« precedente  |  La Lombardia e la nascita dello stato moderno  |  successivo »

L'Amministrazione generale di Lombardia

Collasso delle istituzioni del governo absburgico

Il 19 maggio 1796, con ordinanza del generale in capo dell’armata d’Italia, Bonaparte, e del commissario del direttorio esecutivo della repubblica francese presso le armate d’Italia e delle Alpi, Saliceti, furono soppressi la giunta interinale di governo, il consiglio generale dei decurioni e il magistrato politico camerale, rimpiazzati da un’agenzia militare composta di tre agenti: Maurin, Patrault e Reboul, scelti personalmente da Bonaparte e dal commissario del direttorio esecutivo.


L'agenzia militare di Lombardia

Organo supremo di governo, di controllo e di raccordo tra i vari corpi, l’agenzia militare dipendeva dal comandante le truppe di stanza nella Lombardia, responsabile della sicurezza e dell’ordine interno del paese. L’agenzia, in primo luogo, soprintendeva all’esazione delle contribuzioni di guerra, alla loro ripartizione tra gli enti pubblici e alla riscossione delle imposte, potendo disporre a tal fine di esattori e di investigatori militari sparsi sul territorio lombardo; godeva inoltre di ampi poteri nella scelta del personale e delle magistrature pubbliche.

Incaricata, con ordinanza del 24 giugno 1796, di rimpiazzare “il commissario di governo per tutte le decisioni urgenti [...] sì in riguardo alla tassazione ed esazione, che rispetto alla necessaria firma de’ ruoli delle provincie”, l’agenzia militare fu soppressa, dopo tre mesi di attività, sul finire del mese di agosto, quando le sue funzioni furono affidate all’amministrazione generale di Lombardia.


L'amministrazione generale di Lombardia

Alla fine del mese di agosto del 1796, la congregazione dello stato di Milano, dopo essere stata investita del controllo sulle contribuzioni di guerra, già di pertinenza della cessata agenzia militare, divenne amministrazione generale di Lombardia. Sull’amministrazione venne inoltre a ricadere la responsabilità della pubblica sicurezza e “l’immediata vigilanza di una parte tanto interessante il patrimonio dello stato” – tra cui quella sul Fondo di religione – da giustificare la soppressione dell’intendenza generale di finanza, sostituita allora da una semplice ispettoria centrale di finanza.

Sul finire di ottobre gli fu infine trasferita dal generale Bonaparte quella

parte del pien-potere sulla Lombardia che guarda le materie politiche e civili d’un interna amministrazione.

Dell’amministrazione generale, le cui decisioni dovevano ricevere la sanzione del comandante militare della Lombardia, facevano parte tre comitati: il comitato di corrispondenza, il comitato militare e il comitato centrale di polizia. Quest’ultimo, costituito con ordinanza 31 ottobre 1796, era formato da tre membri e corrispondeva con i comitati di polizia attivati presso le municipalità delle province lombarde, con i pretori, il capitano di giustizia e tutti i tribunali.

Con la medesima disposizione furono anche previsti sette commissari delegati dall’amministrazione e dipendenti del comitato centrale, sei per le province e uno per la città di Milano, con l’incarico di

scorrere i distretti loro destinati.


Compartimento dell'amministrazione generale

L’organizzazione dell’Amministrazione generale di Lombardia venne precisata sul finire del mese di gennaio del 1797, con la pubblicazione del compartimento interno, che prevedeva l’attivazione di quattro dipartimenti. Il primo, formato da due rappresentanti, doveva occuparsi di pie fondazioni, ospedali, luoghi pii, commissione ecclesiastica, decime e livelli ecclesiastici, sanità, studi, scuole normali, pubblica istruzione, popolazione e posta.

Al secondo, di quattro membri, spettava l’intervento su questioni relative ad acque, argini e dugali, navigazione, pesca, confini, boschi, caccia, contabilità, monti, soldi, pensioni e normali, archivi, esenzioni, censo, livelli e decime laiche, amministrazione pubblica, tasse, teatri, tribunali e giustizia, satellizio, strade, fabbriche, oggetti straordinari, corrispondenze, casa d’arresto e di correzione, commissione centrale di polizia.

Il terzo dipartimento, composto di quattro membri, aveva competenze su contribuzioni, requisizioni, imposte, ragionateria e tesoreria generale, riparti e conguagli tra i pubblici, alloggi, fazioni militari, impieghi in genere, economia interna, arti e manifatture, comitato centrale militare. All’ultimo dipartimento, di due soli membri, spettavano infine gli affari riguardanti finanze, lotto, zecca, diritti camerali redenti, commercio, annona, mercati e fiere, camere mercantili.


La Repubblica cisalpina

Formazione della repubblica

La repubblica cisalpina nacque ufficialmente il 29 giugno 1797 con il proclama del generale in capo dell’armata d’Italia, Bonaparte, che ne sancì la libertà e l’indipendenza dalla repubblica francese. Quello stesso giorno il generale provvide a nominare quattro dei cinque membri del direttorio esecutivo, cioè dell’organo di governo, mentre il giorno seguente fu disposta la nomina del segretario generale del direttorio e dei ministri della polizia, guerra, finanze, giustizia, affari esteri. Il dicastero degli affari interni venne attribuito nei primi giorni del mese successivo. La costituzione della neo-istituita repubblica, che ricalcava quella francese dell’anno III, fu emanata l’8 luglio.


Profilo costituzionale della repubblica

La costituzione disponeva la divisione della repubblica, con capitale Milano, in undici dipartimenti: Adda (con capoluogo alternativamente ogni due anni Lodi e Crema), Alpi Apuane (Massa), Crostolo (Reggio Emilia), Lario (Como), Montagna (Lecco), Olona (Milano), Panaro (Modena), Po (Cremona), Serio (Bergamo), Ticino (Pavia), Verbano (Varese). Ognuno di essi doveva poi essere ripartito in distretti, a loro volta distribuiti in comuni.

Il potere esecutivo, come previsto dal titolo VI della costituzione, veniva demandato a un direttorio di cinque membri, al quale facevano riferimento i sei ministri di finanze, giustizia, guerra, polizia, affari esteri e interni. Il potere legislativo (titolo V) fu invece affidato a un corpo suddiviso in un gran consiglio, cui competeva l’iniziativa delle leggi, e in un consiglio dei seniori, al quale spettava l’approvazione o il rigetto delle stesse. In attesa della nomina, effettuata da Bonaparte il successivo 9 novembre 1797, le funzioni dell’organo legislativo furono provvisoriamente affidate a quattro comitati consulenti.

Con i titoli restanti la costituzione cisalpina dell’anno V provvedeva a regolare lo stato politico dei cittadini (titolo II), le assemblee primarie (titolo III), le assemblee elettorali (titolo IV), i corpi amministrativi e municipali (titolo VII), il potere giudiziario (titolo VIII), la forza armata (titolo IX), l’istruzione pubblica (titolo X), le finanze (titolo XI), le relazioni estere (titolo XII); figurano infine un titolo relativo alle revisioni costituzionali (titolo XIII) e uno di dichiarazioni generali (titolo XIV).


Il potere esecutivo

Con la proclamazione della repubblica cisalpina, il potere esecutivo venne delegato a un direttorio formato da cinque membri. Quattro di essi furono designati dal generale in capo dell’armata d’Italia Bonaparte il 29 giugno 1797, giorno di nascita della repubblica, ed entrarono in funzione il giorno seguente. Si trattava precisamente di Gian Galeazzo Serbelloni, Marco Alessandri, Pietro Moscati e Giovanni Paradisi; il quinto componente del direttorio, Giovanni Battista Costabili Containi, venne invece nominato dal generale Bonaparte il 28 luglio 1797 e si insediò il successivo 2 agosto.

Il 30 giugno, frattanto, il direttorio esecutivo aveva provveduto a nominare il proprio segretario generale nella persona di Giambattista Sommariva. Il 13 novembre 1797 Bonaparte sostituì il direttore dimissionario Serbelloni con Giovan Battista Savoldi, che entrò in carica il 21 novembre.

L’organizzazione e le attribuzioni del direttorio, oltre alle modalità di elezione e ai requisiti richiesti ai suoi membri, vennero definiti nella carta costituzionale della repubblica cisalpina dell’anno V, pubblicata l’8 luglio 1797.

Il giorno seguente la proclamazione della repubblica cisalpina, il neo- costituito direttorio esecutivo provvide alla nomina dei ministri. Secondo quanto disposto dalla costituzione, essi non formavano consiglio, potevano essere revocati dal direttorio e avevano la responsabilità

dell’inseguimento sì delle leggi che degli ordini

emanati dal direttorio stesso.


I colpi di stato nel biennio 1798-1799

Come quella delle altre istituzioni cisalpine, anche la vita del direttorio fu estremamente travagliata: durante i ventidue mesi di governo della repubblica dovette infatti subire ben cinque colpi di stato, due contro la parte moderata e tre contro quella radicale.

Il primo rivolgimento si verificò durante il mese di aprile del 1798, quando furono costretti a presentare le dimissioni i direttori Moscati e Paradisi, sostituiti dal generale in capo Brune con il ministro degli affari esteri Carlo Testi e con il ministro dell’interno Giacomo Lamberti. Al contempo il segretario generale Sommariva venne sostituito da Giuseppe Pagani.

L’organico del direttorio fu nuovamente modificato circa quattro mesi più tardi, questa volta per mano dell’ambasciatore transalpino Trouvé, che il 31 agosto impose alla repubblica cisalpina una nuova carta costituzionale, nella quale, a fronte di un indebolimento dei poteri dei consigli legislativi, all’esecutivo venne concessa “più di forza e più di unità”.

Il nuovo direttorio, con maggiori attribuzioni e facoltà di nomina, risultò composto dai riconfermati Adelasio, Alessandri e Lamberti, accanto ai quali vennero nominati Giuseppe Luosi, fino ad allora ministro della giustizia, e Fedele Sopransi, già ministro di polizia.

Un’ulteriore modifica nelle fila del direttorio, come del resto in quelle dei consigli legislativi, si ebbe il 19 ottobre a opera del capo dell’armata d’Italia Brune, i cui atti furono però dichiarati nulli con i decreti del direttorio esecutivo della repubblica francese pubblicati il 25 ottobre e il 7 novembre 1798.

L’organico del direttorio, dopo questi avvenimenti, tornò a essere formato dai cittadini Luosi, Adelasio, Sopransi e Lamberti, cui si aggiunsero successivamente Vertemate Franchi e Ferdinando Marescalchi, ma nei mesi che precedettero l’ingresso delle armate austro-russe sul suolo lombardo dovette subire le conseguenze di altri due colpi di stato promossi, rispettivamente, dagli ambasciatori francesi Fouché e Rivaud.


Il potere legislativo

Secondo quanto disposto dalla costituzione pubblicata l’8 luglio 1797, il potere legislativo della repubblica cisalpina veniva attribuito a un corpo composto da due consigli, che dovevano avere sede nello stesso comune (art. 58): il consiglio dei seniori, formato da quaranta e al più fino a sessanta membri, e il gran consiglio, di ottanta e al più fino a centoventi membri (art. 44).

I componenti dei due consigli, la cui attività era incompatibile con l’esercizio di altri incarichi o funzioni pubbliche (art. 47), erano nominati dalle assemblee elettorali di ciascun dipartimento in ragione della popolazione del dipartimento stesso (art. 49) e dovevano essere rinnovati per un terzo ogni anno (art. 53).

In attesa della nomina dei membri del corpo legislativo e del loro insediamento, la legge 9 luglio 1797 d’esecuzione dell’atto costituzionale ne affidò provvisoriamente le funzioni a quattro comitati consulenti: il comitato di costituzione, il comitato di giurisprudenza, il comitato di finanza e il comitato militare.

La nomina dei componenti i due consigli venne effettuata per la prima volta dal generale Bonaparte il 9 novembre 1797, su liste predisposte dai comitati riuniti, mentre l’insediamento ebbe luogo il 21 novembre: quello del gran consiglio nei locali del palazzo di governo in Porta Orientale a Milano, mentre il consiglio dei seniori si insediò nel locale di San Damiano alla Scala. Il giorno successivo i due consigli iniziarono le sessioni e il 23 novembre fu annunciata la loro definitiva costituzione.

In seguito alla riunione alla repubblica cisalpina dei territori di Bologna, Ferrara, Emilia, Mantova, Brescia, Valtellina, Chiavenna e Bormio una legge promulgata il 3 novembre portò il numero dei rappresentanti del corpo legislativo a duecentoquaranta (centosessanta quelli del gran consiglio e ottanta del consiglio dei seniori) e provvide ad assegnare la quota spettante a ciascun dipartimento: dodici al dipartimento dell’Adda, sei a quello della Alpi Apuane, sei all’Alta Padusa, quindici all’Alto Po, dodici al Basso Po, nove al Benaco, dodici al Crostolo, dodici al Lamone, dodici al Lario, quindici al Mella, nove al Mincio, dodici alla Montagna, quindici all’Olona, quindici al Panaro, quindici al Reno, dodici al Rubicone, quindici al Serio, dodici al Ticino, dodici all’Adda e Oglio e dodici al Verbano.


Riforme negli organi legislativi

Parzialmente epurato a metà del mese di aprile del 1798 per ordine del governo francese, il corpo legislativo venne riorganizzato dall’ambasciatore transalpino Trouvé, che il giorno 1 settembre fece approvare una nuova carta costituzionale e alcune leggi organiche, tra cui una relativa all’organizzazione dei consigli legislativi.

Deplorato per le frequenti divisioni insorte con il direttorio, per la lentezza nelle decisioni e per lo sproporzionato numero dei membri in rapporto alla popolazione della repubblica, il corpo legislativo venne allora indebolito nei poteri e dimezzato nell’organico: al gran consiglio, divenuto consiglio degli juniori, furono riconosciuti ottanta membri, mentre il consiglio dei seniori, mutata la denominazione in consiglio degli anziani, risultò composto di quaranta membri elettivi e dagli ex direttori dei quattro anni precedenti che in tale intervallo non avessero accettato altra funzione pubblica.

Trouvè, in tale occasione, provvide a fornire la lista dei membri dei due consigli, la cui durata in carica venne fissata in sei anni per quelli elettivi e in quattro per gli altri; ogni due anni i consiglieri dovevano essere rimpiazzati per un terzo da nuovi componenti eletti dalle assemblee elettorali, secondo quote assegnate ai dipartimenti in ragione della loro popolazione.

Il 19 ottobre 1798 le fila dei consigli legislativi furono tuttavia nuovamente scompaginate, questa volta dal capo dell’armata d’Italia Brune, il quale dispose la destituzione e il rimpiazzo di alcuni consiglieri e di alcuni membri del direttorio esecutivo, con un atto che venne però dichiarato nullo dal direttorio esecutivo della repubblica francese, con decreti del 25 ottobre e del 7 novembre.

La lista dei membri del consiglio degli juniori e del consiglio degli anziani usciti da queste vicende fu pubblicata il 14 dicembre. Circa quattro mesi più tardi, a causa del sopraggiungere delle armate austro- russe, il consiglio legislativo annunciò il suo allontanamento da Milano, delegando il governo dei vari dipartimentali cisalpini alle rispettive amministrazioni centrali.


Organizzazione territoriale

Il 17 ottobre 1797, con la firma della pace di Campoformio, la repubblica cisalpina venne ufficialmente riconosciuta come potenza indipendente dall’Austria, che in quell’occasione ricevette da Bonaparte Venezia e la terraferma veneta fino alla linea dell’Adige, oltre ai territori dell’Istria, della Dalmazia e delle Bocche di Cattaro.

Nel frattempo, il 27 luglio, erano stati riuniti alla cisalpina i territori di Bologna, Ferrara e della Romagna, mentre con un decreto del 22 ottobre 1797 furono aggregate la Valtellina, Chiavenna e Bormio e, pochi giorni più tardi, la città e la provincia di Brescia.

Più in dettaglio, i territori che insieme all’ex Lombardia Austriaca componevano la repubblica cisalpina erano gli stati dell’ex duca di Modena, le tre già legazioni pontificie di Bologna, Ferrara, Romagna, le province ex venete di Bergamo, Brescia, Crema e parte del Veronese, la città di Mantova con il suo territorio, l’ex ducato di Massa e Carrara e tutti li feudi imperiali compresi fra la Toscana, la cisalpina, la repubblica di Genova e il ducato di Parma, il feudo di Campione, quello di Maccagno imperiale, la Valtellina e gli ex contadi di Chiavenna e Bormio.

Di conseguenza, il numero dei dipartimenti nei quali era ripartita la repubblica si accrebbe dagli undici originari ai venti previsti dalla legge sul riparto territoriale del 3 novembre 1797, ovvero: Adda (con capoluogo Lodi e Crema alternativamente), Adda e Oglio (Sondrio, dal 26 novembre), Alpi Apuane (Massa Carrara), Alto Po (Cremona), Basso Po (Ferrara), Benaco (Desenzano), Crostolo (Reggio Emilia), Lamone (Faenza), Lario (Como), Mella (Brescia), Mincio (Mantova), Montagna (Lecco), Olona (Milano), Panaro (Modena), Reno (Bologna), Rubicone (Rimini), Serio (Bergamo), Ticino (Pavia), Verbano (Varese).

A distanza di pochi giorni venne promulgata la legge per la confinazione dipartimentale, mentre quelle di riparto dei singoli dipartimenti furono emanate solo durante la successiva primavera. Il dipartimento del Rubicone, inoltre, fu ampliato con l’aggregazione della provincia di Pesaro e del Montefeltro.


La riforma costituzionale del 1798

L’organizzazione territoriale stabilita con il testo legislativo del 3 novembre 1797 e con le successive leggi di compartimentazione dipartimentale ebbe breve durata. La riforma costituzionale imposta dall’ambasciatore della repubblica francese presso la cisalpina e attuata il giorno 1 settembre 1798, oltre a disporre il rafforzamento dell’esecutivo e il dimezzamento del numero dei componenti del corpo legislativo – suddiviso ora in un consiglio degli juniori, formato da ottanta membri, e in un consiglio degli anziani, di quaranta membri – prevedeva l’accorpamento dei dipartimenti esistenti, che, per motivi di economia, furono ridotti da venti a undici: Adda e Oglio (con capoluogo Morbegno), Alto Po (Cremona), Basso Po (Ferrara), Crostolo (Reggio Emilia), Mella (Brescia), Mincio (Mantova), Olona, (Milano), Panaro (Modena), Reno (Bologna), Rubicone (Forlì), Serio (Bergamo). I rispettivi confini vennero definiti quello stesso giorno con un’apposita legge, mentre la ripartizione in distretti e comuni fu operata durante l’autunno.


La crisi del 1799

Il 10 aprile 1799, per far fronte alla difficile situazione venutasi a creare a seguito dell’offensiva militare austro-russa, il direttorio esecutivo venne

autorizzato a prevalersi di tutti i mezzi straordinari
politici, economici e militari che crederà necessari ad assicurare la
tranquillità e la conservazione della Repubblica.

Valendosi di questa autorità straordinaria, che doveva cessare dopo tre decadi, ove non gli fosse stata “espressamente confermata da un atto legislativo”, il direttorio provvide a nominare un comitato militare, un comitato di finanza e un comitato di salute pubblica.

Pochi giorni più tardi, i rappresentanti del potere esecutivo e quelli del potere legislativo furono costretti a lasciare Milano, il cui governo rimase affidato all’amministrazione centrale dipartimentale d’Olona.


Il territorio durante l'occupazione militare del 1799-1800

Gli organi di governo e la ripartizione territoriale della repubblica cisalpina stabiliti nel settembre del 1798 furono soppressi con la conquista da parte delle armate austro-russe, entrate in Milano il 28 aprile 1799.

Da allora e sino alla fine di maggio del 1800 il territorio lombardo rimase soggetto agli austriaci, a eccezione di Mantova, arresasi il 28 luglio 1799 e tornata a far parte della cisalpina solo dopo la pace di Lunéville, nel febbraio 1801.

Il ricostituito dominio absburgico comprendeva il territorio dell’ex Lombardia Austriaca – formata dalle province di Milano, Casalmaggiore, Como, Cremona, Lodi e Pavia – le città e le province già venete di Bergamo, Brescia e Crema, il Mantovano, al quale era stata accorpata una porzione di suolo veronese situata al di là dell’Adige, la Valtellina con gli ex contadi di Chiavenna e Bormio.

