Oggi questa immagine, frutto soprattutto delle atterrite (e propagandistiche) descrizioni dei contemporanei romani di fronte all’avanzata di una popolazione percepita come molto distante dalla propria cultura, è stata in parte ridimensionata, anche grazie ai risultati dell’archeologia.

La stessa questione della decadenza urbana nei secoli altomedievali è stata messa in discussione. Di sicuro gli spazi urbani conobbero un processo di redifinizione – con cambio d’uso di edifici e superfici, trasferimenti di sedi religiose, arretramento degli spazi abitati all’interno delle cerchie murarie – che tuttavia non va interpretato solo come indizio di regresso, ma piuttosto come adattamento a diverse esigenze, militari, abitative e lavorative. Le città rimasero inoltre centri amministrativi, anche se con uffici differenti rispetto al passato, e conservarono un ruolo economico importante, sebbene il raggio degli scambi fosse più limitato di un tempo a causa dello scarso controllo delle coste, e quindi delle vie marittime, da parte dei longobardi.

La situazione si aprì dopo il 680, anno in cui venne stipulata la pace fra longobardi e bizantini: la valle padana assistette allo sviluppo di un fiorente commercio di derrate alimentari provenienti dai porti di Venezia e Comacchio, che sfruttava le vie d’acqua navigabili del Po e dei suoi affluenti. Posti di dogana sono attestati nel 715 a Mantova, a Parma, a Cremona, a Piacenza, a Pavia, ma anche alla confluenza del Po con i fiumi Mincio, Adda, Lambro, Ticino. Subì invece forti modifiche la gerarchia dei centri urbani.

Perse ad esempio importanza Milano, troppo legata al suo passato di capitale del tardo impero romano, e ne acquisì Pavia, già cresciuta al tempo della precendente dominazione gota, grazie anche alla sua strategica posizione sulle vie fluviali e terrestri che mettevano in collegamento la regione padana con le regioni orientali ed occidentali. Pavia emerse come città regia per eccellenza dall’epoca dei re Arioaldo e Rotari. Qui si trovava il palazzo dove avevano sede il monarca e la sua corte, e gli uffici amministrativi centrali; qui aveva sede la zecca del regno settentrionale; qui sorsero chiese e monasteri divenuti presto centri di cultura oltre che di spiritualità.


Reminiscenze longobarde nelle città odierne

La tradizionale sottovalutazione del ruolo assunto dalle città nel periodo longobardo dipende anche dal fatto che pochi centri urbani hanno mantenuto viva la memoria del loro passato longobardo. Fanno eccezione Brescia, Pavia e Monza, dove il positivo ricordo dei longobardi si collega a importanti sopravvivenze architettoniche, al prestigio di certi personaggi, a opere di storiografia cittadina.

A Brescia, dove a lungo le fonti narrative locali hanno attribuito alla stirpe longobarda l’origine delle più nobili famiglie cittadine, la maggiore gloria locale è rappresentata dal monastero femminile di S. Giulia, già di S. Salvatore, fondato da re Desiderio, di origini bresciane, dalla regina Ansa e dal loro figlio Adelchi; l’ente rimase anche in seguito monastero regio, guidato da badesse appartenenti alla famiglia regale, la prima delle quali fu Anselperga figlia di Desiderio.

Profondamente sentita a Pavia è la devozione nei confronti del santo vescovo Teodoro, ai meriti del quale la tradizione locale attribuisce – peraltro senza alcun fondamento storico – la resistenza all’assedio di Carlo Magno. La memoria locale di Monza invece è ancora oggi impregnata dalla figura della regina Teodelinda, intorno alla quale è sorto un vero e proprio mito: parlano di lei non solo la basilica di S. Giovanni e il palazzo regio da lei fondati, e gli oggetti effettivamente appartenutile, ma qualsiasi sasso e qualsiasi manufatto antico che vengono comunque attributi, dalla tradizione popolare come da quella erudita, al tempo della regina.

In parte questa popolarità storica si spiega per il legame di Teodelinda con papa Gregorio Magno, e quindi per la sua collocazione su un piano prestigioso e internazionale; in parte per il recupero trecentesco voluto dai Visconti della memoria di Teodelinda e di suo marito Agilulfo, ovvero dei due sovrani più legati a Monza e a Milano, centro della signoria viscontea.

All’epoca di Agilulfo (591-616) Milano occupò difatti una posizione centrale nel regno longobardo: qui furono incoronati re Agilulfo e suo figlio Adaloaldo. La promozione della città passò attraverso l’edificazione di nuovi edifici, dal palazzo regio alla chiesa di S. Simpliciano. E anche quando in seguito Pavia assunse il ruolo di principale sede regia, Milano rimase simbolo di supremazia civile e religiosa.


Gli insediamenti rurali

I longobardi, nel loro insediamento urbano come rurale, occuparono nella maggioranza dei casi centri già abitati dai romani, o comunque esistenti prima del loro arrivo. Non è oggi possibile parlare né di stanziamenti chiusi e separati dei longobardi dal resto della popolazione indigena, né di una politica di nuove fondazioni avviata da parte di un gruppo assai ridotto numericamente.

Così faceva invece ritenere fino a non molti anni fa un’interpretazione oggi giudicata forzata se non del tutto fantasiosa delle tracce toponomastiche sparse sul territorio lombardo. Dove si trovavano toponimi di origine germanica o intitolazioni di chiese a santi cui i longobardi erano particolarmente devoti, s. Michele arcangelo e s. Giovanni Battista su tutti, là si pensava che vi fossero stati fondazioni e insediamenti demici longobardi.

