Il Regno d'Italia (1805 marzo 19 - 1814 aprile 20)

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Formazione del regno

Nel marzo del 1805, con la promulgazione del primo statuto costituzionale, la repubblica italiana fu trasformata in una monarchia ereditaria, denominata regno d’Italia. Il trono venne assunto dall’imperatore di Francia, Napoleone I, che il successivo 26 maggio fu incoronato a Milano con la corona ferrea.


Profilo costituzionale del regno

L’organizzazione istituzionale, basata sulla costituzione repubblicana di Lione del gennaio 1802, venne progressivamente adattata alla nuova forma di stato attraverso la pubblicazione di statuti costituzionali emanati tra il marzo del 1805 e il 1810.

La carica di vicepresidente, quale rappresentante a Milano dell’autorità suprema, venne sostituta con quella di viceré (terzo statuto costituzionale), nella persona di éugene de Beauharnais, figliastro di Napoleone. Con il terzo statuto del 5 giugno 1805 vennero inoltre ridefinite le funzioni dei collegi elettorali, della censura e del corpo legislativo, unico organo rappresentativo del regno, convocato per l’ultima volta durante l’estate del 1805. Furono poi stabilite l’organizzazione e le attribuzioni del consiglio di stato, organo centrale del regno, creato unificando in un solo corpo tre istituti del passato periodo repubblicano: la consulta di stato, divenuta consiglio dei consultori, il consiglio legislativo e il consiglio degli uditori.

Con il quinto statuto costituzionale del 20 dicembre 1807, il consiglio dei consultori venne staccato dal consiglio di stato e trasformato in senato consulente, con competenze insieme consultive, legislative e di controllo. Il senato, di cui l’imperatore e re era presidente, fu prima di tutto un organo di rappresentanza dello stato, del quale vennero chiamati a far parte i principi della famiglia reale, i grandi ufficiali della corona, le massime cariche religiose dello stato, i consiglieri di stato consulenti e benemeriti cittadini nominati dal sovrano.


Il viceré

Con il terzo statuto costituzionale del regno, emanato il 5 giugno 1805, fu disposto che il re d’Italia potesse farsi rappresentare da un viceré (art. VI) e che questi, prima di assumere l’esercizio della sua dignità, dovesse prestare giuramento al sovrano, da cui poteva essere rimosso (art. VIII). Due giorni più tardi, Napoleone nominò viceré d’Italia il figliastro éugene de Beauharnais, stabilendone al contempo le prerogative.

Depositario dell’autorità civile e militare del re, il viceré operava con i ministri per tutti gli oggetti relativi all’amministrazione loro affidata; ove lo giudicasse conveniente, presiedeva inoltre il consiglio di stato. Al viceré spettava il comando delle truppe del regno e delle guardie nazionali, nonché il potere di sospensione degli ufficiali; con il mezzo del ministro degli affari esteri comunicava con gli incaricati d’affari in Venezia, Svizzera, Roma, Etruria, Genova, Torino e Parma.

Nel 1806 Napoleone conferì al Beauharnais il titolo di Napoleone di Francia; con il quarto statuto costituzionale ne dispose l’adozione e, in mancanza di discendenti maschi, legittimi e naturali, la designazione alla successione alla corona d’Italia.

L’anno successivo, con reale lettera patente del 20 dicembre 1807, venne assegnato a Eugenio Napoleone il titolo di principe di Venezia, mentre con il nono statuto costituzionale, emanato il 15 marzo 1810, si provvide a fissarne l’appannaggio.

Dopo l’abdicazione di Napoleone dall’impero, éugene de Beauharnais abdicò a sua volta dalle proprie funzioni costituzionali di governo il 20 aprile 1814.


