La Lombardia della dominazione austriaca (1700 - 1796 maggio 19)

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La guerra di successione spagnola

Nel 1700 la morte senza eredi del re di Spagna Carlo II aprì, nonostante i reiterati tentativi di Inghilterra e Paesi Bassi di dirimere diplomaticamente le rivendicazioni dinastiche di Austria, Francia, Piemonte, una lunga guerra per la successione la quale, divampando in tutta Europa, coinvolse anche lo stato milanese. Nel 1706 l’Austria affermò infatti la propria signoria sulla Lombardia; il suo dominio durò per circa 150 anni, interrotto solo dal ventennio rivoluzionario e napoleonico.

Se durante il periodo della dominazione spagnola i confini del dominio milanese non subirono variazioni rilevanti, nel corso del XVIII secolo, in seguito alla guerra di successione spagnola (1701-1715) lo stato subì invece consistenti smembramenti territoriali a favore del Piemonte sabaudo. Lo stato di Milano fu costretto a cedere ai domini sabaudi le città di Valenza e di Alessandria con il relativo contado, la Lomellina e la Valsesia. Con questo smembramento Pavia, la città più importante dopo Milano, venne a trovarsi sul confine con lo stato piemontese, definito ora dal corso del fiume Ticino.


L'occupazione francese e sabauda

Nel 1730 la firma del trattato di Siviglia riaccendeva in Europa, dopo un ventennio di pace e di prosperità economica, sociale, culturale, l’allarme del conflitto dinastico. Minacciato nei suoi disegni di supremazia sulla penisola italiana, l’imperatore d’Austria Carlo VI dichiarò illegali le clausole del trattato e aprì con la monarchia francese un conflitto che dopo circa tre anni si tramutò in guerra aperta. Allo scoppio degli eventi bellici la Lombardia, sprovvista di milizie, divenne oggetto di contesa e territorio di battaglia. Disponendo di un numero assai ridotto di soldati, il conte Daun, governatore di Milano, schierò parte degli uomini a Novara, a formale copertura dei confini, parte nel castello di Milano e il rimanente esercito lo portò con sé a Mantova, nella speranza di poter difendere la città.

L’inesistente resistenza delle truppe austriache consentì all’esercito piemontese, alleato dei francesi, di varcare facilmente i confini, di occupare in breve tempo la città di Vigevano e di preparare la presa di Milano. Il 31 ottobre del 1733 il re di Sardegna Carlo Emanuele III, a capo dell’esercito gallo-sardo, occupava Pavia. Già dal 22 ottobre, il conte Daun, dopo aver messo al sicuro alcuni importanti atti di stato, tra cui le mappe e i sommarioni compilati dalla giunta del censimento, aveva abbandonato la città di Milano.

Incapace di far fronte militarmente alla situazione, lo stato milanese si apprestò a consegnarsi al vincitore e a patteggiare con lui le condizioni dell’occupazione. Il 4 novembre il consiglio dei sessanta decurioni della città di Milano inviava al re sabaudo una delegazione per la solenne consegna delle chiavi della città.


Il governo dello stato durante l'occupazione gallo-sarda

Nell’ottobre 1733, prima di allontanarsi da Milano, il governatore Daun aveva predisposto la costituzione di una giunta di governo provvisoria, incaricata di provvedere alle esigenze amministrative dello stato; la giunta venne mantenuta anche in seguito.

Durante i tre anni di occupazione gallo-sarda, dal 1733 al 1736, l’organizzazione amministrativa della città di Milano e del territorio lombardo venne mantenuta pressoché invariata: il desiderio del re piemontese di accattivarsi la benevolenza del patriziato milanese lo indusse a mostrarsi rispettoso di ogni consuetudine e ordinamento dello stato lombardo e quindi a cercare di rinnovare il meno possibile le magistrature. Il senato, i magistrati ordinario e straordinario vennero quindi riconfermati.

La stessa giunta di governo interinale e provvisoria, istituita dal conte Daun, venne non solo riconfermata bensì rafforzata. Controllata dal conte Antonio Petitti, intendente di guerra, rappresentante del re piemontese sul territorio lombardo e organo di collegamento con le truppe di occupazione, la giunta di governo si vide infatti delegati tutti i poteri di governo e di nomina delle magistrature vacanti.

Nonostante il rispetto delle prerogative e tradizioni locali, il patriziato lombardo mantenne un atteggiamento di aperta diffidenza verso il governo sabaudo. L’enorme pressione fiscale a cui lo stato milanese fu sottoposto durante il periodo di occupazione, il continuo aumento del prezzo del grano, del vino e del sale, incentivato anche dalle carestie ed epidemie del biennio 1733-1734, contribuirono ad aggravare l’urto con il re piemontese.


Il ritorno della monarchia austriaca

La difficile situazione interna e l’attacco esterno delle truppe imperiali portarono a un rapido ribaltamento delle sorti del conflitto e delle velleità piemontesi sulla Lombardia. I preliminari di pace firmati a Vienna tra Francia e Austria il 3 ottobre 1735 e la definitiva stipulazione della pace a Vienna, nel 1738, stabilirono infatti che la Lombardia ritornasse all’Austria, con Parma e Piacenza, ma che due province occidentali dello stato milanese, Novara e Tortona, venissero incorporate nel regno di Sardegna , al quale fu riconosciuta anche la superiorità sui feudi delle Langhe e il possesso definitivo del Siccomario, un lembo di territorio della Lomellina posto al confine del Ticino con il Po, rimasto conteso sin dall’epoca del primo smembramento dello stato.

Alla immediata rioccupazione del territorio lombardo da parte delle truppe austriache fece seguito una altrettanto immediata opera di annullamento degli atti governativi compiuti dal governo sabaudo.

Dopo aver riconfermato, per un periodo transitorio, la giunta di governo interinale e provvisoria che durante i tre anni di occupazione gallo- sabauda aveva gestito lo stato, l’imperatore Carlo VI fece pervenire da Vienna una “pianta del nuovo governo” che prevedeva l’annullamento di tutte le nomine effettuate nel triennio precedente e l’immediato ripristino degli esuli spagnoli nei loro gradi al fine di restaurare al più presto lo status quo ante.


La guerra di successione austriaca

L’equilibrio uscito dalla pace firmata tra le avverse coalizioni austriaca e borbonica nel 1738 ebbe breve durata. La morte, nel 1740, dell’imperatore Carlo VI e la successione al trono della figlia Maria Teresa portarono ben presto il continente europeo a un nuovo conflitto “dinastico”: la guerra di successione austriaca.

