Gli architetti

Introduzione

Antonio Averlino detto il Filarete, Alzato del palazzo-giardino al centro del giardino a labirinto, f. 122 r. del Trattato di Architettura (1461-64 circa), Fondo Nazionale, Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze.Le difficoltà a rintracciare nei documenti i nomi dei progettisti sembra dimostrare che, nel contesto milanese, l’interesse da parte degli architetti allo sviluppo del tema della villa assuma, tra Rinascimento e Barocco, una importanza secondaria rispetto ad altri ambiti territoriali.
La circostanza può anche essere spiegata dal desiderio del committente di essere l’ideatore stesso del progetto, avvalendosi dell’architetto con ruolo di semplice esecutore e tutt’al più di consulente.

Il primo architetto che a Milano si interessa del tema della villa, anche se in una visione esclusivamente idealizzata, è Antonio Averlino detto il Filarete, architetto e scultore fiorentino inviato dai Medici alla corte di Francesco Sforza, che nel Trattato di architettura (1461-64 circa) dedicato alla città ideale di Sforzinda, illustra un palazzo-giardino a pianta quadrata con terrazzamenti a verde nella zona suburbana della città fantastica di Plusiapolis. Esso prevede un corpo centrale con loggiati che ne percorrono tutti e cinque i piani, ed un corpo completamente porticato, con terrazzamenti a giardino, di un solo piano.

Leonardo da Vinci, Studi per la villa di Carlo d'Amboise, 1505-1506, Codice Atlantico, 231r. Milano, Biblioteca Ambrosiana.Di notevole interesse – e da approfondire insieme ad altri disegni leonardeschi di tema analogo – è il progetto di Leonardo da Vinci per la villa suburbana di Carlo d’Amboise, governatore francese a Milano, localizzata nei pressi della chiesa di San Babila. La planimetria della villa è molto articolata e prevede una disposizione ad H costituita da due corpi longitudinali collegati da un porticato, con altri due portici simmetrici laterali al fronte dell’edificio (C. Pedretti, Leonardo architetto, Electa, Milano 1995, pp. 210-211).

Bernardino Luini, L’ebrezza di Noè, 1520-1525, affreschi strappati (già Villa "Pelucca"). Milano, Pinacoteca di Brera.Pur senza trattarsi di un disegno di carattere progettuale, costituisce tuttavia un riferimento iconografico interessante l’affresco di Bernardino Luini a Villa Pelucca (1520-1525 circa, strappato e attualmente alla Pinacoteca di Brera) dove l’arca di Noè viene raffigurata secondo le forme di una villa.
L’aspetto, condizionato naturalmente dalla necessità di rappresentare una imbarcazione che offre riparo dalle acque del Diluvio Universale, è quello a blocco lineare, chiuso verso l’esterno e con le sole finestrature del piano nobile.

Domenico Giunti

La prima figura di progettista di rilievo che si occupa del tema della villa è quella di Domenico Giunti o Giuntalodi (Prato 1505-1560), al quale spetta il disegno di Villa Simonetta, ristrutturata nel 1547 secondo un disegno di respiro monumentale che la qualifica come la prima vera e propria villa rinascimentale nel contesto milanese. Al medesimo architetto spetta anche il progetto originale di Villa "La Senavra", sempre su commissione del Gonzaga, riadattata nel corso del Settecento a sede di manicomio. Il Giunti si era formato nella cerchia della scuola romana, ed aveva subito influssi di Giulio Romano e del Vignola. Giunge a Milano al seguito del governatore Ferrante Gonzaga, dopo aver lavorato nell’Italia meridionale a Napoli, a Palermo e a Messina.
Sempre su incarico del Gonzaga imposta l’impianto urbanistico della cittadina di Guastalla, concepito secondo il modello rinascimentale di città ideale.

Martino Bassi

Il tema della villa viene più volte affrontato dall’architetto Martino Bassi (Seregno, Milano 1542- Milano 1591), al quale sono riferiti non solo interventi a Villa Litta Borromeo di Lainate, ma l’ideazione di numerosi progetti inerenti la tipologia della villa attualmente conservati alla Biblioteca Ambrosiana di Milano nella raccolta Ferrari.
I disegni della raccolta Ferrari documentano progetti su strutture preesistenti finalizzati soprattutto a migliorare l’ordine distributivo e funzionale dei vari spazi abitativi, lasciando in secondo piano gli interventi di carattere stilistico. Essi testimoniano la conoscenza dei modelli romani da Raffaello a Vignola, riletti in chiave schematica e privati di elementi decorativi e scenografici.