Il territorio venne allora suddiviso circoscrizioni denominate province, la cui amministrazione fu affidata ad altrettante congregazioni delegate sottoposte al governo centrale insediato a Milano sotto la guida di un commissario imperiale, che prendeva ordini direttamente da Vienna.


Riorganizzazione della repubblica nel 1800

Dopo tredici mesi di occupazione austriaca, tra la fine di maggio e il giugno del 1800 l’armata francese riconquistò gran parte dei territori cisalpini. La riorganizzazione della repubblica, la compilazione delle sue leggi e dei regolamenti dei diversi rami della pubblica amministrazione furono allora affidati dal primo console della repubblica francese a una consulta di cinquanta membri, presieduta da un ministro straordinario del governo francese, incaricato di fatto di controllare e dirigere la vita del nuovo stato.

Al contempo il potere esecutivo venne rimesso a una commissione straordinaria formata da nove componenti, per essere poi concentrato, il successivo 20 settembre, in un più ristretto comitato governativo di tre soli membri. Pochi giorni più tardi a capo dei diversi rami dell’amministrazione pubblica vennero insediati quattro ispettori generali, ai quali furono allora attribuite le facoltà che già competevano ai ministri della repubblica cisalpina.

L’esecutivo cisalpino rimase in carica fino al febbraio del 1802, quando fu insediato in Milano il governo costituzionale della neo-proclamata repubblica italiana.


La consulta legislativa

Dopo la riconquista dei territori lombardi da parte dell’esercito francese, il 17 giugno 1800 il primo console della repubblica francese Bonaparte decretò la formazione in Milano di una consulta di cinquanta membri incaricata di preparare l’organizzazione della repubblica e di compilare le leggi e i regolamenti relativi ai differenti rami della pubblica amministrazione. La consulta fu presieduta dal ministro straordinario della repubblica francese, il generale Claude-Louis Petiet.

I membri della consulta furono nominati con decreto del primo console il 24 giugno 1800. Tra essi, in prevalenza moderati, figuravano gli ex direttori Marescalchi, Luosi, Testi, Lamberti, Brunetti e Moscati, quest’ultimo ancora prigioniero degli austriaci, e membri dei consigli legislativi; vi erano inoltre l’arciprete del duomo di Milano Carlo Opizzoni e il vescovo di Pavia.

La consulta venne insediata il 3 luglio 1800 e due giorni più tardi ebbe inizio la sua attività, con l’approvazione di un testo legislativo che dichiarava nulle tutte le leggi, gli editti e le altre disposizioni emanate durante l’occupazione austro-russa, mentre richiamava in vigore le leggi della repubblica cisalpina, fatta eccezione per quelle relative a culto e finanze.

L’attività legislativa della consulta ebbe termine di fatto sul finire del mese di novembre del 1801, poco dopo l’approvazione della legge con cui venne disposta la convocazione nella città di Lione di una consulta straordinaria per votare il nuovo testo costituzionale. Della consulta straordinaria erano chiamati a far parte anche i membri della consulta ancora in carica, fatta eccezione per Longhi e Fontana, a causa dell’età avanzata, e di Crespi, “per poca salute”.


La commissione straordinaria di governo

Il 17 giugno 1800, il primo console di Francia Bonaparte dispose che il governo della repubblica cisalpina fosse provvisoriamente affidato a una commissione straordinaria formata da nove membri, che riuniva tutti i poteri della repubblica eccettuato il potere giudiziario e il potere legislativo.

Alla commissione, secondo quanto previsto dal decreto istitutivo, spettava innanzitutto la proposta delle leggi e dei regolamenti alla neo-istituita consulta legislativa e la registrazione e pubblicazione degli stessi una volta approvati; aveva inoltre facoltà di conservare o rimpiazzare i giudici dei tribunali e, in ciascun dipartimento, doveva nominare un commissario, il quale, incaricato

di tutte le particolarità dell’amministrazione” aveva “sotto i suoi ordini tutti gli agenti municipali e tutti i funzionari civili del suo circondario.

Delle relazioni tra la commissione straordinaria e le autorità transalpine venne allora incaricato un ministro straordinario del governo francese, cui spettava anche presiedere le sedute della consulta legislativa.

I membri della commissione straordinaria furono scelti personalmente da Bonaparte il 22 giugno e due giorni dopo vennero insediati dal ministro straordinario di stato Petiet e dal generale in capo della Lombardia Vignolle. Si trattava dei cittadini Antonio Aldini, Raffaele Arauco, Cesare Bargnani, Ambrogio Birago, Giovanni Paradisi, Sigismondo Ruga, Giovanni Battista Sommariva, Francesco Aimi Visconti e Francesco Melzi, il quale però rinunciò all’incarico. Neppure tre mesi più tardi, per volontà di Bonaparte, tutte le funzioni attribuite alla commissione straordinaria di governo vennero concentrate in un più ristretto comitato di governo, formato da tre componenti: Sommariva, Ruga e Visconti.

Il 12 novembre del 1801 i membri della commissione straordinaria di governo Aldini, Arauco, Bargnani, Birago, Paradisi e Melzi vennero chiamati a prendere parte alla consulta straordinaria convocata a Lione per votare la nuova carta costituzionale della repubblica.


Il comitato di governo

Il 24 settembre 1800 il comitato di governo comunicò al commissario governativo presso l’amministrazione dipartimentale d’Olona che, per volontà del primo console della repubblica francese, tutte le funzioni fino allora attribuite alla commissione straordinaria di governo erano state concentrate nel detto comitato, composto di tre soli membri: Giovan Battista Sommariva, Sigismondo Ruga e Francesco Aimi Visconti.

Secondo le intenzioni di Bonaparte, il nuovo organo esecutivo della repubblica cisalpina doveva essere in grado di garantire maggiore efficienza nello svolgimento delle funzioni di governo rispetto a quanto non avesse fatto in precedenza la commissione straordinaria, la cui azione era stata rallentata dai contrasti esistenti tra i nove membri. Tale considerazione fu confermata dallo stesso ministro straordinario della repubblica francese presso la cisalpina, Claude-Louis Petiet.

L’attività del comitato, stando agli atti editi, ebbe inizio il 20 settembre 1800. Alcuni giorni più tardi, il comitato dispose la nomina di quattro ispettori generali, con le attribuzioni che già erano state di competenza dei ministri, dei quali assunsero in seguito anche la denominazione.

Al vertice del dipartimento della guerra venne designato Giovan Battista Bianchi d’Adda, a quello degli affari interni e relazioni estere Francesco Pancaldi, Ambrogio Soldini fu invece nominato ispettore generale del dipartimento delle finanze, mentre a Smancini venne attribuito quello della polizia e giustizia.

Gravata soprattutto dalle questioni finanziarie, l’opera del comitato di governo proseguì con intensità lungo l’intero arco della sua esistenza, che si chiuse con l’installazione del nuovo governo costituzionale designato durante i comizi di Lione del gennaio 1802.


L'assetto territoriale definitivo della repubblica

Nell’ottobre del 1800 il territorio della repubblica cisalpina venne ampliato con l’aggregazione a occidente della zona compresa tra i fiumi Sesia e Ticino (Novara, Vigevano e Lomellina), che costituì poi il dipartimento dell’Agogna. Alcuni territori del Veronese e del Polesine di Rovigo, poi attribuiti in parte al dipartimento del Mincio e in parte a quello del Basso Po, pervennero invece in seguito alla firma del trattato di pace di Lunéville (9 febbraio 1801).

In tale occasione venne inoltre richiamato in vigore l’articolo 12 del trattato di Campoformio, secondo il quale l’imperatore riconosceva l’indipendenza della repubblica cisalpina, che risultava comprendere “l’ex-Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, la città e fortezza di Mantova, il Mantovano, Peschiera, la parte degli Stati ex-veneti all’ovest e al sud della linea indicata nell’art. 6, per la frontiera degli stati di S.M. l’imperatore in Italia, il Modenese, il Principato di Massa e Carrara e le tre Legazioni di Bologna, Ferrara e Romagna”.

Il comparto territoriale definitivo della repubblica venne stabilito con legge del 13 maggio 1801, che ne suddivideva il territorio in dodici dipartimenti: Agogna (con capoluogo Novara), Lario (Como), Olona (Milano), Serio (Bergamo), Mella (Brescia), Alto Po (Cremona), Mincio (Mantova), Crostolo (Reggio Emilia), Panaro (Modena), Basso Po (Ferrara), Reno (Bologna), Rubicone (Cesena). La popolazione complessiva superava allora i 3.800.000 abitanti.


Il Commissariato imperiale per la Lombardia Austriaca

Milano soggetta a un'amministrazione provvisoria

Il 29 aprile 1799, cioè il giorno seguente l’ingresso delle truppe austro- russe in Milano, il comandante generale dell’armata austriaca Melas dispose la riunione della municipalità e del dicastero centrale di polizia di Milano a formare un solo corpo amministrativo per il disimpegno degli affari pubblici sotto il nome di amministrazione provvisoria.

L’amministrazione, cui venne provvisoriamente affidata la gestione del capoluogo e della sua provincia, rimase in carica fino al 9 giugno 1799, quando fu soppressa dal commissario imperiale conte Cocastelli; al suo posto venne allora istituita la congregazione delegata per la città e provincia di Milano.


La congregazione delegata per la città e provincia di Milano

La congregazione delegata per la città e provincia di Milano venne istituita il 9 giugno 1799 dal commissario imperiale Cocastelli, per sostituire la soppressa amministrazione provvisoria nel governo del comune e della provincia milanese. La congregazione era suddivisa in sei dipartimenti corrispondenti ai sei rami d’amministrazione sotto l’immediata ispezione del governo, cioè censo e comunità; annona e sussistenza della città e della provincia; alloggiamenti e fazioni militari; strade, acque, illuminazione; fondo di religione; pubblica istruzione.

Il metodo di direzione interna di questo corpo e delle sue relazioni esterne era il medesimo della congregazione municipale trasformata nel 1796 in municipalità della città di Milano.

Presieduta da un prefetto e regio delegato – carica attribuita allora al conte Francesco Nava – la congregazione delegata contava diciotto assessori, gran parte dei quali scelti tra le fila della nobiltà e del patriziato.

Il 30 maggio 1800, all’approssimarsi delle armate francesi, l’autorità competente alla commissione imperiale e tutti gli oggetti che erano di competenza della congregazione delegata vennero attribuiti a una reggenza provvisoria, formata dal commissario imperiale Cocastelli prima di lasciare la città.


Governo della commissione imperiale

Durante i tredici mesi dell’occupazione militare austro-russa, il governo dei territori lombardi, formati dalle sei province dell’ex Lombardia Austriaca (Milano, Como, Pavia, Cremona, Casalmaggiore e Lodi), alle quali si erano aggiunte quelle di Bergamo, Brescia e Crema, la Valtellina e gli ex contadi di Chiavenna e Bormio, venne affidato al nobile mantovano Cocastelli, commissario generale presso l’armata d’Italia.

Depositario della somma dei poteri civili, incaricato della direzione dei dicasteri milanesi e del controllo delle amministrazioni provinciali, il commissario imperiale riceveva gli ordini direttamente da Vienna, dal barone Franz von Thugut, ministro di conferenza, commissario di stato e plenipotenziario imperiale per le province italiane, per la Dalmazia e l’Albania.

Le linee politiche generali e spesso anche quelle particolari venivano infatti discusse e stabilite a Vienna, mentre al governo centrale delle province lombarde, insediato a Milano, spettava un ruolo essenzialmente esecutivo. Al commissario Cocastelli, in sostanza, era richiesto di garantire il controllo politico e sociale dello stato e di fungere da collettore delle rendite erariali, utilizzando, a tal fine, il minor numero possibile di impiegati, per non distrarre preziose risorse alle forniture militari.

Il territorio venne suddiviso circoscrizioni denominate province, la cui amministrazione fu affidata ad altrettante congregazioni delegate sottoposte al governo centrale insediato a Milano. Coadiuvato nella sua attività da alcuni funzionari e impiegati, Cocastelli rimase alla testa della compagine austro-lombarda fino al 30 maggio 1800, quando, all’approssimarsi delle armate francesi, abbandonò la città delegando i suoi poteri a una reggenza di governo.


La delegazione generale delle province lombarde

Istituita nel luglio del 1799, la delegazione generale delle province lombarde era l’organo rappresentativo dei territori che formavano la compagine austro-lombarda, Mantova esclusa. I nove delegati che ne componevano l’organico erano eletti dai rispettivi corpi rappresentativi provinciali e avevano il compito di convogliare a Milano i bisogni e le esigenze locali, limitatamente però alle questioni riguardanti le forniture e le contribuzioni militari.

Solo in superficie essa poteva dunque richiamare l’antica congregazione dello stato, rispetto alla quale aveva attribuzioni più limitate, essendo stata istituita soltanto per rendere più semplice e armonico il concorso dello stato nelle spese occorrenti per far fronte al mantenimento e ai bisogni delle armate, e in questo modo attenuare gli arbitri nelle requisizioni; un compito che avveniva previa la sanzione della commissione imperiale, alla quale, ogni otto giorni, il corpo dei delegati doveva rimettere il verbale delle riunioni.

A presiedere la delegazione venne designato il milanese Francesco Nava, prefetto e regio delegato della città, della quale era stato anche l’ultimo vicario di provvisione nel 1796.


Azione della commissione per l'esame dei delitti di lesa maestà

Istituita con un ordine della corte di Vienna, trasmesso dal ministro degli esteri Thugut il 10 agosto 1799, la commissione giudiziaria per l’esame dei delitti di lesa maestà o commissione straordinaria delegata all’esame e al giudizio dei delitti politici, venne nominata il 6 ottobre dal commissario imperiale Cocastelli e si riunì per la prima volta il 14 dello stesso mese nelle stanze del palazzo del governo.

Si trattava di un tribunale speciale, che doveva giudicare i “delitti di stato” vale a dire i reati politici legati alla militanza nelle fila giacobine, all’esercizio di cariche istituzionali durante il periodo repubblicano e, più in generale, agli atti contrari alla monarchia absburgica.

La commissione era presieduta dal patrizio pavese Carlo Re, presidente del tribunale d’appello di Milano, e si componeva di quattro consiglieri, tutti uomini di legge di estrazione nobiliare: Francesco Bazzetta, Giuseppe Guaita, Agostino Pizzoli e Lattanzio Valsecchi, ai quali in seguito si aggiunse Carlo Antonio Gola.

La commissione giudiziaria venne soppressa con decreto 16 aprile 1800. Da allora gli imputati di gravi delitti contro lo stato tornarono a essere sottoposti alla giurisdizione dei tribunali ordinari.


La reggenza provvisoria

La reggenza di governo venne istituita dal commissario imperiale Cocastelli il 30 maggio 1800, prima di ritirarsi da Milano, per il sopraggiungere delle armate francesi.

Formata da sette membri (Giovanni Giacomo Bolognini, Carlo Antonio Gola, Agostino Pizzoli, Giuseppe Porta, Luigi Rusca, Gaetano Sacchi, Pietro Vedani), a essa venne attribuita l’autorità competente alla commissione imperiale e tutti gli affari governativi e pubblici e tutti gli oggetti che erano di competenza della congregazione delegata.

Il giorno 1 giugno la reggenza provvide a nominare una commissione di nove membri per il disimpegno degli oggetti riguardanti vettovaglie, trasporti e carriaggi, mentre il giorno successivo fece stampare un avviso per l’organizzazione dei festeggiamenti in occasione dell’ingresso delle truppe francesi in città.

Sostituiti parte dei suoi membri, la reggenza trasformò allora anche la sua
denominazione in amministrazione provvisoria della città di Milano.


La Repubblica italiana

Formazione della repubblica

La repubblica italiana venne proclamata il 26 gennaio 1802 dalla consulta straordinaria cisalpina convocata a Lione con legge del 12 novembre 1801. Contemporaneamente fu promulgata la carta costituzionale e si provvide alla nomina del presidente, del vicepresidente e delle altre più importanti cariche istituzionali. La costituzione ricalcava il modello di quella francese dell’anno VIII.


Profilo costituzionale della repubblica

Il primo articolo proclamava la religione cattolica apostolica romana come religione di stato, mentre con il secondo articolo veniva stabilito che la sovranità risiedeva nell’universalità dei cittadini. “Organo primitivo” di questa sovranità erano i tre collegi elettorali dei possidenti, dei dotti e dei commercianti, con sede stabilita, rispettivamente, a Milano, Bologna e Brescia. I membri dei tre collegi, eletti a vita, si radunavano, su invito del governo, per completare i loro corpi e per predisporre le liste per la nomina dei componenti della consulta di stato, del corpo legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione e dei commissari della contabilità. Tale nomina spettava poi alla censura, una commissione formata da ventuno membri scelti all’interno dei collegi elettorali, che si doveva riunire a Cremona.

Il governo della repubblica era affidato a un presidente, a un vicepresidente, a una consulta di stato, a un consiglio legislativo e a dei ministri. Al presidente, vero arbitro e controllore supremo della vita politica, spettava “l’iniziativa di tutte le leggi“e “di tutte le negoziazioni diplomatiche”, la nomina del vicepresidente, del segretario di stato, degli agenti civili, dei diplomatici, dei capi d’armata, dei generali, dei membri del consiglio legislativo e dei ministri, per mezzo dei quali esercitava “esclusivamente” il potere esecutivo; al presidente spettava inoltre presiedere la consulta di stato, organo di otto membri cui competeva “specialmente” l’esame dei trattati diplomatici “e di tutto ciò che ha rapporto agli affari esteri dello Stato”.


Il vicepresidente

Per quanto riguarda la figura del vicepresidente, la costituzione di Lione stabiliva che egli non potesse essere rimosso durante la presidenza di chi lo aveva eletto. In mancanza del presidente il vicepresidente prendeva “il suo luogo nel Consiglio legislativo” e lo rappresentava “in tutte le parti che egli vuole affidargli” (art. 49). “In qualunque caso di vacanza” passavano inoltre in lui “tutti gli attributi del presidente sino all’elezione del successore” (art. 50).

La presidenza della repubblica italiana venne assunta dal primo console di Francia Bonaparte, che come suo vicario designò il nobile milanese Francesco Melzi d’Eril, la cui nomina fu promulgata il 26 gennaio 1802 dalla consulta straordinaria di Lione.

Il governo costituzionale venne installato il successivo 14 febbraio e il 25 dello stesso mese entrò in funzione.

Forte della fiducia di Bonaparte, durante il triennio di vita della repubblica italiana il vicepresidente mantenne le redini del nuovo stato, avocando a sé l’amministrazione interna del paese e la direzione di quella parte degli affari esteri che non veniva trattata direttamente a Parigi. Impegnato nel dare alla repubblica italiana uno spazio politico proprio, mitigando la sudditanza dalla Francia, Melzi venne congedato nel maggio del 1805, dopo la proclamazione dell’impero e la trasformazione della repubblica in regno d’Italia.


Il potere esecutivo

La costituzione della repubblica italiana approvata per acclamazione dalla consulta di Lione nel gennaio del 1802 attribuì il potere esecutivo esclusivamente al presidente, che lo esercitava attraverso ministri da lui eletti e revocabili.

Nel testo costituzionale venivano ricordati solo tre ministri: il gran giudice ministro della giustizia, il ministro del tesoro pubblico e quello delle relazioni estere.

I ministeri della repubblica furono però in tutto sette: giustizia, tesoro pubblico, relazioni estere, affari interni, finanze, guerra e culto. Il dicastero delle relazioni estere era distinto in due divisioni: una con sede a Parigi presso il presidente, l’altra residente a Milano presso il vicepresidente, dove era insediata anche la segreteria di stato, organo amministrativo centrale della repubblica.


La segreteria di stato

Prevista dalla carta costituzionale del 1802, la segreteria di stato, con sede a Milano presso il vicepresidente, era l’organo amministrativo centrale della repubblica.

Il segretario di stato aveva il grado di consigliere, era nominato dal presidente e al presidente era tenuto a presentare, entro il termine di tre giorni e sotto la sua personale responsabilità, le leggi sanzionate dal corpo legislativo, che provvedeva poi a munire del sigillo dello stato e a promulgare.