Per la Lombardia si ripresentò la stessa precarietà di risorse, soprattutto militari, che già si era verificata circa dieci anni prima in occasione della guerra di successione polacca. Milano venne nuovamente lasciata in balia della coalizione borbonica e abbandonata dal governatore Traun, che prima di assumere il comando dell’esercito si preoccupò, come già aveva fatto il conte Daun, di nominare una giunta di governo interinale e provvisoria che si occupasse di far fronte al grave problema finanziario.

A differenza di dieci anni prima, lo schieramento delle forze lombarde riuscì a reggere l’attacco sino al settembre del 1745, quando in seguito all’avanzata borbonica e all’occupazione di Pavia, la giunta di governo si vide nuovamente costretta a consegnare le chiavi della città al nemico. Confermata dal nuovo dominatore, la giunta si vide incrementare i poteri e attribuire l’importante ruolo di gestione delle somministrazioni di vettovaglie e alloggi alle truppe occupanti.

Maria Teresa d’Austria, mentre preparava l’impresa militare per la riconquista del Milanese, da Vienna non riconosceva alcuna legalità all’attività della giunta, che agiva per conto del re Borbone, e creava a Mantova un nuovo e articolato apparato di governo in contrapposizione a quello di Milano.

Con la vittoria della coalizione austriaca, ufficializzata dalla pace di Aquisgrana del 1748, il Milanese, decurtato di numerosi territori, ritornava definitivamente sotto il dominio absburgico. La giunta di governo interinale provvisoria veniva privata di effettivi poteri; la sua definitiva soppressione avvenne però solo nel 1796, in seguito alla discesa in Lombardia delle truppe francesi.


Linee di politica generale

La pace firmata ad Aquisgrana nel 1748 chiudeva definitivamente quel capitolo di storia europea che si era aperto al principio del secolo XVIII con la guerra di successione spagnola, era proseguito con quella polacca e aveva trovato conclusione nella guerra di successione austriaca. L’Austria confermava definitivamente il proprio dominio sullo stato milanese che, persa una parte consistente delle sue terre ai confini con lo stato sabaudo, si allargava a comprendere il ducato Mantova, accogliendo, per un breve periodo, i ducati di Parma e Piacenza.

L’autorità e le competenze attribuite alle supreme cariche dello stato milanese, agli organi dell’amministrazione superiore come a quelli centrali, periferici e locali, rimasti pressoché invariati per tutto il periodo della dominazione spagnola, subirono profonde trasformazioni in seguito all’affermarsi della politica riformatrice della sovrana Maria Teresa d’Austria (1740 – 1780).

Le prime riforme, pur nella frammentarietà delle iniziative, furono caratterizzate da una tendenza all’accentramento e alla diretta subordinazione degli uffici: radicata era infatti la convinzione nella monarchia absburgica che il vigile controllo dello stato si sarebbe attuato sia attraverso un concentramento degli organi del potere centrale, con una attiva e costante presenza nell’amministrazione provinciale e locale, sia attraverso una profonda trasformazione dell’amministrazione superiore. Dopo la guerra di successione austriaca, l’opera di difesa dello stato, positivamente conclusasi all’esterno, continuò all’interno: il mantenimento delle conquiste ottenute a duro prezzo con la guerra di successione fu vincolato alla lotta ai particolarismi, alle autonomie, ai privilegi che caratterizzavano l’organizzazione interna dello stato. Da queste considerazioni nacque quindi la spinta alle riforme che agì tanto al centro quanto nella periferia del territorio lombardo e interessò i settori finanziario, fiscale, amministrativo.


Inizio delle riforme

Nel 1743 le impellenti esigenze militari fecero affiancare alla carica di governatore, che sino a quel momento aveva continuato a cumulare anche la funzione di capitano generale, un ministro plenipotenziario con incarichi spiccatamente politici e di governo.

Una decina di anni più tardi, conclusasi l’alleanza matrimoniale tra l’Austria e il ducato di Modena, si ebbe un radicale mutamento: secondo gli accordi stabiliti con tale alleanza, al governo della Lombardia vennero destinati prima Leopoldo e poi Ferdinando, giovani arciduchi austriaci; tuttavia, data la minore età di Ferdinando, fu istituita la carica di amministratore di governo e capitano generale, affidata al duca di Modena, Francesco III d’Este, il quale la esercitò sino al 15 ottobre 1771, anno in cui l’arciduca Ferdinando d’Austria, raggiunta la maggiore età, cominciò a esercitare personalmente le funzioni di governatore e di capitano generale.

La spinta alle riforme che agì tanto al centro dello stato quanto nella periferia fu sostenuta non dagli esponenti delle forze e dell’amministrazione locale bensì dai rappresentanti della corona, funzionari estranei all’ambiente milanese, la cui autorità derivava dall’investitura che avevano ricevuto dal governo centrale.


Azione del riformismo absburgico

Protagonista della prima opera di riforme fu Luca Pallavicini, patrizio genovese, che inviato a Milano come governatore nel 1750, pose la sua attenzione su un importantissimo settore, viziato dal particolarismo e monopolizzato dalle grandi famiglie patrizie milanesi: il sistema degli appalti per la riscossione delle imposte indirette.Tale sistema, così come era attuato, si prestava infatti ad abusi: tra il contribuente e l’erario si interponevano gli appaltatori, i cosiddetti “fermieri“che grazie a contratti inficiati da incuria o corruzione, riducevano la quota spettante allo stato a una misura che non era proporzionata al gettito reale.

Partendo dal riordinamento del sistema degli appalti su cui si regolavano le operazioni di riscossione delle imposte indirette, la riforma si estese alla sistemazione del debito pubblico, con la creazione del Monte di Santa Teresa, alla riorganizzazione degli uffici pubblici e, soprattutto, alla uniformazione del sistema fiscale. Ma la realizzazione di questo processo investì inevitabilmente l’intera struttura politico-sociale dello stato: per instaurare un sistema fiscale uniforme, sosteneva Pompeo Neri, presidente della seconda giunta del censimento, era necessario rendere uniformi gli organi destinati ad applicare tale sistema. Le operazioni catastali riprese dalla seconda giunta del censimento avrebbero trovato il loro esatto coronamento solo nella riorganizzazione dell’amministrazione provinciale e comunale. E per fare ciò al criterio di uniformità avrebbe dovuto corrispondere quello di centralità. Il governo, attraverso propri ufficiali avrebbe dovuto vigilare sull’operato degli enti locali.

Nel 1786 le Nuove Costituzioni che per oltre due secoli avevano retto lo stato di Milano vennero soppresse e con esse caddero tutti quei corpi e quelle magistrature, monopolizzate dalle antiche famiglie patrizie lombarde, soprattutto milanesi, che sino a quel momento avevano palesato il particolarismo e l’autonomia lombarda: cadde il senato, cadde il magistrato camerale, la magistratura che aveva costituito il supremo tribunale finanziario; cadde la congregazione dello stato; e ancora caddero le autonomie territoriali delle province e delle città. Cambiò radicalmente la struttura dello stato, essendo fondato il nuovo sistema sul principio dell’accentramento dei poteri.


