Il Governo provvisorio di Lombardia (1848 marzo 23 - 1848 agosto 2)

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La rivoluzione a Milano

In seguito alla rivoluzione di Vienna, nel marzo 1848 le strutture del potere civile del regno Lombardo-Veneto si trovavano in uno stato di evanescenza: il governatore di Milano, conte von Spaur, era stato posto in congedo ed era partito da Milano il 6 marzo, il viceré Ranieri si era ritirato a Verona nella notte del 17 marzo. Dopo gli incidenti avvenuti nel palazzo del governo il 18 marzo, il vicegovernatore provvisorio O’Donnell era stato costretto a firmare tre decreti (che seguivano la decisione imperiale di concedere una nuova legge sulla stampa e di convocare le congregazioni del Lombardo-Veneto e gli stati dei paesi tedeschi e slavi) con i quali destituiva la direzione della polizia, concedeva la formazione della guardia civica e ordinava alla polizia stessa di consegnare le armi al municipio.

Per i due giorni successivi, nonostante gli scontri si susseguissero e risultasse chiara e necessaria una direzione politica e militare, il podestà di Milano Gabrio Casati, che rappresentava la maggiore autorità politica cittadina, rifiutò di prendere una decisione netta, continuando a sostenere di rappresentare esclusivamente il municipio. Si decise infine la mattina del 20 con una ordinanza che annunciava che per “l’improvvisa assenza dell’autorità politica” avevano effetto i decreti del vicegovernatore. L’ordinanza, oltre alla costituzione di quattro comitati esecutivi, affidava la direzione della polizia al delegato Bellati e in sua mancanza – poiché prigioniero al castello sforzesco di Milano – al dottor Giovanni Grasselli. Furono inoltre nominati a collaboratori del municipio il conte Francesco Borgia, il generale Lechi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, l’avvocato Anselmo Guerrieri-Gonzaga e il conte Giuseppe Durini.


La municipalità di Milano assume i poteri politici

Il pomeriggio del giorno 20 marzo, a seguito anche della formazione del consiglio di guerra, il podestà di Milano Casati emanò un’ordinanza in cui annunciava che la congregazione municipale assumeva “in via interinale” la direzione di ogni potere. Ai collaboratori del municipio venivano aggiunti Gaetano Strigelli e il conte Vitaliano Borromeo.

La posizione della municipalità e dei suoi collaboratori rimaneva ambigua: il podestà Gabrio Casati, dopo una ribellione ormai vittoriosa, si rifaceva ancora alla legalità del decreto estorto a un vicegovernatore esautorato e prigioniero. La municipalità e i rappresentanti nominati facevano parte infatti di quella corrente aristocratica moderata impegnata a evitare che la rivoluzione prendesse una piega democratica e propensa a non compromettersi troppo nei confronti dell’autorità austriaca e di differenziare le proprie responsabilità da quelle degli insorti.

Solo l’intransigente presa di posizione del consiglio di guerra e la consapevolezza del Casati di non avere sufficiente autorità per fermare i combattimenti impedì che la municipalità accettasse le due proposte di tregua avanzate dagli austriaci il 20 ed il 21 marzo.

Con la nomina dei collaboratori della municipalità, la direzione politica degli eventi veniva di fatto assunta dal gruppo aristocratico liberale moderato raccolto intorno a Gabrio Casati. La municipalità creava infatti, pur senza assumerne esplicitamente il nome, una sorta governo provvisorio tentando in qualche modo di restare nell’ambito di una ormai inesistente legalità austriaca. L’equivoco sarebbe terminato il 22 marzo, con la decisione, a seguito dei colloqui avuti con l’entourage di Carlo Alberto, di costituirsi in governo provvisorio, del quale fecero parte tra gli altri i collaboratori del municipio Vitaliano Borromeo, Gaetano Strigelli, Giuseppe Durini e Anselmo Guerrieri.


