Archeologie Milano

Acciaierie Redaelli, Via Rogoredo 5 – epoca di costruzione dal 1897

 

L’insediamento della Redaelli a Rogoredo inizia nel 1897 con l’impianto di una acciaieria Martin; seguono gli impianti di laminazione trasferiti in parte dal primo stabilimento di Malavedo (CO). Oltre al ciclo siderurgico completo, s’installano già all’inizio del secolo le derivate lavorazioni della vergella, tra cui la vastissima gamma delle funi metalliche e le verghe per l’armatura del calcestruzzo. Nei primi anni Venti si aggiungono nuovi capannoni per treno-lamiere e la trafila, e nuovi reparti per l’acciaeria per i forni elettrici destinati agli acciai più fini.
Negli anni Trenta si amplia il reparto laminazione, si costruiscono nuovi uffici e una sede apposita per il laboratorio, entrambi caratterizzati da una pianta curvilinea e dal rivestimento in klinker (quest’ultimo è l’unico edificio sopravvissuto di tutto lo stabilimento, peraltro in stato di abbandono al 2019).


Centrale elettrica dell’Azienda Energetica Municipale di Milano, Piazza Trento 5 –  epoca di costruzione  1904 – 1905

 

Costruita a partire dal 1903 su progetto dell’ingegnere Tito Gonzales, la centrale viene inaugurata nel 1905 per fornire elettricità alla città di Milano contrastando il monopolio privato della Società Edison.
Gli edifici corrispondevano a due differenti funzioni. Una stazione ricevitrice (1) che faceva parte del nuovo impianto idroelettrico municipale ospitava i trasformatori per utilizzare l’energia proveniente dalla centrale di Grosotto in Valtellina.
La seconda parte (2) era una centrale termica di riserva a carbone, con la sala macchine al pianterreno e i trasformatori al piano superiore. Esternamente gli edifici presentano un pianterreno a bugnato liscio scandito da alte aperture a tutto sesto.
Le caldaie con caricamento a mano erano in un capannone lungo viale Isonzo, poi sostituito da un fabbricato con due ciminiere, demolito nel 2019 per far posto ad una torre direzionale per A2A su progetto di Antonio Citterio.
Le caldaie con caricamento automatico si trovavano in un locale posteriore alla sala motori prospicente allo scalo merci di porta Romana, anch’esso con ciminiera. Un terzo fabbricato più basso (3) era l’officina.
Simbolo della crescita industriale della città, la centrale e le sue tre alte ciminiere furono più volte ritratte da Umberto Boccioni in diverse opere coeve.

L’impianto non aveva corsi d’acqua nelle vicinanze, e si costruirono grandi vasche di raffreddamento nei prati antistanti la centrale (l’attuale viale Isonzo) per riportare il vapore allo stato liquido e consentire il riutilizzo dell’acqua che veniva attinta dai pozzi.
Nel 1949 diventa la prima centrale termoelettrica europea alimentata a metano ma la realizzazione compartecipata con altre società (Edison, Agip, ecc.) della nuova grande centrale termoelettrica di Tavazzano obbligarono nel 1952 la dismissione degli impianti; vengono così abbattuti i locali caldaie, le grandi ciminiere e le vasche di raffreddamento, mantenendo solo i grandi edifici monumentali della ricevitrice elettrica e dell’ex sala macchine, che custodiscono l’archivio storico fotografico della Fondazione AEM – Gruppo A2A.

1  Stazione ricevitrice
2  Centrale termica
3  Officina

http://www.fondazioneaem.it/home/export/sites/default/faem/archivi/documenti/Centrale-di-piazza-Trento.pdf

 


Filanda De Ponti, Via San Mamete 38-40-42 – epoca di costruzione 1780 (Casa di riposo); 1855 (Filanda)

 

La costruzione del complesso risale al 1855-56 quando Luigi De Ponti inoltrò domanda di costruzione per un canale che convogliasse le acque del Naviglio della Martesana verso la ruota idraulica della filanda. Nel 1875 la filanda, passata al figlio Domenico, era completa di magazzini e case operaie. Nel 1896 funzionavano 96 bacinelle a vapore. Nel 1919 il Genio Civile ordinò di rimuovere le opere sul naviglio che risalivano al 1856.
La filanda era disposta attorno a un cortile e recintata da tutti i lati. Il corpo produttivo, tre piani fuori terra, si affaccia sulla via e sul Naviglio. Sulla strada le abitazioni operaie, ad ovest la corte della villa padronale, anch’essa affacciata sul canale. Negli anni ’30 l’edificio produttivo diventa una fabbrica chimica. Nel dopoguerra è stato convertito in abitazioni, mentre il piano terra è adibito ad officina.