Martino Bassi, Progetto una casa alla Pellegrina. Milano, Biblioteca Ambrosiana, Collezione Ferrari, S150 Sup., c. 60.Fra questi va menzionato in particolare il progetto per la casa alla "Pellegrina" (intesa come alla maniera di Pellegrino Tibaldi, nato a Purla di Valsolda nel 1527 e morto a Milano nel 1596, importante architetto manierista formatosi a Bologna e Roma, prediletto di Carlo Borromeo e autore tra l’altro di Villa Gallio a Gravedona e probabilmente della Villa Pliniana a Torno – attribuita recentemente anche a Giovanni Antonio Piotti da Vacallo – sul Lago di Como) appartenente al Sig. Candiani, dove lo spazio si sviluppa secondo un preciso asse di simmetria che definisce la successione degli ambienti dai rustici, al cortile, l’andito, il salone, il porticato e il piazzale che affaccia su una roggia.
Di rilievo sono anche i disegni relativi ad una casa in località Dordera appartenente a Pirro Visconti, in quanto testimonianza del legame fra l’architetto e Pirro, il quale nei medesimi anni stava rielaborando in forme cinquecentesche la villa di Lainate.

Martino Bassi, Progetto per variante di una casa di Pirro Visconti in loc. Dordera. Milano, Biblioteca Ambrosiana, Collezione Ferrari, S150 Sup., c. 59.L’esame dei disegni di Martino Bassi acquista un particolare significato in quanto evidenzia l’assunzione di alcuni elementi che diverranno propri della tipologia della villa milanese, come lo schema ad U con porticato centrale, e la disposizione degli ambienti interni in rapporto anche ad il loro rapporto con l’esterno, nonché alla articolazione delle corti.
A Martino Bassi sono attribuiti alcuni interventi di ristrutturazione della Villa Pusterla, Arconati, Crivelli (Limbiate, Mombello) intorno al 1572 circa su commissione di Anna Visconti Arconati. Interventi di Martino Bassi sono documentati nelle chiese di San Fedele, San Sebastiano e di San Vittore al Corpo, a lui spetta la trasformazione planimetrica da croce greca a croce latina della chiesa di Santa Maria della Passione (1572-1573), la realizzazione della facciata di Santa Maria presso San Celso, l’ultimazione dell’altare di Sant’Agnese nel Duomo ed il progetto di rifacimento della cupola della chiesa di San Lorenzo Maggiore, realizzata dopo la sua morte.

Succede a Pellegrino Tibaldi come architetto del Duomo di Milano, per il quale disegna un progetto di facciata nel 1590, e collabora con G. Meda agli studi per il canale di Paderno. Al 1572 risale il suo scritto Dispareri in materia di architettura.

Filippo Cagnola

Risale alla fine del Seicento la serie di disegni che documenta il progetto per la trasformazione in forme monumentali di Villa Borromeo a Senago, eseguiti tra il 1692 e il 1703 e riferibili all’architetto Filippo Cagnola, che già aveva lavorato per i Borromeo presso l’Isola Bella. Rispetto al programma iniziale, di tale smisurata grandiosità che lo rese di fatto irrealizzabile, fu necessario operare una notevole riduzione dell’edificio e vennero costruite solo alcune parti dell’ala orientale e lo scalone dell’area occidentale.

Filippo Cagnola?, Veduta del progetto di trasformazione di Villa Borromeo a Senago. Senago, Villa Borromeo.Tali disegni costituiscono uno dei primi esempi in ambito milanese di progetto che elabora in maniera compiuta e globale la tematica della villa secondo la visione di un architetto competente, che troverà espressione nelle grandiose costruzioni di carattere celebrativo e monumentale realizzate nel corso del Settecento.
Questa tendenza si invera con gli architetti Giovanni Ruggeri e Francesco Croce, con i quali si definisce compiutamente il modello tipologico di villa milanese. Alcune delle ville da loro realizzate – villa Alari Visconti a Cernusco o villa Somaglia a Orio, per il Ruggeri, e villa Brentano a Corbetta (1732), per il Croce – sono fra gli esempi più compiuti della villa settecentesca lombarda.