La ferma generale

Nel 1749 il governatore Pallavicini presentò alla corona un piano mirante a semplificare il meccanismo di esazione delle imposte indirette: egli proponeva di concentrare gli appalti, fino ad allora distribuiti tra diversi privati, in un’unica impresa, che raccogliesse le principali privative o gabelle appaltate, quali la gabella del sale, della polvere, del tabacco, i dazi sulle mercanzie.

Nonostante le rimostranze e gli ostacoli opposti dalle famiglie patrizie lombarde – soprattutto milanesi – il 5 maggio 1750 venne stesa la prima scrittura sociale e il 24 luglio dello stesso anno venne rogato l’atto notarile che fissava le quote di partecipazione alla ferma generale. Tutto il capitale venne suddiviso in dodici quote: quattro riservate alla camera regia e le rimanenti otto distribuite tra cinque azionisti privati, reclutati nel Bresciano, Cremonese o ancora a Genova.

Ai membri della ferma generale, a partire dal 1753, furono attribuiti poteri di ispezione sul traffico di particolari beni quali il sale e il tabacco; poteri che suscitarono non poche rimostranze da parte del ceto mercantile milanese.

Dopo la guerra dei sette anni, il sistema degli appalti delle imposte indirette fu oggetto di una nuova riforma, che ebbe in Pietro Verri il maggiore sostenitore. Il Verri riconosceva i meriti dei provvedimenti applicati dal governatore Pallavicini, ma riteneva fosse necessario affrontare una riforma integrale del settore. Il sistema degli appalti era ormai da considerarsi contrario al principio di sana amministrazione, in quanto interponendo tra il contribuente e l’erario l’attività speculativa dell’appaltatore, sovrapponeva inevitabilmente l’interesse privato a quello pubblico. L’unica forma oculata di amministrazione delle regalie e dei dazi non poteva essere quindi che quella diretta, lo stato doveva provvedere in prima persona all’esazione delle imposte.

Alle immediate e inevitabili rimostranze che fecero seguito alla proposta del Verri pose rimedio il diretto intervento di Giuseppe II, figlio della sovrana Maria Teresa. Venuto a contatto con la realtà lombarda grazie a un viaggio intrapreso nel 1769, Giuseppe II vinse le riluttanze della madre e con decreto 28 dicembre 1770 abolì definitivamente la ferma generale, le cui funzioni furono direttamente esercitate dalla camera regia.


Il supremo consiglio di economia

Per dare continuità e unità alla realizzazione del programma di riordinamento del sistema economico-finanziario dello stato milanese, nel 1765 venne istituito il supremo consiglio di economia a cui vennero demandate due funzioni fondamentali: presiedere al funzionamento dei meccanismi finanziari e guidare la politica economica dello stato. Il Consiglio, indipendente da qualunque tribunale e solamente subordinato al governo, era composto da un presidente, due consiglieri delegati a rappresentare gli interessi della ferma generale, tre consiglieri per le materie commerciali e tre per le materie censuarie; e da un consigliere incaricato a presiedere alle materie commerciali relative al ducato di Mantova.

I consiglieri, di nomina regia e di durata vitalizia, avevano alle loro dipendenze un segretario, due “ragionatti”, un notaio, anch’essi di nomina regia.

Al supremo consiglio vennero attribuite numerose e importanti competenze: in materia censuaria funzionava come tribunale del censo; in materia economica presiedeva all’organizzazione corporativa e costituiva il supremo tribunale, contro il quale non era permesso ricorrere in appello neppure attraverso il senato.

Bersaglio, sin dall’inizio della sua creazione, di numerose critiche che prendevano di mira l’eterogeneità delle sue incombenze e l’impreparazione dei membri che lo componevano il supremo consiglio, nonostante i soli cinque anni di attività – venne infatti sciolto nel 1771 – riuscì a ottenere un importante risultato con l’avocazione allo stato, in amministrazione diretta, di gran parte delle regalie. La soppressione della ferma generale aveva risolto il problema delle regalie date in appalto, ma aveva lasciato aperto il problema delle regalie che lo stato aveva dovuto alienare, in tempi diversi, a diversi creditori, privati o pubblici, a causa delle sempre crescenti esigenze dell’erario. La redenzione delle regalie assunse così un ruolo importante e determinante all’interno di quel processo di riforma dei tributi indiretti.


Il Monte di Santa Teresa

Istituito nel 1753, il Monte di Santa Teresa divenne uno degli strumenti fondamentali su cui poté contare l’amministrazione teresiana e poi giuseppina per l’attuazione della riforma dello stato.

L’organizzazione del sistema di appalto delle imposte indirette e la conseguente creazione della ferma generale fecero infatti emergere un altro grave problema: il debito pubblico. Oberata da pesanti debiti per far fronte alle guerre, la camera regia necessitava di essere riorganizzata, e la proposta del governatore in carica Luca Pallavicini suggeriva lo stesso provvedimento adottato per la ferma: concentrare i debiti in uno stesso organismo così come si erano concentrati gli appalti; raggruppare cioè in un solo “monte” i diversi “monti” dei creditori esistenti, al fine di assicurare il pagamento dei creditori e sollevare la camera dal peso dei debiti.

Il bilancio camerale di previsione per l’anno 1751, che registrava un deficit pari a quasi 700.000 lire, convinse la sovrana Maria Teresa a ordinare l’istituzione di una giunta, presieduta dal gran cancelliere Cristiani e composta dal presidente del magistrato camerale, da due senatori, da un questore e da due avvocati fiscali, al fine di rimediare allo sbilancio.

I lavori della giunta si protrassero fino al 1752, quando il governatore Pallavicini presentò a Vienna un bilancio progressivo fino a tutto l’anno 1762, che prevedeva la concentrazione dei debiti dello stato in un Monte unico la cui dote doveva essere costituita dal gettito del dazio del bollino – che colpiva la vendita al minuto del vino nella città di Milano – da una parte del canone annuo corrisposto dai fermieri per la privativa del sale, e ancora dalla creazione di una cassa di redenzione per il riacquisto delle regalie alienate.

Nel corso degli anni sessanta vennero assorbiti dal Monte di Santa Teresa tutte le classi dei creditori: i montisti di San Carlo nel 1763, quelli del monte civico nel 1769, i montisti di San Francesco nel 1772, e infine nel 1786 vennero inglobati anche i sovventori del banco di Sant’Ambrogio. Il Monte di Santa Teresa, divenuto l’unico istituto per il credito pubblico dello stato, sopravvisse sino all’arrivo degli eserciti francesi in Lombardia.