Fabbrica di Salumi e Formaggi poi Scuola comunale, Corso XXII marzo 59 – epoca di costruzione 1909

 

Questo stabilimento rivaleggiava con i più famosi d’Europa “per grandiosità e modernità d’impianti e norme igieniche di funzionamento”.
La Società Anonima Industria Salumi e Formaggi, presieduta dall’avv. Cesare Mazzoni, produceva salumi italiani e confezionava quelli esteri. Il ciclo di lavorazione e stagionatura delle carni suine era contenuto nella parte centrale, con quattro ampi saloni sovrapposti; il principale era alto 9 metri ed era dotato di una gru scorrevole (ora è diviso in due piani). Nel sotterraneo erano disposte le celle frigorifere.
I corpi laterali ospitavano altri servizi: il macello (400 maiali al giorno), la lavanderia, gli uffici e l’abitazione del direttore, il refettorio, i locali per la vendita al dettaglio verso il fronte del corpo di fabbrica. In piccoli locali separati si trovavano l’affumicatoio, le stalle, gli impianti di riscaldamento e refrigerazione ed una centralina privata per il pompaggio dell’acqua potabile.
I calcoli del cemento armato furono eseguiti dall’ing. Volpi, titolare di un brevetto per un sistema costruttivo completo, che affiancò l’impresa costruttrice Belloni-Maroni. Tutto il lavoro fu eseguito in un anno. Dopo essere stato utilizzato da vari enti e uffici pubblici, l’edificio è stato completamente ristrutturato per accogliere la scuola.

L’edificio è a quattro piani a pianta composita: i corpi laterali sono disposti simmetricamente al principale, formando una sorta di “H”. La struttura permette ampie finestrature, soprattutto nel corpo centrale. Il partito architettonico, genericamente secessionista (archi ribassati, coronamento della fronte, pensilina in ferro e vetro), riprendeva originariamente anche il gusto neoromanico nel rivestimento a fasce alternate bianco e cotto, ora coperto dall’intonaco monocromo. Sul retro dell’edificio si trova un piccolo fabbricato in origine adibito a stalla, e una ciminiera in laterizio alta 25 m.

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Magazzini Generali alla GhisolfaMecozzi A. s. p. a. (demoliti), Via Delfico 52 –  epoca di costruzione 1914 ca.

 

La “Società Anonima Docks” di Amelio Mecozzi si occupava di immagazzinare e smistare le merci che affluivano a Milano in ferrovia. Lo smistamento delle merci era allora gestito dai docks privati che, sull’esempio di quelli anglosassoni, svolgevano attività logistiche di magazzinaggio e distribuzione. Il lotto ha una forma allungata, in cui gli edifici con i magazzini, tra i primi esempi di costruzione a scheletro in cemento armato con strutture portanti in piena evidenza, erano disposti lungo la ferrovia, alla quale erano collegati tramite binari. Un edificio era di sei piani, con struttura verticale e solai in cemento armato, con annessa una parte a torre di sette piani con solai in legno.
Attivi fino al 2008, nei quattro anni successivi tutti gli edifici vengono demoliti per far posto ad un supermercato e a torri residenziali.