Giovanni Ruggeri

Marc'Antonio Dal Re, Pianta del Palazzo di Cernusco, incisione raffigurante la planimetria di Villa Alari a Cernusco sul Naviglio da Ville di delizia o siano palagi camparecci nello Stato di Milano, Milano 1743.Giovanni Ruggeri (Roma? 1665 – Milano, 1731 o 1729), di probabili origini romane, si forma a Roma presso Carlo Fontana, secondo la testimonianza del Dal Re. La sua attività nell’ambito dell’architettura civile porta alla trasformazione delle residenze di campagna in sontuose ville di delizia. Grazie alla committenza del patriziato milanese e alla sua necessità di riorganizzare i feudi nobiliari, Ruggeri poté affermarsi come uno degli architetti maggiormente apprezzati, capace di tradurre semplici residenze di campagna in sontuosi impianti architettonici di grande respiro.

Marc'Antonio Dal Re, Veduta dell'ingresso del Palazzo di Cernusco, incisione raffigurante Villa Alari a Cernusco sul Naviglio da Ville di delizia o siano palagi camparecci nello Stato di Milano, Milano 1743.A lui spettano alcune tra le più prestigiose residenze milanesi, da Villa Cusani a Chignolo Po (Pavia), Villa Alari Visconti (Cernusco sul Naviglio, 1719) a Villa Trivulzio (Omate), a Villa Arconati (Castellazzo di Bollate) – anche se secondo recenti ricerche documentarie può essere messo in dubbio il suo intervento diretto – e gli sono attribuite in modo unanime Villa Somaglia Litta (Orio), Villa Visconti (Brignano Gera d’Adda) e Villa Grifoni Branca (Castel Gabbiano).

Marc'Antonio Dal Re, Veduta del Palazzo di Brignano, incisione raffigurante Villa Visconti a Brignano di Gera d'Adda da Ville di delizia o siano palagi camparecci nello Stato di Milano, Milano 1726.Il linguaggio architettonico del Ruggeri, la personalità più rappresentativa della cultura milanese della prima metà del Settecento, risente del rococò transalpino austriaco e francese in particolare che riesce a coniugare con elementi borrominiani, e si avvale di ampie prospettive spaziali, di impianti compositivi attentamente organizzati e dilatati, di forme imponenti e maestose e di grande attenzione ai partiti decorativi e ai dettagli ornamentali, ad iniziare dai fantasiosi coronamenti mistilinei. Le architetture si rapportano spazialmente con scenografici giardini che attraverso lunghi viali prospettici integrano e dilatano l’impianto delle architetture stesse. A lui si deve la creazione di una scuola architettonica locale, a cui fanno riferimento la maggior parte degli architetti di epoca tardobarocca. Particolarmente nell’architettura di villa il Ruggeri mette in luce le sue doti di scenografo e le capacità registiche di organismi complessi.
Fra le sue opere occorre menzionare il progetto dell’altare maggiore e del coro della Steccata a Parma, la facciata del Duomo di Treviglio, la facciata di Palazzo Cusani a Milano, l’altare di S. Nazaro a Milano.

Francesco Croce

Con Francesco Croce (1696-1773) i moduli ruggeriani vengono declinati secondo una più rigorosa compostezza e sobrietà compositiva più prossima al linguaggio neoclassico.

Marc'Antonio Dal Re, Veduta del Palazzo Brentano, incisione raffigurante Villa Brentano Carones a Corbetta da Ville di delizia o siano palagi camparecci nello Stato di Milano, Milano 1726.Al Croce è ascritto il progetto di Villa Clerici a Niguarda, di Villa Brentano a Corbetta (1732), di Villa Crivelli a Mombello (1754), il rifacimento di Villa Pertusati a Comazzo, dove si esemplifica un linguaggio architettonico più calibrato e sobrio rispetto a quello magniloquente del Ruggeri, del quale mantiene le tematiche spaziali e scenografiche, alleggerendone l’apparato decorativo, in una sorta di “purismo tardobarocco”.

Le dimensioni più modeste, una maggior schematizzazione formale ed essenzialità compositiva delle architetture crociane ne decretarono il successo presso le famiglie nobili che desideravano un minore prestigio rappresentativo e celebrativo. Tale semplificazione formale sembra preludere ad un progressivo emergere di quel lato più razionale della cultura settecentesca che porterà al primo neoclassico. Il Croce è documentato come agrimensore nel 1715 e ingegnere della Fabbrica del Duomo dal 1760 al 1773.