Il consiglio di guerra

La mattina del 20 marzo 1848, al culmine dell’insurrezione milanese contro la dominazione austriaca, Carlo Cattaneo, che si era recato la notte precedente nella casa del conte Carlo Taverna in via dei Bigli, riuscì a convincere altri patrioti a formare un organismo che fosse più efficiente nel guidare la lotta contro le truppe comandate dal feldmaresciallo Radetzky a fronte dell’atteggiamento ambiguo della municipalità milanese. Si costituì così il consiglio di guerra e a farne parte furono chiamati lo stesso Carlo Cattaneo insieme con Enrico Cernuschi, Giorgio Clerici e Giulio Terzaghi. Lo scopo del consiglio era di guidare la lotta senza affrontare, anzi rimandando al futuro, la questione sulla forma istituzionale che avrebbe dovuto assumere la Lombardia una volta terminato il conflitto.

La strategia militare del consiglio, seguendo anche l’atteggiamento spontaneo della popolazione insorta, si dipanava in pochi ma precisi obiettivi: isolare ed eliminare i centri di resistenza dei soldati austriaci all’interno della cerchia dei navigli; spezzare l’accerchiamento austriaco che si appoggiava ai bastioni della città e riuscire infine a stabilire un collegamento con le campagne e con le città vicine per costringere le truppe di Radetzky alla capitolazione. Il piano riuscì grazie alla decisione del feldmaresciallo di ritirare gradatamente le sue truppe verso il castello e i bastioni. Furono così conquistati il palazzo reale, il duomo (sul quale venne issato il tricolore italiano) e la direzione di polizia (da cui furono liberati alcuni prigionieri). Il giorno dopo venne preso il palazzo del genio e furono occupate quasi tutte le posizioni austriache all’interno dei bastioni.


Azione politica del consiglio di guerra

Da un punto di vista politico, invece, l’azione del consiglio di guerra e di Cattaneo in particolare fu da un lato tesa a impedire che la municipalità accettasse le offerte di tregua e di armistizio che in due occasioni (il 20 e il 21 marzo) erano state proposte da Radetzky e dall’altro evitare che la municipalità si legasse esclusivamente a Carlo Alberto, contrapponendo all’idea della guerra regia e “fusionista” del sovrano sabaudo (e di gran parte dei nobili moderati della municipalità) l’idea di guerra federale, alla cui base vi era certamente un forte senso di patriottismo municipale ma anche una più aperta visione di lotta democratica e nazionale.

Le offerte di armistizio di Radetzky furono respinte. Gabrio Casati, d’altra parte, che era il podestà di Milano, si rendeva conto di non avere l’autorità sufficiente per convincere la popolazione a interrompere le ostilità. Anche per questo il Casati e i suoi collaboratori decisero di costituirsi in governo provvisorio (22 marzo). La stessa mattina del 22 Cattaneo presentò al podestà le dimissioni del consiglio di guerra, proponendo di fonderlo con il comitato di difesa appena istituito. Si costituì allora il comitato di guerra, che però sancì sostanzialmente la sconfitta politica degli uomini che avevano condotto vittoriosamente l’insurrezione contro gli austriaci.


Presupposti del governo provvisorio di Milano

Il 18 marzo 1848, prima giornata dell’insurrezione di Milano, si trovavano a Torino due nobili lombardi, i conti Carlo D’Adda ed Enrico Martini, i cui compiti erano quelli di tenere i contatti con il re Carlo Alberto. Scoppiata la rivoluzione i due emissari ottennero di essere ricevuti dal sovrano piemontese, al quale chiesero di intervenire immediatamente in aiuto della città. Carlo Alberto fece loro notare non solo le difficoltà politiche e militari a cui sarebbe andato incontro ma soprattutto la necessità di giustificare alle altre potenze europee un suo intervento. Sostenne dunque l’utilità che la municipalità milanese inviasse a lui una richiesta formale di aiuto.

Contemporaneamente, tramite il conte di Castagnetto, veniva dagli uomini del sovrano sabaudo inviata una lettera al podestà di Milano Gabrio Casati nella quale lo si invitava a fare il possibile affinché le forze repubblicane e federaliste non prendessero il sopravvento nella rivoluzione. Tornato clandestinamente a Milano il 21 marzo, il Martini diede per sicuro l’intervento di Carlo Alberto, a patto però che la municipalità inviasse una esplicita richiesta di soccorso al re. Per dare maggior forza e autorità alla richiesta sarebbe stato inoltre necessario che la municipalità si costituisse in governo provvisorio.