In base al testo costituzionale, al segretario di stato spettava inoltre contrassegnare la firma del presidente e tenere il registro particolare dei suoi atti.

Il primo segretario di stato della repubblica italiana venne designato a Lione il 26 gennaio 1802: si trattava del valtellinese Diego Guicciardi, che pochi mesi dopo lasciò tuttavia l’incarico per la nomina a consultore di stato. Dopo l’abbandono del Guicciardi, la responsabilità dell’ufficio di segretario di stato fu affidata a Pellegrino Nobili, a sua volta sostituito dal modenese Luigi Vaccari, rimasto poi in carica per quasi sette anni.

Dopo la trasformazione della repubblica italiana in regno d’Italia, vennero stabiliti due segretari di stato, uno con il rango di ministro, l’altro di consigliere. Il primo risiedeva a Parigi al seguito dell’imperatore e re, ne contrassegnava la firma e teneva il registro particolare dei suoi atti; il secondo stava invece a Milano, dove era incaricato di contrassegnare la firma e tenere il registro particolare degli atti del viceré, oltre a dirigere e custodire l’archivio del regno. Al prestigioso incarico di ministro segretario di stato residente a Parigi Napoleone nominò il presidente del collegio dei possidenti Antonio Aldini, che, in questa veste, divenne una figura chiave della vita politica italiana di quegli anni.

Vaccari rimase invece a ricoprire il posto di consigliere segretario di stato residente a Milano fino all’ottobre 1809, quando fu nominato ministro dell’interno. A sostituirlo venne scelto Antonio Strigelli.


Il consiglio legislativo

Formato almeno da dieci cittadini d’età non minore a 30 anni, eletti dal presidente e revocabili dal medesimo dopo tre anni, il consiglio legislativo aveva il compito di esprimere voto deliberativo sui progetti di legge proposti dal presidente, i quali non erano approvati se non a maggioranza assoluta dei suffragi.

I consiglieri avevano inoltre voto consultivo negli altri affari, se richiesti dal presidente, ed erano specialmente incaricati della redazione dei progetti di legge, delle conferenze con gli oratori del corpo legislativo e delle discussioni relative in contraddittorio dei medesimi; decidevano poi in merito alle questioni di pubblica amministrazione. La nomina dei membri del consiglio legislativo venne promulgata dalla consulta di Lione il 26 gennaio 1802, insieme alla carta costituzionale. I prescelti furono allora Aldini, Bargnani, Birago, Biumi, Cicognara, De Bernardi, Felici, Gallino, Giovio, Guastavillani, Isolani, Lambertenghi, Testi, Veneri, Villa.

Dopo la formazione del regno d’Italia, il consiglio legislativo divenne parte del consiglio di stato, insieme agli altri due consigli dei consultori e degli uditori.


Limitazione del potere legislativo

Uno degli elementi caratteristici della costituzione della repubblica italiana fu il prevalere del potere esecutivo su quello legislativo, la cui rappresentanza era riservata a un corpo legislativo limitato nelle competenze e nell’autonomia, giacché la sua stessa convocazione era decretata dal presidente, il quale poteva poi decidere se prorogarne o meno le sedute.

Il corpo legislativo era composto da settantacinque membri d’età non inferiore a 30 anni scelti presso ciascun dipartimento in ragione di popolazione, tratti dai tre collegi elettorali dei possidenti, dei dotti e dei commercianti.

Il corpo legislativo aveva il compito di approvare o di respingere i progetti di legge predisposti dal consiglio legislativo, che erano preventivamente esaminati e discussi da una sezione dello stesso corpo, la camera degli oratori, insieme a rappresentanti del consiglio legislativo. Nominato la prima volta durante l’assise di Lione, il corpo legislativo doveva essere rinnovato per un terzo ogni due anni, secondo modalità poi regolamentate con legge organica del 10 marzo 1804. La prima convocazione del corpo legislativo avvenne a Milano il 24 giugno 1802, per decreto del Bonaparte, che, l’11 settembre di quello stesso anno, ne dichiarò cessate le sedute. Dopo la proclamazione del regno d’Italia, del corpo legislativo e delle modalità della sua convocazione si tratta al titolo V del terzo statuto costituzionale, pubblicato il 5 giugno 1805.

Unico istituto che ancora al principio del regno garantiva l’esistenza delle forme rappresentative del triennio cisalpino, il corpo legislativo, pur privato della sua prerogativa essenziale, cioè l’iniziativa delle leggi, avocata interamente dal re, continuava a rappresentare un ostacolo alla volontà egemone del sovrano, che, dopo la convocazione dell’estate 1805, decise di non riunirlo più, senza tuttavia disporne la soppressione formale.


Organizzazione territoriale

Il territorio della repubblica italiana era quello riconosciuto alla cisalpina nel trattato di Lunéville del febbraio 1801, e comprendeva il Novarese, il Vigevanasco e la Lomellina, l’ex Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, il Mantovano, parte del Veronese e del Polesine di Rovigo, il Reggiano, il Modenese, la provincia di Massa e Carrara e le tre ex legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e Romagna. La stessa ripartizione in dipartimenti, distretti e comuni, cui faceva riferimento il terzo articolo della carta costituzionale approvata a Lione, salvo alcune parziali modifiche, rimaneva fondata sulla legge di comparto territoriale del 13 maggio 1801, in base alla quale il territorio della repubblica era suddiviso in dodici dipartimenti: Agogna (con capoluogo Novara), Lario (Como), Olona (Milano), Serio (Bergamo), Mella (Brescia), Alto Po (Cremona), Mincio (Mantova), Crostolo (Reggio Emilia), Panaro (Modena), Basso Po (Ferrara), Reno (Bologna), Rubicone (Cesena).


Organizzazione amministrativa

L’organizzazione amministrativa dipartimentale e quella locale furono invece profondamente riformate con la promulgazione di due successivi testi di legge: il decreto vicepresidenziale 6 maggio 1802, che introduceva ufficialmente le figure del prefetto e del viceprefetto, e la legge sull’organizzazione delle autorità amministrative del successivo 24 luglio, con la quale venne completata la sistemazione dell’apparato amministrativo periferico e, al contempo, si procedette alla riorganizzazione dei comuni, introducendo la distinzione in tre classi definite in base alla consistenza della popolazione e rilevanti sia per la composizione dell’organo deliberativo, il consiglio comunale, sia per quella della municipalità.


Il Regno d'Italia

Formazione del regno

Nel marzo del 1805, con la promulgazione del primo statuto costituzionale, la repubblica italiana fu trasformata in una monarchia ereditaria, denominata regno d’Italia. Il trono venne assunto dall’imperatore di Francia, Napoleone I, che il successivo 26 maggio fu incoronato a Milano con la corona ferrea.


Profilo costituzionale del regno

L’organizzazione istituzionale, basata sulla costituzione repubblicana di Lione del gennaio 1802, venne progressivamente adattata alla nuova forma di stato attraverso la pubblicazione di statuti costituzionali emanati tra il marzo del 1805 e il 1810.

La carica di vicepresidente, quale rappresentante a Milano dell’autorità suprema, venne sostituta con quella di viceré (terzo statuto costituzionale), nella persona di éugene de Beauharnais, figliastro di Napoleone. Con il terzo statuto del 5 giugno 1805 vennero inoltre ridefinite le funzioni dei collegi elettorali, della censura e del corpo legislativo, unico organo rappresentativo del regno, convocato per l’ultima volta durante l’estate del 1805. Furono poi stabilite l’organizzazione e le attribuzioni del consiglio di stato, organo centrale del regno, creato unificando in un solo corpo tre istituti del passato periodo repubblicano: la consulta di stato, divenuta consiglio dei consultori, il consiglio legislativo e il consiglio degli uditori.

Con il quinto statuto costituzionale del 20 dicembre 1807, il consiglio dei consultori venne staccato dal consiglio di stato e trasformato in senato consulente, con competenze insieme consultive, legislative e di controllo. Il senato, di cui l’imperatore e re era presidente, fu prima di tutto un organo di rappresentanza dello stato, del quale vennero chiamati a far parte i principi della famiglia reale, i grandi ufficiali della corona, le massime cariche religiose dello stato, i consiglieri di stato consulenti e benemeriti cittadini nominati dal sovrano.


Il viceré

Con il terzo statuto costituzionale del regno, emanato il 5 giugno 1805, fu disposto che il re d’Italia potesse farsi rappresentare da un viceré (art. VI) e che questi, prima di assumere l’esercizio della sua dignità, dovesse prestare giuramento al sovrano, da cui poteva essere rimosso (art. VIII). Due giorni più tardi, Napoleone nominò viceré d’Italia il figliastro éugene de Beauharnais, stabilendone al contempo le prerogative.

Depositario dell’autorità civile e militare del re, il viceré operava con i ministri per tutti gli oggetti relativi all’amministrazione loro affidata; ove lo giudicasse conveniente, presiedeva inoltre il consiglio di stato. Al viceré spettava il comando delle truppe del regno e delle guardie nazionali, nonché il potere di sospensione degli ufficiali; con il mezzo del ministro degli affari esteri comunicava con gli incaricati d’affari in Venezia, Svizzera, Roma, Etruria, Genova, Torino e Parma.

Nel 1806 Napoleone conferì al Beauharnais il titolo di Napoleone di Francia; con il quarto statuto costituzionale ne dispose l’adozione e, in mancanza di discendenti maschi, legittimi e naturali, la designazione alla successione alla corona d’Italia.

L’anno successivo, con reale lettera patente del 20 dicembre 1807, venne assegnato a Eugenio Napoleone il titolo di principe di Venezia, mentre con il nono statuto costituzionale, emanato il 15 marzo 1810, si provvide a fissarne l’appannaggio.

Dopo l’abdicazione di Napoleone dall’impero, éugene de Beauharnais abdicò a sua volta dalle proprie funzioni costituzionali di governo il 20 aprile 1814.


Il potere esecutivo

Con decreto del 7 giugno 1805, il re d’Italia si riservava di deliberare sulla convocazione, l’aggiornamento e lo scioglimento del corpo legislativo, sulla convocazione dei collegi elettorali e sui lavori pubblici, sui crediti ai ministri e sulla nomina degli stessi e su quella dei consiglieri di stato, dei presidenti dei collegi e della censura, dei presidenti e questori del corpo legislativo, dei presidenti e procuratori generali di corti e tribunali, dei prefetti, dei consiglieri di prefettura e dei podestà dei comuni di prima classe, oltre ai rettori delle università e agli ufficiali dell’armata.

Durante il decennio di vita del regno d’Italia, i ministeri rimasero gli stessi esistenti durante il triennio della repubblica italiana, vale a dire: affari interni, culto, finanze, tesoro pubblico, giustizia, guerra e relazioni estere; quest’ultimo sempre con doppia sede a Milano, presso il viceré, e a Parigi, presso l’imperatore e re, dove andò a risiedere anche uno dei due segretari di stato, Antonio Aldini, che, dotato del rango di ministro, divenne di fatto il coordinatore dell’amministrazione nel regno d’Italia.


Il consiglio di stato

Organo centrale del regno d’Italia, il consiglio di stato venne formato con decreto reale 9 maggio 1805, mentre con il terzo statuto costituzionale, emanato il successivo 5 giugno, ne furono delineate l’organizzazione e le competenze.

Il consiglio, presieduto dal re o, in sua assenza, da un grande ufficiale della corona o da un consigliere consultore, era l’insieme di tutti gli alti funzionari e l’incontro di tutte le competenze, la sua voce rimaneva tuttavia unicamente consultiva, mentre il potere di decidere era saldamente nelle mani del sovrano.

In base al testo di legge istitutivo, il consiglio doveva essere composto da trentacinque membri scelti e nominati dal re, tra i quali figuravano di diritto i grandi ufficiali della corona, vale a dire il cancelliere guardasigilli Melzi, il grande elemosiniere e arcivescovo di Ravenna Codronchi, il gran maggiordomo maggiore Fenaroli, il gran ciambellano Litta e il grande scudiere Caprara; erano chiamati a farne parte inoltre i ministri, i membri della consulta di stato e quelli del consiglio legislativo. L’organo fu allora ripartito in cinque sezioni: giustizia, finanza, guerra, interno e culto, alle quali appartenevano tutti i membri, a eccezione dei grandi ufficiali della corona e dei ministri. Come segretario venne designato Giuseppe Compagnoni.

Del consiglio di stato, dotato di un segretario generale e di alcuni sostituti, facevano parte, durante l’esercizio delle loro funzioni, anche gli stessi ministri, che potevano inoltre partecipare alle sedute dei tre consigli dei consultori, legislativo e degli uditori, quando fossero in trattazione oggetti riguardanti i loro dipartimenti.

Il consiglio di stato venne dichiarato cessato con proclama del commissario plenipotenziario austriaco conte di Bellegarde del 25 maggio 1814.


Articolazione del consiglio di stato

Il consiglio di stato, secondo quanto disposto dal terzo statuto costituzionale, comprendeva al suo interno tre diversi organismi: il consiglio dei consultori, il consiglio legislativo e il consiglio degli uditori.

Il consiglio dei consultori, formato da otto consiglieri, era l’organo consulente in materia costituzionale; doveva cioè occuparsi di tutto quanto riguardava l’interpretazione degli statuti costituzionali e le modificazioni da farsi agli stessi, oltre ai trattati di pace, di commercio e di sussidi, che gli dovevano essere presentati prima della pubblicazione. In esso avevano “voce e seduta” i grandi ufficiali della corona e, in mancanza del viceré, doveva provvedere alla nomina di un reggente. Dopo la prima formazione nessuno poteva essere nominato alla carica vitalizia di consigliere consultore se prima non avesse fatto parte del consiglio legislativo.

Il 20 dicembre 1807, con l’emanazione del quinto statuto costituzionale, il consiglio dei consultori cessò di far parte del consiglio di stato per divenire senato consulente.

Il consiglio legislativo era composto al più da dodici consiglieri e aveva il compito di vagliare tutti i progetti di legge e i regolamenti di amministrazione pubblica, di cui doveva inoltre fornire spiegazioni, sviluppi o interpretazioni. I suoi membri, dopo la prima formazione, dovevano essere scelti tra i consiglieri uditori. Il consiglio degli uditori, infine, comprendeva al più quindici consiglieri di stato e aveva funzioni giurisdizionali in materia amministrativa e contabile.

Il consiglio legislativo e quello degli uditori erano, a loro volta, ripartiti in tre sezioni: legislazione e culto, interno e finanze, guerra e marina, incaricate di fare l’esame preventivo e lo spoglio degli affari. I consigli stendevano poi “in forma di progetto di legge, regolamento, decreto o decisione, il loro parere sugli oggetti” e i rispettivi presidenti li presentavano al sovrano, il quale, prima di adottarli, ne ordinava la trasmissione al consiglio di stato.

Con decreto 19 dicembre 1807, fu portato a diciotto il numero dei componenti il consiglio legislativo e a venti quello del consiglio degli uditori. In tale occasione fu inoltre stabilita la presenza, presso il consiglio di stato, di dodici assistenti, accresciuti in seguito a trenta.


Organizzazione amministrativa

L’organizzazione amministrativa periferica e locale del regno d’Italia fu delineata l’8 giugno 1805, con un decreto che apportò significative modifiche all’ordinamento precedente soprattutto per quanto riguarda le nomine, che furono tutte accentrate nelle mani del sovrano, fatta eccezione per quelle degli organi dei comuni di terza classe, ovvero con una popolazione inferiore a 3.000 abitanti, che rimanevano riservate ai prefetti.

A questi ultimi, con poteri accresciuti, rimase affidata la guida dei dipartimenti, dove erano inoltre previsti un consiglio di prefettura e un consiglio generale. Nei distretti risiedeva invece il viceprefetto, assistito da un consiglio distrettuale, mentre nei cantoni doveva essere presente almeno un giudice di pace e, per le materie amministrative e censuarie, un consigliere del censo.

Alla testa delle amministrazioni comunali vennero infine introdotte la figura del podestà – nei comuni di prima o seconda classe, ovvero con popolazione maggiore, rispettivamente, ai 10.000 o ai 3.000 abitanti – e quella del sindaco, nei comuni di terza classe, nelle cui mani, con un successivo decreto del 5 luglio 1807, furono concentrate anche le funzioni in precedenza attribuite alle municipalità.

L’organo deliberativo del comune rimase il consiglio comunale. Il numero dei comuni fu ridotto nei dipartimenti con l’emanazione di singoli provvedimenti attuativi del decreto “sull’aggregazione e concentrazione dei comuni di seconda e terza classe distanti ancora dal loro maximum di popolazione” (decreto 14 luglio 1807).


Organizzazione territoriale

Con decreto 8 giugno 1805 venne disposta la compartimentazione del regno in dipartimenti, distretti, cantoni e comuni.

I dipartimenti erano complessivamente quattordici: ai dodici della repubblica italiana (Agogna, Alto Po, Basso Po, Crostolo, Lario, Mella, Mincio, Olona, Panaro, Reno, Rubicone, Serio), vennero infatti aggiunti i dipartimenti dell’Adda e dell’Adige, con capoluogo, rispettivamente, Sondrio e Verona. Il numero dei dipartimenti si accrebbe durante gli anni successivi, con l’ampliamento territoriale del regno.

Le aggregazioni ebbero inizio nel marzo del 1806, con i territori ex veneti e dell’Istria, i quali furono ripartiti nei dipartimenti dell’Adriatico (con capoluogo Venezia), Brenta (Padova), Bacchiglione (Vicenza), Tagliamento (Treviso), Piave (Belluno), Passariano (Udine) e Istria (Capo d’Istria). La Dalmazia rimase invece provincia e fu lasciata all’amministrazione di un provveditore generale.

Nel marzo del 1806 il regno d’Italia dovette cedere al ducato di Lucca e Piombino la Garfagnana e i territori di Massa e Carrara, mentre, un mese più tardi, acquisì il principato di Guastalla, poi incluso nel dipartimento del Crostolo.

Nell’ottobre del 1807 il regno ampliò il proprio confine orientale fino alla linea dell’Isonzo, mediante il trasferimento del territorio di Monfalcone all’Austria e l’acquisizione al regno della contea di Gradisca sulla riva destra del fiume.

L’anno successivo vennero invece unite al regno d’Italia le province di Urbino, Ancona, Macerata e Camerino, organizzate nei dipartimenti del Metauro (con capoluogo Ancona), Musone (Macerata) e Tronto (Fermo). Nel 1809, con la pace di Schönbrunn, al regno furono aggregati alcuni territori lungo la frontiera nord-orientale tra cui parte della Carinzia con le città di Gorizia, Trieste e Fiume. Al contempo però Istria e Dalmazia vennero inglobate nelle Province Illiriche, soggette direttamente all’impero francese.

Con decreto 28 maggio 1810 furono infine riuniti al regno d’Italia il Trentino e il Tirolo meridionale, i quali, ceduti dalla Baviera alla Francia, andarono a formare il dipartimento dell’Alto Adige, con capoluogo Trento.

Al termine di queste trasformazioni, il territorio del regno si estendeva dalla Sesia all’Isonzo, dal Brennero agli Abruzzi, dal confine austriaco a quello del regno di Napoli. I suoi abitanti, al contempo, erano passati dai circa 3.800.000 del 1805 agli oltre 6.700.000 del 1813, cioè a più di un terzo della popolazione stimata nell’intera penisola italiana.

Alla caduta del regno d’Italia nell’aprile del 1814, i territori che ne avevano fatto parte vennero divisi fra impero d’Austria, Santa Sede, regno di Sardegna e ducati di Modena e Parma.


Sinossi dei dipartimenti lombardi

Viene qui riprodotta la sinossi dei dipartimenti lombardi (con l’eccezione del dipartimento dell’Agogna), la cui articolazione fu stabilita con il decreto 8 giugno 1805. La compartimentazione prevedeva la suddivisione del regno in dipartimenti, distretti, cantoni e comuni. Nel prospetto, per ciascun distretto e cantone è specificata la sede.

Il numero dei cantoni e dei comuni fu parzialmente riformato e ridotto all’interno dei dipartimenti con l’emanazione di singoli provvedimenti attuativi del decreto sull’aggregazione e concentrazione dei comuni di seconda e terza classe del 14 luglio 1807.

La compartimentazione stabilita per il regno d’Italia rimase in vigore nelle province lombarde annesse all’impero d’Austria nel 1814.

