Tra ideale e realtà. Una "casa per tutti"

Un tema, quello dell’abitazione popolare, che attraversa tutto il secolo. Un tema complesso, variamente interpretato da committenza e professionisti, affrontato con modalità differenti sul piano sociale, amministrativo e progettuale.

La questione si impone all’attenzione della città a partire dalla fine del XIX secolo, quando a premere sul tessuto urbano è il flusso migratorio che spinge la popolazione delle campagne verso l’industria. Ne deriva un dibattito che vede coinvolti da un lato i progettisti, alla ricerca della tipologia abitativa più idonea, dall’altro la committenza, i cui oneri fiscali sono stati regolamentati dalla neonata Legge Luzzatti (1903), che porta con sé l’istituzione, nel 1908, dell’Istituto Autonomo Case Popolari.
Gli anni che precedono la prima guerra mondiale rappresentano una fase vitale, di idee e di innovazioni. In via Ripamonti, il primo quartiere comunale, realizzato tra 1905 e 1906, è esemplificativo di una possibilità di soluzione: edifici a blocco chiuso o semiaperto, di quattro o cinque piani, con ballatoio, e spazi adibiti a servizi comuni. Non è, tuttavia, l’unica strada: si sperimentano modelli ispirati alle città giardino di origine britannica, come i gruppi di villette per i postelegrafonici, i giornalisti, o per i lavoratori delle industrie. Ma la bassa densità edilizia mal si concilia con i costi.
Altra proposta, allo stesso modo difficilmente realizzabile, è il progetto per il Quartiere Industriale Nord Milano, una sorta di città lineare, modulata sugli esperimenti internazionali.

Meno interessato all’edilizia per i ceti bassi, perché piu’ orientato ad una politica di riscatto dell’abitazione, il regime fascista, mentre procede agli sventramenti dei quartieri popolari centrali, colloca le abitazioni “popolarissime” nelle aree più esterne, per lo più prive di luoghi di vita aggregative. La fase propositiva sembra interrompersi, fino a quando il razionalismo prende il testimone, nel tentativo di farsi interprete della periferia della città e della “casa per tutti”.
Anche se le proposte più innovative rimangono sulla carta, in viale Argonne si costruisce il quartiere Fabio Filzi, un esempio che risponde alle istanze avanzate dal Movimento moderno: corpi di fabbrica aperti su tutti i lati, orientati in modo da assicurare igiene e soleggiamento corretti, indipendentemente dall’allineamento stradale. Edifici dalla definita caratterizzazione geometrica, privi di ogni dettaglio decorativo.
Un linguaggio che, nel dopoguerra, finirà per essere reiterato in blocchi lamellari uguali e paralleli, eco superficiale del funzionalismo.

E mentre la politica per la casa si dibatte tra concretezza ed ideale, la già preoccupante carenza di alloggi si scontra con la realtà degli edifici bombardati.
All’indomani dell’approvazione del discusso Piano Fanfani (o piano Ina casa, 1949), il problema dell’edilizia pubblica può essere affrontato in maniera più organica, anche se in assenza di un complessivo processo riformatore e di una programmazione generale e coordinata. Un indirizzo che, tra 1949 e 1963, privilegia la quantità alla qualità, con il rischio di favorire la lottizzazione intensiva delle aree e, salvo alcune eccezioni, di ridurre drasticamente gli spazi comuni.

Fotografia di Armando Rotoletti: Milano - Veduta edifici IACP nel quartiere Molise, 1995 ca.; Archivi dell'Immagine - Regione LombardiaFotografia di Armando Rotoletti: Milano - Particolare di edificio IACP in viale Molise, 1995 ca.; Archivi dell'Immagine - Regione LombardiaMilano - Veduta del quartiere Comasina; archivio Pietro LingeriFotografia di Vito Scifo: Milano - Festa del Giglio al Quartiere Lorenteggio, 1982 ca.; Archivi dell'Immagine - Regione Lombardia

Il più vasto dei piani particolareggiati comunali è il Lorenteggio, un quartiere popolato da un ampio campionario tipologico: case medie di 4 o 5 piani, case alte, casette a schiera, e, accanto, edifici costruiti per iniziativa privata. Altri quartieri prevedono, invece, complessi di sole case alte, disposte parallelamente, o di case di 3 o 4 piani disposte lungo impianti stradali più sinuosi. E alcuni progettisti cominciano a sostenere la necessità di superare la “nudità” moderna e di reinserire elementi tradizionali, come tetti a falda e loggiati, volti a dialogare con il contesto e a ricomporre un legame con l’architettura spontanea e rurale.

Si sperimenta intanto la progettazione di grandi quartieri decentrati ed autosufficienti, cellule sociali protette, concepite come mediazione tra la comunità e la città, da realizzare inevitabilmente nelle zone dell’estrema periferia: blocchi multipiano, accanto ad edifici più bassi, organizzati intorno ad un comune centro civico. E’ questo il caso del quartiere Comasina, un enorme intervento progettato da una équipe di architetti a partire dal 1953: la più ambiziosa realizzazione di edilizia sovvenzionata. Il risultato non risponderà alle aspettative: un episodio mai ripetuto in tali dimensioni, che anticipa altre realtà rivelatesi inadatte a rispondere all’urgenza sociale. Un quartiere “non assorbito dalla periferia”, “introverso”, in nome di una autosufficienza che non diventerà mai autonoma.