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Mercato Ortofrutticolo poi Palazzina Liberty,  Largo Marinai d’Italia e via Bezzecca 20-24 – epoca di costruzione 1910

 

La palazzina, ora isolata nel Parco Vittorio Formentano (ex Parco di Largo Marinai d’Italia), era l’edificio di rappresentanza del grande complesso di padiglioni, tettoie, magazzini, chioschi, stalle che formavano il Mercato ortofrutticolo milanese, sorto in sostituzione del Verziere all’aperto, troppo centrale e precario. Ospitava il “Caffè” e altri locali, divisi da tramezze vetrate, usati dalle associazioni di categoria degli operatori del mercato. La costruzione è a un piano a pianta rettangolare con absidi ai lati minori. I prospetti di ispirazione liberty sono alleggeriti da ampie superfici vetrate e da una fascia di piastrelle in maiolica a motivi floreali.

L’interno è scandito da pilastri in cemento armato che sostengono un tetto piano a travi e solette; nei cassettoni del tetto si aprono ampi lucernari, oggi oscurati. Attorno al salone centrale correva un corridoio finestrato. Sperimentale, per l’epoca, il rivestimento esterno impermeabilizzato per le coperture piane, detto “Holzement”.
In via Bezzecca erano ospitati i dormitori, le mense, i bagni per gli addetti alle stalle dei cavalli. Le stalle erano a due piani (quello superiore era usato per i fienili) e occupavano l’intero isolato. Tutto il mercato era dotato di fognatura e di impianto antincendio.
Dopo il trasferimento del mercato in un’altra zona di Milano nel 1965, la Palazzina ha versato in stato di abbandono per diversi anni. Nel corso degli anni Settanta (1974-1980) l’edificio viene concesso in uso al “Collettivo teatrale la Comune” di Dario Fo, che lo adotta come sede teatrale per i propri spettacoli.

Restaurata dal Comune di Milano, dagli anni ’90 è diventata la sede stabile della Civica Orchestra di Fiati. Dal 1994 l’Orchestra da Camera Milano Classica vi svolge la propria stagione concertistica; è stata la sede del Festival “Senza Parole”, rassegna di film muti accompagnati da colonne sonore dal vivo. Dal 2005 al 2015 è stata anche sede della Casa della Poesia. Dal 1° febbraio 2016 accoglie il progetto Palazzina Liberty in Musica, un cartellone di concerti ed eventi musicali coordinato dall’Area Spettacolo del Comune di Milano in collaborazione con operatori culturali attivi sul territorio.

1 Palazzina Liberty
2 Edificio in via Bezzecca

Milano - Viale Corsica - Mercato ortofrutticolo - Panoramica dall'alto Publifoto

Milano – Viale Corsica – Mercato ortofrutticolo – Panoramica dall’alto Publifoto

Milano - Corso XXII Marzo - Mercato Ortofrutticolo Argo, Agenzia fotografica

Milano – Corso XXII Marzo – Mercato Ortofrutticolo. Argo, Agenzia fotografica

Milano - Corso XXI Marzo - Mercato Ortofrutticolo - Palazzina Liberty Fotografia G. Belloni

Milano – Corso XXI Marzo – Mercato Ortofrutticolo – Palazzina Liberty Fotografia G. Belloni

Milano - Corso XXII Marzo - Mercato Ortofrutticolo Argo, Agenzia fotografica

Milano – Corso XXII Marzo – Mercato Ortofrutticolo. Argo, Agenzia fotografica

Milano - Corso XXII Marzo - Mercato Ortofrutticolo Fotografia G. Belloni

Milano – Corso XXII Marzo – Mercato Ortofrutticolo. Fotografia G. Belloni


Stabilimento Koristka poi Officine Galileo, poi Società Data Management, poi Banca Akros, Viale Eginardo – epoca di costruzione 29 1920-21

 

Francesco (Franz) Koristka, di origini ceche, dopo esperienze nel campo dell’ottica in Germania e in Austria si trasferisce in Italia e collabora con Angelo Salmoiraghi, che dal 1873 era diventato unico titolare dell’azienda La Filotecnica.
Koristka fonda nel 1881 la Società Ottica Meccanica F. Koristka in via Circo, trasferita successivamente in via Revere.
Produce microscopi, binocoli, obiettivi fotografici, proiettori, e strumenti geodetici. Nel 1921 viene completato il nuovo stabilimento su progetto degli ingegneri E. Griffini e G. Manfredi, all’epoca in posizione periferica rispetto alla città, tanto che le note di cronaca del tempo parlavano di pareti bianche dell’edificio adibito ad uffici che spiccavano sul verde della campagna circostante.