Dopo la costituzione del regno Lombardo-Veneto nell’aprile del 1815, la determinazione 14 gennaio 1816 stabiliva la divisione del governo di Milano in nove province; la notificazione 16 febbraio 1816 portava infine il nuovo compartimento territoriale della Lombardia, da attuarsi a decorrere dal giorno 1 maggio 1816.


Prospetti delle cariche di ministro dalla cisalpina al regno d'Italia

Sono qui di seguito proposti gli elenchi dei ministri e direttori generali (parziali) della repubblica cisalpina, repubblica italiana e del regno d’Italia per gli anni 1800 – 1814.

ministero delle relazioni estere

  • 1800 - 1802 Francesco Pancaldi
  • 1802 - 1804 Sisto Canzoli, incaricato del portafoglio
  • 1804 Carlo Testi
  • 1802 - 1814 Ferdinando Marescalchi

segretari di stato

  • 1802 - 1814 Antonio Aldini
  • 1802 Diego Guicciardi
  • 1802 Pellegrino Nobili
  • 1802 - 1809 Luigi Vaccari
  • 1809 - 1814 Antonio Strigelli

ministero dell'interno

  • 1800 - 1802 Francesco Pancaldi
  • 1802 - 1803 Luigi Villa
  • 1804 - 1806 Daniele Felici
  • 1806 - 1809 Ludovico di Breme
  • 1809 - 1814 Luigi Vaccari; Giuseppe Rapazzini, segretario generale; Michele Vismara, segretario generale; Giovanni Tamassia, segretario generale; Paolo De Capitani, segretario generale
  • 1805 - 1809 Giovanni Paradisi, direttore generale della divisione acque e strade
  • 1809 - 1814 Antonio Cossoni, direttore generale della divisione acque e strade
  • 1805 - 1809 Pietro Moscati, direttore generale della divisione istruzione pubblica
  • 1809 - 1814 Giovanni Scopoli, direttore generale della divisione istruzione pubblica
  • 1805 - 1809 Diego Guicciardi, direttore generale della divisione polizia
  • 1809 - 1811 Francesco Mosca, direttore generale della divisione polizia
  • 1811 - 1814 Giacomo Luini, direttore generale della divisione polizia
  • 1807 - 1812 Benedetto Bono, direttore generale della divisione amministrazione dei comuni

ministero della giustizia

  • 1800 Antonio Smancini
  • 1801 - 1805 Giovanni Bonaventura Spannocchi
  • 1805 - 1814 Giuseppe Luosi; Giovanni Ristori, direttore generale; Cristoforo Riva, direttore generale; Andrea Bellerio, direttore generale; Giovanni Battista Bazzetta, presidente dell'ufficio fiscale

ministero per il culto

  • 1802 - 1812 Giovanni Bovara
  • 1812 - 1814 Gaetano Giudici, segretario generale, poi incaricato del portafoglio

ministero della guerra e della marina

  • 1800 Giovanni Battista Bianchi d'Adda
  • 1800 - 1801 Pietro Polfranceschi
  • 1801 Pierre Teulié
  • 1801 Giovanni Tordorò, ad interim
  • 1801 - 1804 Alessandro Trivulzio
  • 1804 - 1806 Domenico Pino
  • 1806 - 1810 Auguste Caffarelli
  • 1810 - 1811 Giuseppe Danna, incaricato del portafoglio
  • 1811 - 1814 Achille Fontanelli
  • 1804 - 1805 Leonardo Salimbeni, segretario generale
  • 1805 Amilcare Paolucci, segretario generale
  • 1813 - 1814 Alessandro Zanoli, segretario generale

ministero delle finanze

  • 1800 - 1802 Ambrogio Soldini
  • 1802 - 1814 Giuseppe Prina
  • 1807 - 1814 Pietro Custodi, segretario generale; Francesco Barbò, direttore generale del censo e imposte dirette
  • 1805 - 1811 Ambrogio Barbò, direttore generale del censo e imposte dirette
  • 1811 - 1814 Vincenzo Brunetti, direttore generale del censo e imposte dirette
  • 1805 - 1809 Luigi Lambertenghi, direttore generale delle dogane
  • 1809 - 1814 Cesare Bargnani, direttore generale delle dogane; Barbò, direttore generale dei monopoli; Giuseppe Antonio Pensa, direttore generale del demanio, foreste e diritti uniti; Giovanni Maestri, direttore generale della liquidazione del debito pubblico; Carlo Innocente Isimbardi, direttore generale delle monete
  • 1801 Pavesi, direttore generale delle poste
  • 1802 Guarnieri, direttore generale delle poste
  • 1804 Costante Minonzi, direttore generale delle poste
  • 1812 Antoine Darnay, direttore generale delle poste; Alberto De Simoni, direttore generale delle lotterie
  • 1812 - 1814 Ambrogio Soldini, direttore generale delle lotterie

ministero del tesoro pubblico

  • 1802 - 1811 Antonio Veneri
  • 1811 - 1812 Birago, supplente; Giovanni Battista Tarchini, segretario generale


La Reggenza provvisoria del governo di Lombardia

Formazione della reggenza provvisoria

La rivoluzione di Milano del 20 aprile 1814 si concluse con l’assassinio del ministro delle finanze Giuseppe Prina; con questo atto fu sanzionato il crollo politico definitivo del regno d’Italia, ancor prima dell’entrata in Lombardia delle truppe austriache. Nel vuoto di potere che si venne a creare, il consiglio comunale di Milano, riunitosi d’urgenza, nominò una reggenza provvisoria di governo composta da Giberto Borromeo, Alberto Litta, Giorgio Giulini, Giacomo Mellerio, Carlo Verri, Giovanni Bazzetta e Domenico Pino.

Alcuni giorni dopo, per decisione dei collegi elettorali, a questi si unirono per cooptazione un rappresentante per ognuno dei sette dipartimenti lombardi: Giacomo Muggiasca per il Lario, Gian Battista Vertova per il Serio, Matteo Sommariva per l’Alto Po, Lucrezio Longo per il Mella, Luigi Tonni per il Mincio, Gian Battista Tarsis per l’Agogna, Francesco Peregalli per l’Adda.

I componenti della reggenza erano di profilo sociale nobiliare, esclusi il mantovano Tonni e il Pino, di origine borghese e nobilitato grazie ai servigi prestati come generale nell’esercito del regno d’Italia. La reggenza rappresentava politicamente l’oligarchia lombarda più conservatrice, rimasta sostanzialmente ai margini della vita pubblica e politica durante il regime napoleonico. La reggenza governò autonomamente e con poteri sovrani la Lombardia fino alla fine di maggio, fino cioè all’arrivo a Milano del plenipotenziario austriaco Heinrich conte di Bellegarde, feldmaresciallo comandante in capo dell’esercito austriaco nell’Italia del nord.


Provvedimenti politici della reggenza

I primi provvedimenti della reggenza provvisoria di governo furono tesi ad alleggerire la pressione fiscale che gravava sul paese: furono dimezzati il prezzo del sale, del tabacco e delle tasse postali delle lettere; soppresse la tassa di registro, la tassa sulle arti e sui mestieri e quella sull’industria e venne sensibilmente diminuita la tariffa del dazio di consumo. Per far fronte al fenomeno del brigantaggio che si stava diffondendo venne promulgata inoltre una amnistia generale per tutti i disertori e i coscritti refrattari.

Contemporaneamente, la reggenza abolì il senato e il consiglio di stato del regno d’Italia, due istituzioni che, pur avendo sede a Milano, erano per natura aperti a elementi originari da tutti i dipartimenti.

Il reale intendimento politico della reggenza era infatti riuscire a qualificarsi di fronte alle potenze vincitrici di Napoleone come la voce autentica e legittima della Lombardia, per cercare di ottenerne l’indipendenza ed eventualmente un ampliamento territoriale in base a un ben preciso progetto oligarchico-regionale. Per perorare questa causa venne inviata a Parigi, dove si stavano svolgendo i primi colloqui diplomatici tra i vincitori di Napoleone, una deputazione composta da Federico Confalonieri, Alberto Litta e Gian Luca Somaglia, che però si risolse in un fallimento.

La reggenza procedette alla disaggregazione dell’organizzazione centrale e periferica dell’apparato di stato napoleonico: venne infatti attuata una importante epurazione ad personam dei vertici del sistema politico e burocratico: dai ministri in carica ai prefetti e ai viceprefetti, fino all’amministrazione della polizia e delle poste di numerosi dipartimenti. L’obiettivo principale dei reggenti era di riuscire a riproporre in posizione dominante il ruolo dell’oligarchia nobiliare, in contrapposizione al quadro di potere centralizzatore e antiaristocratico delineatosi nella tarda età napoleonica.


Esautoramento della reggenza provvisoria

Alla fine del mese di maggio 1814, la presidenza della reggenza fu assunta dal feldmaresciallo conte di Bellegarde. Questo passaggio comportò un sostanziale esautoramento dal potere degli uomini della reggenza. Il centro decisionale politico del governo milanese divenne infatti la segreteria privata del plenipotenziario.

Già prima del suo arrivo, comunque, erano giunti a Milano i commissari imperiali Annibale Sommariva e Giulio Strassoldo, i quali, con mandato delle potenze alleate, avevano da un lato confermato l’operato della reggenza, compresi i provvedimenti in materia fiscale, dall’altro avevano però imposto l’interruzione dell’attività legislativa della stessa in attesa dell’arrivo del plenipotenziario. Il Bellegarde, giunto a Milano l’8 maggio, emanò il 25 dello stesso mese un proclama che annunciava il termine della attività della reggenza come istituzione di governo autonomo, sciolse i collegi elettorali che si erano riuniti in una sorta di assemblea costituente e impose ai reggenti di giurare fedeltà all’imperatore; bloccò tuttavia le epurazioni della burocrazia napoleonica.

A quel punto, svanita la possibilità di ottenere uno stato autonomo – il 12 giugno 1814 venne infatti annunciata l’annessione della Lombardia all’impero austriaco a seguito della pace di Parigi del 30 maggio – i notabili della reggenza puntarono a ottenere una costituzione nobiliare che ricalcasse quella teresiana del secolo precedente. Ufficialmente la reggenza provvisoria di governo venne sciolta il 2 gennaio 1816 con l’entrata in vigore dell’ordinamento stabilito dalla patente imperiale 7 aprile 1815.


L'annessione all'impero austriaco

Con proclama 26 aprile 1814, il commissario imperiale marchese Annibale Sommariva dichiarava di prendere possesso, in nome delle potenze alleate, del territorio del regno d’Italia non ancora conquistato dalle truppe alleate in seguito alla sconfitta e all’abdicazione di Napoleone. Nello stesso proclama, il Sommariva confermava la reggenza provvisoria milanese e i funzionari pubblici, imponendo però alla reggenza stessa l’interruzione della sua attività legislativa in attesa dell’arrivo del plenipotenziario austriaco conte di Bellegarde.

L’articolo 6 del trattato di Parigi del 30 maggio 1814 assicurava all’Austria quella parte dell’Italia che non sarebbe stata ricostituita in stati indipendenti. L’incorporazione della Lombardia e del Veneto nell’impero d’Austria fu sancita però solo con il congresso di Vienna, conclusosi il 9 giugno 1815.

La Lombardia e il Veneto furono annessi ufficialmente all’Austria con il proclama del plenipotenziario imperiale Enrico di Bellegarde del 12 giugno 1814. Il 31 luglio dello stesso anno venne istituita dall’imperatore Francesco I la commissione aulica centrale di organizzazione, con l’incarico di formulare progetti e proposte per l’integrazione dei territori acquisiti dall’impero. Infine, il 7 aprile 1815 fu emanata la sovrana patente di istituzione del regno Lombardo-Veneto, il cui ordinamento entrò in vigore il 2 gennaio 1816, con la nomina del regio governo presieduto dal conte di Saurau.


Politica del commissario plenipotenziario imperiale

Al plenipotenziario austriaco conte di Bellegarde venne affidato il compito di smantellare il regno d’Italia napoleonico e di preparare, creandone le premesse favorevoli, l’annessione delle province lombarde e venete all’impero absburgico. I primi atti del plenipotenziario furono l’abolizione del senato, del consiglio di stato e dei collegi elettorali.

Tra il 27 e il 29 luglio furono soppressi il ministero di giustizia, quello dell’interno (concentrandone i poteri nella reggenza), il ministero delle finanze (istituendo contemporaneamente una intendenza generale delle finanze), il ministero del culto; furono inoltre dichiarate cessate le funzioni della corte dei conti (sostituita da una direzione generale di contabilità) e del ministero del tesoro. Il 16 agosto al soppresso ministero della guerra e della marina subentrò una commissione straordinaria.

Contemporaneamente il plenipotenziario procedette all’espulsione dalla Lombardia dei “forestieri”, ma bloccò in gran parte le epurazioni ideologiche ad personam dell’apparato burocratico che i membri milanesi della reggenza stavano attuando. Il Bellegarde mostrava infatti una certa ammirazione per il funzionamento della burocrazia napoleonica, e si rendeva conto che l’impero avrebbe avuto bisogno della collaborazione di quelle intelligenze, sia per la necessità di conoscere e comprendere le caratteristiche e le peculiarità del territorio appena occupato, sia per evitare che il nuovo regime della Lombardia fosse avvertito come una mera occupazione militare.

Anche grazie alle conoscenze acquisite, il plenipotenziario divenne uno degli interlocutori privilegiati della commissione aulica centrale di organizzazione, istituita a Vienna nel luglio del 1814 con il compito di formulare progetti e proposte per l’integrazione e l’incorporazione delle province riconquistate.

Dopo aver richiesto più volte il richiamo a Vienna, essendo in disaccordo con le decisioni che si prendevano sul futuro ordinamento costituzionale e amministrativo del nuovo regno, il Bellegarde fu nominato luogotenente del viceré con lettera sovrana del 5 aprile 1815, poi, dal marzo 1816, rimase a Parigi, prima di riprendere la carica di ministro della guerra e membro del consiglio di stato. Si ritirò a vita privata nel 1825.


La corte speciale straordinaria

La corte speciale straordinaria venne istituita con decisione del conte di Bellegarde il 31 marzo 1815, con il compito di giudicare i crimini e i delitti contro la sicurezza dello stato. Fu composta da cinque giudici e tre militari scelti dal Bellegarde stesso; i primi tra i giudici delle corti d’appello, i secondi fra ufficiali con almeno il grado di capitano e trenta anni d’età. La corte ebbe sede a Milano e a essa furono devolute le cause pendenti relative ai crimini presso le corti di giustizia.

Il governatore austriaco conte di Suarau decise successivamente di sopprimerla con determinazione 21 novembre 1815, poichéle circostanze all’estero si sono intieramente cangiate e ridotte le cose al naturale loro ordine” e dunque non sussistevano più le ragioni “per la continuazione della comminativa di una straordinaria procedura per prevenire i crimini e delitti” contro la sicurezza dello stato e per allontanare da “queste province qualunque pericolo di sedizione”.

Dal novembre 1815, dunque, le cause che erano state attribuite alla corte furono devolute ai tribunali ordinari. Questa decisione confermò comunque il decreto del 5 novembre 1815, con il quale le corti di giustizia civile e criminale dei dipartimenti dell’Olona, Alto Po, Mincio, Mella, Serio e Lario erano state costituite in corti speciali con il compito di giudicare su delitti diversi, quali l’omicidio con qualità di ladrocinio, o “ad oggetto di furto; di ogni aggressione, ruberia, invasione armata mano con violenza delle persone”.


Il Regno Lombardo-Veneto

Premesse politiche

Nel 1814 la reggenza provvisoria del governo di Lombardia, dopo la caduta del regno d’Italia, inviò a Parigi, dove si svolgevano i primi colloqui diplomatici tra i rappresentanti dei paesi vincitori di Napoleone, dei rappresentanti per cercare di ottenere lo stabilimento di un regno separato di Lombardia che inglobasse parte del Piemonte e della Liguria, in una condizione di sostanziale autonomia rispetto all’impero d’Austria. Tuttavia si trattava di tentativi vani, perché il destino delle province annesse ufficialmente all’impero il 12 giugno 1814 si decise a Vienna.

Il 31 luglio 1814 l’imperatore Francesco I istituì una commissione aulica centrale di organizzazione, presieduta dal conte Prokop La¸ansky, con l’incarico di formulare proposte e progetti per l’integrazione e per il nuovo ordinamento delle province acquisite o riacquisite all’Austria dopo la sconfitta di Napoleone. Dai lavori della commissione, cui parteciparono anche i rappresentanti delle oligarchie lombarde e venete e che concluse la propria attività intorno alla fine del 1817, emerse sostanzialmente la nuova struttura dei territori annessi al dominio austriaco.

A fronte delle differenti posizioni ideologiche dei funzionari austriaci in seno alla commissione, molti dei quali, tra cui il plenipotenziario conte di Bellegarde, erano sinceramente ammirati dell’organizzazione amministrativa del cessato regno napoleonico, i rappresentanti lombardi e veneti puntarono a ottenere, e in parte ottennero, la cancellazione giuridica del quindicennio napoleonico e la reintroduzione di una costituzione di tipo cetuale che ricalcasse sostanzialmente quella teresiana settecentesca.


Organizzazione istituzionale

Con la sovrana patente 7 aprile 1815 la Lombardia e il Veneto furono unite a formare un regno che fu denominato Lombardo-Veneto. Il nuovo regno comprendeva tutti i dipartimenti delle province lombarde e venete del cessato regno d’Italia con l’esclusione di Novara, tornata al Piemonte, e dell’Alto Adige, riacquisito anch’esso dall’Austria ma conglobato nel land del Tirolo.

La patente del 7 aprile, considerata l’atto costitutivo del regno, ne delineava l’organizzazione: il regno si divideva in due territori governativi, separati dal fiume Mincio. Il territorio alle destra del fiume veniva denominato governo milanese, quello alla sinistra governo veneto (art. 6). Ogni governo si divideva in province, ciascuna provincia in distretti e i distretti a loro volta in comuni (art. 7). La direzione generale degli affari di ogni governo veniva affidata a un governatore e a un collegio governativo, che risiedevano a Milano e a Venezia. Il vincolo morale e politico dei due territori, oltreché vertice dell’amministrazione, era il viceré, rappresentante dell’imperatore (art. 5). Gli organi locali del regno avrebbero esercitato il loro ufficio con la dovuta dipendenza dagli aulici dicasteri di Vienna.


Il viceré del regno

Il quinto articolo della patente 7 aprile 1815, atto costitutivo del regno Lombardo-Veneto emanata dall’imperatore Francesco I, recitava: “è Nostro Sovrano volere di farci rappresentare da un Vice-Re nel nuovo nostro Regno”. In seguito al rifiuto dell’arciduca Antonio d’Absburgo, che era stato nominato il 7 marzo 1816, la carica di viceré del regno venne ricoperta da un altro fratello minore dell’imperatore Francesco I, l’arciduca Ranieri, che, nominato il 3 gennaio 1818, rimase in carica fino alla rivoluzione del 1848.

La presenza del viceré corrispondeva da un parte al riconoscimento della peculiarità delle province riconquistate, che avrebbero potuto essere altrimenti considerate alla stregua delle province ereditarie dell’impero, e dall’altra rispondeva anche alla funzione di dare o almeno cercare di dare agli italiani la sensazione di godere di una certa autonomia nel contesto dell’impero stesso.

La carica di viceré del regno Lombardo-Veneto, vincolo morale e politico dei domini italiani direttamente soggetti all’Austria, ebbe quindi poteri e funzioni costituzionalmente abbastanza imprecisati ma, grazie anche all’attività di amministratore di Ranieri, non fu esclusivamente quella di rappresentante formale dell’autorità imperiale nel territorio, nonostante il nuovo regno dipendesse sostanzialmente dai dicasteri aulici viennesi che amministravano anche le altre province dell’impero.

Per lo svolgimento delle sue competenze al viceré erano affiancati i membri della cancelleria vicereale, i più importanti dei quali avevano il rango di consiglieri di governo.

I poteri e le funzioni riservate al viceré, che rimasero sempre costituzionalmente alquanto vaghi, si possono dedurre da una lettera riservata di Ranieri del 22 giugno 1818 contenente le istruzioni ai membri della cancelleria. Questa specificava che i governi conservavano le loro attribuzioni ma dovevano rassegnare al viceré i rapporti che intendevano indirizzare ai dicasteri aulici.