A Milano intanto si accentuavano ulteriormente le divergenze politiche tra coloro che dirigevano l’insurrezione. Da una parte infatti vi erano i membri del consiglio di guerra, che erano riusciti a respingere le proposte di armistizio offerte da Radetzky, nettamente contrari a una fusione con il Piemonte; dall’altra vi erano i membri della municipalità con a capo il podestà Gabrio Casati che, seppur favorevoli alla fusione con il Piemonte, mantenevano un atteggiamento ambiguo e oscillante, cercando di differenziare il loro operato da quello dei combattenti per non compromettersi troppo agli occhi degli austriaci, e contemporaneamente operando per evitare che l’insurrezione assumesse toni spiccatamente rivoluzionari e democratici.

La municipalità accolse comunque con favore la proposta del Martini e decise di costituirsi in governo provvisorio, anche se, grazie all’opposizione di Cattaneo e del consiglio di guerra, evitò di prendere una decisione definitiva sul futuro della Lombardia. Il proclama del 22 marzo recitava infatti che, chiamata a conquistare l’indipendenza, solo

[...] a causa vinta i nostri destini verranno discussi e fissati dalla nazione.


Composizione del governo provvisorio

Il nuovo governo fu composto da Gabrio Casati, che ne fu anche il presidente, e da Vitaliano Borromeo, Giuseppe Durini, Pompeo Litta, Gaetano Strigelli, Cesare Giulini, Antonio Beretta, Marco Greppi, Alessandro Porro. Alle dirette dipendenze del governo furono create una segreteria generale affidata a Cesare Correnti, unico membro di tendenza democratica, e un ufficio per la sovraintendenza degli affari segreti e diplomatici, affidato a Anselmo Guerrieri. Segretario degli affari diplomatici fu nominato Pietro Tagliabò.

Carlo Cattaneo rinunciò a formare un governo meno legato a Carlo Alberto con esponenti democratici e federalisti e anzi rassegnò le dimissioni del consiglio di guerra la stessa mattina del 22, proponendo però la fusione dello stesso con il comitato di difesa; a seguito del parere favorevole di Casati venne costituto il comitato di guerra.

Con questi atti la corrente aristocratico-liberale albertista sconfiggeva politicamente coloro che avevano realmente condotto la battaglia e l’avevano vinta, perché lo stesso 22 marzo dopo la battaglia di Porta Tosa Radetzky decideva di ritirarsi.


Iniziative politiche del nuovo governo

Oltre a rivolgere l’appello di aiuto a Carlo Alberto – che il 23 marzo aveva deciso di entrare in guerra – gli atti amministrativi e le decisioni politiche prese freneticamente nei giorni successivi dal governo provvisorio, che prese sede a Palazzo Marino, suscitarono non poche polemiche, malcontento e sfiducia da parte della popolazione.

Il 26 marzo fu stipulata una convenzione con il generale piemontese Passalacqua in base alla quale il governo milanese si impegnava a somministrare a proprio carico tutte le sussistenze necessarie alle truppe piemontesi, che a loro volta si impegnavano a combattere come alleate di quelle lombarde. Per inquadrare il costituendo esercito lombardo fu stabilito inoltre che fossero assunti dal governo provvisorio ufficiali piemontesi fuori servizio, ponendolo così di fatto sotto il controllo piemontese.

Per coprire le spese il governo lanciò un prestito cittadino di 24 milioni di lire, rimborsabile in quattro rate a partire dall’aprile del 1849, ma senza offrire alcun interesse. La somma non fu raggiunta per quanto per rimediare all’errore successivamente venne offerto un interesse del 5%. Inoltre il governo, sempre per questioni di bilancio, sospese i pagamenti degli interessi delle cartelle del Monte Lombardo-Veneto.