Koristka: istrumenti di alta precisione

Inizialmente era costituito da due edifici, uno su via Eginardo per gli uffici e un capannone per la produzione (non più esistente). Gli operai avevano a disposizione spogliatoi, lavabi e refettori. Gli strumenti venivano collaudati sul terrazzo dell’edificio di via Eginardo (ora sopralzato).
Nel 1928 lo stabilimento viene incorporato alle Officine Galileo di Firenze.
La produzione continua sino agli anni ’60, quando la fabbrica viene smantellata; rimasta vuota per alcuni anni, viene acquistata dalla Montedison, e poi ceduta ad una società d’informatica, che sostituisce il tetto a shed, del capannone con una copertura piana, amplia l’edificio per uffici e costruisce nuovi corpi adiacenti.
Oggi l’edificio originario è occupato da una banca.

1 Edificio originario, uffici
2 Area di espansione dell’azienda

Link al geoportale del Comune di Milano
Schede SIRBeC  – Patrimonio scientifico tecnologico


Palazzo Sie (Società Immobiliare Elettrica), Via Castelfidardo 7 – epoca di costruzione 1904

 

Edificio a pianta trapezoidale, con i due lati convergenti e affacciati su via Castelfidardo e via San Marco. Tre piani con seminterrato, cortile quadrangolare.
In facciata una zoccolatura raggiunge le finestre del primo piano, le quali, rispettando una modularità uniforme, si presentano a coppie. Su due lati si dipartono due rampe che servono tutto il palazzo.
Si ha notizia che nel 1877 al numero 9 ci fosse un fabbricato ad uso opificio per la produzione di strumenti musicali. L’edificio viene demolito e ricostruito nel 1904; amplato nel 1912 e 1917. Nel 1922 viene rilevato dalla Società Anonima per Azioni Immobiliari Elettrica.
Nel 1977 è stato per alcuni mesi la sede del locale alternativo Macondo.
Dal 2018 al piano terra è attivo un ristorante.


Stabilimento CGE, poi Ansaldo, Via Bergognone 30, 34, Via Tortona – ELETTROMECCANICA – epoca di costruzione dal 1904 i primi capannoni; 1920 ca. il corpo uffici

 

Articolato complesso di fabbricati industriali, rimasto omogeneo nonostante le modifiche del tempo
Il primo nucleo su via Bergognone, corrispondente all’attuale civico 28, risale al 1904, quando l’ingegnere Roberto Züst costruisce il primo capannone per produrre automobili e camion. Nel 1908 viene rilevato e ampliato dalla AEG Thomson Houston, specializzata in apparati elettromeccanici, che nel 1915 lo cede alla Galileo Ferraris, anch’essa pioniera nel campo elettrico, che amplia l’area inglobando un tratto di via Moisè Loria.
Nel 1918 la proprietà è brevemente della Franco Tosi di Saronno, e nel 1921 diventa della Compagnia Generale di Elettricità – CGE. La società, in continua espansione, continua la costruzione della cortina sulle vie Bergognone e Tortona e l’ampliamento dei capannoni. Produce quadri elettrici, radio, alternatori, motori elettrici, armamento ferroviario. Dalla metà degli anni ’20 si espande anche sul lato sinistro di via Tortona, inglobando le aree della ex Fabbrica Lombarda Prodotti Chimici. Nel 1966 l’Ansaldo di Genova – impresa pubblica – acquisisce la produzione elettrotecnica delle CGE: trasformatori, dinamo, motori, apparati diversi, turbine, elettrodomestici. Vent’anni dopo, nonostante dolorose ristrutturazioni, lo stabilimento chiude, ma comincia una seconda vita di contenitore culturale. Nel 1989 il Comune acquisisce lo stabilimento per farne una città delle culture.
Nel 2000 l’architetto inglese David Chipperfield vince il concorso che comprende il nuovo museo Archeologico, il Centro Studi sulle Arti Visive, la Scuola di Cinema, Televisione e nuovi Media, il laboratorio di marionette di tradizione “Carlo Colla”. Con gli anni di crisi tutto si ridimensiona, e nel 2015 apre il solo Museo delle Culture (MUDEC) con una parte espositiva gestita da privati, costruito dov’era la mensa della CGE. Nel frattempo, i laboratori del Teatro alla Scala occupano vari edifici, e nel 2016, dopo un innovativo bando del Comune, il lunghissimo corpo di tre piani su via Tortona diventa l’hub culturale BASE, che entra in funzione insieme ai lavori di adeguamento dell’edificio. Solo nel 2018 la Compagnia di marionette “Carlo Colla e Figli” s’installa in una palazzina con i suoi laboratori.