Funzione di collegamento del viceré con i dicasteri viennesi

Il viceré aveva una funzione di collegamento tra i governi milanese e veneto e i ministeri aulici viennesi, ai quali inviava i rapporti periodici e i protocolli dei governi stessi. Contemporaneamente anche le istituzioni austriache corrispondevano con i due governi attraverso il viceré, che avrebbe loro comunicato le risoluzioni dell’imperatore e i decreti dei dicasteri aulici.

La funzione di collegamento e di corrispondenza con i ministeri viennesi veniva ribadita in caso di discrepanze tra i due governi milanese e veneto su questioni di comune interesse per tutto il regno; il viceré si riservava comunque la decisione finale o, se l’argomento non fosse compreso nei limiti delle sue attribuzioni, avrebbe inoltrato la questione con la sua relazione al ministero di competenza, che sarebbe stato comunque interpellato in merito.

Il viceré rassegnava inoltre all’imperatore, dopo un suo esame, le proposte per la nobilitazione o per innalzamento a un grado maggiore di nobiltà, così come le proposte per le concessioni della dignità di consigliere intimo, di ciambellano e quelle per il conferimento di ordini.

Attribuzione di particolare importanza e delicatezza erano le nomine per gli impieghi politici: Ranieri si riservava quelle ai posti di segretario governativo, di vicedelegato e di aggiunto alle delegazioni regie. Dal 1818 fu riservata al viceré anche la nomina dei commissari distrettuali.

Le facoltà e le attribuzioni riservate al viceré in materia camerale erano le medesime della camera aulica, ma con limitazioni. Anche sugli oggetti di carattere militare le funzioni vicereali si riducevano sostanzialmente alla rappresentanza: si contemplava la visita alle truppe e agli stabilimenti dell’amministrazione militare e giudiziaria.


Ruolo amministrativo della funzione vicereale

Il ruolo affidato al viceré fu fondamentalmente quello di primo funzionario del regno. Al viceré, infatti, non era attribuito il potere di emanare leggi o prendere decisioni che sconfinassero dalle attribuzioni delle strutture amministrative periferiche nell’ambito dell’impero. Non per questo la carica vicereale deve essere considerata esclusivamente formale: lo stesso Ranieri riuscì a imporsi in diverse questioni riguardanti il regno, come ad esempio la concessione del porto-franco a Venezia, avvenuta nel 1829.

Non si trattava di una figura di vertice e sintesi dell’organizzazione statuale del regno, ma di una figura di amministrazione: la struttura militare e quella di polizia erano estranee al suo controllo, e anche i governatori di Milano e di Venezia tenevano in realtà contatti autonomi con le autorità viennesi nonostante alla cancelleria spettasse di dare il proprio parere sulle proposte formulate da questi e anche di formularne di propria iniziativa. Nel caso specifico le proposte del governo, cioè del senato politico e del senato di finanza e poi del magistrato camerale, passavano direttamente nella cancelleria del viceré, che apponeva il suo visto e le inoltrava a Vienna. A questo punto l’iter prevedeva l’esame e il giudizio del dicastero aulico di competenza (gli affari politici alla cancelleria aulica riunita; gli affari camerali alla camera aulica generale; gli affari di polizia al dicastero di polizia e censura). Per le decisioni riservate all’imperatore le relazioni dei dicasteri aulici contenevano la descrizione del fatto concreto e le proposte di decisione. Per le proposte legislative gli atti venivano ulteriormente inoltrati al consiglio di stato.


Governo periferico e organi di rappresentanza

L’amministrazione delle province veniva affidata a una regia delegazione che dipendeva dal governo (art. 9). La figura incaricata di gestire l’amministrazione dei distretti era il cancelliere del censo (dal 1819 denominato commissario distrettuale) il quale sotto la dipendenza della rispettiva regia delegazione aveva compiti di ispezione sopra i comuni di seconda e terza classe, l’ingerenza negli affari censuari e la sorveglianza generale sui comuni per l’adempimento delle leggi politiche (art. 10). Rimaneva momentaneamente in vigore la divisione dei comuni in tre classi, prevista dall’ordinamento del cessato regno d’Italia, così come la struttura delle amministrazioni municipali. I comuni di prima classe, le città regie e quelle nelle quali veniva fissata la residenza della regia delegazione dipendevano direttamente dalle regie delegazioni e non dai cancellieri del censo (art. 11).

Infine la patente definiva le forme di rappresentanza consultiva dei sudditi del nuovo regno: si istituivano infatti dei

collegi permanenti composti di varie classi d’Individuj nazionali [...] per conoscere con esattezza nelle vie regolari i desiderj, e bisogni degli abitanti [...], e per mettere a profitto nella pubblica Amministrazione i lumi e consigli che i loro rappresentanti potessero somministrare a vantaggio della Patria.

Questi collegi erano le congregazioni centrali (con sede a Milano e a Venezia) e le congregazioni provinciali.


La congregazione centrale

La sovrana patente emanata il 7 aprile 1815, considerata l’atto istitutivo del Regno Lombardo-Veneto, aveva previsto la formazione di speciali collegi permanenti composti da “varie classi di individui nazionali” per “conoscere nelle vie regolari con esattezza i desiderj, e i bisogni degli abitanti del nostro Regno Lombardo-Veneto, e per mettere a profitto della pubblica amministrazione i lumi e consigli che i loro Rappresentanti potessero somministrare a vantaggio della patria” (art. 12). A tale scopo la patente annunciava l’istituzione di una congregazione centrale per il territorio milanese con sede a Milano, una per il territorio veneto con sede a Venezia e l’istituzione di congregazioni provinciali con sede nel capoluogo di residenza delle regie delegazioni.

Le congregazioni furono quindi costituite con la patente del 24 aprile 1815, che ne regolò le norme di composizione, di nomina e di funzionamento. La congregazione centrale, che si riuniva a Milano ed era presieduta dal governatore – dopo il 1850 dal luogotenente – era composta da membri scelti per un terzo da deputati nobili (uno per provincia), per un altro terzo da deputati non nobili (anch’essi uno per provincia), e per l’ultimo terzo da deputati eletti in rappresentanza delle città regie. L’eleggibilità in questo organismo si basava sul censo. I deputati della congregazione centrale duravano in carica sei anni ed erano rieleggibili. Dopo la prima tornata di nomina, che l’imperatore avocò completamente a sé, il meccanismo di rinnovo delle congregazioni centrali prevedeva la sostituzione con un’estrazione a sorte ogni tre anni della metà dei membri espressi dalle province; quelli delle città regie restavano invece in carica l’intero sessennio.

Costituzionalmente la congregazione centrale doveva dunque essere uno degli organismi rappresentativi della società lombarda dotata esclusivamente di carattere consultivo. Il loro scopo era quello di far conoscere le istanze e i bisogni del paese. Non a caso l’istituzione delle congregazioni fu considerata dai deputati italiani a Vienna come un successo. I notabili lombardi infatti si erano battuti per ottenere nell’ambito del nuovo regno una rappresentanza nazionale e non avevano chiesto una forma di rappresentanza parlamentare intesa come strumento politico-legislativo, bensì uno strumento di contenimento dell’iniziativa governativa che potesse, in via consultiva, ottenere modifiche e adattamenti delle leggi e soprattutto gestirne la concreta applicazione in ambito locale, specialmente per ciò che rifletteva l’amministrazione delle spese non ancora fissate da leggi precedenti ma già ordinate dal governo.


Azione e limiti della congregazione centrale

Sicuramente le congregazioni, almeno nei primi anni, ebbero grande influenza sull’operato dell’amministrazione lombardo-veneta, fungendo da autorità di vigilanza sugli enti locali (comuni e enti di beneficenza e assistenza) e collaborando nelle opere di censimento. Il loro parere era del resto obbligatorio per il governo sugli oggetti riguardanti i comuni, la beneficenza, le imposte e la coscrizione.

Il meccanismo di nomina fece comunque della congregazione centrale l’espressione politica della grande proprietà fondiaria perlopiù nobile e dell’alta borghesia agraria. Il limitato peso politico e la scarsa propensione a porre all’ordine del giorno istanze “nazionali” che caratterizzarono l’operato e l’attività della congregazione centrale devono essere attribuiti non tanto all’impossibilità formale di agire come organo di iniziativa legislativa, ma piuttosto alla sua composizione sociale. Si ne spiega così il carattere rigidamente conservatore, talora anche nei confronti dello stesso governo viennese, di cui cercò di frenarne gli spunti di riforma, chiedendo misure d’ordine nei confronti delle classi subalterne e misure di privilegio per le aristocrazie, battendosi soprattutto per contenere i costi tributari che l’appartenenza del Lombardo-Veneto all’impero comportava.

L’arrendevolezza manifesta della congregazione centrale al governo centrale era dovuta non solo suo dal carattere consultivo, ma anche dal fatto che il governatore, e successivamente il luogotenente generale, presiedendo alle sedute, aveva facoltà e discrezione nel sottoporre all’assemblea gli affari che più riteneva opportuni, evitando quindi nella pratica di consultarla anche in casi in cui suo il parere veniva riconosciuto obbligatorio dalla legge. Gli organi politici austriaci avevano inoltre un certo potere di scelta nelle nomine, attraverso le pressioni che i commissari distrettuali attuavano nei confronti dei comuni di loro competenza per far votare persone ben accette al governo.

In seguito all’insurrezione e alla successiva guerra del 1848 la convocazione delle congregazioni centrali rimase sospesa fino al 1856. La ricostituzione della congregazione centrale fu comunque un fatto quasi formale, con lo scopo da parte austriaca di ufficializzare di fronte al consesso europeo la concessione “liberale” di una effettiva rappresentanza degli interessi delle popolazioni italiane.


Il governo milanese

Il governo milanese, cui rimase affidata l’amministrazione generale del territorio fino all’insurrezione del 1848, faceva capo al governo centrale viennese; l’organo di collegamento era rappresentato dal viceré. Dal governo centrale dipendevano gli uffici dell’amministrazione statale periferica, in particolare le delegazioni provinciali e i commissariati distrettuali.

Il governo era composto da un collegio governativo presieduto dal governatore – in sua assenza dal vicepresidente di governo – e da dieci membri, definiti “consiglieri” (il cosiddetto senato politico), da cui dipendevano altrettanti dipartimenti amministrativi con a capo un presidente generale il cui ufficio era denominato presidenza generale di governo. Per gli affari finanziari dall’aprile del 1816 fu creato in seno al governo il senato camerale o di finanza le cui attribuzioni furono stabilite da un regolamento apposito.
L’ordinamento, le attribuzioni e l’attività del senato politico furono stabilite dal regolamento per il governo ed il senato politico che specificava anche gli oggetti che rimanevano riservati ai dicasteri aulici.

Le proposte del governo, cioè del senato politico e del senato di finanza e poi del magistrato camerale, passavano direttamente nella cancelleria del viceré, che apponeva il suo visto e le inoltrava a Vienna. Successivamente esse venivano esaminate e giudicate dal dicastero aulico di competenza (gli affari politici dalla cancelleria aulica riunita; gli affari camerali dalla camera aulica generale; gli affari di polizia dal dicastero di polizia e censura). Riguardo alle materie sulle quali la decisione era specificamente riservata all’imperatore, le relazioni dei dicasteri aulici contenevano la descrizione del fatto concreto e le proposte di decisione. In caso di proposte legislative gli atti venivano ulteriormente inoltrati al consiglio di stato.

Fino alle rivoluzioni del 1848 quindi, nonostante la stretta dipendenza da Vienna, rimase in vigore una sorta di distinzione tra l’amministrazione del regno Lombardo-Veneto e quella centrale viennese. La situazione cambiò con l’emanazione della carta costituzionale del 10 marzo 1849 e la trasformazione dell’impero. Con il decreto imperiale del 25 ottobre 1849 in luogo del viceré fu istituito il governatore generale del regno Lombardo-Veneto con funzioni sia civili che militari e, con la circolare ministeriale del 3 novembre 1849, furono istituite due luogotenenze (quella lombarda e quella veneta), che subentrarono ai governi generali soppressi.


Il governo di Vienna

Il regno Lombardo-Veneto era subordinato all’apparato amministrativo e politico del governo di Vienna. Il governo centrale, per la direzione suprema degli affari di stato, contava di un certo numero di dicasteri, nei quali le decisioni si prendevano a maggioranza dei voti. Alcuni di questi dicasteri avevano competenza su tutto il territorio dello stato: la cancelleria di stato, di corte e della casa imperiale per gli affari esteri; il consiglio aulico di guerra per gli affari militari; la camera aulica generale per le questioni finanziare, commerciali e industriali; la direzione generale dei conti. Gli affari più specificamente politici erano trattati dalla cancelleria aulica riunita, istituita in seguito allo scioglimento della commissione aulica di organizzazione centrale, che in qualità di ministero dell’interno, culto e istruzione, era composta da un cancelliere supremo e ministro degli interni e da tre cancellieri aulici.

Le cancellerie nazionali furono abolite (a eccezione di quella dell’Ungheria), e venne istituito un dipartimento centrale unico degli interni, suddiviso in tre sottodipartimenti distinti per aree territoriali: Austria-Illiria, Boemia-Galizia e Lombardo-Veneto. A capo del sottodipartimento del Lombardo-Veneto, con la carica di cancelliere, fu posto inizialmente Giacomo Mellerio e successivamente il governatore di Venezia conte Peter Goess. Nel 1830 la cancelleria venne nuovamente riformata: i tre cancellieri “nazionali“furono sostituiti da un cancelliere supremo, un cancelliere aulico, un cancelliere e un vicecancelliere.


Il senato Lombardo-Veneto

La notificazione 30 giugno 1816 del governo di Milano avvertiva che il “senato italiano del supremo tribunale di giustizia” sarebbe entrato nel pieno esercizio delle funzioni il giorno 1 agosto 1816. La residenza era fissata a Verona. Il senato aveva potere di revisione sulle sentenze non conformi pronunciate nelle due precedenti istanze e anche in caso di ricorso per nullità per violazione di forma e per manifesta ingiustizia. Nelle cause criminali in cui la sentenza fosse la condanna a morte il supremo tribunale di giustizia rassegnava all’imperatore la sentenza stessa, corredata dagli atti e dai motivi che potessero intervenire a favore del reo per mitigare la pena. Il diritto di grazia spettava all’imperatore.

La riorganizzazione delle province che seguì la rivoluzione e la guerra con il Piemonte portò tra l’altro, durante il governo del feldmaresciallo Radetzky, alla soppressione del senato Lombardo-Veneto. La riorganizzazione giudiziaria delle province italiane soggette all’Austria fu definita con la sovrana risoluzione 3 gennaio 1851. Con la notificazione della luogotenenza 12 febbraio 1851 i compiti amministrativi furono trasferiti al ministero della giustizia, mentre la funzione di tribunale di terza istanza fu affidata alla suprema corte di giustizia e di cassazione di Vienna, istituita il 7 agosto 1850. Ordinata come l’appello, questa suprema corte – giudicando in terza e ultima istanza – ebbe quindi competenza su tutti gli affari giudiziari, civili, penali e commerciali di tutto l’impero.

I membri della commissione Giulini, riuniti nel maggio del 1859 per studiare e proporre un nuovo ordinamento temporaneo per la Lombardia fino all’unificazione con il regno di Sardegna, proposero

per assoluta necessità [...] l’immediata istituzione, mediante decreto reale, di un tribunale di terza istanza in Milano per la Lombardia [...] il cui necessario intervento nella giustizia è continuo e quotidiano.

La legge 24 luglio 1959 istituì dunque in Milano un tribunale di terza istanza, il quale, composto da un presidente e sei giudici, ebbe competenza in “tutti gli affari, che erano di competenza della Corte suprema di giustizia in Vienna”.


La giunta del censimento

Il 28 febbraio 1819 venne pubblicata la patente sovrana di istituzione di una particolare magistratura straordinaria, la giunta del censimento, posta sotto la diretta dipendenza del viceré. Era composta da consiglieri, procuratori fiscali, ingegneri, periti presi in pari numero dalle province lombarde e venete.

La giunta del censimento ebbe la direzione superiore di tutte le operazioni necessarie per la compilazione del censimento dei beni immobili. Per garantire la regolarità e l’efficienza delle operazioni fu stabilita inoltre l’istituzione in ogni provincia nella quale si iniziassero a intraprendere le stime, di una speciale commissione provinciale che, sotto la diretta dipendenza della giunta, aveva il compito di vigilare sui lavori e sul contegno dei commissari periti distrettuali. Inoltre, a fronte delle prevedibili difficoltà, le autorità politiche e amministrative del regno dovevano, dietro eventuale richiesta della giunta, prestarle l’assistenza e somministrarle i mezzi necessari.

Dopo il 1848, con la nuova organizzazione delle province che seguì la rivoluzione e la guerra tra il Piemonte e l’Austria, la giunta del censimento fu posta alle dirette dipendenze della direzione generale del catasto di Vienna, che era una sezione del ministero delle finanze. Il decreto 8 giugno 1859 stabilì infine che la direzione della contabilità di stato e la giunta del censimento avrebbero continuato l’esercizio delle loro attribuzioni, naturalmente poste sotto l’immediata vigilanza del governatore sabaudo.


La prefettura del Monte Lombardo-Veneto

La funzione di sovrintendere al patrimonio del regno Lombardo-Veneto e di garantire il debito ereditato dal cessato regno d’Italia fu assegnata al Monte Lombardo-Veneto, che subentrò al Monte Napoleone. Compiti primari del Monte furono la liquidazione dei crediti dei privati e dei comuni che si erano accumulati duranti gli anni della dominazione francese.
La prefettura del Monte Lombardo-Veneto, che dipendeva direttamente dal governo di Milano, amministrò il debito pubblico del regno d’Italia che era stato addossato alle province lombarde e venete dopo il ritorno degli austriaci. Presso la prefettura erano istituite inoltre una commissione e una cassa di ammortamento.

La questione del Monte Napoleone e del debito dello stato si presentava problematica, sia perché il regno napoleonico era stato diviso in diversi stati indipendenti, sia perché era orientamento del congresso di Vienna di mantenere in vita il Monte Napoleone come istituto comune. Questa soluzione risultò naturalmente inapplicabile. Una commissione apposita, riunitasi a Milano sotto la presidenza del ministro di stato conte Stadion – della quale fecero parte anche il presidente della commissione aulica centrale di organizzazione La¸ansky, i governatori Saurau e Goess e il vicepresidente della corte d’appello di Milano Fradnich – decise la soppressione del Monte Napoleone e la divisione delle attività e delle passività tra gli stati interessati, in modo che ogni stato avrebbe risolto separatamente con il Monte le proprie pendenze. In questo modo le decisioni del congresso di Vienna furono interpretate non nel senso della sopravvivenza della attività e della gestione del Monte, ma con il riconoscimento degli obblighi dal Monte stesso contratti.

Si decise quindi che il debito pubblico del disciolto regno sarebbe stato assunto in maniera proporzionale dai nuovi stati. Per il regno Lombardo-Veneto la quota fu inscritta dalla commissione liquidatrice nel nuovo Monte Lombardo-Veneto. Lo scopo e gli attributi del Monte furono assicurare, mediante i fondi assegnatigli, l’esatto adempimento degli obblighi incontrati verso i creditori, ed effettuare il progressivo acquisto e ammortizzazione del debito in esso inscritto.

Il fondo di ammortamento del Monte fu creato con i beni e con le rendite della cassa d’ammortizzazione del Monte Napoleone esistenti nel regno Lombardo-Veneto, con i beni e le rendite della corona d’Italia (ad esclusione dei palazzi, giardini e altri beni destinati all’uso del sovrano o dell’amministrazione pubblica) e con le rendite perpetue acquistate dal fondo di ammortamento con mezzi suoi propri. Gli interessi del debito furono stanziati nei bilanci preventivi annuali delle due parti del regno.

Il 17 giugno 1859, in seguito alla conquista della Lombardia da parte delle truppe franco-piemontesi, Cesare Correnti fu nominato prefetto del Monte Lombardo-Veneto. Il debito lombardo assunto dal regno in seguito a una convenzione stipulata a Milano il 9 settembre 1860 era costituito da una rendita di 7.531.185,53 lire per i debiti contratti tra il 1820 e il 1851.