La riforma del censo

Quando l’imperatore Carlo VI, spinto dalla situazione finanziaria dello stato, si decise ad avviare un’operazione di rinnovamento dell’antico estimo di Carlo V nominò una giunta, denominata reale giunta del censimento, investita degli stessi poteri della precedente giunta dei prefetti dell’estimo.

Il dispaccio 7 settembre 1718, oltre a ufficializzarne l’istituzione, ne stabiliva competenze e limiti. Le fasi in cui doveva articolarsi l’opera della giunta erano la notificazione dei beni, la misura universale delle terre, comprese quelle di proprietà ecclesiastica, la valutazione. Il dispaccio attribuiva alla giunta un largo potere discrezionale, anche se era obbligata a consultarsi con il governo ogni volta intendesse discostarsi dalle direttive stabilite a suo tempo per la compilazione del catasto di Carlo V.

Sin dai primi mesi della sua attività, la giunta dovette sostenere una logorante lotta contro l’ostruzionismo dell’aristocrazia milanese e degli organi che ne erano espressione. Il consiglio generale di Milano, ad esempio, nominò una giunta urbana del censimento, incaricata ufficialmente di seguire e controllare da vicino l’operato della giunta governativa, ma che ufficiosamente ne insabbiò e snaturò le operazioni.

Nonostante le resistenze, la giunta riuscì a raggiungere discreti risultati nella notifica dei beni da parte dei possessori e nella loro misurazione e ad avviare anche la terza e più delicata fase del censimento: la stima. Intorno alla metà degli anni venti, l’opera della giunta pareva avviata verso una prossima conclusione, ma l’obiettiva difficoltà dei residui nodi da sciogliere e l’affiorare di errori e omissioni nell’opera svolta, oltre che dal mutamento della congiuntura politica, la fecero naufragare.

I lavori della giunta vennero definitivamente interrotti nel 1733, con l’aprirsi di un nuovo conflitto europeo, la guerra di successione polacca, che vide il Milanese invaso dalle truppe gallo-sarde.


La seconda giunta del censimento

Una nuova giunta del censimento, presieduta dal toscano Pompeo Neri, esperto in materia amministrativa e fiscale, dotato di grandi risorse organizzative, venne istituita nel 1749 e munita degli stessi poteri delegati alla precedente giunta.

L’interesse che la nuova giunta potesse giungere, rispetto alla precedente, a più sollecite e precise conclusioni, spinsero Maria Teresa d’Austria a stabilire che qualora fossero insorte difficoltà nell’esecuzione delle incombenze a essa attribuite, la giunta non dovesse più arrestare il corso dei suoi lavori in attesa di risoluzioni da parte della corte, bensì dovesse sottoporre le questioni al giudizio del governatore, il quale, consultato il gran cancelliere, doveva fornire in tempi brevi le decisioni del caso.

Superate le difficoltà incorse circa la composizione della giunta, il Neri procedette alla stesura di una relazione, resa pubblica nel 1750, in cui oltre a descrivere i risultati ottenuti dalla prima giunta del censimento e i disordini che sin dai primi mesi ne avevano minato l’attività, forniva una ricognizione del cammino che restava ancora da percorrere.

Alla giunta spettava definire la questione delle esenzioni laiche ed ecclesiastiche; rinnovare “la descrizione delle teste censibili” e ancora definire il metodo di ripartizione dell’imposta personale e mercimoniale. Oltre a ciò, alla Giunta rimaneva il compito di fare eseguire il nuovo riparto, abolendo i vecchi metodi e affrontando le resistenze di chi traeva vantaggio dal loro perpetuarsi, e cioè in primo luogo “i rappresentanti e amministratori dei pubblici”.


La riforma amministrativa

Per attuare la politica di riforma dell’estimo, occorreva che la riforma fiscale fosse preceduta da una riforma amministrativa locale e provinciale, occorreva stabilire che l’imposizione e l’esazione successiva delle imposte fosse eseguita per mezzo di ministri regi imparziali e disinteressati, togliendone la competenza dalle mani dei ministri comunitativi.

Le reazioni furono immediate: la congregazione dello stato diede inizio a lunghe rimostranze e il consiglio generale di Milano tempestivamente ricostituì la giunta urbana del censimento, composta dagli esponenti delle più prestigiose famiglie patrizie milanesi, con lo scopo di ostacolare l’operato della giunta Neri. Tuttavia, tutte le maggiori questioni, a eccezione dello spinoso problema delle esenzioni ecclesiastiche, vennero risolte entro la fine del 1755.

Una tappa fondamentale per la conclusione dei lavori fu la raccolta di notizie circa la situazione amministrativa, fiscale, finanziaria di ciascuna comunità che componeva lo stato, attuata attraverso un questionario, composto da quarantacinque quesiti, inviato nel 1751 ai cancellieri di tutte le comunità. I dati così ottenuti consentirono alla giunta di compilare i nuovi sommarioni e le nuove tavole d’estimo, cioè i registri che comunità per comunità elencavano le singole particelle di terreni, contrassegnate dallo stesso numero d’ordine che configurava nelle mappe, con il nome del possessore, il perticato, la destinazione colturale e il valore capitale in scudi d’estimo.

Il sistema delle imposizioni indirette dello stato, costituito da un’imposta fondiaria proporzionale al valore capitale dei beni e integrata dalle cosiddette “tre tasse” – tassa personale, tassa mercimoniale e tassa sulle case forensi abitate dai proprietari – e la riforma amministrativa preliminare all’esecuzione del censo furono i maggiori traguardi raggiunti dalla seconda giunta del censimento la quale, dopo essere stata lentamente esautorata, il 31 dicembre del 1757 venne ufficialmente sciolta con dispaccio regio.


Il tribunale del censo

Con l’applicazione della riforma amministrativa e parallelamente di quella fiscale, per il governo si presentava il compito di vigilare sull’operato degli enti locali, per fare rispettare il criterio di uniformità. A capo di questo apparato, il governo istituì il tribunale del censo, tribunale tutorio che garantiva la propria imparzialità con la presenza di giudici forestieri e che, sino al momento del suo scioglimento, coincise con la giunta del censimento.

Una rete di funzionari strettamente e direttamente dipendenti dal tribunale incominciò quindi a vigilare sulle province e sui comuni dello stato. Al tribunale del censo venne subordinata una schiera di cancellieri, attraverso i quali venivano portati ai comuni gli ordini governativi: il loro “placet” era infatti richiesto per ogni deliberazione consiliare, per ogni provvedimento dei sindaci e dei deputati.