Il corpo uffici (1) è costituito da due lunghe ali a tre piani sulle vie Bergognone e Tortona. I prospetti sono caratterizzati da lunghe teorie di finestroni quadrati profilati in cemento e da pareti in cotto a vista sopra un piano terra in cemento bugnato liscio. Il fabbricato di maggiori dimensioni (2) ha struttura interamente metallica, tre campate e 15 metri d’altezza.

1 Corpi uffici
2 Capannone principale (Teatro alla Scala, Padiglione Nicola Benois, scenografia,fabbri)
3 Teatro alla Scala, Padiglione Luigi Sapelli -nome d’arte Caramba, costumi
4 Mudec
5 Teatro alla Scala, Padiglione Luchino Visconti, sala prove
6 Atelier “Carlo Colla e Figli”

Fiera di Milano - Salone internazionale aeronautico 1937 - Stand della CGE (Compagnia generale di elettricità)

Fiera di Milano – Salone internazionale aeronautico 1937 – Stand della CGE (Compagnia generale di elettricità)

Sciopero dei lavoratori della Scotti Brioschi di Novara contro la chiusura della fabbrica - Presidio davanti alla Cge - Cartelli di protesta

Sciopero dei lavoratori della Scotti Brioschi di Novara contro la chiusura della fabbrica – Presidio davanti alla Cge – Cartelli di protesta

Sciopero dei lavoratori della Cge per l'ambiente di lavoro contro la minaccia di licenziamenti - Operai davanti alla fabbrica - Ingresso della fabbrica e veduta sull'interno - Operai con tuta da lavoro

Sciopero dei lavoratori della Cge per l’ambiente di lavoro contro la minaccia di licenziamenti

Fiera di Milano - Campionaria 1937 - Padiglione della radio-cine, ottica e fotografia - Stand della CGE (Compagnia generale di elettricità)

Fiera di Milano – Campionaria 1937 – Padiglione della radio-cine, ottica e fotografia – Stand della CGE (Compagnia generale di elettricità)


Stabilimento Centenari Zinelli, poi sede de Il Sole 24 ore, poi residenza, Via Lomazzo 52 – TESSUTI ELASTICI – epoca di costruzione 1912

 

Stabilimento non più esistente.
La Centenari e Zinelli fondata nel 1872 da Adriano Centenari e dal Rag. Giovanni Battista Zinelli per la fabbricazione di tessuti elastici nasce in via Quadronno a Milano. Nel 1875 si stabilisce in via Mazzini (ora via Maurizio Quadrio). Nel 1900 si ingrandisce in via Lomazzo, in un fabbricato del 1896 ampliato nel 1904. Nel 1906 contava 800 operai che lavoravano a 360 telai.
Nel 1912 costruisce un nuovo stabilimento che comprendeva un fabbricato a due piani su strada, uno di tre piani, obliquo, all’interno e un capannone a shed che si prolungava su via Tartaglia. Lo stabilimento viene danneggiato dai bombardamenti della Seconda guerra, e dal 1945 rimane in via Lomazzo la sede commerciale e il reparto confezione, mentre la parte industriale si trasferisce a Cuggiono.

Nel 1980 diventa il quartier generale de “Il sole 24 ore”, con redazione e tipografia, abbandonato nel 2005. Tre anni dopo cominciano i lavori per trasformare l’area: su progetto degli studi Antonio Citterio con Patricia Viel e Anna Giorgi viene ricostruito il corpo basso su via Lomazzo, e nell’area interna si costruiscono un corpo di sei piani e una torre residenziale di 17.