Il governo militare dopo la rivoluzione del 1848

In seguito agli accordi armistiziali presi con gli inviati di Carlo Alberto dopo l’insurrezione del marzo e la successiva guerra decisa dal Piemonte, il 6 agosto 1848 le truppe austriache rientrarono in Milano. Fu il podestà Paolo Bassi, succeduto il 3 agosto ad Agostino Sopransi, a consegnare a Radetzky le chiavi della città.

Lo stesso 6 agosto il feldmaresciallo assunse il governo militare e civile delle province di Lombardia; contemporaneamente dichiarò la città di Milano in stato d’assedio e promulgò la legge stataria, che contemplava la pena di morte anche per infrazioni relativamente lievi.
Governatore militare della città di Millano fu nominato il tenente-maresciallo principe Felix zu Schwarzenberg, sostituito il 1 settembre 1848 dal tenente maresciallo conte Franz von Wimpffen.

Lo stato d’assedio e l’immediata concentrazione di tutti i poteri nelle mani dei militari mostrarono alla città quale fossero gli intendimenti degli austriaci: lo Schwarzenberg dichiarò immediatamente sciolta la guardia nazionale, vietò gli attruppamenti per le strade e ordinò di astenersi nei luoghi pubblici da discorsi contrari all’ordine costituito. Naturalmente lo stato d’assedio non consentiva in alcuna misura la libertà di stampa e anzi si equipararono gli scrittori e i tipografi “di scritti tendenti a commozioni politiche” ai perturbatori della quiete pubblica. Infine si intimò ai cittadini di consegnare le armi da fuoco, da taglio e le munizioni di guerra sotto pena di essere trattati a norma della legge marziale. Nei mesi successivi alla riconquista della città furono arrestati e fucilati numerosi cittadini e altri sottoposti alla pubblica bastonatura.


Politica fiscale del governo militare

Radetzky prese una serie di provvedimenti in materia fiscale tendenti a far pagare alle classi abbienti, considerate le vere responsabili della ribellione del 1848, le spese di guerra. Furono emanate particolari esenzioni del bollo; provvisoriamente sospesa la controlleria doganale sulle merci di cotone greggio o manufatto puro o misto; dichiarata la desistenza d’ufficio da ogni procedura penale per contravvenzioni finanziarie pendenti, ordinato di soprassedere all’esazione delle restanze dei crediti per tasse arretrate dipendenti da tasse giudiziarie e multe civili e anche da tasse criminali fondate nel regolamento austriaco del 18 giugno 1818, abolita la tassa personale e ridotto il prezzo del sale; soppresso provvisoriamente il dazio di consumo principale l’addizionale civico sulla farina. Inoltre furono occupate, saccheggiate e trasformate in alloggi militari le “case dei signori” (primi furono i palazzi Borromeo, Casati, Greppi e Litta).

In seguito, sempre per far fronte alle spese militari, furono notevolmente aumentate le tasse ordinarie e furono creati nuovi gravami: tra questi una sovraimposta comunale di 6 centesimi da pagarsi in due rate (19 agosto e 20 settembre) per 288.549 lire; un prestito forzoso di 2.800.000 “da levarsi sulle famiglie, persone anche morali, e ditte mercantili agiate e facoltose dimoranti o stabilite in Milano” (31 agosto e 10 settembre); una sovraimposta straordinaria sull’estimo di otto centesimi (per un totale di 2.365.884 lire); un prestito forzato sul commercio della città per 1.500.000 lire. Infine, l’11 novembre Radetzky annunciò una requisizione straordinaria di guerra di venti milioni a carico di coloro che avevano capeggiato l’insurrezione del marzo o avevano avuto cariche nel governo provvisorio (tra questi anche Alessandro Manzoni, tassato per 20.000 lire).


La guerra del 1849 e il regime successivo

Il 12 marzo 1849 il Piemonte denunciò formalmente l’armistizio. Il 17 marzo Radetzky, per difendere i diritti del sovrano austriaco, lasciò Milano con le sue truppe. Con il proclama del 17 marzo fece un sunto degli otto mesi di governo militare imposto alla città: il governo si era assunto

l’incarico di mantenere l’ordine e la tranquillità, non meno che di tutelare la sicurezza delle persone e delle sostanze degli abitanti di questa città. Il governo [...], vigilante con incessante cura e zelo, indefesso al ben essere dei cittadini, crede di aver adempito religiosamente a questi doveri, prendendo a norma del suo agire i sacrosanti principj della giustizia e dell’equità [...].

Il supremo comando delle truppe rimaste a presidiare Milano venne quindi assunto dal colonnello de Heyntzel che, come comandante superiore, prese residenza al castello. Al nuovo comandante militare della città, il colonnello de Duodo, già comandante il corpo della gendarmeria, furono aggiunti, per l’amministrazione di concerto della capitale, il dirigente della regia delegazione provinciale locale, il podestà della città di Milano e il capo dell’ufficio dell’ordine pubblico con il personale da loro dipendente. La sede del nuovo governo militare fu trasportata in casa Litta.

Le operazioni belliche si conclusero in soli quattro giorni, tra il 20 e il 23 marzo, con la rapida vittoria delle truppe austriache su quelle piemontesi. Nonostante la proclamazione della carta costituzionale “per l’unito e indivisibile Impero austriaco” e la riorganizzazione dell’impero e del Lombardo-Veneto, decisa nell’ottobre del 1849, lo stato d’assedio rimase in vigore fino al giorno 1 maggio 1854: il ventuno aprile 1854 un’ordinanza dei ministeri dell’interno e della giustizia, del comando superiore dell’armata e del dicastero di polizia annunciava che Francesco Giuseppe, alla vigilia delle nozze con Maria Elisabetta Amalia di Baviera, aveva deciso la cessazione dello stato d’assedio in tutto il regno e che quindi alle autorità e ai giudici civili competenti sarebbero stati restituiti il pieno esercizio delle loro prerogative e delle loro giurisdizioni; inoltre gli atti dei reati maggiori sarebbero stati trasmessi ai tribunali ordinari.

A norma del codice penale poi si annunciava l’istituzione di una speciale corte di giustizia per i reati di alto tradimento, ribellione e sollevazione. Cinque giorni dopo un’altra ordinanza confermò che le potestà politiche dovevano tenersi vincolate alla legge nella forma e nella esecuzione dei loro atti, pur riconoscendo a esse la facoltà di emanare prescrizioni e divieti che si riferissero anche a una singolare azione o a una determinata serie di azioni e di aggiungervi sanzioni di pene pecuniarie, afflittive e corporali.


La luogotenenza lombarda

La riorganizzazione del regno Lombardo-Veneto in seno all’impero d’Austria dopo gli sconvolgimenti del 1848 prevedeva la sostituzione dei governi milanese e veneto con due luogotenenze aventi sede a Milano e a Venezia. Queste furono istituite e poste a capo dell’amministrazione, la cui struttura era per certi aspetti analoga a quella dei governi generali ante 1848: comprendeva dieci dipartimenti – ognuno dei quali con competenze specifiche in un ramo particolare dell’amministrazione – diretti da “consiglieri di luogotenenza”, che assumevano funzioni simili a quella di un ministro. Costoro formavano il consiglio di luogotenenza, a sua volta presieduto dal luogotenente generale del regno. Il requisito imprescindibile per entrare nel consiglio di luogotenenza era “la piena, aperta ed incondizionata adesione al governo austriaco”.

Primo luogotenente lombardo fu nominato Karl zu Schwarzenberg, cugino del nuovo cancelliere imperiale. Oltre al presidente, la luogotenenza aveva anche un vicepresidente, con funzioni comunque ridotte.

Alla luogotenenza furono riservate attribuzioni limitate rispetto a quelle che aveva avuto il governo durante la prima restaurazione: il governo viennese avocò a sé tutta l’amministrazione finanziaria (la prefettura delle finanze, divisa in otto dipartimenti ognuno con a capo un consigliere e il prefetto, presidente con il rango di consigliere ministeriale, dipendevano direttamente dal ministero delle finanze di Vienna, che a sua volta era diviso in trenta dipartimenti); l’amministrazione militare (che fu posta alle dipendenze del ministero della guerra); l’amministrazione e l’organizzazione giudiziaria; la contabilità dello stato; la giunta del censimento; la direzione generale delle poste; le camere di commercio e industria.

Anche la direzione generale di polizia, pur essendo nominalmente subordinata alla luogotenenza, corrispondeva in realtà direttamente con l’autorità suprema di polizia viennese, esercitando una funzione di sorveglianza politica sia sui consiglieri di luogotenenza e sui funzionari centrali sia, attraverso i commissari dei quartieri (solo in Milano erano sette) e i commissari superiori, sui delegati provinciali e sui commissari distrettuali. La struttura civile affidata ai luogotenenti era ancor più depotenziata a causa della soppressione del senato Lombardo-Veneto, che fece perdere al regno la sua suprema corte di giustizia.


Acostituzionalità nell'esercizio del potere

I margini di autonomia non solo della luogotenenza, ma anche della direzione delle pubbliche costruzioni, della polizia, degli organi giudiziari erano ancor più limitati dalla contabilità di stato, organo consulente politico e amministrativo degli uffici del dominio che, pur avendo una organizzazione separata, dipendeva dal supremo dicastero di contabilità e controllo di Vienna al cui vertice era un presidente che godeva del rango di ministro e corrispondeva direttamente con l’imperatore.

Compito principale dell’ufficio di contabilità era l’esame e la consulenza sulla gestione di tutti gli uffici che maneggiavano denaro pubblico, avendo l’autorità di decidere chi avesse competenza nel compiere una spesa e se il titolo della spesa fosse compreso nel preventivo che annualmente gli veniva trasmesso o se, per affrontarla, fosse necessario il ricorso a mezzi straordinari, a esclusione naturalmente che la spesa non richiedesse una esplicita autorizzazione da parte del ministero.

La struttura di potere che si venne a creare nel Lombardo-Veneto, atipica rispetto alle altre province del contesto imperiale, si contraddistinse per la mancanza di un versante costituzionale: le congregazioni centrali furono riconvocate infatti solo nel 1856 sotto la presidenza del luogotenente e per i notevoli margini di ambiguità nella gestione del potere stesso. Le luogotenenze avrebbero dovuto essere in diretta dipendenza del ministro dell’interno imperiale, ma il ruolo di egemonia esercitato dal governatore generale (anche grazie alla forte personalità dello stesso Radetzky) tese a soffocare le luogotenenze e a imporsi nel territorio quale incontrastato potere, che si arrogò anche molte competenze civili, prima tra le quali quella di polizia.


L'amministrazione dopo la rivoluzione del 1848

Dal maggio 1848, dopo le rivoluzioni scoppiate in Europa e nel Lombardo-Veneto, furono emanate nuove disposizioni per l’organizzazione e l’amministrazione del regno. Al posto della carica vicereale venne istituita una commissione imperiale plenipotenziaria per le province lombardo-venete, presieduta dal maresciallo Montecuccoli, con poteri sia civili sia militari. La commissione restò in carica dal 2 maggio 1848 al 1 novembre 1849, fino cioè all’entrata in vigore del governatorato generale civile e militare del Lombardo-Veneto, istituito con decreto imperiale il 25 ottobre 1849.

La carica di governatore fu affidata al feldmaresciallo conte Radetzky. Al congedo di questi, nel gennaio 1857, l’arciduca Ferdinando Massimiliano, fratello dell’imperatore Francesco Giuseppe, fu nominato viceré del regno Lombardo-Veneto. Contemporaneamente alla nomina di Massimiliano, cessò il governo militare e venne il ristabilimento dell’amministrazione civile. Parte delle attribuzioni dei governi furono rimesse a due luogotenenze con sede Milano e a Venezia, anche se numerosi settori della vita pubblica e amministrativa furono avocati all’amministrazione centrale di Vienna. Con queste riforme, il regno Lombardo-Veneto subì una ulteriore trasformazione, che accrebbe l’accentramento politico e amministrativo dei due territori rispetto all’impero.


Sinossi delle province lombarde

Viene qui riprodotta la sinossi delle province lombarde, la cui articolazione fu stabilita con la notificazione 16 febbraio 1816. Il compartimento territoriale della Lombardia doveva attuarsi a decorrere dal giorno 1 maggio 1816. La notificazione prevedeva la compartimentazione del governo di Milano in province, distretti e comuni. Nel prospetto per ciascun distretto è specificata la sede.

Il numero dei distretti e dei comuni fu parzialmente riformato e ridotto all’interno delle province con l’emanazione di singoli provvedimenti, che furono confermati nella successiva compartimentazione portata con la notificazione 1 luglio 1844.

Un successivo compartimento territoriale della Lombardia, tendente a ridurre in complesso il numero dei distretti, fu portato con la notificazione 23 giugno 1853.


Fine del Lombardo-Veneto

La battaglia di Magenta del 4 giugno 1859 liberò all’esercito franco-piemontese la via per Milano, dove l’8 giugno entrarono Vittorio Emanuele II e Napoleone III. Il giorno dopo, il consiglio comunale di Milano votò per acclamazione un indirizzo che, ribadendo la validità del plebiscito del 1848, sanciva l’annessione della Lombardia al regno di Vittorio Emanuele II.

Il regno Lombardo-Veneto cessò di esistere sul piano del diritto internazionale in seguito della pace di Zurigo, il 10 novembre 1859, che sancì l’unione della Lombardia al Piemonte; la provincia di Mantova rimase a far parte dell’impero austriaco, unitamente al Veneto, fino al 1866.


Il Governo provvisorio di Lombardia

La rivoluzione a Milano

In seguito alla rivoluzione di Vienna, nel marzo 1848 le strutture del potere civile del regno Lombardo-Veneto si trovavano in uno stato di evanescenza: il governatore di Milano, conte von Spaur, era stato posto in congedo ed era partito da Milano il 6 marzo, il viceré Ranieri si era ritirato a Verona nella notte del 17 marzo. Dopo gli incidenti avvenuti nel palazzo del governo il 18 marzo, il vicegovernatore provvisorio O’Donnell era stato costretto a firmare tre decreti (che seguivano la decisione imperiale di concedere una nuova legge sulla stampa e di convocare le congregazioni del Lombardo-Veneto e gli stati dei paesi tedeschi e slavi) con i quali destituiva la direzione della polizia, concedeva la formazione della guardia civica e ordinava alla polizia stessa di consegnare le armi al municipio.

Per i due giorni successivi, nonostante gli scontri si susseguissero e risultasse chiara e necessaria una direzione politica e militare, il podestà di Milano Gabrio Casati, che rappresentava la maggiore autorità politica cittadina, rifiutò di prendere una decisione netta, continuando a sostenere di rappresentare esclusivamente il municipio. Si decise infine la mattina del 20 con una ordinanza che annunciava che per “l’improvvisa assenza dell’autorità politica” avevano effetto i decreti del vicegovernatore. L’ordinanza, oltre alla costituzione di quattro comitati esecutivi, affidava la direzione della polizia al delegato Bellati e in sua mancanza – poiché prigioniero al castello sforzesco di Milano – al dottor Giovanni Grasselli. Furono inoltre nominati a collaboratori del municipio il conte Francesco Borgia, il generale Lechi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, l’avvocato Anselmo Guerrieri-Gonzaga e il conte Giuseppe Durini.


La municipalità di Milano assume i poteri politici

Il pomeriggio del giorno 20 marzo, a seguito anche della formazione del consiglio di guerra, il podestà di Milano Casati emanò un’ordinanza in cui annunciava che la congregazione municipale assumeva “in via interinale” la direzione di ogni potere. Ai collaboratori del municipio venivano aggiunti Gaetano Strigelli e il conte Vitaliano Borromeo.

La posizione della municipalità e dei suoi collaboratori rimaneva ambigua: il podestà Gabrio Casati, dopo una ribellione ormai vittoriosa, si rifaceva ancora alla legalità del decreto estorto a un vicegovernatore esautorato e prigioniero. La municipalità e i rappresentanti nominati facevano parte infatti di quella corrente aristocratica moderata impegnata a evitare che la rivoluzione prendesse una piega democratica e propensa a non compromettersi troppo nei confronti dell’autorità austriaca e di differenziare le proprie responsabilità da quelle degli insorti.

Solo l’intransigente presa di posizione del consiglio di guerra e la consapevolezza del Casati di non avere sufficiente autorità per fermare i combattimenti impedì che la municipalità accettasse le due proposte di tregua avanzate dagli austriaci il 20 ed il 21 marzo.

Con la nomina dei collaboratori della municipalità, la direzione politica degli eventi veniva di fatto assunta dal gruppo aristocratico liberale moderato raccolto intorno a Gabrio Casati. La municipalità creava infatti, pur senza assumerne esplicitamente il nome, una sorta governo provvisorio tentando in qualche modo di restare nell’ambito di una ormai inesistente legalità austriaca. L’equivoco sarebbe terminato il 22 marzo, con la decisione, a seguito dei colloqui avuti con l’entourage di Carlo Alberto, di costituirsi in governo provvisorio, del quale fecero parte tra gli altri i collaboratori del municipio Vitaliano Borromeo, Gaetano Strigelli, Giuseppe Durini e Anselmo Guerrieri.


Il consiglio di guerra

La mattina del 20 marzo 1848, al culmine dell’insurrezione milanese contro la dominazione austriaca, Carlo Cattaneo, che si era recato la notte precedente nella casa del conte Carlo Taverna in via dei Bigli, riuscì a convincere altri patrioti a formare un organismo che fosse più efficiente nel guidare la lotta contro le truppe comandate dal feldmaresciallo Radetzky a fronte dell’atteggiamento ambiguo della municipalità milanese. Si costituì così il consiglio di guerra e a farne parte furono chiamati lo stesso Carlo Cattaneo insieme con Enrico Cernuschi, Giorgio Clerici e Giulio Terzaghi. Lo scopo del consiglio era di guidare la lotta senza affrontare, anzi rimandando al futuro, la questione sulla forma istituzionale che avrebbe dovuto assumere la Lombardia una volta terminato il conflitto.

La strategia militare del consiglio, seguendo anche l’atteggiamento spontaneo della popolazione insorta, si dipanava in pochi ma precisi obiettivi: isolare ed eliminare i centri di resistenza dei soldati austriaci all’interno della cerchia dei navigli; spezzare l’accerchiamento austriaco che si appoggiava ai bastioni della città e riuscire infine a stabilire un collegamento con le campagne e con le città vicine per costringere le truppe di Radetzky alla capitolazione. Il piano riuscì grazie alla decisione del feldmaresciallo di ritirare gradatamente le sue truppe verso il castello e i bastioni. Furono così conquistati il palazzo reale, il duomo (sul quale venne issato il tricolore italiano) e la direzione di polizia (da cui furono liberati alcuni prigionieri). Il giorno dopo venne preso il palazzo del genio e furono occupate quasi tutte le posizioni austriache all’interno dei bastioni.


Azione politica del consiglio di guerra

Da un punto di vista politico, invece, l’azione del consiglio di guerra e di Cattaneo in particolare fu da un lato tesa a impedire che la municipalità accettasse le offerte di tregua e di armistizio che in due occasioni (il 20 e il 21 marzo) erano state proposte da Radetzky e dall’altro evitare che la municipalità si legasse esclusivamente a Carlo Alberto, contrapponendo all’idea della guerra regia e “fusionista” del sovrano sabaudo (e di gran parte dei nobili moderati della municipalità) l’idea di guerra federale, alla cui base vi era certamente un forte senso di patriottismo municipale ma anche una più aperta visione di lotta democratica e nazionale.

Le offerte di armistizio di Radetzky furono respinte. Gabrio Casati, d’altra parte, che era il podestà di Milano, si rendeva conto di non avere l’autorità sufficiente per convincere la popolazione a interrompere le ostilità. Anche per questo il Casati e i suoi collaboratori decisero di costituirsi in governo provvisorio (22 marzo). La stessa mattina del 22 Cattaneo presentò al podestà le dimissioni del consiglio di guerra, proponendo di fonderlo con il comitato di difesa appena istituito. Si costituì allora il comitato di guerra, che però sancì sostanzialmente la sconfitta politica degli uomini che avevano condotto vittoriosamente l’insurrezione contro gli austriaci.