Per le città si provvide inoltre all’istituzione di regi delegati, ai quali venne demandato il potere di intervenire nei consigli e nelle congregazioni, con la facoltà di sospendere le deliberazioni ritenute dannose, oltre alla nomina di un numero variabile di revisori dei conti, anch’essi direttamente nominati dal tribunale su liste proposte dai consigli, ai quali venne invece attribuito l’importante compito di revisionare il bilancio consultivo e di sindacare gli organi amministrativi.

Nel 1757, con l’abolizione della giunta del censimento, le funzioni svolte dal tribunale del censo vennero assorbite prima dal magistrato camerale e in seguito dal supremo consiglio di economia.


La regia interinale delegazione

Con cesareo reale dispaccio 31 dicembre 1757 Maria Teresa d’Austria disponeva la soppressione della giunta Neri. Valutata positivamente l’attività condotta dal Neri e dai suoi stretti collaboratori, la sovrana, non ritenendo più necessaria l’esistenza di una giunta, ordinava a Francesco di Modena, amministratore del governo e capitano generale della Lombardia Austriaca, data la minore età dell’arciduca Pietro Leopoldo, di “consumare la detta Opera di censimento in tutte le sue rimanenze, riguardino la disposizione o l’esecuzione”, surrogando alla direzione dell’opera il presidente camerale don Angelo Luigi Meraviglia Mantegazza e due avvocati fiscali, don Filippo Muttoni e don Francesco Fenaroli.

Alla regia interinale delegazione così formata, posta alle dirette dipendenze del gran cancelliere e plenipotenziario conte Beltrame Cristiani, venivano attribuite le stesse facoltà e competenze precedentemente demandate alla giunta Neri, con il particolare onere di dirimere le eventuali controversie che, in seguito alla pubblicazione delle tavole dell’estimo, sarebbero insorte tra lo stato e gli estimati.


Organizzazione territoriale dello stato di Milano

Le riforme politiche e amministrative che caratterizzarono la seconda metà del XVIII secolo portarono a una riorganizzazione del territorio dell’antico stato milanese. Secondo quanto stabilito dall’editto 10 giugno 1757, esso si articolava nelle province di Milano, Pavia, Lodi, Cremona, Como, Casal Maggiore e nelle terre separate di Treviglio (separata dal ducato di Milano), Soncino, Fontanella, Pizzighettone, Castel Leone (separate dal contado di Cremona), nella giurisdizione della Calciana e ancora nella Valle Intelvi.

Nel 1780, morta la sovrana Maria Teresa e salito al trono il figlio, l’imperatore Giuseppe II, il processo riformatore fu applicato secondo principi di uniformità, accentramento e separazione tra funzione amministrativa e giudicante, che ebbero come conseguenza anche la razionalizzazione delle circoscrizioni territoriali, passate indenni nella loro disomogeneità attraverso le riforme teresiane.

Il 26 settembre del 1786 per

dare al corso degli affari nelle Provincie della Lombardia Austriaca una forma regolare e coerente al Sistema politico recentemente introdotto in questa e nelle altre parti della sua Monarchia

veniva infatti pubblicato per volontà di Giuseppe II un nuovo editto per il compartimento territoriale che prevedeva la suddivisione della Lombardia Austriaca in otto province – Milano, Mantova, Pavia, Cremona, Lodi, Como, Bozzolo, Gallarate – ognuna delle quali rimaneva suddivisa in pievi o delegazioni, e queste in comunità. Nel 1787 il ministro plenipotenziario Wilczeck, per ragioni di carattere geografico e logistico, sostituì i capoluoghi di provincia Bozzolo e Gallarate con Casalmaggiore e Varese. Tuttavia, la razionalizzazione delle circoscrizioni territoriali attuata da Giuseppe II ebbe vita breve. Nel 1791, salito al trono Leopoldo II, venne infatti ripristinato il compartimento teresiano.


Il ministro plenipotenziario

Nella Lombardia Austriaca la carica di ministro plenipotenziario ebbe inizialmente carattere straordinario e venne affidata a personalità di grande rilievo per particolari necessità militari o diplomatiche.

Già nel 1745 il patrizio genovese Gian Luca Pallavicini era stato nominato ministro plenipotenziario, carica che dovette tuttavia abbandonare a causa del sostegno che Genova prestò alla fazione avversa agli Absburgo durante la guerra contro i Borboni. Tra il 1745 e il 1750, negli anni che precedettero la nomina del Pallavicini alla carica di governatore dello stato di Milano, Maria Teresa d’Austria ampliò notevolmente i poteri del ministro plenipotenziario, precisandone le competenze.

Intorno alla fine degli anni cinquanta il ministro plenipotenziario andò riunendo in sé il comando generale delle truppe d’Italia, la sovrintendenza sulle opere censuarie e sui fondi camerali e militari, ottenendo praticamente il controllo di tutte le magistrature e provocando le reazioni del ceto patrizio lombardo.

I poteri del ministro plenipotenziario vennero ulteriormente rafforzati quando alla carica fu nominato Beltrame Cristiani, la cui figura è legata in particolare alle vicende del ducato di Modena.

Dopo la morte del Beltrami la carica di ministro plenipotenziario assunse carattere ordinario, divenendo la maggiore dello stato. Egli assisteva il governatore in tutte gli affari di governo, interni o esterni; era tenuto ad assistere a tutte le conferenze, ordinarie e straordinarie, convocate dal governatore; era investito del potere di sostituire il governatore qualora fosse stato assente; teneva un carteggio regolare con il cancelliere di corte e di stato, con sede a Vienna, sugli affari d’Italia; rappresentava l’intermediario della corrispondenza governativa con la corte; e ancora sbrigava tutta la corrispondenza relativa ai pubblici affari con gli ambasciatori imperiali e stranieri, secondo le istruzioni del cancelliere di corte e stato.

Con la soppressione della carica di gran cancelliere e di reggente, il ministro plenipotenziario divenne a tutti gli effetti il fulcro della politica lombarda, il vero e unico tramite tra Milano e Vienna e tale rimase sino alla sua soppressione nel 1796.


Le vicende del ducato di Modena

L’accordo stipulato nel 1753 tra la monarchia austriaca e il ducato di Modena fu rilevante per l’equilibrio della penisola italiana, ma soprattutto per l’assestamento del potere absburgico in Lombardia. Il ducato di Modena, di importanza strategica in quanto dominava le vie della Liguria e dell’Italia centrale, era retto da Francesco III d’Este, ultimo discendente della dinastia. Egli aveva militato al servizio dell’imperatore d’Austria Carlo VI contro i turchi ma in seguito, nell’ultima guerra di successione, si era schierato dalla parte dei Borboni.