Stabilimento Arti Grafiche Alfieri & Lacroix, poi Sede Monte Titoli S.p.A,  Via Mantegna 6 – epoca di costruzione 1910

 

L’azienda è stata protagonista della fotomeccanica in Italia. Nel 1896 Edoardo Lacroix, tecnico dell’incisione, fonda con Emilio Alfieri, finanziatore ed amministratore, la costituzione di una Società per le lavorazioni di foto-tipografia, così era allora denominata la zincografia. La Sede era in via De Cristoforis.
Nel 1909 lo stabilimento viene trasferito in via Mantegna, su progetto degli architetti F. Magnani e L. Rondoni, completato con reparti tipografici per lavori commerciali e soprattutto per edizioni.
La guerra danneggia duramente lo stabilimento, ma sotto la guida del grafico Diego Morani l’Alfieri & Lacroix arriva a svolgere in modo autonomo e completo tutto il ciclo di lavorazione grafica, dalla fotografia alla fotoincisione, dalla composizione manuale e meccanica alla stampa in tipo e lito e alla legatoria. Negli anni ’60 lo stabilimento si trasferisce a Settimo Milanese.

Due corpi costituiscono lo stabilimento: la palazzina di tre piani sulla via (1), con facciata tripartita con ricche decorazioni in cemento dal gusto floreale, che ospitava gli uffici e la redazione e il capannone retrostante (2), costituito da un’unica campata trasversale di 11 m.
L’esecuzione, lo sviluppo e la stampa di oggetti erano al secondo piano; le riproduzioni al primo; le incisioni e la tipografia nel salone al pianterreno; la montatura di clichés e il magazzino nel seminterrato. La terrazza veniva probabilmente usata per riprese fotografiche alla luce solare. L’edificio è stato poi ristrutturato come sede di una banca, e nel 2019 trasformato in residenze su progetto dello Studio Arassociati, che ha mantenuto inalterata la facciata su strada.

Tra le fonti: Il Poligrafico Italiano, monografie aziendali del settore poligrafico nazionale, 1967.


Stabilimento Borletti, Via Washington 60 – MECCANICA DI PRECISIONE – epoca di costruzione 1912-1918-1923

 

La ditta Borletti si trasferisce in questa zona nel 1912 lasciando la sede di via San Vittore, dove era stata fondata da Romualdo Borletti nel 1897 per produrre orologi su licenza di aziende straniere.
Il primo stabilimento era composto da un capannone a shed sulla via Costanza (3), e che aveva un fronte continuo a spioventi ripetuti su via Washington e da un corpo uffici di tre piani.
Già nel 1914 si producevano 1000 sveglie giornaliere e 1800 orologi da tasca. Negli anni 1916-20 lo stabilimento si amplia con un nuovo grande fabbricato su via Washington saldato ai precedenti, su progetto degli ingegneri R. Brini e S. Roveda. L’azienda viene seguita dai figli di Romualdo Senatore e Romualdo jr, e la fabbrica assume il nome “Fratelli Borletti”.
Durante la Prima guerra mondiale affianca alla produzione di sveglie e orologi da tasca la fabbricazione di spolette per uso bellico. Negli anni ’30 si arrivò a produrre più di 5000 pezzi al giorno, con 2000 operaie e operai altamente specializzati. la produzione riguarda sveglie, cronometri e orologi.
Negli anni Cinquanta diversifica con le macchine da cucire, e lo stabilimento si amplia lungo via Washington e anche dal lato opposto della via. A partire dagli anni Settanta inizia una fase di declino che porta alla chiusura della fabbrica e alla trasformazione degli edifici negli anni Ottanta.

L’edificio principale (1) su via Washington (ristrutturato dall’architetto Marco Zanuso) è di cinque piani con una elegante facciata tripartita; i corpi angolari svoltano selle vie Digione e Costanza. Il secondo isolato (2) è oggetto di una riconversione residenziale nel 2019, mantiene qualche traccia del suo aspetto originario, che consisteva in una torre a quattro piani di tono neoromanico e da due edifici a pianta rettangolare di quattro piani, rivestiti di cotto e intonaco.