Presupposti del governo provvisorio di Milano

Il 18 marzo 1848, prima giornata dell’insurrezione di Milano, si trovavano a Torino due nobili lombardi, i conti Carlo D’Adda ed Enrico Martini, i cui compiti erano quelli di tenere i contatti con il re Carlo Alberto. Scoppiata la rivoluzione i due emissari ottennero di essere ricevuti dal sovrano piemontese, al quale chiesero di intervenire immediatamente in aiuto della città. Carlo Alberto fece loro notare non solo le difficoltà politiche e militari a cui sarebbe andato incontro ma soprattutto la necessità di giustificare alle altre potenze europee un suo intervento. Sostenne dunque l’utilità che la municipalità milanese inviasse a lui una richiesta formale di aiuto.

Contemporaneamente, tramite il conte di Castagnetto, veniva dagli uomini del sovrano sabaudo inviata una lettera al podestà di Milano Gabrio Casati nella quale lo si invitava a fare il possibile affinché le forze repubblicane e federaliste non prendessero il sopravvento nella rivoluzione. Tornato clandestinamente a Milano il 21 marzo, il Martini diede per sicuro l’intervento di Carlo Alberto, a patto però che la municipalità inviasse una esplicita richiesta di soccorso al re. Per dare maggior forza e autorità alla richiesta sarebbe stato inoltre necessario che la municipalità si costituisse in governo provvisorio.

A Milano intanto si accentuavano ulteriormente le divergenze politiche tra coloro che dirigevano l’insurrezione. Da una parte infatti vi erano i membri del consiglio di guerra, che erano riusciti a respingere le proposte di armistizio offerte da Radetzky, nettamente contrari a una fusione con il Piemonte; dall’altra vi erano i membri della municipalità con a capo il podestà Gabrio Casati che, seppur favorevoli alla fusione con il Piemonte, mantenevano un atteggiamento ambiguo e oscillante, cercando di differenziare il loro operato da quello dei combattenti per non compromettersi troppo agli occhi degli austriaci, e contemporaneamente operando per evitare che l’insurrezione assumesse toni spiccatamente rivoluzionari e democratici.

La municipalità accolse comunque con favore la proposta del Martini e decise di costituirsi in governo provvisorio, anche se, grazie all’opposizione di Cattaneo e del consiglio di guerra, evitò di prendere una decisione definitiva sul futuro della Lombardia. Il proclama del 22 marzo recitava infatti che, chiamata a conquistare l’indipendenza, solo

[...] a causa vinta i nostri destini verranno discussi e fissati dalla nazione.


Composizione del governo provvisorio

Il nuovo governo fu composto da Gabrio Casati, che ne fu anche il presidente, e da Vitaliano Borromeo, Giuseppe Durini, Pompeo Litta, Gaetano Strigelli, Cesare Giulini, Antonio Beretta, Marco Greppi, Alessandro Porro. Alle dirette dipendenze del governo furono create una segreteria generale affidata a Cesare Correnti, unico membro di tendenza democratica, e un ufficio per la sovraintendenza degli affari segreti e diplomatici, affidato a Anselmo Guerrieri. Segretario degli affari diplomatici fu nominato Pietro Tagliabò.

Carlo Cattaneo rinunciò a formare un governo meno legato a Carlo Alberto con esponenti democratici e federalisti e anzi rassegnò le dimissioni del consiglio di guerra la stessa mattina del 22, proponendo però la fusione dello stesso con il comitato di difesa; a seguito del parere favorevole di Casati venne costituto il comitato di guerra.

Con questi atti la corrente aristocratico-liberale albertista sconfiggeva politicamente coloro che avevano realmente condotto la battaglia e l’avevano vinta, perché lo stesso 22 marzo dopo la battaglia di Porta Tosa Radetzky decideva di ritirarsi.


Iniziative politiche del nuovo governo

Oltre a rivolgere l’appello di aiuto a Carlo Alberto – che il 23 marzo aveva deciso di entrare in guerra – gli atti amministrativi e le decisioni politiche prese freneticamente nei giorni successivi dal governo provvisorio, che prese sede a Palazzo Marino, suscitarono non poche polemiche, malcontento e sfiducia da parte della popolazione.

Il 26 marzo fu stipulata una convenzione con il generale piemontese Passalacqua in base alla quale il governo milanese si impegnava a somministrare a proprio carico tutte le sussistenze necessarie alle truppe piemontesi, che a loro volta si impegnavano a combattere come alleate di quelle lombarde. Per inquadrare il costituendo esercito lombardo fu stabilito inoltre che fossero assunti dal governo provvisorio ufficiali piemontesi fuori servizio, ponendolo così di fatto sotto il controllo piemontese.

Per coprire le spese il governo lanciò un prestito cittadino di 24 milioni di lire, rimborsabile in quattro rate a partire dall’aprile del 1849, ma senza offrire alcun interesse. La somma non fu raggiunta per quanto per rimediare all’errore successivamente venne offerto un interesse del 5%. Inoltre il governo, sempre per questioni di bilancio, sospese i pagamenti degli interessi delle cartelle del Monte Lombardo-Veneto.

Altri provvedimenti di politica finanziaria, nonostante gli intendimenti dichiarati di voler “alleggerire il peso delle pubbliche imposte a favore delle classi men doviziose” si rivelarono imprudenti e demagogici: tra questi la promessa di indennizzo ai prestinai e macellai dopo il divieto di accrescere le mete del pane e della carne (22 marzo); la riduzione del prezzo del sale (23 marzo); la riduzione dell’imposta sul bollo della carta (29 marzo); il condono di tutte le tasse giudiziarie non ancora esatte (29 marzo) e soprattutto l’abolizione del gioco del lotto,

[...] indegno di tempi in cui tutte le istituzioni devono concorrere al progressivo sviluppo della civiltà Riorganizzazione delle istituzioni

Nei tre giorni successivi la vittoria sugli austriaci, il governo si preoccupò con una serie di decreti di sciogliere e di riorganizzare parte delle istituzioni cittadine quali il tribunale d’appello (presidente provvisorio fu nominato Enrico Guicciardi), il tribunale civile di prima istanza (presidente Alberto Beretta), il tribunale mercantile e di cambio (presidente Carlo Negri), il tribunale criminale (presidente Luigi Caporali).

Fu disciolto il magistrato camerale e sostituito da una intendenza generale delle finanze; sostituiti i direttori della zecca e delle poste (rispettivamente Pietro Canzani e Antonio Cantoni); l’ispettorato della fabbrica dei tabacchi fu affidato a Carlo Tanzi. Le funzioni della regia delegazione furono attribuite alla congregazione provinciale con Paolo Taverna alla presidenza e Innocenzo Pini alla vicepresidenza.

Al consiglio di stato furono delegate le funzioni del disciolto consiglio di governo: presidente fu nominato in via provvisoria l’avvocato Giovanni Battista Nazari e a vicepresidente l’avvocato Angelo Decio. La scelta di questi uomini corrispondeva a un preciso intendimento e a una precisa scelta politica del governo: secondo Carlo Cattaneo queste nomine avevano “messo tutti gli abitanti in balìa delle rappresentanze degli ottimati”.

Per ciò che riguarda la sicurezza e la difesa, Teodoro Lechi fu designato generale in capo di tutte le forze militari del governo; Pompeo Litta, con il grado di generale comandante, e Alessandro Scalvini, capo dello stato maggiore, furono nominati organizzatori della guardia civica. Infine il 30 marzo un decreto stabilì la restituzione agli israeliti del “pieno esercizio di tutti i diritti civili e politici”.


Formazione del governo centrale di Lombardia

L’8 aprile 1848 il governo provvisorio di Milano decise, in accordo con i membri dei governi insurrezionali delle altre città lombarde, di costituirsi in governo provvisorio centrale di Lombardia aggregando un membro per ogni provincia.

Il nuovo governo fu composto dal presidente Gabrio Casati e, in qualità di membri, da Vitaliano Borromeo, Giuseppe Durini, Pompeo Litta, Gaetano Strigelli, Antonio Beretta, Cesare Giulini, i quali già facevano parte del governo provvisorio milanese o erano stati nominati collaboratori del municipio di Milano. In rappresentanza delle province lombarde entrarono Anselmo Guerrieri per Mantova (già membro del governo ma ora rappresentante della città ancora in parte occupata dagli austriaci), Girolamo Turroni per Pavia, Pietro Moroni per Bergamo, Francesco Rezzonico per Como, Azzo Carbonera per la Valtellina, l’abate Luigi Anelli per Lodi e Crema, Annibale Grasselli per Cremona. Il 12 aprile si aggiunse Antonio Dossi in rappresentanza di Brescia, città che inizialmente aveva opposto qualche resistenza alla creazione di un governo unico.

Segretari del governo furono Emilio Broglio, Giulio Carcano e Achille Mauri. Dal governo milanese uscirono quindi Alessandro Porro e Marco Greppi, ma le figure moderate rimasero in assoluta maggioranza poiché solo l’Anelli era di tendenza decisamente repubblicana.


Le posizioni politiche

Pur essendo composto sostanzialmente da esponenti moderati, il governo lombardo dovette resistere alle pressioni piemontesi per l’annessione immediata della Lombardia al Piemonte, anche se in realtà ne stava preparando il terreno combattendo una dura battaglia politica contro la corrente repubblicana (Mazzini era giunto a Milano il 7 aprile).

Il primo atto del nuovo governo – dopo aver respinto la proposta del ministro Franzini per l’immediata elezione di un’assemblea che decidesse le sorti della Lombardia e quella di Cattaneo per l’elezione di una assemblea preparatoria eletta dai rappresentanti dei diversi comuni che indicasse le norme per l’elezione di una assemblea costituente – fu infatti di nominare lo stesso 8 aprile una commissione speciale che si occupasse di “studiare e proporre un progetto di legge per la convocazione delle assemblee primarie”, cioè che elaborasse la legge elettorale per l’elezione dell’assemblea che avrebbe deciso definitivamente la sorte della regione. Il lavoro della commissione, presieduta da Alessandro Porro, si rivelò però ben presto inutile.

Con il pretesto del protrarsi della guerra, all’inizio di maggio il governo, dopo alcune sedute cariche di tensione, decretò un plebiscito per la fusione con il regno di Sardegna. Con questa decisione il governo veniva meno all’impegno che era stato preso durante l’insurrezione milanese, cioè di rimandare la questione “a causa vinta” e abbandonava anche l’idea di far decidere le sorti della Lombardia da una assemblea lombarda. I repubblicani e i democratici presero immediatamente posizione contro tale decisione, pubblicando un manifesto il 13 maggio, firmato tra gli altri da Mazzini, Cernuschi, Tenca e Visconti Venosta in cui si accusava il governo di aver mancato ai suoi impegni e di aver rotto la concordia stabilita nei giorni dell’insurrezione. Comunque l’8 giugno furono resi noti i risultati del plebiscito: la stragrande maggioranza degli elettori aveva votato per l’annessione.


Provvedimenti di governo

Mentre si manifestavano le contrapposizioni politiche, il governo dovette cercare di rimediare agli errori di politica finanziaria compiuti nel primo mese con nuove imposte e prestiti. Il 28 luglio fu imposto alla Lombardia un prestito forzoso di 14 milioni di lire correnti con l’interesse del 5 % da prelevarsi proporzionalmente sulle famiglie più agiate e facoltose e il 25 giugno fu abolita la tassa personale. Né altri provvedimenti e decreti riuscirono a consolidare il consenso popolare nei confronti del governo: il 9 aprile un decreto decise la soppressione della Compagnia di Gesù e il sequestro dei beni mobili e immobili di sua proprietà; si annunciò la destinazione a uso civile e la demolizione di parte del castello di Milano; venne promulgata la legge sull’organizzazione della difesa della patria, relativa cioè all’organizzazione della guardia nazionale (11 aprile); venne attivata la legge penale per il costituendo esercito (14 maggio). Il 7 luglio furono nominati commissari governativi in ciascuna provincia (per Milano Giunio Bazzoni) il cui scopo era quello di

procacciare la
rapida e uniforme esecuzione di tutti i provvedimenti decretati per
imprimere la maggior possibile energia all’andamento delle cose di guerra,
per accrescere i mezzi finanziari e per rafforzare nelle popolazioni il
sentimento della necessità di riunire tutti gli sforzi alla suprema difesa
e liberazione della Patria.


L'unione al regno di Sardegna

Mentre la guerra procedeva, il governo doveva affrontare la questione dell’annessione al regno di Sardegna, che il plebiscito aveva risolto solo in parte poiché la formula votata prevedeva il voto di immediata fusione

delle Province Lombarde con gli Stati Sardi, sempreché sulla base del suffragio universale sia convocata negli anzidetti paesi [...] una Assemblea Costituente, la quale discuta e stabilisca le basi e le forme di una nuova monarchia costituzionale con la dinastia Savoia [...].

Il 7 giugno il governo decise infine che una speciale commissione, composta da Giuseppe Durini, Andrea Lissoni, Gaetano Strigelli ed Emilio Broglio si sarebbe recata a Torino per affrontare definitivamente la questione, portando come condizione primaria la formazione di una consulta lombarda – trasformazione nominale dello stesso governo lombardo – cui sottoporre per l’approvazione i trattati internazionali concernenti la Lombardia stipulati eventualmente dal re Carlo Alberto.

Le trattative, non facili considerando lo stato d’animo che si era creato a Torino sia per l’andamento della guerra sia per il timore di uno spostamento della capitale del nuovo regno a Milano, si conclusero il 15 giugno con la stipulazione di una convenzione che venne presentata dal ministro dell’interno piemontese Ricci come progetto di legge per l’annessione.

Il progetto, dichiarando la Lombardia – così come le province di Rovigo, Treviso, Vicenza e Padova – parte integrante dello stato sabaudo, prevedeva che sarebbero rimaste in vigore le leggi e i regolamenti vigenti in Lombardia, la libertà di stampa, di associazione e la guardia nazionale; che il potere esecutivo sarebbe stato esercitato dal re per mezzo di un ministero responsabile verso la nazione rappresentata dal parlamento; che il governo del re non avrebbe potuto concludere trattati politici o di commercio senza essersi preventivamente concertato con una consulta straordinaria, trasformazione nominale del governo di Lombardia, e infine che si sarebbe promulgata una legge elettorale per la costituente e che questa sarebbe stata convocata entro un mese dall’accettazione della fusione.

Il 28 giugno la camera subalpina votò solo il primo articolo del progetto di legge e lo approvò con 127 voti favorevoli e 7 contrari. Questo recitava:

L’immediata unione della Lombardia e delle province di Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo, quale fu votata da quelle popolazioni, è accettata. La Lombardia e dette province formano con gli Stati Sardi e con gli altri già uniti un sol regno. Col mezzo del suffragio universale sarà convocata una comune Assemblea Costituente, la quale discuta e stabilisca le basi e la forma di una nuova Monarchia costituzionale colla Dinastia di Savoia, secondo l’ordine di successione stabilito dalla legge salica, in conformità dal voto emesso dai veneti e dal popolo lombardo sulla legge 12 maggio 1848 del governo provvisorio di Lombardia. La formula del voto sovra espresso contiene l’unico mandato della Costituente e determina i limiti del suo potere.

La fusione era così compiuta, ma la questione della sopravvivenza del governo di Lombardia (seppur con un nome differente) e sul regime transitorio venne decisa dal parlamento subalpino solo tra il 28 giugno e il 19 luglio.


Fine del governo provvisorio centrale

Dopo il plebiscito per la fusione con il regno di Sardegna, il potere era ormai saldamente in mano ai “casatiani”, cioè all’aristocrazia moderata, e i ceti popolari, così come gli esponenti democratici e repubblicani, uscirono del tutto di scena. Dalla seconda metà di luglio il Casati, recatosi a Torino, era stato nominato presidente del consiglio, ricevendo così, sostenne Cattaneo, “il premio della cessione di Milano”.

Le allarmanti notizie sull’andamento della guerra – dopo la battaglia di Vicenza del 10 giugno gli austriaci avevano sostanzialmente ripreso tutto il Veneto con l’eccezione di Venezia – e le pressioni di Mazzini e Cattaneo portarono il governo a costituire a Milano un comitato di pubblica difesa (27 luglio). Poco dopo, il giorno 1 agosto, il governo di Torino nominava commissari regi per la Lombardia Angelo Olivieri di Vernier, Massimo Cordero di Montezemolo e Gaetano Strigelli – il cosiddetto consiglio amministrativo generale – cosicché il governo provvisorio lombardo si trasformò come previsto in consulta straordinaria della Lombardia, il 2 agosto.

Questi ultimi atti del governo si svolsero in realtà in un clima paradossale, poiché gli avvenimenti bellici li resero praticamente inutili: il 26 luglio, infatti, l’esercito piemontese fu sconfitto a Custoza e il 29 luglio gli austriaci varcarono l’Oglio. Il 5 agosto Carlo Alberto firmò la resa: i piemontesi si ritiravano al di là del Ticino, mentre la città di Milano, in tumulto, restava senza direzione politica.


Il comitato di pubblica difesa

La notizia della sconfitta dell’esercito piemontese a Custoza, avvenuta tra il 23 e il 26 luglio, suscitò allarme e discussioni a Milano. L’opinione prevalente era che si potesse, e si dovesse, difendere la città con l’aiuto delle truppe sarde. Il governo provvisorio di Lombardia decise così, anche grazie alle pressioni di Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini e dei repubblicani e democratici in genere, di istituire il 27 luglio un comitato di pubblica difesa con il compito di provvedere

coi più ampi poteri a tutto ciò che alla medesima si riferisce“e per “[...] rendere più pronte ed efficaci le disposizioni dell’Autorità”.

A farne parte furono chiamati Pietro Varesi, Francesco Arese e Cesare Correnti e come segretario l’avvocato Francesco Restelli. Di fronte al rifiuto dei primi furono il giorno successivo nominati il generale Manfredo Fanti, Pietro Maestri e confermato Francesco Restelli, “uomini valenti e onesti, e amatori più o meno aperti di libertà”, come scrisse il Cattaneo.

Il comitato di pubblica difesa, entrato immediatamente in funzione, governò a tutti gli effetti Milano nei giorni che precedettero la sconfitta piemontese e l’armistizio di Salasco, prendendo provvedimenti di natura militare, finanziaria, annonaria e di polizia pur senza essere quel supremo “magistrato dittatorio” che avrebbe potuto dare “a tutti gli altri vigore, ardimento e velocità e, ove fosse stato necessario, secretezza”. Milano infatti, almeno teoricamente, era retta ancora dal governo provvisorio.

Nonostante questo dualismo di poteri, il comitato seppe prendere con autorità e immediatezza numerose decisioni: ordinò un prestito forzoso sulle famiglie più agiate; progettò fortificazioni per la campagna e per la città di Milano (istituendo l’ufficio per la direzione dei lavori di difesa della città nel locale della direzione del censo in piazza San Fedele); esortò ripetutamente i cittadini a erigere di nuovo le barricate di fronte all’avanzare degli austriaci; proclamò la leva in massa di tutte le guardie nazionali mobilizzabili (cioè di tutti gli uomini dai 18 ai 40 anni) e autorizzò il canonico Luigi Vimercati e il sacerdote Luigi Malvezzi a costituire una legione di sacerdoti da affiancarsi ai nuovi arruolati; chiamò a raccolta le donne per provvedere alla fabbricazione di cartucce. Furono inoltre requisiti i cavalli di lusso, ventimila sacchi di frumento e riso e le armi in commercio. Giuseppe Garibaldi, che si era visto rifiutati i suoi servigi da Carlo Alberto, fu mandato a Bergamo con un corpo di volontari.


Il dualismo con il governo centrale provvisorio

La battaglia che il comitato di pubblica difesa si trovò a combattere dalla fine di luglio era anche e soprattutto politica: il giorno 1 agosto furono infatti nominati dal governo di Torino i regi commissari per la Lombardia (il generale Angelo Olivieri di Vernier, il deputato Massimo Cordero di Montezemolo e il lombardo Gaetano Strigelli) e il giorno successivo il governo provvisorio di Lombardia si trasformò in consulta straordinaria. L’obiettivo di Carlo Alberto più che difendere Milano era ormai impedire che in città prendesse il potere il partito repubblicano, per evitare che una eventuale vittoria popolare travolgesse la monarchia: quando l’esercito piemontese abbandonò l’Adda, rendendo inutili i preparativi di difesa organizzati dal comitato, Fanti e Restelli si recarono a Lodi per chiedere spiegazioni ma non furono ricevuti dal sovrano.