Tra i suoi progetti e ristrutturazioni vanno menzionati Palazzo Sormani, Palazzo Bellisomi a Pavia, la sacrestia per la chiesa della Beata Vergine a Vimercate, la chiesa e il convento di San Bartolomeo a Piacenza, il rifacimento degli interni della cattedrale di Lodi. Architetto ufficiale del governo di Maria Teresa, progettò su incarico dello stesso l’albergo dei poveri, la casa di correzione, la sede dell’archivio pubblico.

Carlo Giuseppe Merlo

Altro architetto interessato a sviluppare il tema della villa è Carlo Giuseppe Merlo (Milano 1690-1760), che in modo ancora più evidente rispetto al Croce, rifugge le movimentate forme del rococò ruggeriano, per prediligere un linguaggio più classicista e rigoroso. Merlo progetta Villa Perego a Cremnago di Inverigo, dove inizia ad affermarsi un linguaggio anti-barocco, tendenza che a partire dalla metà del Settecento sarà preludio del neoclassicismo del Piermarini. Nel 1716 fu Ingegnere Collegiato, misuratore per la Giunta del Censimento, consulente nel 1733 per la facciata del Duomo, e successivamente presente più volte negli atti della Fabbrica del Duomo. Al Merlo spetta, tra le numerose opere, il rifacimento di San Bernardino alle Ossa, il disegno dell’altare maggiore della chiesa di San Sebastiano, l’altare settecentesco di San Nazaro Maggiore, l’innovativo scalone d’onore di Palazzo Litta, l’altare maggiore del santuario di Caravaggio, il progetto per Palazzo Piccolomini a Praga, dell’oratorio dell’Immacolata al ponte Vecchio di Magenta. Il Merlo è, oltre che architetto, matematico e membro dell’Accademia dei Trasformati.

Giuseppe Piermarini

Diversamente dalle epoche precedenti, durante il periodo Neoclassico il tema della villa viene affrontato dai più importanti architetti del milanese, come Simone Cantoni e Giuseppe Piermarini, ai quali spetta la progettazione di alcune delle più prestigiose e significative dimore gentilizie lombarde, svolte secondo i moduli formali del nuovo linguaggio architettonico, senza tuttavia porsi in completa antitesi rispetto al passato ma mantenendo sostanzialmente nell’impianto compositivo gli stessi schemi fissati in epoca settecentesca. Villa Olmo a Borgovico di Simone Cantoni e villa Borromeo d’Adda a Cassano d’Adda di Giuseppe Piermarini sono infatti impostate secondo il consueto schema ad U e mantengono l’usuale gerarchia degli spazi.

Giuseppe Piermarini (Foligno, Perugia, 1734-1808), si forma a Roma come allievo di Posi e Murena, studiando in particolare gli esempi degli antichi, dei maestri del ’500 e del Barocco, sviluppando un linguaggio strutturato secondo impianti articolati e complessi, con facciate partite da griglie prospettico-modulari, con particolare attenzione al contesto nel quale sono si inseriscono e alla funzionalità degli spazi. Successivamente collabora con Luigi Vanvitelli, tra il 1765 e il 1769, alla Reggia di Caserta e nel 1769 si trasferisce, sempre al seguito del Vanvitelli, a Milano.

G. Piermarini, Progetto per Villa Reale di Monza, prospetto verso il giardino.

G. Piermarini, Progetto per Villa Reale di Monza, prospetto verso il giardino.

Qui realizza, otre ad interventi di carattere urbanistico sugli assi viari, la risistemazione di Palazzo Reale, il Teatro alla Scala, la facciata del Palazzo Arcivescovile, il Teatro della Cannobbiana, Palazzo Belgioioso, Palazzo Greppi, Palazzo Casneghi e Palazzo Moriggia. Nel 1779 viene nominato Imperial Regio Architetto. Il Piermarini favorisce l’instaurarsi di un nuovo linguaggio architettonico basato sulla razionalità dell’impianto e degli apparati decorativi, secondo anche le nuove esigenze rappresentative dell’architettura di stato.

Di notevole rilievo per lo sviluppo del tema della villa è il progetto di Villa Reale di Monza (1777-1780), vero e proprio palazzo di corte e di rappresentanza, simbolo del prestigio e della magnificenza della corte. L’architetto mantiene l’impianto ad U di tradizione locale, ma non il medesimo impianto scenografico nè la compenetrazione dei diversi volumi, preferendo una giustapposizione di corpi autonomi.