Tra le fonti: Geoportale del Comune di Milano  – archeologie industriali


Sede Soc. Gondrand, Via Pontaccio 21 – TRASLOCHI – epoca di costruzione 1907-09

 

Il palazzo viene costruito per la società di trasporti fondata dai fratelli Francis e Clement Gondand, su due piani, più un terzo arretrato, progettato dagli ingegneri Luigi e Cesare Mazzocchi. La facciata in cemento e intonaco è caratterizzata da grandi aperture: una prima fascia di vetrine architravata al piano terra, e una fascia di finestre ad arco ribassato al piano superiore.
Le decorazioni sono di gusto secessionista, sobrio e geometrizzante come denotano le cornici delle finestre, le imposte degli archi e le basi delle semicolonne che scandiscono il fronte. Due colonnine abbinate e un basso coronamento oltre la linea di gronda marcano una tripartizione della facciata. Un simile equilibrio tra decoro e funzionalità si nota anche all’interno: sopra la rimessa del pianterreno, il primo piano è completamente occupato da un salone quadrato retto da un’unica travata e coperto da un lucernario.
L’edificio era strutturalmente impegnativo perché esigeva ampi spazi di deposito e di rimessa, di conseguenza l’uso del cemento armato. Si inserisce nel filone dei fabbricati commerciali del centro urbano che risolvendo con il liberty le questioni relative al decoro, soprattutto in facciata, permisero la sperimentazione di nuove tecnologie edilizie e la loro introduzione nel gusto estetico comune.
Di questo filone i Mazzocchi padre e figlio sono stati validi rappresentanti: altre loro realizzazioni sono l’edificio di corso Venezia 7 e quello di via dell’Orso 21.
Nel 1998 il palazzo viene acquistato dallo stilista Gianfranco Ferré. Marco Zanuso e Franco Raggi ne curano il restauro. Nel 2013 il palazzo viene acquistato dalla sartoria Kiton.


Serbatoi per acqua potabile, Castello Sforzesco – epoca di costruzione 1896 torrione est, 1904 torrione sud

 

Si tratta di due grandi vasche cilindriche inserite nei torrioni angolari del Castello durante la sua ricostruzione. Sono collegate alla rete idrica da tubature provenienti dal sottosuolo. Entrambe poggiano su massicci in muratura alti 20m, unico residuo di epoca sforzesca, nei quali si aprono a diversi livelli le camere per le ispezioni delle tubazioni.
L’idea era dell’ing. Saldini, assessore e docente al Politecnico di Milano: inserire nella rete idrica milanese un serbatoio nel torrione del Castello sfruttando il dislivello di 20 m delle pareti esistenti. Si trattava di una citazione quasi letterale e spregiudicata dei “chateau d’eau” ottocenteschi, già utilizzata a questo scopo dalle città industriali dell’Europa centrale.
Dopo un concorso si optò per un serbatoio in metallo; il primo nacque per compensare gli sbalzi di fabbisogno idrico, ma fu presto insufficiente. Restò come regolatore della pressione in rete, che crebbe a causa dei pozzi dell’Arena per il vicino quartiere residenziale di Foro Bonaparte e via Dante. Il secondo serbatoio, più capace, fu una notevole realizzazione ingegneristica per l’ardita struttura di sostegno in cemento armato, realizzata dall’impresa rappresentante per l’Italia del noto sistema Hennebique, che venne adottato per l’occasione. La vasca più piccola forniva solo acqua per l’innaffiamento e il deflusso della erigenda rete fognaria.