E così Vimodrone (vicus Modeliani), Albariate, Agrate – giusto per fare qualche esempio – venivano ritenuti stanziamenti longobardi perché avrebbero portato il nome di ricchi proprietari fondiari del luogo, rispettivamente Modeliano, Albario e Grada, di stirpe germanica; lo steso dicasi per i toponimi contenenti i termini fara, sala, arimannia, assai diffusi in tutto il territorio lombardo, considerati indizio sicuro di presenza germanica perché richiamanti organizzazioni sociali tipicamente longobarde.

Oggi questo approccio toponomastico è stato rivisto: da una parte si è notato che l’onomastica non era necessariamente elemento di identificazione etnica, come dimostra il nome latino portato dell’ultimo re longobardo Desiderio; dall’altra si è verificato che certi toponimi di matrice germanica comparvero solo in tempi successivi alla dominazione longobarda. La capillarità di toponimi di etimo longobardo in certe aree, come la Brianza, la Lomellina, il Pavese, attesta allora la profondità dell’influenza longobarda sul tessuto locale e la sua conseguente lunga durata.

Prove effettive di stanziamenti longobardi sono piuttosto portate dall’archeologia: è il caso del rinvenimento a Calvisano, in territorio bresciano, di una delle più grandi necropoli longobarde, costituita da oltre 500 tombe; oppure ancora delle tombe portate alla luce a Trezzo d’Adda, che dalla ricchezza del corredo funerario si possono ritenere appartenute a ricchi e importanti personaggi forse collegabili alla corte regia di Monza.


La via Francigena

Durante l’età longobarda emergono chiari segnali di sconvolgimento della rete viaria di origine romana. Ciò fu il risultato sia della lunga incuria subita dalle strade nel periodo successivo al crollo dell’impero romano d’occidente (476), sia dei nuovi assetti politico-territoriali venutisi a creare con la mancata soggezione da parte dei longobardi di tutta la penisola. La complessa intersecazione di territori longobardi e bizantini, e la compresenza all’interno di questi di énclaves nemiche, non rese infatti più percorribile per intero i lunghi tratti delle strade romane. Per potersi spostare dai centri padani del regno ai territori toscani i longobardi non avrebbero potuto percorrere né le vie dell’appennino tosco- emiliano né la costa tirrenica, almeno fino a quando la Liguria non venne conquistata.

Individuarono quindi un’alternativa nella strada che da Borgo San Donnino, la romana e attuale Fidenza, abbandonava il tracciato della via Emilia (che proseguiva verso la bizantina Bologna) e saliva verso la Cisa, controllata dai longobardi, come attesterebbe il nome stesso di Monte Bardone (Mons Langobardorum) che all’epoca l’area montana portava, per poi scendere lungo la val di Magra verso la Tuscia. Le origini del monastero, poi chiesa, di S. Moderanno a Berceto, località del parmense a ridosso del Monte Bardone, vengono attribuite proprio a una donazione fatta dal re longobardo Liutprando nella prima metà dell’VIII secolo a Moderanno, vescovo di Rennes: la presenza di un vescovo di una diocesi franca sull’appennino parmense-lunigiano dimostra come l’itinerario venisse utilizzato non solo dai longobardi e non solo per scopi militari, ma come fosse già uno dei percorsi utilizzati dai pellegrini di tutta Europa in viaggio verso Roma. E Romea è infatti la denominazione che inizialmente questa strada assume.

Il percorso continuò ad essere largamente utilizzato anche in epoca carolingia, quando prese il nome di via Francigena, ovvero strada dei franchi. Come illustrano gli itinerari dell’arcivescovo di Canterbury Sigeric (anno 990), dell’abate islandese Nikulas Munkathvera (1154), del re di Francia Filippo Augusto (1191), del cronista inglese Matthew Paris (metà XIII secolo), la via Francigena conduceva da Roma fino a Londra. Non seguiva però un percorso fisso. A seconda delle stagioni o delle condizioni politiche la Francigena presentava infatti una serie di varianti che rendono preferibile parlare di un «fascio di strade» piuttosto che di un percorso unico.

Ad esempio in Lombardia la via Francigena, utilizzando tratti di antiche strade romane ed altri tracciati più recenti, entrava da Piacenza attraversando il Po a Corte Sant’Andrea e proseguiva per Corteolona fino a Pavia (ma è attestata anche una variante nell’Oltrepò pavese che da Piacenza conduceva a Pontecurone passando per Castel San Giovanni). Da Pavia la strada saliva fino a Mortara, passando per Carbonara, Garlasco, Tromello, Robbio, oggi centri agricoli ma allora sede di importanti castelli, e arrivava a Vercelli, proseguendo quindi verso le Alpi lungo tre principali direzioni conducenti ad altrettanti valichi: Gran San Bernardo, Moncenisio, Monginevro.

Come dimostrano fonti assai eterogenee – vite di santi, statuti mercantili, ordinanze pubbliche, manufatti artistici ed architettonici – si trattava di itinerari percorsi non solo da pellegrini, ma anche da eserciti, da mercanti, da maestranze artistiche. Chiese, monasteri, ospedali, locande, castelli marcavano con la loro presenza i territori attraversati dal percorso francigeno, esercitandovi molteplici funzioni: ricettive e assistenziali, religiose, protettive ma anche di controllo e dominio.

La via Francigena rivestì un ruolo fondamentale nelle comunicazioni nord-sud fino all’età dei comuni; in seguito, la costituzione di nuovi assetti di potere e di nuove esigenze commerciali rese altrettanto utilizzati dai viaggiatori altri itinerari padani posti lungo gli assi est-ovest (da Venezia verso la Francia) e nord- sud (utilizzando i valichi del Sempione, del Gottardo e del Brennero).