Simone Cantoni

Simone Cantoni, Progetto per Villa Olmo.Simone Cantoni (Muggiò Canton Ticino, 1736 – Gorgonzola, Milano 1818) fu uno dei più rappresentativi architetti del primo Neoclassicismo europeo. Nell’area della Brianza e nel Comasco realizza numerose ville, o ristruttura in forme neoclassiche ville già esistenti, secondo caratteri celebrativi, monumentali ed austeri nel medesimo tempo, ad iniziare dalla più nota e importante Villa Olmo al Borgovico di Como realizzata per il marchese Odescalchi, seguita tra le altre da Villa Mugiasca a Mosino, Villa Giovio a Breccia di Como, Villa Gallarati-Scotti ad Oreno e Villa Odescalchi a Fino Mornasco, Villa Recalcati a Casbeno, Villa Meda a Canzo, Villa Gallia a Borgonovo di Como, Villa Raimondi a Birago di Lentate sul Seveso e Villa Raimondi a Minoprio, Villa Cigalli a Bernate, Villa Muggiasca a Pizzolariano.

Formatosi a Genova, dove era giunto al seguito del padre ingegnere e dove ricostruisce il corpo centrale del Palazzo Ducale di Genova (1778-83), raggiunge successivamente Roma per frequentare la scuola del Vanvitelli, quindi Parma dove segue i corsi dell’Accademia delle Belle Arti.
A Milano ristruttura la facciata di palazzo Mellerio (1772-1774), interviene su Palazzo Poldi Pezzoli e progetta palazzo Serbelloni (1775-1793), dove risulta evidente la volontà di semplificazione con l’ausilio di citazioni classiche.

Simone Cantoni, Progetto per ingresso di Villa Rasini a Cavenago, 1777.

Simone Cantoni, Progetto per ingresso di Villa Rasini a Cavenago, 1777.

Leopoldo Pollack

Leopoldo Pollack, disegni di padiglione per giardino, 1797. Milano, Civica Raccolta Bertarelli.All’allievo e collaboratore del Piermarini, Leopoldo Pollack o Pollach (Vienna 1751-Milano 1806), si forma a Vienna presso il capomastro Paul Ulrich Trientl, frequentando i corsi di scienza delle costruzioni di Vincenz Fischer all’Accademia. Giunto a Milano nel 1775 affianca Piermarini a Brera, importante esponente del neoclassicismo lombardo nel suo risvolto più fastoso di matrice ancora settecentesca ed “internazionale”, si deve Villa Belgioioso, poi Reale a Milano (1790), Villa Casati a Muggiò, la Rotonda di Borgovico di Como, la trasformazione di Villa Antona Traversi a Meda, villa Pesenti Agliardi a Sombreno (1798-1801).

Leopoldo Pollack, Disegni per una villa Visconti a Vimercate, 1805. Milano, Civiche Raccolte d'Arte del Castello Sforzesco, Gabinetto dei disegni.Con Villa Casati e la Rotonda introduce per la prima volta in Lombardia l’emergenza planimetrica e volumetrica del salone delle feste, qui tradotto in corpo cilindrico chiaramente differenziato volumetricamente rispetto al corpo della villa e aggettante in facciata. Nel 1793 intraprende un viaggio di studio con il conte Alessandro Sfrondati Serbelloni, durante il quale visita Caprarola e Tivoli, Villa Adriana, Villa Madama, la cappella Chigi e i palazzi vaticani, come documentano i rilievi da lui eseguiti. A lui si devono, tra le altre opere, il Teatro Filodrammatici (1798) con Luigi Canonica, il giardino all’inglese per Palazzo Sormani, la Pia casa degli Incurabili (Istituto Geriatrico) a Milano, il teatro anatomico e la biblioteca dell’Università (1787), lavori nell’ospedale di San Matteo (1783) di Pavia, il Palazzo Agosti, poi Grumelli Pedrocca (1797) e il Teatro Sociale a Bergamo, la facciata di San Vittore (1791) a Varese.

Luigi Cagnola

Federico e Carolina Lose, Villa Cagnola presso Inverigo, da Viaggio pittorico nei monti della Brianza, Milano 1823.Durante il periodo napoleonico, le formule architettoniche tendono ad assumere caratteri di maggior severità, irrigidendosi nella ricerca di pure forme classiche.
In questo periodo accanto al permanere del modello barocco, il diverso modo di intendere la villeggiatura da parte della società borghese porta a concepire l’organismo della villa secondo moduli di minor rappresentatività, ad adottare schemi più liberi, prediligendo edifici isolati nel parco, spesso a pianta centrale, come prefigura “La Rotonda” di Inverigo del Cagnola.