Altri provvedimenti di politica finanziaria, nonostante gli intendimenti dichiarati di voler “alleggerire il peso delle pubbliche imposte a favore delle classi men doviziose” si rivelarono imprudenti e demagogici: tra questi la promessa di indennizzo ai prestinai e macellai dopo il divieto di accrescere le mete del pane e della carne (22 marzo); la riduzione del prezzo del sale (23 marzo); la riduzione dell’imposta sul bollo della carta (29 marzo); il condono di tutte le tasse giudiziarie non ancora esatte (29 marzo) e soprattutto l’abolizione del gioco del lotto,

[...] indegno di tempi in cui tutte le istituzioni devono concorrere al progressivo sviluppo della civiltà Riorganizzazione delle istituzioni

Nei tre giorni successivi la vittoria sugli austriaci, il governo si preoccupò con una serie di decreti di sciogliere e di riorganizzare parte delle istituzioni cittadine quali il tribunale d’appello (presidente provvisorio fu nominato Enrico Guicciardi), il tribunale civile di prima istanza (presidente Alberto Beretta), il tribunale mercantile e di cambio (presidente Carlo Negri), il tribunale criminale (presidente Luigi Caporali).

Fu disciolto il magistrato camerale e sostituito da una intendenza generale delle finanze; sostituiti i direttori della zecca e delle poste (rispettivamente Pietro Canzani e Antonio Cantoni); l’ispettorato della fabbrica dei tabacchi fu affidato a Carlo Tanzi. Le funzioni della regia delegazione furono attribuite alla congregazione provinciale con Paolo Taverna alla presidenza e Innocenzo Pini alla vicepresidenza.

Al consiglio di stato furono delegate le funzioni del disciolto consiglio di governo: presidente fu nominato in via provvisoria l’avvocato Giovanni Battista Nazari e a vicepresidente l’avvocato Angelo Decio. La scelta di questi uomini corrispondeva a un preciso intendimento e a una precisa scelta politica del governo: secondo Carlo Cattaneo queste nomine avevano “messo tutti gli abitanti in balìa delle rappresentanze degli ottimati”.

Per ciò che riguarda la sicurezza e la difesa, Teodoro Lechi fu designato generale in capo di tutte le forze militari del governo; Pompeo Litta, con il grado di generale comandante, e Alessandro Scalvini, capo dello stato maggiore, furono nominati organizzatori della guardia civica. Infine il 30 marzo un decreto stabilì la restituzione agli israeliti del “pieno esercizio di tutti i diritti civili e politici”.


Formazione del governo centrale di Lombardia

L’8 aprile 1848 il governo provvisorio di Milano decise, in accordo con i membri dei governi insurrezionali delle altre città lombarde, di costituirsi in governo provvisorio centrale di Lombardia aggregando un membro per ogni provincia.

Il nuovo governo fu composto dal presidente Gabrio Casati e, in qualità di membri, da Vitaliano Borromeo, Giuseppe Durini, Pompeo Litta, Gaetano Strigelli, Antonio Beretta, Cesare Giulini, i quali già facevano parte del governo provvisorio milanese o erano stati nominati collaboratori del municipio di Milano. In rappresentanza delle province lombarde entrarono Anselmo Guerrieri per Mantova (già membro del governo ma ora rappresentante della città ancora in parte occupata dagli austriaci), Girolamo Turroni per Pavia, Pietro Moroni per Bergamo, Francesco Rezzonico per Como, Azzo Carbonera per la Valtellina, l’abate Luigi Anelli per Lodi e Crema, Annibale Grasselli per Cremona. Il 12 aprile si aggiunse Antonio Dossi in rappresentanza di Brescia, città che inizialmente aveva opposto qualche resistenza alla creazione di un governo unico.

Segretari del governo furono Emilio Broglio, Giulio Carcano e Achille Mauri. Dal governo milanese uscirono quindi Alessandro Porro e Marco Greppi, ma le figure moderate rimasero in assoluta maggioranza poiché solo l’Anelli era di tendenza decisamente repubblicana.


Le posizioni politiche

Pur essendo composto sostanzialmente da esponenti moderati, il governo lombardo dovette resistere alle pressioni piemontesi per l’annessione immediata della Lombardia al Piemonte, anche se in realtà ne stava preparando il terreno combattendo una dura battaglia politica contro la corrente repubblicana (Mazzini era giunto a Milano il 7 aprile).

