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Museo di Palazzo Ducale

Mantova (MN)

Indirizzo: Piazza Sordello, 40 - Mantova (MN)

Tipologia generale: architettura per la residenza, il terziario e i servizi

Tipologia specifica: museo

Configurazione strutturale: Si tratta di una vera e propria città-palazzo, totalmente separata e clamorosamente ipertrofica rispetto alla città reale, con i suoi circa 34.000 metri quadrati di estensione, composta dal nucleo più antico della Magna Domus e Palazzo del Capitano, dal Castello di S. Giorgio (Domus Nova), dalla Palazzina della Rustica e dalla galleria della Mosttra, entrambi prospettanti sul cortile della Cavallerizza e dalle addizioni seicentesche nella Corte Nuova.

Epoca di costruzione: fine sec. XIII - inizio sec. XVII

Autori: Ploti Bartolino, detto da Novara, costruzione castello S. Giorgio; Fancelli Luca, riqualificazione ambienti del castello S. Giorgio; Romano Giulio, costruzione Corte Nuova e palazzina della Rustica; Dattari Giuseppe, progetto Galleria della Mostra; Bertani Giovan Battista, addizione nella Corte Nuova, Cavallerizza e chiesa; Bernadino Facciotto, idea Sala dello Specchi, cortile delle Otto Facce; Viani Antonio Maria, fine lavori Galleria e riqualificazione castello; Pozzo Paolo, modifiche scala delle duchesse, piazza S. Barbara; Albertolli Giocondo, chiusura e decorazione Sala degli Specchi

Descrizione

La narrazione (del ciclo cavalleresco del Lancelot) ha inizio con il grandioso torneo cui il cavaliere partecipa presso il château de la Marche, per proseguire con una scena di banchetto oggi quasi completamente distrutta, di cui resta la grande tenda sopra la mensa al centro di una delle pareti lunghe della sala; viene rappresentato quindi l'episodio dei voti guerreschi dei dodici cavalieri convitati ed infine, sulla seconda parete lunga, anch'essa ormai scomparsa, l'eroe viene sedotto dalla figlia del re.
Il ciclo pittorico si dipana lungo le ampie pareti della sala senza soluzione di continuità, quasi annullando la dimensione architettonica reale e creando un nuovo spazio narrativo, con uno straordinario effetto di coinvolgimento dello spettatore. Che Pisanello intendesse proporre un'idea sontuosamente illusionistica dello spazio della stanza è evidente se solo si considera come alla parete di fondo della sala, che si imponeva per prima alla vista dello spettatore che entrava dall'angolo opposto, attraverso lo scalone d'onore, l'artista riservasse il maggior rilievo narrativo, destinandola alla rappresentazione della convulsa mischia del torneo e smussando gli angoli per mezzo della pittura stessa. Anche il diverso tipo di esecuzione pittorica contribuisce a mettere in rilievo la maggior importanza della parete di fondo. In passato gli studiosi avevano spesso ritenuto che Pisanello avesse condotto al grado definitivo di stesura soltanto la scena del torneo, lasciando non finite o interrotte le restanti pareti, interpretate come sinopie, cioè come disegni preparatori per i dipinti veri e propri. La critica più recente ha invece chiarito come il ciclo sia da considerarsi interamente finito e come il fatto che esso dovesse essere eseguito probabilmente in vista di una precisa scadenza abbia suggerito a Pisanello un diverso grado di finitura delle pareti: la scena del torneo sulla parete di fondo e sui due risvolti contigui fu elaborata in sinopia sull'arriccio e completata con raffinate decorazioni in lamina metallica graffita o in pastiglia a stampo, a fingere le armature, le cotte di maglia, le gualdrappe, i finimenti dei cavalli; le altre raffigurazioni furono invece concepite semplicemente come monocromi, e comunque sufficientemente perfezionate.
Tra le questioni più dibattute è quella che riguarda la collocazione cronologica del ciclo e l'occasione della sua commissione. Gli studi più recenti puntano su un'ulteriore anticipazione delle date: i murali mantovani potrebbero forse essere messi in relazione al torneo svoltosi a Venezia nel 1415 in occasione dell'elezione del doge Tommaso Mocenigo, che vide opposti Gianfrancesco Gonzaga e Niccolò d'Este; ad esso poté forse assistere lo stesso Pisanello, che era in città per eseguire gli affreschi oggi perduti della Sala del Maggior Consiglio nel Palazzo ducale. Il valore esplicitamente encomiastico dei dipinti, colmi di imprese e divise che alludono alla casata dei Gonzaga, viene del resto concordemente riconosciuto dagli studiosi.
L'ipotesi di una datazione precoce trova conferma, sul piano stilistico, in quelle eleganze formali, in quella fluidità lineare e in quelle acute attenzioni naturalistiche che sembrano supporre un momento dell'opera pisanelliana ancora assai legato alla cultura cortese e in particolare ai modi di Gentile da Fabriano, Michelino da Besozzo e Stefano da Verona. La composizione, pur nella complessità, è sapientemente orchestrata, ma le scene mancano di un principio espositivo unitario.
Un tratto assai moderno, e tipicamente pisanelliano, dei dipinti murali mantovani sta invece nell'intensa caratterizzazione emotiva dei volti dei personaggi coinvolti nella lotta, difficilmente rintracciabile in opere contemporanee. L'individuazione penetrante delle immagini, colte attraverso una sorta di messa a fuoco ravvicinata che moltiplica i particolari caricandoli di una evidenza quasi mimetica.

Notizie storiche

Costituito da un vasto complesso di edifici di diversa epoca, il Palazzo ducale di Mantova ha il suo nucleo più antico nella cosiddetta Magna Domus e nel palazzo del Capitano, fatto edificare nel XIII secolo da Giuseppe Bonacolsi e parzialmente modificato nel Trecento con la trasformazione delle finestre romaniche dell'ordine superiore in bifore gotiche. Nel corso del secolo i Gonzaga unirono a questi edifici altri corpi di fabbrica, a formare la cosiddetta "Corte Vecchia", cui si affiancò, verso la fine del Trecento, la nuova residenza di Francesco Gonzaga, il cosiddetto Castello di S. Giorgio.
In una delle sale della "Corte Vecchia" Pisanello dipinse un ciclo cavalleresco di soggetto arturiano che costituisce la principale testimonianza della sua ventennale attività mantovana. Quasi dimenticata da quando, nel 1459, Ludovico Gonzaga abbandonò definitivamente il nucleo della Corte Vecchia per trasferirsi nel castello di San Giorgio, la decorazione fu gravemente danneggiata dopo il 1471, anno in cui la sala venne impiegata addirittura come cucina per Niccolò d'Este, rifugiatosi in quegli anni a Mantova. Il recupero del ciclo, operato alla fine degli anni Sessanta del Novecento dal soprintendente Giovanni Paccagnini, costituisce un'aggiunta di grande rilievo al corpus della pittura lombarda del Quattrocento e insieme un contributo fondamentale alla ricostruzione dell'attività dell'artista toscano.

Uso attuale: corpi principali: museo

Uso storico: intero bene: abitazione signorile

Condizione giuridica: proprietà Stato

Accessibilità:

Credits

Descrizione e notizie storiche: Balzarini, Maria Grazia

Fotografie: BAMS photo Rodella/ Jaca Book

  Scheda completa SIRBeC (formato PDF)

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