Il potere esecutivo

Con decreto del 7 giugno 1805, il re d’Italia si riservava di deliberare sulla convocazione, l’aggiornamento e lo scioglimento del corpo legislativo, sulla convocazione dei collegi elettorali e sui lavori pubblici, sui crediti ai ministri e sulla nomina degli stessi e su quella dei consiglieri di stato, dei presidenti dei collegi e della censura, dei presidenti e questori del corpo legislativo, dei presidenti e procuratori generali di corti e tribunali, dei prefetti, dei consiglieri di prefettura e dei podestà dei comuni di prima classe, oltre ai rettori delle università e agli ufficiali dell’armata.

Durante il decennio di vita del regno d’Italia, i ministeri rimasero gli stessi esistenti durante il triennio della repubblica italiana, vale a dire: affari interni, culto, finanze, tesoro pubblico, giustizia, guerra e relazioni estere; quest’ultimo sempre con doppia sede a Milano, presso il viceré, e a Parigi, presso l’imperatore e re, dove andò a risiedere anche uno dei due segretari di stato, Antonio Aldini, che, dotato del rango di ministro, divenne di fatto il coordinatore dell’amministrazione nel regno d’Italia.


Il consiglio di stato

Organo centrale del regno d’Italia, il consiglio di stato venne formato con decreto reale 9 maggio 1805, mentre con il terzo statuto costituzionale, emanato il successivo 5 giugno, ne furono delineate l’organizzazione e le competenze.

Il consiglio, presieduto dal re o, in sua assenza, da un grande ufficiale della corona o da un consigliere consultore, era l’insieme di tutti gli alti funzionari e l’incontro di tutte le competenze, la sua voce rimaneva tuttavia unicamente consultiva, mentre il potere di decidere era saldamente nelle mani del sovrano.

In base al testo di legge istitutivo, il consiglio doveva essere composto da trentacinque membri scelti e nominati dal re, tra i quali figuravano di diritto i grandi ufficiali della corona, vale a dire il cancelliere guardasigilli Melzi, il grande elemosiniere e arcivescovo di Ravenna Codronchi, il gran maggiordomo maggiore Fenaroli, il gran ciambellano Litta e il grande scudiere Caprara; erano chiamati a farne parte inoltre i ministri, i membri della consulta di stato e quelli del consiglio legislativo. L’organo fu allora ripartito in cinque sezioni: giustizia, finanza, guerra, interno e culto, alle quali appartenevano tutti i membri, a eccezione dei grandi ufficiali della corona e dei ministri. Come segretario venne designato Giuseppe Compagnoni.

Del consiglio di stato, dotato di un segretario generale e di alcuni sostituti, facevano parte, durante l’esercizio delle loro funzioni, anche gli stessi ministri, che potevano inoltre partecipare alle sedute dei tre consigli dei consultori, legislativo e degli uditori, quando fossero in trattazione oggetti riguardanti i loro dipartimenti.

Il consiglio di stato venne dichiarato cessato con proclama del commissario plenipotenziario austriaco conte di Bellegarde del 25 maggio 1814.


Articolazione del consiglio di stato

Il consiglio di stato, secondo quanto disposto dal terzo statuto costituzionale, comprendeva al suo interno tre diversi organismi: il consiglio dei consultori, il consiglio legislativo e il consiglio degli uditori.

Il consiglio dei consultori, formato da otto consiglieri, era l’organo consulente in materia costituzionale; doveva cioè occuparsi di tutto quanto riguardava l’interpretazione degli statuti costituzionali e le modificazioni da farsi agli stessi, oltre ai trattati di pace, di commercio e di sussidi, che gli dovevano essere presentati prima della pubblicazione. In esso avevano “voce e seduta” i grandi ufficiali della corona e, in mancanza del viceré, doveva provvedere alla nomina di un reggente. Dopo la prima formazione nessuno poteva essere nominato alla carica vitalizia di consigliere consultore se prima non avesse fatto parte del consiglio legislativo.

Il 20 dicembre 1807, con l’emanazione del quinto statuto costituzionale, il consiglio dei consultori cessò di far parte del consiglio di stato per divenire senato consulente.