Il primo atto del nuovo governo – dopo aver respinto la proposta del ministro Franzini per l’immediata elezione di un’assemblea che decidesse le sorti della Lombardia e quella di Cattaneo per l’elezione di una assemblea preparatoria eletta dai rappresentanti dei diversi comuni che indicasse le norme per l’elezione di una assemblea costituente – fu infatti di nominare lo stesso 8 aprile una commissione speciale che si occupasse di “studiare e proporre un progetto di legge per la convocazione delle assemblee primarie”, cioè che elaborasse la legge elettorale per l’elezione dell’assemblea che avrebbe deciso definitivamente la sorte della regione. Il lavoro della commissione, presieduta da Alessandro Porro, si rivelò però ben presto inutile.

Con il pretesto del protrarsi della guerra, all’inizio di maggio il governo, dopo alcune sedute cariche di tensione, decretò un plebiscito per la fusione con il regno di Sardegna. Con questa decisione il governo veniva meno all’impegno che era stato preso durante l’insurrezione milanese, cioè di rimandare la questione “a causa vinta” e abbandonava anche l’idea di far decidere le sorti della Lombardia da una assemblea lombarda. I repubblicani e i democratici presero immediatamente posizione contro tale decisione, pubblicando un manifesto il 13 maggio, firmato tra gli altri da Mazzini, Cernuschi, Tenca e Visconti Venosta in cui si accusava il governo di aver mancato ai suoi impegni e di aver rotto la concordia stabilita nei giorni dell’insurrezione. Comunque l’8 giugno furono resi noti i risultati del plebiscito: la stragrande maggioranza degli elettori aveva votato per l’annessione.


Provvedimenti di governo

Mentre si manifestavano le contrapposizioni politiche, il governo dovette cercare di rimediare agli errori di politica finanziaria compiuti nel primo mese con nuove imposte e prestiti. Il 28 luglio fu imposto alla Lombardia un prestito forzoso di 14 milioni di lire correnti con l’interesse del 5 % da prelevarsi proporzionalmente sulle famiglie più agiate e facoltose e il 25 giugno fu abolita la tassa personale. Né altri provvedimenti e decreti riuscirono a consolidare il consenso popolare nei confronti del governo: il 9 aprile un decreto decise la soppressione della Compagnia di Gesù e il sequestro dei beni mobili e immobili di sua proprietà; si annunciò la destinazione a uso civile e la demolizione di parte del castello di Milano; venne promulgata la legge sull’organizzazione della difesa della patria, relativa cioè all’organizzazione della guardia nazionale (11 aprile); venne attivata la legge penale per il costituendo esercito (14 maggio). Il 7 luglio furono nominati commissari governativi in ciascuna provincia (per Milano Giunio Bazzoni) il cui scopo era quello di

procacciare la
rapida e uniforme esecuzione di tutti i provvedimenti decretati per
imprimere la maggior possibile energia all’andamento delle cose di guerra,
per accrescere i mezzi finanziari e per rafforzare nelle popolazioni il
sentimento della necessità di riunire tutti gli sforzi alla suprema difesa
e liberazione della Patria.


L'unione al regno di Sardegna

Mentre la guerra procedeva, il governo doveva affrontare la questione dell’annessione al regno di Sardegna, che il plebiscito aveva risolto solo in parte poiché la formula votata prevedeva il voto di immediata fusione

delle Province Lombarde con gli Stati Sardi, sempreché sulla base del suffragio universale sia convocata negli anzidetti paesi [...] una Assemblea Costituente, la quale discuta e stabilisca le basi e le forme di una nuova monarchia costituzionale con la dinastia Savoia [...].

Il 7 giugno il governo decise infine che una speciale commissione, composta da Giuseppe Durini, Andrea Lissoni, Gaetano Strigelli ed Emilio Broglio si sarebbe recata a Torino per affrontare definitivamente la questione, portando come condizione primaria la formazione di una consulta lombarda – trasformazione nominale dello stesso governo lombardo – cui sottoporre per l’approvazione i trattati internazionali concernenti la Lombardia stipulati eventualmente dal re Carlo Alberto.

Le trattative, non facili considerando lo stato d’animo che si era creato a Torino sia per l’andamento della guerra sia per il timore di uno spostamento della capitale del nuovo regno a Milano, si conclusero il 15 giugno con la stipulazione di una convenzione che venne presentata dal ministro dell’interno piemontese Ricci come progetto di legge per l’annessione.