Fra le personalità di maggior spicco, Luigi Cagnola (Milano 1762-Inverigo, Como, 1883), dopo un periodo di formazione a Roma e diversi viaggi di studio a Venezia dove approfondisce gli studi sugli esempi del Sansovino e del Palladio, una rapida affermazione ed incarichi di prestigio, divenne il più importante architetto neoclassico del periodo napoleonico. Fra le ville concepisce La Rotonda, sua personale residenza, come un maestoso edificio di austere forme classiche, fornendo un modello molto apprezzato alle generazioni successive.

Luigi Cagnola, Studio per una villa a pianta circolare. Milano, Civica Raccolta Bertarelli, Fondo Cagnola.La poetica architettonica del Cagnola si afferma in un classicismo di proporzioni colossali e di carattere romano e rinascimentale insieme. Alcuni disegni di dimore signorili di Luigi Cagnola, da leggersi come studi intorno al tema della villa piuttosto che come progetti veri e propri, restituiscono edifici dall’impianto a pianta centrale inseriti all’interno di parchi all’inglese come volumi a sé stanti senza la definizione di precisi rapporti privilegiati con l’ambiente esterno.
A lui si deve, in particolare, il primo Piano Regolatore di Milano (insieme a Canonica, Albertolli, Zanoia), i Propilei di Porta Ticinese, l’Arco della Pace, la chiesa di Concorrezzo e di Ghisalba, la cupola del Duomo Nuovo di Brescia e la Villa Zurla, Benvenuti a Vajano Cremasco.

Tra Neoclassicismo ed Eclettismo

Altro importante protagonista del periodo napoleonico è Luigi Canonica (Tesserete, Lugano, 1762 – Milano, 1844) allievo del Piermarini, nominato architetto ufficiale della Repubblica Cisalpina, autore di numerosi progetti, fra cui l’Arena e il Foro Bonaparte a Milano e a capo della Commissione di Ornato. A lui spettano la sistemazione del Parco Reale di Monza, Villa Nava (Monticello, Lecco), Villa Thaon de Revel a Como, Villa Archinto a Monza ed alcune ville in Brianza.

C. Amati, Progetto per Villa Sormani (ora Biffi) a Cornate d'Adda, 1802. Milano, Civiche Raccolte d'Arte del Castello Sforzesco, Gabinetto dei disegni.Tra gli architetti che si occupano del tema della villa in epoca neoclassica e poi eclettica vanno citati Giuseppe Bianchi (Osteno, 1715 – Milano, 1777) antagonista del Croce, al quale si deve il progetto di Villa Molinari, Rasini, Medolago (Limbiate, edificata fra il 1754 e il 1758) e, a Varese, di Villa Menafoglio, oggi Litta Panza a Biumo (1755), e del Palazzo Ducale (terminato nel 1770); Giuseppe Zanoia (1752-1817) che progetta villa Annoni Cicogna Bellora a Cuggiono, architetto legato al clima della Restaurazione, autore del progetto per la facciata del Duomo di Milano con Amati (Monza, 1776-1852),della chiesa di San Carlo al Corso e di alcuni padiglioni del “giardino di Villa Tittoni Traversi a Desio”(link a Itinerari tematici/giardini/il giardino di Villa Tittoni Traversi a Dsio/la storia); Carlo Amati (Monza, 1776-1852), ultimo rappresentante dell’architettura neoclassica, lascia numerosi progetti inerenti il tema della villa dove si alternano visioni monumentali di edifici complessi accanto a edifici di carattere modesto.

C. Amati, Studi per villa ideale.Infine, Vittorio Modesto Paroletti (1765-1834) autore di un progetto per Villa Imbonati, Manzoni, Lanza di Mazzarino (Cormano, Brusuglio) e Pelagio Palagi (Bologna, 1775 – Torino, 1860), che interviene sull’edificio piermariniano di Villa Cusani, Tittoni, Traversi (Desio). Il Palagi studia a Bologna e a Roma e giunge a Milano nel 1805, dove lavora come pittore, scultore e architetto, prima di stabilirsi a Torino dove diviene pittore preposto alle decorazioni dei Reali Palazzi.