Grazie a una astuta politica diplomatica, il ministro plenipotenziario della Lombardia Austriaca Beltrame Cristiani ottenne alla casa d’Austria non solo l’alleanza del ducato di Modena, ma anche la successione. Avendo infatti Francesco III un solo figlio, Ercole Rinaldo, separato dalla moglie e quindi incapace di dare al casato altro erede se non la figlia Beatrice, il Cristiani prospettò abilmente al duca di Modena la possibilità di un matrimonio tra la nipote e un arciduca di stirpe imperiale: lo sposo austriaco avrebbe un giorno regnato sul Modenese e al contempo lo stato estense non avrebbe dovuto essere incorporato nella monarchia austriaca ma avrebbe costituito uno stato separato, regolato dalle vigenti leggi e consuetudini.

Queste furono le clausole del trattato concluso tra le parti il 3 gennaio 1753: l’arciduca promesso in matrimonio all’erede d’Este, non appena avesse compiuto la maggiore età, in attesa del trono estense, sarebbe stato preposto al governo della Lombardia; nel frattempo Francesco III venne nominato capitano generale e amministratore in sua vece, con gli stessi poteri e titoli. Tuttavia la nuova carica di amministratore si rivelò figurativa, e molto meno autorevole di quella di governatore: l’autorità effettiva passò al ministro plenipotenziario.


Il governatore di Milano in epoca austriaca

Anche in epoca austriaca, il governatore era il diretto rappresentante del sovrano nello stato. Il governatore dello stato di Milano, seguendo la tradizione della dominazione spagnola, non provenne durante il XVIII secolo dalla tradizione burocratica milanese bensì dal cerchio della nobiltà austriaca.

Esecutore degli ordini che gli arrivavano direttamente dalla corte imperiale, il governatore assommava cariche di carattere politico- amministrativo, quale appunto “luogotenente e governatore dello stato”, e di carattere militare, in quanto “capitano generale dello stato”.

Al governatore erano attribuiti poteri normativi, di controllo, di coordinamento delle magistrature lombarde. Da lui dipendevano, in ultima istanza, le nomine dei membri degli organi cittadini e provinciali; per le sue mani passavano le richieste di appello e di grazia contro sentenze di giudici e contro i provvedimenti dei magistrati, con la sola limitazione di consultare il senato e il regio fisco.

Il governatore firmava le gride che notificavano al pubblico la volontà sovrana, espressa in regi dispacci. Come diretto rappresentante del sovrano, il governatore teneva il supremo comando dell’esercito sia in pace che in guerra.

Per il disbrigo delle proprie competenze il governatore si serviva di cancellerie particolari, quali la cancelleria di guerra, detta anche cancelleria di stato e cifra, e la cancelleria segreta per quelle civili. Con l’evolversi degli avvenimenti e della politica riformatrice della monarchia austriaca, la carica di governatore venne via via svuotata di forza politica e affiancata da un sempre più potente ministro plenipotenziario, diretto strumento di governo di Vienna.

Governatore e ministro plenipotenziario furono infine definitivamente soppressi nel 1796 con l’arrivo delle truppe francesi in Lombardia.


Il magistrato camerale

Con regio dispaccio 31 maggio 1749 la sovrana Maria Teresa provvide alla creazione di una nuova “pianta” dei tribunali dello stato, comprendente anche i due magistrati ordinario e straordinario. La sovrana riteneva fosse necessario riformare le strutture amministrative dello stato “risecando gli uffici inutili per Sua Maestà e gravosi per la Camera e per lo Stato”.

Il dispaccio disponeva quindi di riunire le incombenze del magistrato ordinario e straordinario con le giurisdizioni e facoltà già competenti a entrambi; i membri delle magistrature riformate sarebbero stati sostituiti qualora il posto, per morte o malattia o altro permanente impedimento, si fosse reso vacante.

La fusione dei due magistrati in un unico magistrato camerale permetteva di costituire l’autorità amministrativa assoluta per la direzione e ispezione di tutti i rami di finanza nel territorio soggetto alla giurisdizione del governo.

Il nuovo sistema prevedeva quindi che il magistrato camerale fosse competente su tutte le imposte dirette, i beni del demanio e della corona, le privative, i diritti regali, le miniere, la zecca, gli oggetti fiscali, il monte dello stato, il debito pubblico, i soldi degli impiegati, le sovvenzioni pensioni remunerazioni a carico del tesoro, le dotazioni delle autorità militari, e l’azione disciplinare sopra i diversi uffici di finanza.

Composto da un presidente e da sei consiglieri di governo, il magistrato camerale aveva alle proprie dipendenze gli ufficiali camerali e di finanza, le direzioni del lotto e della zecca, l’ispettorato della fabbrica di tabacchi, l’ispettorato delle polveri e dei nitri, l’ufficio delle tasse, l’ufficio del bollo e della carta.


Nuova riforma e soppressione del magistrato camerale

Con la fine della guerra dei sette anni, fu avviato in Lombardia un vasto piano di rimaneggiamenti di tutto il sistema delle magistrature, che portò a una netta separazione tra amministrazione e giurisdizione.

La riforma del 1771 con l’applicazione del principio “il senato giudica; il magistrato camerale regola; la camera dei conti sindaca” estese infatti anche allo stato di Milano quella netta separazione degli affari giudiziari dalle competenze amministrative che in Austria era già stata introdotta nei precedenti decenni.

Il principale banco di prova del nuovo assetto politico-amministrativo fu il magistrato camerale, rinominato “regio ducal magistrato camerale”. Continuatore diretto dell’attività svolta dal soppresso supremo consiglio di economia, di cui ereditò non solo le competenze in materia censuaria, annonaria, commerciale, ma anche la struttura dipartimentale e gran parte del personale, compreso il corpo direttivo, organizzato in due aule, civile e criminale, il magistrato camerale si vedeva delegata la gestione di tutte le materie economiche e fiscali.

Un dispaccio reale del 30 dicembre 1771 ne ufficializzò le competenze: al magistrato camerale si affidava tutta la materia censuaria, tutte le imposte dirette, i beni del demanio e della corona, le privative, i diritti regali, il debito pubblico; la direzione generale del commercio, annona, zecca, acque, strade, pesi e misure.

Dal 1771 mutava la composizione del magistrato camerale, articolato in un presidente, dieci consiglieri, tre avvocati fiscali e un sindaco fiscale. Il dispaccio regio 3 marzo 1783, ordinando la sottrazione delle materie finanziarie dalle competenze del magistrato camerale, segnò il preludio alla soppressione dell’organo: nel 1786, con l’abolizione delle Nuove Costituzioni che da due secoli e mezzo regolamentavano la vita amministrativa, economica, giudiziaria del Milanese, cessava anche la magistratura che ne aveva gestito l’ordine e l’organizzazione economico- finanziaria.