Il consiglio legislativo era composto al più da dodici consiglieri e aveva il compito di vagliare tutti i progetti di legge e i regolamenti di amministrazione pubblica, di cui doveva inoltre fornire spiegazioni, sviluppi o interpretazioni. I suoi membri, dopo la prima formazione, dovevano essere scelti tra i consiglieri uditori. Il consiglio degli uditori, infine, comprendeva al più quindici consiglieri di stato e aveva funzioni giurisdizionali in materia amministrativa e contabile.

Il consiglio legislativo e quello degli uditori erano, a loro volta, ripartiti in tre sezioni: legislazione e culto, interno e finanze, guerra e marina, incaricate di fare l’esame preventivo e lo spoglio degli affari. I consigli stendevano poi “in forma di progetto di legge, regolamento, decreto o decisione, il loro parere sugli oggetti” e i rispettivi presidenti li presentavano al sovrano, il quale, prima di adottarli, ne ordinava la trasmissione al consiglio di stato.

Con decreto 19 dicembre 1807, fu portato a diciotto il numero dei componenti il consiglio legislativo e a venti quello del consiglio degli uditori. In tale occasione fu inoltre stabilita la presenza, presso il consiglio di stato, di dodici assistenti, accresciuti in seguito a trenta.


Organizzazione amministrativa

L’organizzazione amministrativa periferica e locale del regno d’Italia fu delineata l’8 giugno 1805, con un decreto che apportò significative modifiche all’ordinamento precedente soprattutto per quanto riguarda le nomine, che furono tutte accentrate nelle mani del sovrano, fatta eccezione per quelle degli organi dei comuni di terza classe, ovvero con una popolazione inferiore a 3.000 abitanti, che rimanevano riservate ai prefetti.

A questi ultimi, con poteri accresciuti, rimase affidata la guida dei dipartimenti, dove erano inoltre previsti un consiglio di prefettura e un consiglio generale. Nei distretti risiedeva invece il viceprefetto, assistito da un consiglio distrettuale, mentre nei cantoni doveva essere presente almeno un giudice di pace e, per le materie amministrative e censuarie, un consigliere del censo.

Alla testa delle amministrazioni comunali vennero infine introdotte la figura del podestà – nei comuni di prima o seconda classe, ovvero con popolazione maggiore, rispettivamente, ai 10.000 o ai 3.000 abitanti – e quella del sindaco, nei comuni di terza classe, nelle cui mani, con un successivo decreto del 5 luglio 1807, furono concentrate anche le funzioni in precedenza attribuite alle municipalità.

L’organo deliberativo del comune rimase il consiglio comunale. Il numero dei comuni fu ridotto nei dipartimenti con l’emanazione di singoli provvedimenti attuativi del decreto “sull’aggregazione e concentrazione dei comuni di seconda e terza classe distanti ancora dal loro maximum di popolazione” (decreto 14 luglio 1807).


Organizzazione territoriale

Con decreto 8 giugno 1805 venne disposta la compartimentazione del regno in dipartimenti, distretti, cantoni e comuni.

I dipartimenti erano complessivamente quattordici: ai dodici della repubblica italiana (Agogna, Alto Po, Basso Po, Crostolo, Lario, Mella, Mincio, Olona, Panaro, Reno, Rubicone, Serio), vennero infatti aggiunti i dipartimenti dell’Adda e dell’Adige, con capoluogo, rispettivamente, Sondrio e Verona. Il numero dei dipartimenti si accrebbe durante gli anni successivi, con l’ampliamento territoriale del regno.

Le aggregazioni ebbero inizio nel marzo del 1806, con i territori ex veneti e dell’Istria, i quali furono ripartiti nei dipartimenti dell’Adriatico (con capoluogo Venezia), Brenta (Padova), Bacchiglione (Vicenza), Tagliamento (Treviso), Piave (Belluno), Passariano (Udine) e Istria (Capo d’Istria). La Dalmazia rimase invece provincia e fu lasciata all’amministrazione di un provveditore generale.