I contrasti tra i regi commissari, che costituivano il consiglio amministrativo generale, e i membri del comitato generarono inevitabilmente confusione e sfiducia anche per i diversi obiettivi che avevano: il 4 agosto l’Olivieri protestò con i membri del comitato sostenendo non fosse loro compito organizzare le barricate e chiamare a raccolta i cittadini. Ma l’ultimo accorato appello del comitato, in cui si incitavano i cittadini a ergere le barricate e a combattere in attesa delle truppe francesi recitava

[...] resistiamo qualche giorno e, lo ripetiamo, la vittoria sarà nostra!”

il comitato, senza consultare il regio commissario, fece

toccare a stormo in tutti i campanili dentro e fuori la città, e distribuire ai cittadini le armi.

Ma era ormai tardi: nella notte tra il 4 e il 5 agosto l’accordo armistiziale tra i piemontesi e gli austriaci si concluse. A nulla valsero le proteste dei membri del comitato convocati a palazzo Greppi la mattina del 5 agosto, quando l’Olivieri comunicò i termini dell’accordo austro-piemontese: il re consegnava a Radetzky la città e le truppe di Carlo Alberto iniziavano la ritirata al di là del Ticino.


Il Regio governo di Lombardia

La direzione generale per le province italiane annesse e protette

Sin dalla metà dell’aprile 1859, il clima europeo sembrava far precipitare gli avvenimenti verso la guerra tra l’alleanza franco-piemontese e l’impero austriaco. Il 3 maggio veniva istituita presso il ministero degli esteri di Torino, ma senza essere resa pubblica per evitare proteste e complicazioni internazionali, la direzione generale delle province italiane, diretta dal Minghetti (che era segretario generale agli esteri) e divisa a sua volta in due uffici: uno per “le province unite ai regi stati”, affidato ad Antonio Allievi, al quale partecipò inizialmente anche il Farini, e uno per “le province poste sotto la protezione di S.M.”, diretto da Costantino Nigra.

La direzione, che venne poi istituita formalmente e resa nota con il decreto 11 giugno 1859, fu dunque lo strumento di coordinazione tra il centro decisionale piemontese e i centri di amministrazione delle province annesse (Lombardia e ducati, in base alla validità del voto di fusione del 1848) e delle province poste sotto la tutela della monarchia costituzionale di Vittorio Emanuele II (Emilia e Toscana). Non a caso anche a essa fece capo la commissione Giulini.

La direzione promosse e diresse l’attività dei comitati insurrezionali delle città lombarde dopo l’inizio delle ostilità con gli austriaci attraverso l’invio dei commissari regi.

L’Allievi, a cui era stato affidato l’ufficio delle province annesse, teneva i carteggi con i governatorati di Milano, Modena e Parma; sottoponeva al consiglio dei ministri i decreti preparati dalla commissione Giulini per l’approvazione; inoltrava con le istruzioni necessarie i decreti che si riteneva opportuno far pubblicare direttamente da ciascun governatore e teneva anche i collegamenti tra i governatori stessi per uniformare alle altre province eventuali provvedimenti presi.

La direzione delle province rimase operante fin dopo la formazione del ministero Rattazzi, che la soppresse con il decreto del 31 luglio 1859. Con questo decreto gli affari amministrativi delle province conquistate passavano di competenza ai singoli ministeri e di conseguenza furono tolti al governatore della Lombardia i poteri straordinari e la funzione di governo autonoma che gli era stata conferita l’8 giugno.


La commissione Giulini

Nel timore che l’entrata in Lombardia delle truppe piemontesi risvegliasse il municipalismo, Cavour istituì una commissione per preparare un progetto di organizzazione politica, amministrativa e giudiziaria da applicarsi durante la fase dell’amministrazione separata della Lombardia, fino alla incorporazione definitiva della regione con le altre parti del regno. Per evitare conseguenze a livello internazionale, la commissione non ebbe carattere di ufficialità e fece capo direttamente al presidente del consiglio subalpino e alla direzione generale delle province italiane, dalla quale peraltro dipendeva l’ufficio per le province unite diretto da un membro della commissione stessa, Antonio Allievi.

Incaricato di formare questo consesso fu il conte Cesare Giulini della Porta, che scelse personalmente esponenti provenienti da tutta la Lombardia. I membri furono dunque il marchese Giuseppe Arconati Visconti, Cesare Correnti, Achille Mauri, Emilio Broglio, Antonio Allievi e Luigi Pedroli di Milano; Innocenzo Guaita di Como; Giovanni Lauzi de Rho di Pavia; il marchese Anselmo Guerrieri Gonzaga di Mantova; il conte Ercole Oldofredi Tadini di Brescia e i valtellinesi Emilio e Giovanni Visconti Venosta con il conte Luigi Torelli.

La commissione – che prese il nome del suo presidente – tenne diciotto sedute plenarie, oltre ad alcune sedute delle sottocommissioni costituite appositamente per accelerare la stesura del progetto. Si riunì inizialmente in casa del marchese Arconati Visconti; successivamente, iniziate le ostilità contro gli austriaci, in un’aula del palazzo del parlamento ormai vuoto, essendo stata sospesa la sessione dopo la votazione che conferiva i poteri straordinari a Vittorio Emanuele II.


Progetto di riorganizzazione amministrativa della Lombardia

Il progetto temporaneo di riorganizzazione amministrativa della Lombardia che scaturì dai lavori della commissione Giulini si basava su alcune direttive impartite direttamente da Cavour: veniva considerato ancora valido il voto plebiscitario del 1848, presupposto della “immediata unione politica della Lombardia cogli Stati Sardi” sotto la sovranità di Vittorio Emanuele II. Dopo aver previsto la gestione commissariale dei territori, veniva successivamente regolato l’ordinamento amministrativo, adeguandolo alle nuove condizioni politiche. In sintesi l’amministrazione avrebbe fatto a capo a un governatore, residente a Milano e ministro senza portafogli del gabinetto piemontese, che sarebbe subentrato al luogotenente. Il consiglio di luogotenenza lombardo-veneto sarebbe stato sostituito da un consiglio amministrativo, composto dal governatore, da un vicepresidente e dai diversi direttori delle sezioni centrali dell’amministrazione, ridotti però di numero.

A Milano si sarebbe poi creato un tribunale di terza istanza, a completamento dell’organizzazione giudiziaria dopo la soppressione del tribunale supremo di giustizia austriaco che risiedeva a Verona. L’ordinamento provinciale proposto dalla commissione prevedeva una responsabilizzazione politica dei capi delle province – i governatori – ai quali sarebbero stati direttamente subordinati tutti gli uffici e le autorità provinciali: i questori, i commissari distrettuali, gli uffici di sanità, delle poste e delle pubbliche costruzioni.

Sostanzialmente immutato sarebbe invece rimasto l’ordinamento comunale una volta indette nuove elezioni per eliminare dagli organi gli elementi “non nazionali”: si ammetteva la ricostituzione della guardia nazionale e, nei comuni più piccoli, si prevedeva l’esautoramento dalle funzioni di polizia del commissario distrettuale. Per quanto riguarda le istituzioni rappresentative, la congregazione centrale doveva essere soppressa, mentre le congregazioni provinciali dovevano essere sciolte e ricostituite senza l’antica distinzione tra i deputati “nobili” e quelli “non nobili”.

In sintesi dunque il progetto prevedeva un sostanziale mantenimento delle istituzioni locali – concedendo loro tuttavia una maggiore autonomia – l’accentramento del potere politico nelle province nelle mani del rappresentante del governo e una estrema limitazione delle attribuzioni del governo centrale, premessa alla scomparsa della Milano “capitale” una volta unificata la legislazione delle province del nuovo regno.


Il commissario regio generale

La gestione commissariale dei territori conquistati durante la guerra tra l’alleanza franco-piemontese e l’impero austriaco era stata esplicitamente suggerita dalla commissione Giulini, istituita per studiare il progetto di organizzazione politica, amministrativa e giudiziaria da applicarsi alle province lombarde fino alla incorporazione definitiva con le altre parti del Regno. Secondo questo progetto, si dovevano inviare presso le città capoluogo di provincia dei commissari regi straordinari

per ordinarvi in via del tutto provvisoria ciò che possono esigere le urgenze amministrative, la guerra e la pubblica sicurezza.

Commissario regio generale fu nominato il 22 maggio Emilio Visconti Venosta, già membro della commissione Giulini, con l’incarico di affiancarsi al generale Garibaldi che si accingeva a entrare in Lombardia. Secondo le istruzioni dategli dal Cavour, Visconti Venosta avrebbe dovuto cercare di far insorgere i paesi e

provvedere al governo civile dei paesi che saranno occupati dalle nostre armi o si dichiareranno per la causa nazionale.

In sostanza, a lui era demandato il potere di prendere in via provvisoria

tutti quei provvedimenti che credesse necessari utili al buon andamento dell’impresa affidata al generale Garibaldi

e soprattutto

impedire che il disordine turbi le manifestazioni del sentimento nazionale e menomi gli sforzi che si richiedono [...] dalle popolazioni per l’emancipazione delle quali si combatte.

Il ruolo del commissario regio e degli altri commissari successivamente inviati alle sue dipendenze, fu dunque un ruolo politico, cioè di controllare le insurrezioni e di dirigere le tendenze municipalistiche che avevano caratterizzato e per certi aspetti indebolito il moto della prima guerra d’indipendenza, nonché di sollecitare l’adesione al governo sardo delle città occupate.

Gli avvenimenti bellici e la rapida conquista di gran parte del territorio lombardo da parte delle truppe franco-piemontesi resero l’incarico più breve del previsto e la missione di Visconti Venosta si concluse a Milano il 18 giugno, dopo la nomina degli intendenti generali delle province lombarde.


L'annessione della Lombardia al Piemonte

In seguito alla battaglia di Magenta che aveva liberato alle truppe franco- piemontesi la via verso Milano, la congregazione municipale votò un indirizzo a Vittorio Emanuele II che, confermando il patto votato nel 1848, proclamava l’annessione della Lombardia al Piemonte.

Le linee fondamentali dell’organizzazione temporanea della Lombardia furono stabilite dal decreto 8 giugno 1859, che si basava sostanzialmente sul progetto della commissione Giulini. In virtù di questo decreto, al vertice dell’amministrazione veniva nominato un governatore – il magistrato piemontese Paolo Onorato Vigliani – rappresentante del re e investito dei pieni poteri per la gestione dell’amministrazione civile, con competenza anche in materia di leggi e regolamenti e il potere di promulgare decreti. Per tutto ciò che riguardava la guerra e le questioni militari, il governatore doveva limitarsi

a procurare la pronta esecuzione degli ordini
del ministero della guerra e del comandante degli eserciti alleati”.

Alle dirette dipendenze del governatore venivano poste tutte le autorità delle province lombarde e a lui dovevano essere indirizzati tutti gli affari che, sotto il cessato regime austriaco, dovevano indirizzarsi al governatore generale del regno e ai dicasteri centrali. Inoltre il governatore aveva la facoltà di nominare commissioni speciali con carattere consultivo per le questioni politiche ed economiche che fossero elette tra i rappresentanti più autorevoli della cittadinanza milanese.

L’ufficio di gabinetto del governatore era gestito da un funzionario che aveva il titolo di segretario del gabinetto particolare del governatore (e che fu l’avvocato Gaspare Cavallini), e da due applicati di segreteria (Carlo Faraldo e Damiano Muoni).


Organi del regio governo di Lombardia

Gli organi creati per l’amministrazione temporanea della regione, che costituirono il regio governo di Lombardia, furono, oltre al governatore, la regia amministrazione centrale della Lombardia, che ebbe delegati gli affari amministrativi in passato di competenza della luogotenenza lombarda, e la segreteria di governo. Organi periferici furono le intendenze generali, che subentrarono alle soppresse delegazioni provinciali, e i commissari distrettuali, figure queste mantenute dalla passata organizzazione.

Il governatore fu dunque l’autorità suprema in Lombardia fino all’unificazione legislativa, anche se già dalla fine di luglio l’autonomia delle province lombarde venne ridotta allo scopo di uniformarle a quelle piemontesi: il decreto del 31 luglio dichiarava infatti “cessati i poteri conferiti in via straordinaria al governatore” e attribuiva allo stesso le competenze che erano state del luogotenente del Lombardo-Veneto.

Di conseguenza gli affari che erano stati destinati al governatore generale si sarebbero ora dovuti indirizzare ai ministeri sardi. Le sezioni dell’amministrazione centrale e la prefettura delle finanze venivano sottoposte alla giurisdizione dei ministeri subalpini e il governatore, pur rimanendo la figura centrale dell’ordinamento lombardo con funzione di collegamento tra l’amministrazione lombarda e quella piemontese e tra l’amministrazione centrale e le intendenze provinciali, non ebbe più preminenti funzioni di governo.

L’unificazione legislativa fu sostanzialmente decisa con la legge 23 ottobre 1859, “relativa alla nuova circoscrizione provinciale e comunale”, anche se i singoli governatori delle province lombarde subentrarono all’amministrazione centrale di Lombardia il 9 gennaio 1860. La pace di Zurigo del 10 novembre sanciva infine l’unione della Lombardia al Piemonte sul piano del diritto internazionale.


Struttura dell'amministrazione centrale della Lombardia

Il decreto 8 giugno 1859 che era stato dato a Milano successivamente all’entrata in città di Vittorio Emanuele II tracciava le linee fondamentali dell’amministrazione temporanea centrale e periferica della Lombardia e prevedeva una struttura al cui vertice era posto il governatore, rappresentante del re e investito dei pieni poteri per ciò che riguardava l’amministrazione degli affari civili; una segreteria generale, con a capo un funzionario con attribuzioni e competenze simili a quelle dei segretari generali dei ministeri e una regia amministrazione centrale, cui erano attribuiti gli affari che, durante l’ultimo decennio della dominazione austriaca, erano stati di competenza della luogotenenza lombarda.

La regia amministrazione centrale della Lombardia si divideva in cinque sezioni: amministrazione politica; comuni, beneficenza e corpi morali; agricoltura, commercio e lavori pubblici; pubblica istruzione e culto; amministrazione della giustizia. A queste venivano equiparate la prefettura delle finanze, la direzione della contabilità di stato e la giunta di censimento, che avrebbero mantenuto la loro struttura originaria e le loro funzioni, così come la direzione delle pubbliche costruzioni e la direzione generale degli archivi amministrativi e politici. Ogni sezione della regia amministrazione poteva dunque essere paragonata a un ministero preposto a un settore specifico della pubblica amministrazione.


Sezioni della pubblica amministrazione

Le attribuzioni dei cinque “rami di pubblico servizio” furono specificate da una circolare del 1 settembre 1859: la prima sezione della regia amministrazione, da cui dipendevano le intendenze generali delle province, i commissariati distrettuali e gli uffici di pubblica sicurezza, si occupava dell’amministrazione politica e aveva competenza sugli affari territoriali, sulle “licenze d’armi”, sulle associazioni “in quanto non siano industriali e agricole o per scopi letterari e scientifici”, sulla sicurezza pubblica, sulle case di lavoro forzato, sulla guardia nazionale, sull’anagrafe, la cittadinanza, l’emigrazione e sul personale delle intendenze, dei commissariati distrettuali e degli uffici di pubblica sicurezza cioè le questure provinciali e distrettuali.

La seconda sezione – beneficenza e corpi morali – si occupava degli affari relativi all’amministrazione comunale, alla beneficenza, ai militari, alle imposte dirette, al censo, agli affari residui del prestito austriaco, alle ricevitorie provinciali e alle esattorie, ai preventivi dello stato per il ramo dell’amministrazione politica.

Alla terza sezione erano attribuiti gli affari relativi all’agricoltura, al commercio e ai lavori pubblici, e dunque le costruzioni e il personale, i comprensori, l’industria e le assicurazioni, la navigazione, i telegrafi, i pesi e misure, la zecca, o boschi, le miniere, caccia e pesca, le associazioni industriali e agricole, le poste, i privilegi, le strade ferrate.

La quarta sezione, destinata all’istruzione pubblica e al culto, si occupava del personale di queste, alle associazioni per scopi letterari e scientifici, alle accademie e ai convitti. Infine alla quinta sezione – amministrazione della giustizia – erano delegati gli affari relativi ai feudi, alle adozioni, ai conservatorati delle ipoteche, alle carceri e alle case di pena, alle camere notarili, agli affari giudiziari e al personale necessario.


La segreteria generale di governo

Alla unificazione politica del territorio seguirono le norme fondamentali della nuova amministrazione temporanea della Lombardia che, sul progetto della commissione Giulini, furono stabilite dal decreto 8 giugno 1859. Rappresentante del re e investito dei pieni poteri in materia civile era il governatore, alla cui dipendenza venivano poste tutte le autorità delle province lombarde. Gli affari amministrativi che erano stati di competenza della luogotenenza lombarda venivano affidati alle cinque sezioni della regia amministrazione centrale della Lombardia, mentre presso il governatore, che fu il magistrato piemontese Paolo Onorato Vigliani, veniva istituita una segreteria generale di governo, retta da un funzionario “avente le attribuzioni e competenze dei segretari generali dei ministeri”.

Il segretario, incaricato dal governatore, poteva “firmare la corrispondenza e i provvedimenti relativi agli affari dell’ordinaria amministrazione”. La delega affidata al segretario dal governatore fu in realtà molto ampia e la segreteria si occupò di numerose materie, tra cui anche le questioni riguardanti il personale. Più specificamente rientravano nelle competenze dell’ufficio di segreteria – composto dal segretario generale (Francesco Duca), da un segretario (Luigi Cacciamali), un vicesegretario (Giuseppe Malortiz) e due praticanti di concetto (Alberto De Rossignoli e Dinocrate Alvisetti) – gli

affari camerali; araldica e nobiltà; debito pubblico; prestiti dello stato; regi teatri nei rapporti economici e politici, e pubblici spettacoli in genere; corrispondenza diplomatica; economato del governo; personale della segreteria generale e della r. amministrazione centrale; personale camerale e finanziario; personale della contabilità di stato.

Dopo i decreti relativi all’unificazione legislativa della Lombardia con il Piemonte, la segreteria generale continuò a operare come ufficio stralcio presso il governo provinciale di Milano fino al 1 novembre 1860.


L'intendenza generale

Avvenuta la liberazione di quasi tutto il territorio lombardo e l’unione politica della regione agli stati sardi, si procedette alla riorganizzazione amministrativa temporanea della Lombardia, sulle linee generali, ma non senza modificazioni, proposte dalla commissione Giulini. Il decreto dell’8 giugno 1859, dato a Milano da Vittorio Emanuele II dopo l’entrata in città insieme con Napoleone III, facendo cessare i poteri conferiti ai commissari straordinari, poneva al vertice della struttura temporanea il governatore, rappresentante del re e investito dei pieni poteri per tutto ciò che concerneva l’amministrazione civile.

Alle sue dipendenze erano poste tutte le autorità delle province lombarde e presso di lui veniva istituita una segreteria generale. I compiti che in passato erano stati svolti dalla luogotenenza venivano ripartiti tra cinque sezioni costituenti la regia amministrazione centrale della Lombardia.

In luogo delle delegazioni provinciali, soppresse, si istituivano in ogni provincia sul modello piemontese le intendenze generali. All’intendente, nominato dal re, spettavano dunque tutte le funzioni e le attribuzioni delle cessate delegazioni, ma anche la direzione politica della provincia. L’intendenza aveva il compito di sorveglianza su tutti gli uffici pubblici della provincia, rilasciava i passaporti e le carte di passo.

La riorganizzazione della pubblica sicurezza poneva alle dipendenze dell’intendenza anche i questori provinciali e distrettuali. Il decreto dell’8 giugno infatti toglieva ai commissari distrettuali le competenze in materia di sicurezza, sopprimeva la direzione generale di polizia e i commissariati superiori e affidava la pubblica sicurezza ai questori provinciali e distrettuali (che avevano circoscrizione territoriale di una o più preture foresi). Pur mantenendo le medesime circoscrizioni, i circondari di polizia delle città assumevano invece la denominazione di circondari di pubblica sicurezza con a capo dei questori urbani, dipendenti dal questore provinciale.