Architettura. La città e i linguaggi

Antonio Sant'Elia (attr.), Casa a gradinata con ascensori esterni, post 1914; Musei Civici di ComoIl Novecento si apre su un panorama complesso. La fine del secolo aveva portato con sè un vento innovatore che aveva investito tutta l’Europa; quindi, i codici precostituiti erano stati scompaginati, si erano sperimentati nuovi linguaggi e nuove modalità espressive ed il legame ombelicale con i canoni della tradizione era stato forzato. Ora, spenta la veemenza rivoluzionaria delle Avanguardie storiche, si avverte la necessità di attenuare quegli stessi atteggiamenti e di trovare un punto di mediazione tra la vagheggiata tabula rasa e la costruzione della realtà.

E mentre Walter Gropius, Le Corbusier, Ludwig Mies van der Rohe scrivono la storia dell’architettura europea nel segno di quello che verrà chiamato Movimento moderno, l’Italia comincia la propria corsa nella direzione indicata da quegli stessi maestri, con la volonta’ di abbandonare la strada di chi ancora si muove tra un perdurante eclettismo ed un liberty di facciata.

Mentre la provocazione futurista rimane sulla carta, lo spirito di rinnovamento è raccolto da un gruppo di giovani architetti lombardi che nel 1926, dalle pagine della rivista “Rassegna Italiana”, decreta la nascita del razionalismo italiano, ispirato alle influenze moderniste d’oltralpe, ma con lo sguardo rivolto alla tradizione nazionale, purchè riletta, purificata, resa astratta, geometrica.

Fotografia di autore non identificato: Como - La Casa del fascio ripresa dalla cupola del Duomo, post 1932; Fondo Fotografico Cultura - Provincia di ComoEd il razionalismo non è l’unica voce a chiedere un nuovo corso in architettura. Pochi anni prima si era già alzata quella del Novecento milanese, moderno neoclassicismo, aggiornato e votato ad una ripresa del decoro urbano ottocentesco, ma totalmente avverso all’approccio eclettico.
Due linee, una più rivoluzionaria, l’altra più dichiaratamente legata alla tradizione. Due linee non parallele, che, nel corso del Ventennio, si coniugano, si incrociano, determinando ricerche ed esiti che convivono, impedendo di fatto la definizione di confini esclusivi. L’eredità costruita ne è testimonianza.

Una coesistenza resa ancora più complessa dalla situazione politica del paese e dall’aspirazione a rappresentare lo stato fascista, la sua grandezza e la sua monumentalità. Tra Roma e Milano il razionalismo si dibatte per essere riconosciuto architettura nazionale, mentre la facciata rivoluzionaria del regime cela una profonda spinta conservatrice che, in architettura, vede la vittoria conclusiva della classicità del cosiddetto stile Littorio.

Alle soglie del secondo conflitto mondiale, il razionalismo si prepara, così, a vivere la propria sconfitta, che si tramuta in crisi nell’immediato dopoguerra, quando non esiste più nessun regime a dettare legge, ma solo la necessità di ricostruire il tessuto urbano ed abitativo delle città. In quegli anni, il movimento ritrova i propri protagonisti, nel tentativo di continuare un discorso non ancora concluso, nonostante le forti implicazioni con il regime.

Fotografia di autore non identificato: Milano - Planetario, 1930-43; Archivi dell'Immagine - Regione Lombardia

Fotografia di autore non identificato: Milano - Planetario, 1930-43; Archivi dell'Immagine - Regione Lombardia

Sono anni di ricerca di nuove vie e motivazioni in grado di giustificare ed indirizzare un vero rinnovamento nel fare architettura in Italia. Ci si interroga sul come tornare a far dialogare le architetture con la società, come rendere piu’ comunicativo un linguaggio che spesso non appare facile da comprendere: vecchie e nuove generazioni sono chiamate ad un confronto sul campo. In Italia, come in Europa, spira il medesimo vento di inquietudini e ripensamenti.

Fa da sfondo ai molteplici linguaggi ed approcci una città in crescita, che si rinnova ed evolve secondo modalità connesse al corso degli eventi storici e ad una pianificazione urbana, specchio di mutevoli aspirazioni, teorie e proposte.