Il progetto, dichiarando la Lombardia – così come le province di Rovigo, Treviso, Vicenza e Padova – parte integrante dello stato sabaudo, prevedeva che sarebbero rimaste in vigore le leggi e i regolamenti vigenti in Lombardia, la libertà di stampa, di associazione e la guardia nazionale; che il potere esecutivo sarebbe stato esercitato dal re per mezzo di un ministero responsabile verso la nazione rappresentata dal parlamento; che il governo del re non avrebbe potuto concludere trattati politici o di commercio senza essersi preventivamente concertato con una consulta straordinaria, trasformazione nominale del governo di Lombardia, e infine che si sarebbe promulgata una legge elettorale per la costituente e che questa sarebbe stata convocata entro un mese dall’accettazione della fusione.

Il 28 giugno la camera subalpina votò solo il primo articolo del progetto di legge e lo approvò con 127 voti favorevoli e 7 contrari. Questo recitava:

L’immediata unione della Lombardia e delle province di Padova, Vicenza, Treviso e Rovigo, quale fu votata da quelle popolazioni, è accettata. La Lombardia e dette province formano con gli Stati Sardi e con gli altri già uniti un sol regno. Col mezzo del suffragio universale sarà convocata una comune Assemblea Costituente, la quale discuta e stabilisca le basi e la forma di una nuova Monarchia costituzionale colla Dinastia di Savoia, secondo l’ordine di successione stabilito dalla legge salica, in conformità dal voto emesso dai veneti e dal popolo lombardo sulla legge 12 maggio 1848 del governo provvisorio di Lombardia. La formula del voto sovra espresso contiene l’unico mandato della Costituente e determina i limiti del suo potere.

La fusione era così compiuta, ma la questione della sopravvivenza del governo di Lombardia (seppur con un nome differente) e sul regime transitorio venne decisa dal parlamento subalpino solo tra il 28 giugno e il 19 luglio.


Fine del governo provvisorio centrale

Dopo il plebiscito per la fusione con il regno di Sardegna, il potere era ormai saldamente in mano ai “casatiani”, cioè all’aristocrazia moderata, e i ceti popolari, così come gli esponenti democratici e repubblicani, uscirono del tutto di scena. Dalla seconda metà di luglio il Casati, recatosi a Torino, era stato nominato presidente del consiglio, ricevendo così, sostenne Cattaneo, “il premio della cessione di Milano”.

Le allarmanti notizie sull’andamento della guerra – dopo la battaglia di Vicenza del 10 giugno gli austriaci avevano sostanzialmente ripreso tutto il Veneto con l’eccezione di Venezia – e le pressioni di Mazzini e Cattaneo portarono il governo a costituire a Milano un comitato di pubblica difesa (27 luglio). Poco dopo, il giorno 1 agosto, il governo di Torino nominava commissari regi per la Lombardia Angelo Olivieri di Vernier, Massimo Cordero di Montezemolo e Gaetano Strigelli – il cosiddetto consiglio amministrativo generale – cosicché il governo provvisorio lombardo si trasformò come previsto in consulta straordinaria della Lombardia, il 2 agosto.

Questi ultimi atti del governo si svolsero in realtà in un clima paradossale, poiché gli avvenimenti bellici li resero praticamente inutili: il 26 luglio, infatti, l’esercito piemontese fu sconfitto a Custoza e il 29 luglio gli austriaci varcarono l’Oglio. Il 5 agosto Carlo Alberto firmò la resa: i piemontesi si ritiravano al di là del Ticino, mentre la città di Milano, in tumulto, restava senza direzione politica.


Il comitato di pubblica difesa

La notizia della sconfitta dell’esercito piemontese a Custoza, avvenuta tra il 23 e il 26 luglio, suscitò allarme e discussioni a Milano. L’opinione prevalente era che si potesse, e si dovesse, difendere la città con l’aiuto delle truppe sarde. Il governo provvisorio di Lombardia decise così, anche grazie alle pressioni di Carlo Cattaneo, Giuseppe Mazzini e dei repubblicani e democratici in genere, di istituire il 27 luglio un comitato di pubblica difesa con il compito di provvedere

coi più ampi poteri a tutto ciò che alla medesima si riferisce“e per “[...] rendere più pronte ed efficaci le disposizioni dell’Autorità”.