Nel marzo del 1806 il regno d’Italia dovette cedere al ducato di Lucca e Piombino la Garfagnana e i territori di Massa e Carrara, mentre, un mese più tardi, acquisì il principato di Guastalla, poi incluso nel dipartimento del Crostolo.

Nell’ottobre del 1807 il regno ampliò il proprio confine orientale fino alla linea dell’Isonzo, mediante il trasferimento del territorio di Monfalcone all’Austria e l’acquisizione al regno della contea di Gradisca sulla riva destra del fiume.

L’anno successivo vennero invece unite al regno d’Italia le province di Urbino, Ancona, Macerata e Camerino, organizzate nei dipartimenti del Metauro (con capoluogo Ancona), Musone (Macerata) e Tronto (Fermo). Nel 1809, con la pace di Schönbrunn, al regno furono aggregati alcuni territori lungo la frontiera nord-orientale tra cui parte della Carinzia con le città di Gorizia, Trieste e Fiume. Al contempo però Istria e Dalmazia vennero inglobate nelle Province Illiriche, soggette direttamente all’impero francese.

Con decreto 28 maggio 1810 furono infine riuniti al regno d’Italia il Trentino e il Tirolo meridionale, i quali, ceduti dalla Baviera alla Francia, andarono a formare il dipartimento dell’Alto Adige, con capoluogo Trento.

Al termine di queste trasformazioni, il territorio del regno si estendeva dalla Sesia all’Isonzo, dal Brennero agli Abruzzi, dal confine austriaco a quello del regno di Napoli. I suoi abitanti, al contempo, erano passati dai circa 3.800.000 del 1805 agli oltre 6.700.000 del 1813, cioè a più di un terzo della popolazione stimata nell’intera penisola italiana.

Alla caduta del regno d’Italia nell’aprile del 1814, i territori che ne avevano fatto parte vennero divisi fra impero d’Austria, Santa Sede, regno di Sardegna e ducati di Modena e Parma.


Sinossi dei dipartimenti lombardi

Viene qui riprodotta la sinossi dei dipartimenti lombardi (con l’eccezione del dipartimento dell’Agogna), la cui articolazione fu stabilita con il decreto 8 giugno 1805. La compartimentazione prevedeva la suddivisione del regno in dipartimenti, distretti, cantoni e comuni. Nel prospetto, per ciascun distretto e cantone è specificata la sede.

Il numero dei cantoni e dei comuni fu parzialmente riformato e ridotto all’interno dei dipartimenti con l’emanazione di singoli provvedimenti attuativi del decreto sull’aggregazione e concentrazione dei comuni di seconda e terza classe del 14 luglio 1807.

La compartimentazione stabilita per il regno d’Italia rimase in vigore nelle province lombarde annesse all’impero d’Austria nel 1814.

Dopo la costituzione del regno Lombardo-Veneto nell’aprile del 1815, la determinazione 14 gennaio 1816 stabiliva la divisione del governo di Milano in nove province; la notificazione 16 febbraio 1816 portava infine il nuovo compartimento territoriale della Lombardia, da attuarsi a decorrere dal giorno 1 maggio 1816.


Prospetti delle cariche di ministro dalla cisalpina al regno d'Italia

Sono qui di seguito proposti gli elenchi dei ministri e direttori generali (parziali) della repubblica cisalpina, repubblica italiana e del regno d’Italia per gli anni 1800 – 1814.