Il consiglio di governo

Il 18 maggio 1786 venne pubblicato il dispaccio regio che istituiva il consiglio di governo, organo che, esercitando le funzioni delle magistrature scomparse con l’abolizione delle Nuove Costituzioni (senato, magistrato camerale, congregazione dello stato), riassumeva in sé tutta l’organizzazione amministrativa dello stato.

L’uniformità con il sistema introdotto nelle province austriache e nella stessa capitale Vienna, la più pronta spedizione degli affari e la cooperazione di tutti i dicasteri politici ed economici al migliore servizio del sovrano e del pubblico furono i principali motivi che determinarono l’imperatore Giuseppe II a riunire in un consiglio di governo i dicasteri politici ed economici della Lombardia e ad affidare al medesimo tutti gli affari politici, camerali e censuari della Lombardia Austriaca, esclusi gli affari di giustizia, che rimasero riservati all’arciduca
governatore.

Presieduto dal ministro plenipotenziario, il consiglio di governo si articolava in sette dipartimenti, a ciascuno dei quali era preposto un consigliere.

Nel settembre del 1789, quando fu messa a punto la pianta stabile del consiglio, i dipartimenti furono ridotti a sei e venne operata una parziale ridistribuzione delle materie.

Il consiglio di governo, nonostante le critiche di lentezza, ritardo, cavillosità dei procedimenti, lavorò alacremente negli anni della sua attività (1786-1791); con le riforme dell’imperatore Leopoldo II venne sostituito dal magistrato politico camerale, che conservò sostanzialmente la stessa struttura.


La riforma della giurisdizione

Dopo la conclusione della guerra dei sette anni, fu ripresa la politica di riforme del governo austriaco in Lombardia, che portò a conclusione il tentativo di separare le attribuzioni amministrative da quelle giurisdizionali negli organi dello stato. Nel 1771 il senato milanese fu infatti spogliato di ogni attribuzione che non fosse giudiziaria. Il senato, composto da dodici senatori, divenne, in campo giudiziario, l’unica autorità competente, assorbendo anche le attribuzioni contenziose prima spettanti al magistrato camerale e al supremo consiglio di economia. Tutti gli affari giustiziali vennero attribuiti al senato, il quale in qualità di tribunale supremo emetteva giudizi definitivi e inappellabili. Data la vastità della materia giudiziaria di sua competenza (criminale, civile, camerale, commerciale) il senato fu diviso in tre aule, ciascuna composta da quattro senatori: civile, criminale, camerale.

Le tre aule erano tenute a riunirsi in tribunale supremo per i processi che implicassero la pena di morte, la revisione di sentenze passate in giudicato e ancora per la revisione di cause giudicate dall’aula camerale. Al senato rimanevano tuttavia confermati alcuni antichi diritti: il diritto di esprimere il proprio parere su gravi questioni, anche di natura non essenzialmente giudiziaria, previo però esplicita richiesta regia; il diritto di voto consultivo su provvedimenti relativi all’amministrazione giudiziaria; e ancora il diritto di presentare terne di nomi per la nomina di alcune cariche amministrative.

Nel 1786, con l’abolizione delle Nuove Costituzioni che per due secoli e mezzo avevano regolamentato la vita amministrativa, economica, giudiziaria del Milanese, anche il senato venne soppresso.

Razionalizzando radicalmente gli organi giudiziari, l’imperatore Giuseppe II istituì un triplice grado di giurisdizione: in primo grado a Milano e Mantova giudicavano due tribunali collegiati, ai quali venne affidato anche il potere di giudicare in secondo grado e in appello; in terzo grado infine, per la definizione dei conflitti di giurisdizione, giudicava il supremo tribunale di giustizia, con sede a Milano.


La camera dei conti

Alla fine della guerra dei sette anni, un piano di rimaneggiamento di tutto il sistema delle magistrature dello stato di Milano portò a una netta separazione tra amministrazione e giurisdizione.

Nel 1771, con l’applicazione del principio “il Senato giudica; il Magistrato Camerale regola; la Camera dei conti sindaca” fu estesa infatti anche alla Lombardia Austriaca quella netta separazione degli affari giudiziari dalle competenze amministrative che in Austria era già stata introdotta nei precedenti decenni.

In seguito ai dispacci regi 12 ottobre 1769 e 6 luglio 1770, venne istituita la camera dei conti, organo destinato “a sindacare le operazioni di tutte le amministrazioni tanto regie, che pubbliche, ed esaminare e rivedere i conti di ogni contabile, a farne seguire i dovuti trasporti ai libri maestri ed ausiliari, ed a mettere il Governo in grado di vedere ad ogni istante e con sicurezza lo stato di ogni azienda e di ogni cassa”. La camera era composta da un presidente e due consiglieri di “pianta stabile”, nominati direttamente dal sovrano sentiti il governo e la stessa camera dei conti.

Le varie “ispezioni” attribuite alla camera vennero ripartite tra i due consiglieri. A uno venne affidata la cura delle aziende regie, all’altro quella delle aziende pubbliche, dei banchi, dei monti. Al presidente, il cui voto all’interno di ciascuna sessione era considerato preponderante, spettava invece il compito di coordinare i lavori, “di conservare il buon ordine e fare osservare i comandati regolamenti e ordini”.

Nel 1788 la camera dei conti venne temporaneamente aggregata al consiglio di governo, nel 1791 venne nuovamente resa autonoma e infine definitivamente soppressa in seguito all’arrivo delle truppe francesi in Lombardia.


La conferenza governativa

Con reale dispaccio 30 gennaio 1791 tutta l’autorità del governo della Lombardia Austriaca venne affidata a una conferenza governativa, cui spettava la direzione superiore e il disbrigo di tutti gli affari generali relativi allo stato di Milano e al ducato di Mantova.

L’attività del supremo organo di governo fu disciplinata dalle istruzioni approvate dall’imperatore Leopoldo II il 7 marzo 1791. In base a esse, tutti gli affari della conferenza governativa dovevano essere decisi per pluralità dei voti, senza che né il governatore né il ministro plenipotenziario potessero risolverli secondo il loro voto particolare. Alla conferenza spettavano le nomine agli impieghi, benefici, stipendi, già di spettanza del consiglio di governo e la formazione delle terne da proporsi alla corte per gli impieghi o nomine riservate alla medesima. Grande rilievo venne allora riconosciuto alla figura del governatore, cui era data la facoltà di sospendere la spedizione, quando fosse di diverso parere, delle decisioni in affari gravi o che interessassero “tutto il Paese o il Principe” e di proporre il rinvio dell’esame di un affare. Il governatore era inoltre l’ultimo a votare, e se il suo intervento avesse introdotto elementi nuovi nella discussione, quanti si erano già pronunciati per una tesi contraria alla sua potevano tornare sulle proprie decisioni.

