Tremezzo, Villa Carlotta

A Tremezzo villa Carlotta ci accoglie con il suo maestoso e sobrio prospetto. Qui Gian Battista Sommariva, uno dei più celebri collezionisti d’arte di primo Ottocento decise di allestire il suo museo privato, con alcuni indiscutibili capolavori.

Il primo importante contatto con il gusto neoclassico è il fregio monumentale dello scultore danese Bertel Thorvaldsen (1768-1844), l’Ingresso di Alessandro Magno in Babilonia. L’opera era stata realizzata in una prima versione in stucco per il palazzo del Quirinale a Roma, in occasione dell’arrivo in città di Napoleone. Terminata nel giugno del 1812, riscosse un tale successo che lo stesso Bonaparte ne ordinò una versione in marmo per il Pantheon di Parigi. Le mutate condizioni politiche bloccarono però la costosissima commissione, che venne rilevata da Gian Battista Sommariva nel 1818.

Il monumentale bassorilievo è composto da 33 lastre di marmo inviate a Tremezzo tra il 1818 e il 1828 e rappresenta il trionfale ingresso del condottiero macedone e del suo esercito a Babilonia. Prendendo come riferimento la porta centrale verso il giardino si può riconoscere immediatamente sopra lo stipite la quadriga di Alessandro guidata da una vittoria alata. Al seguito due scudieri che reggono le armi, poi l’impetuoso cavallo Bucefalo e via via l’esercito fino ad un elefante che reca i trofei di guerra seguito da un re fatto schiavo.

Il penultimo personaggio all’estremità di questo lato del fregio è lo scultore stesso, qui autoritrattosi a fianco di Sommariva, mentre gli indica soddisfatto l’opera appena compiuta. Ritornando indietro con lo sguardo, si coglie di fronte al carro di Alessandro la Pace, recante un ramo d’ulivo, seguita da Mazzeo, satrapo di Babilonia e dai figli, e quindi dalla variegata popolazione di Babilonia, danzatrici e sacerdoti, indovini e pescatori, pastori e musici.

Questa composizione proponeva una similitudine tra Alessandro e Napoleone, idealizzando la figura del francese quale portatore di una pace europea al termine delle campagne militari che avevano scosso il continente. Il linguaggio usato dallo scultore è un continuo gioco di richiami alla scultura classica e all’arte italiana rinascimentale, attraverso uno stile sobrio e rigoroso.

Ancora la figura di Bonaparte è la protagonista degli affreschi di Andrea Appiani (1754-1817): l’Apoteosi di Napoleone imperatore costituisce quanto resta, dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale, del ciclo che decorava dal 1808 la sala del trono del Palazzo Reale di Milano e oggi in deposito a villa Carlotta. Sul grande medaglione ottagonale Napoleone è ritratto su un imponente trono, sostenuto da quattro vittorie alate e circondato dai segni zodiacali e dalle Ore; nelle quattro lunette, le Virtù Cardinali: la Prudenza, con sfinge, specchio e clessidra, la Giustizia con scettro e libro delle leggi, la Fortezza con leone, scudo e clava e infine la Temperanza, accompagnata da un Genio che annacqua il vino.

Ispirata agli affreschi di Raffaello e Correggio, l’opera fu all’epoca criticata per l’eccessiva grazia delle figure che circondano Napoleone; in realtà qui Appiani – sembra su consiglio del poeta Vincenzo Monti – non volle rappresentare il guerriero quanto piuttosto esaltare il riformatore civile e il pacificatore dell’Europa; nel contrasto tra l’eroe vivente e le figure allegoriche l’artista riuscì così a dar vita ad un ritmo da vera apoteosi pittorica in grado di portare definitivamente la storia nel mito.

Percorrendo le sale della villa, verso un’altra figura mitologica, non senza una breve pausa di fronte alla purezza formale tutta neoclassica del gesso originale della Tersicore di Antonio Canova (1757-1822), si giunge al Palamede, autentico capolavoro, ancora di Antonio Canova . La scultura ritrae l’eroe greco, mitico ideatore delle arti nobili, del gioco degli scacchi, dei dadi e di alcune lettere dell’alfabeto greco, nonché scopritore di uno dei più; celebri inganni di Ulisse. Il re di Itaca, infatti, quando vide giungere nella sua isola Agamennone, Menelao e lo stesso Palamede, che volevano indurlo a partire per Troia, si finse pazzo, facendosi trovare ad arare con il vomere trainato da un bue e un asino e seminando manciate di sale. Ma Palamede intuì l’inganno, strappò; dalle braccia di Penelope il piccolo Telemaco e lo gettò di fronte all’aratro, costringendo Ulisse a fermare gli animali per non uccidere l’unico figlio, dimostrando così di non essere pazzo e di essere quindi in grado di partire per la guerra.

Egli tuttavia non dimenticò mai che fu l’intuizione di quel giovane a costringerlo alla partenza e appena ne ebbe l’occasione, ordì un inganno che portò all’ingiusta condanna a morte di Palamede. Il ritratto di questo eroe, caduto in disgrazia a causa delle calunnie di Ulisse, doveva offrire un soggetto particolarmente accattivante per il Sommariva che, destituito dal potere politico che aveva detenuto fino agli inizi dell’Ottocento, volle così farsi credere vittima degli intrighi dei propri nemici. Esposta nello studio romano di Canova nel 1805, la statua cadde a terra, dopo un’inondazione del Tevere, per il cedimento del bilico su cui poggiava, rischiando di travolgere l’artista. Lesionata in diversi punti venne restaurata dallo stesso Canova tra il 1806 e il 1808. Il trasferimento nella villa di Tremezzo avvenne nel 1819; qui venne collocata nella stessa stanza in cui ancora oggi trova posto, con quinte di specchi per esaltarne l’assoluta perfezione formale.

Lasciando le istanze prettamente neoclassiche e inoltrandosi verso un gusto romantico, quale tramite migliore della versione di Adamo Tavolini su modello di Antonio Canova della celeberrima Amore e Psiche prima di giungere alla grande tela di Francesco Hayez (1791-1882) l’Ultimo addio di Romeo e Giulietta, del 1823, manifesto dell’allora nascente pittura romantica in Italia. Il dipinto è ispirato ad uno dei grandi miti letterari dell’Ottocento, la tragedia shakesperiana degli sfortunati amanti veronesi: la scena è ambientata nella casa di Giulietta, ancora avvolta nel buio della notte, con la giovane, di spalle, che si protende per un ultimo bacio verso Romeo, ormai sul balcone inondato dalla rosea luce dell’alba. Sorregge la composizione un interessante impianto e una vigorosa resa cromatica, ispirata alla grande tradizione veneta, con figure e dettagli di un inconsueto e, in quella data, conturbante realismo, lontano dalla idealizzazione neoclassica.