ministero delle relazioni estere

  • 1800 - 1802 Francesco Pancaldi
  • 1802 - 1804 Sisto Canzoli, incaricato del portafoglio
  • 1804 Carlo Testi
  • 1802 - 1814 Ferdinando Marescalchi

segretari di stato

  • 1802 - 1814 Antonio Aldini
  • 1802 Diego Guicciardi
  • 1802 Pellegrino Nobili
  • 1802 - 1809 Luigi Vaccari
  • 1809 - 1814 Antonio Strigelli

ministero dell'interno

  • 1800 - 1802 Francesco Pancaldi
  • 1802 - 1803 Luigi Villa
  • 1804 - 1806 Daniele Felici
  • 1806 - 1809 Ludovico di Breme
  • 1809 - 1814 Luigi Vaccari; Giuseppe Rapazzini, segretario generale; Michele Vismara, segretario generale; Giovanni Tamassia, segretario generale; Paolo De Capitani, segretario generale
  • 1805 - 1809 Giovanni Paradisi, direttore generale della divisione acque e strade
  • 1809 - 1814 Antonio Cossoni, direttore generale della divisione acque e strade
  • 1805 - 1809 Pietro Moscati, direttore generale della divisione istruzione pubblica
  • 1809 - 1814 Giovanni Scopoli, direttore generale della divisione istruzione pubblica
  • 1805 - 1809 Diego Guicciardi, direttore generale della divisione polizia
  • 1809 - 1811 Francesco Mosca, direttore generale della divisione polizia
  • 1811 - 1814 Giacomo Luini, direttore generale della divisione polizia
  • 1807 - 1812 Benedetto Bono, direttore generale della divisione amministrazione dei comuni

ministero della giustizia

  • 1800 Antonio Smancini
  • 1801 - 1805 Giovanni Bonaventura Spannocchi
  • 1805 - 1814 Giuseppe Luosi; Giovanni Ristori, direttore generale; Cristoforo Riva, direttore generale; Andrea Bellerio, direttore generale; Giovanni Battista Bazzetta, presidente dell'ufficio fiscale

ministero per il culto

  • 1802 - 1812 Giovanni Bovara
  • 1812 - 1814 Gaetano Giudici, segretario generale, poi incaricato del portafoglio

ministero della guerra e della marina

  • 1800 Giovanni Battista Bianchi d'Adda
  • 1800 - 1801 Pietro Polfranceschi
  • 1801 Pierre Teulié
  • 1801 Giovanni Tordorò, ad interim
  • 1801 - 1804 Alessandro Trivulzio
  • 1804 - 1806 Domenico Pino
  • 1806 - 1810 Auguste Caffarelli
  • 1810 - 1811 Giuseppe Danna, incaricato del portafoglio
  • 1811 - 1814 Achille Fontanelli
  • 1804 - 1805 Leonardo Salimbeni, segretario generale
  • 1805 Amilcare Paolucci, segretario generale
  • 1813 - 1814 Alessandro Zanoli, segretario generale

ministero delle finanze

  • 1800 - 1802 Ambrogio Soldini
  • 1802 - 1814 Giuseppe Prina
  • 1807 - 1814 Pietro Custodi, segretario generale; Francesco Barbò, direttore generale del censo e imposte dirette
  • 1805 - 1811 Ambrogio Barbò, direttore generale del censo e imposte dirette
  • 1811 - 1814 Vincenzo Brunetti, direttore generale del censo e imposte dirette
  • 1805 - 1809 Luigi Lambertenghi, direttore generale delle dogane
  • 1809 - 1814 Cesare Bargnani, direttore generale delle dogane; Barbò, direttore generale dei monopoli; Giuseppe Antonio Pensa, direttore generale del demanio, foreste e diritti uniti; Giovanni Maestri, direttore generale della liquidazione del debito pubblico; Carlo Innocente Isimbardi, direttore generale delle monete
  • 1801 Pavesi, direttore generale delle poste
  • 1802 Guarnieri, direttore generale delle poste
  • 1804 Costante Minonzi, direttore generale delle poste
  • 1812 Antoine Darnay, direttore generale delle poste; Alberto De Simoni, direttore generale delle lotterie
  • 1812 - 1814 Ambrogio Soldini, direttore generale delle lotterie

ministero del tesoro pubblico

  • 1802 - 1811 Antonio Veneri
  • 1811 - 1812 Birago, supplente; Giovanni Battista Tarchini, segretario generale


Istituzioni storiche

Legislazione storica