Sempre secondo quanto previsto dalle istruzioni, ai due consultori di stato previsti nell’organico spettava fare le relazioni su tutti gli affari presentati alla conferenza, mentre i verbali con le determinazioni dell’organo di governo dovevano essere redatti dal segretario e firmate da tutti i componenti presenti alle sessioni; ogni mese copia delle stesse veniva inviata a Vienna.

Oltre al segretario, la conferenza governativa poteva valersi di una segreteria di governo, cui spettava la spedizione di tutti gli affari, ordini e lettere; la segreteria era posta sotto la direzione dei due consultori.

Nel mese di agosto del 1792, in seguito alla morte del consultore Albuzzi, entrò a far parte della conferenza governativa Alberto Litta, che rimase direttore anche della camera dei conti.


Il magistrato politico camerale

Con reale dispaccio 30 gennaio 1791 il consiglio di governo fu trasformato in un dicastero denominato magistrato politico camerale, con l’incarico “di tutti gli affari politici ed economici per lo stato di Milano dipendentemente dalla conferenza governativa”. Il dicastero, formato da un presidente e sei consiglieri, conservò sostanzialmente la precedente struttura dipartimentale e il personale del cessato consiglio di governo, ma non ebbe da subito attribuzioni definite e non ne furono delineati i rapporti con la conferenza governativa, cui rimaneva riservata la suprema responsabilità di governo.

Organizzazione e competenze del magistrato politico camerale furono stabilite, dopo l’emanazione di norme provvisorie nel 1791, il 27 febbraio 1792: il magistrato deteneva l’autorità tutoria ed esecutiva per gli affari politici, economici e camerali dello stato di Milano, eccettuato quanto venne considerato di speciale pertinenza della regia camera dei conti e dell’intendenza generale delle finanze, eccettuata la polizia e ciò che riguardava direttamente il Monte di Santa Teresa, e quanto a norma delle sovrane determinazioni risultava di spettanza dei corpi pubblici. Riservate alla sovrana autorità e alle direzioni e facoltà della Conferenza governativa rimanevano gli oggetti di massima, le grazie e le deroghe agli ordini, l’emanazione o rinnovazione delle leggi o politici regolamenti. Accanto alle prevalenti competenze in materia economica e camerale, il magistrato doveva inoltre occuparsi della vigilanza sugli affari riguardanti la sanità e l’istruzione e del disbrigo di quelli religiosi, attraverso la commissione ecclesiastica unita al dicastero.

Nella sua qualità di supremo organo economico e finanziario, al magistrato politico camerale facevano capo i ripristinati regi delegati e, per gli oggetti demaniali e camerali, le intendenze provinciali di finanza; esso esercitava poi una funzione di tutela sulle amministrazioni comunali, approvandone le imposte e le alienazioni e autorizzando le vertenze giudiziarie.

Il magistrato politico camerale venne soppresso con ordinanza del generale in capo dell’armata d’Italia e del commissario del direttorio esecutivo della repubblica francese datata 19 maggio 1796, quando furono dichiarati cessati anche il consiglio generale dei decurioni e la giunta interinale di governo.


La giunta interinale di governo

La giunta interinale venne istituita dal governo il 9 maggio 1796, prima di abbandonare Milano, all’approssimarsi delle armate francesi.

La giunta, investita della direzione generale degli affari, era formata dal presidente del tribunale supremo, dai due presidenti d’appello e di prima istanza, dal presidente del magistrato politico camerale ed era assistita dal segretario di governo. Alla giunta venne attribuito il potere di ordinare e disporre con le medesime facoltà già competenti alla regia conferenza governativa

sotto l’obbligo però di riferire al governo generale ne’ casi importanti e non urgenti, sempreché le circostanze della guerra lo possino permettere

La giunta interinale fu soppressa con ordinanza del generale in capo dell’armata d’Italia e del commissario del direttorio esecutivo presso le armate d’Italia e delle Alpi del 19 maggio, allorché furono sciolti anche il consiglio generale dei decurioni e il magistrato politico camerale.


Tramonto della congregazione dello stato

Nel 1786, con l’abolizione delle Nuove Costituzioni, la congregazione dello stato era stata soppressa dall’imperatore Giuseppe II. Con reale dispaccio 20 gennaio 1791, tuttavia, la congregazione dello stato venne riportata in vita da Leopoldo II, che accolse così le richieste formulate in tal senso dalla deputazione delle province lombarde.

Ricostituita con la sua cassa, ragioneria e archivio, come pure con le altre prerogative precedentemente godute ed esercitate, la congregazione doveva essere preventivamente consultata dal governo sopra gli oggetti riguardanti direttamente l’amministrazione, ogni qual volta si trattasse di qualche provvidenza e determinazione di massima, ovvero di un cambiamento dei regolamenti riguardante il bene universale dello stato: in particolare, la congregazione andava interpellata in merito alle variazioni delle partite di bilancio e all’imposta generale.

Alla congregazione venne inoltre concessa la possibilità di presentare istanze e ricorsi direttamente al sovrano, senza più dovere necessariamente passare attraverso il canale governativo. A tal fine essa aveva facoltà di tenere stabilmente un proprio deputato a Vienna, eletto fra il ceto nobile delle diverse città indipendentemente dall’approvazione governativa, con mandato biennale. Alla congregazione furono poi affidate anche le incombenze per il disimpegno delle fazioni militari, che prima del 1786 spettavano all’abolita commissaria dello stato.

A capo della congregazione dello stato stava, secondo l’antica consuetudine, il vicario di provvisione della città di Milano; restava ugualmente confermata dal sovrano la carica di regio delegato presso la congregazione, con le facoltà spettanti alla sua rappresentanza, mentre le antiche denominazioni di delegato, oratore e sindaco furono sostituite da quella di assessore primo e secondo.

La congregazione mantenne inalterate le proprie funzioni e la propria organizzazione fino alla caduta del governo austriaco. Dopo l’ingresso in città delle armate francesi, la congregazione dello stato venne provvisoriamente conservata nelle sue funzioni, che doveva però esercitare ora “a nome della Repubblica francese sotto la vigilanza e l’autorità degli agenti militari”.

Il 25 agosto 1796 la congregazione dello stato, i cui membri erano stati frattanto ridotti da tredici a quattro, annunciò di essere subentrata in tutte le funzioni della cessata agenzia militare, mentre il giorno seguente partecipò di avere assunto l’amministrazione e percezione delle finanze e delle altre rendite camerali, nonché l’ispezione direttiva di tutti i pubblici stabilimenti, contro il pagamento di un milione di lire milanesi al mese, compresa la diaria e il mensuale, da contribuirsi alla repubblica francese. Nei giorni successivi la congregazione dello stato mutò la propria denominazione in amministrazione generale della Lombardia.


Istituzioni storiche

Legislazione storica