A farne parte furono chiamati Pietro Varesi, Francesco Arese e Cesare Correnti e come segretario l’avvocato Francesco Restelli. Di fronte al rifiuto dei primi furono il giorno successivo nominati il generale Manfredo Fanti, Pietro Maestri e confermato Francesco Restelli, “uomini valenti e onesti, e amatori più o meno aperti di libertà”, come scrisse il Cattaneo.

Il comitato di pubblica difesa, entrato immediatamente in funzione, governò a tutti gli effetti Milano nei giorni che precedettero la sconfitta piemontese e l’armistizio di Salasco, prendendo provvedimenti di natura militare, finanziaria, annonaria e di polizia pur senza essere quel supremo “magistrato dittatorio” che avrebbe potuto dare “a tutti gli altri vigore, ardimento e velocità e, ove fosse stato necessario, secretezza”. Milano infatti, almeno teoricamente, era retta ancora dal governo provvisorio.

Nonostante questo dualismo di poteri, il comitato seppe prendere con autorità e immediatezza numerose decisioni: ordinò un prestito forzoso sulle famiglie più agiate; progettò fortificazioni per la campagna e per la città di Milano (istituendo l’ufficio per la direzione dei lavori di difesa della città nel locale della direzione del censo in piazza San Fedele); esortò ripetutamente i cittadini a erigere di nuovo le barricate di fronte all’avanzare degli austriaci; proclamò la leva in massa di tutte le guardie nazionali mobilizzabili (cioè di tutti gli uomini dai 18 ai 40 anni) e autorizzò il canonico Luigi Vimercati e il sacerdote Luigi Malvezzi a costituire una legione di sacerdoti da affiancarsi ai nuovi arruolati; chiamò a raccolta le donne per provvedere alla fabbricazione di cartucce. Furono inoltre requisiti i cavalli di lusso, ventimila sacchi di frumento e riso e le armi in commercio. Giuseppe Garibaldi, che si era visto rifiutati i suoi servigi da Carlo Alberto, fu mandato a Bergamo con un corpo di volontari.


Il dualismo con il governo centrale provvisorio

La battaglia che il comitato di pubblica difesa si trovò a combattere dalla fine di luglio era anche e soprattutto politica: il giorno 1 agosto furono infatti nominati dal governo di Torino i regi commissari per la Lombardia (il generale Angelo Olivieri di Vernier, il deputato Massimo Cordero di Montezemolo e il lombardo Gaetano Strigelli) e il giorno successivo il governo provvisorio di Lombardia si trasformò in consulta straordinaria. L’obiettivo di Carlo Alberto più che difendere Milano era ormai impedire che in città prendesse il potere il partito repubblicano, per evitare che una eventuale vittoria popolare travolgesse la monarchia: quando l’esercito piemontese abbandonò l’Adda, rendendo inutili i preparativi di difesa organizzati dal comitato, Fanti e Restelli si recarono a Lodi per chiedere spiegazioni ma non furono ricevuti dal sovrano.

I contrasti tra i regi commissari, che costituivano il consiglio amministrativo generale, e i membri del comitato generarono inevitabilmente confusione e sfiducia anche per i diversi obiettivi che avevano: il 4 agosto l’Olivieri protestò con i membri del comitato sostenendo non fosse loro compito organizzare le barricate e chiamare a raccolta i cittadini. Ma l’ultimo accorato appello del comitato, in cui si incitavano i cittadini a ergere le barricate e a combattere in attesa delle truppe francesi recitava

[...] resistiamo qualche giorno e, lo ripetiamo, la vittoria sarà nostra!”

il comitato, senza consultare il regio commissario, fece

toccare a stormo in tutti i campanili dentro e fuori la città, e distribuire ai cittadini le armi.

Ma era ormai tardi: nella notte tra il 4 e il 5 agosto l’accordo armistiziale tra i piemontesi e gli austriaci si concluse. A nulla valsero le proteste dei membri del comitato convocati a palazzo Greppi la mattina del 5 agosto, quando l’Olivieri comunicò i termini dell’accordo austro-piemontese: il re consegnava a Radetzky la città e le truppe di Carlo Alberto iniziavano la ritirata al di là del Ticino.