Stabilimento Ceretti e Tanfani, Via Durando 10-18 – MECCANICA – epoca di costruzione 1908

 

L’azienda ha origine nel 1894 ad opera di due ingegneri usciti dal Politecnico di Zurigo, Giulio Ceretti e Vincenzo Tanfani. La prima sede era in corso Garibaldi. In quanto unica azienda specializzata nel settore del trasporto sospeso su funi metalliche, ha un rapido sviluppo, che la fa trasferire prima in via Nino Bixio, e poi in Bovisa.
Ulteriore sviluppo avviene con le commesse statali durante la Prima guerra mondiale, quando inizia a occuparsi di funivie alpine.
Dagli anni Quaranta si aggiungono capannoni di cemento, lasciando intatto fino ad oggi l’edificio per uffici su via Durando: lungo fronte a due piani tranne che nel corpo centrale più alto di un piano. Questa struttura presenta una serie di finestroni rettangolari con timpani e mensoline in cemento alternato a motivi in cotto e decorazioni in pietra artificiale di gradevole gusto geometrico, come negli originali gocciolatoi al margine delle cornici. Il pianterreno è a bugnato liscio e al primo piano in cotto a vista.
All’interno uno scalone centrale con elegante balaustra in ferro battuto a doppia rampa. Dal 1989 l’area circostante è stata riqualificata, e gli edifici dell’ex fabbrica sono diventati sede della Scuola del Design del Politecnico di Milano.


Stabilimento OM Fiat, Via Pompeo Leoni 3 – VEICOLI INDUSTRIALI

 

Complesso in massima parte demolito.
Si trattava di un complesso intensivo di edifici industriali, in generale capannoni a shed metallici o a volte sottili in cemento armato. Alcuni padiglioni a due otre piani coperti a terrazzo risalgono all’ultimo dopoguerra.
Le Officine Meccaniche nascono nel 1899 dalla fusione della Miani Silvestri & C. (già presente in loco dal 1890) con la Grondona, Comi & C., e rappresentano ai primi del Novecento uno dei pochi grossi poli di industria pesante a Milano.
All’epoca le officine occupavano un’area di 220.000 metri quadri di cui 27.000 coperti da 27 capannoni e tettoie, davano lavoro a 4.000 operai, producevano annualmente 35 locomotive, 250 vagoni passeggeri, 2000 vagoni merci e 300 vetture tranviarie. Lo stabilimento era collegato con la vicina stazione ferroviaria di Porta Romana da binari a scartamento normale, mentre un sistema di piattaforme permetteva il passaggio allo scartamento ridotto che univa i reparti interni. Nel 1975 dalla fusione di OM con altre quattro compagnie, nasce l’Iveco. Nel periodo di massima espansione le Officine occupavano l’area compresa tra le vie Leoni, Pietrasanta, Ripamonti, Corrado II il Salico, Bazzi, Viale Toscana. Si estendevano anche nell’area compresa tra via Ripamonti, Pietrasanta, Leoni, e la linea ferroviaria.
Nel 1999 inizia il processo di trasformazione, concluso nel 2004, dell’area più vasta, di 300.000 metri quadri, destinati a residenza, spazi pubblici e servizi.


Stabilimento Pirelli Bicocca, Viale Sarca 202 – LAVORAZIONE GOMMA – epoca costruzione dal 1908

 

Stabilimento non più esistente.
Lo stabilimento Bicocca copriva 730.000 mq, di cui metà coperti,  era cresciuto per più di settant’anni coinvolgendo l’intero sviluppo urbano nord-milanese e dentificandosi al proprio interno come cittadella autonoma. La superficie era stata acquisita dalla Pirelli nel 1939 (salvo il reparto “Albania”), ma il primo insediamento a Greco milanese, vicino alla stazione, risale al 1908, in un momento di espansione produttiva dell’azienda nata nel 1872, che già possedeva lo stabilimento in via Ponte Seveso.
Nel 1916 viene acquistato il terreno comprendente la Bicocca degli Arcimboldi, villa quattrocentesca.
Nel 1983 le Industrie Pirelli e l’Amministrazione Comunale stipulano un accordo di lottizzazione convenzionata, relativo ai lotti Albania, Campi Sportivi e ad una parte del lotto Corpo Centrale, il quale sfrutta la normativa vigente che consente di destinare il 50% della Slp (Superficie lorda pavimento) ad attività terziarie senza attivare la procedura di variante al PRG; tale destinazione viene mantenuta solo per il lotto Corpo Centrale, mentre si prevede terziario direzionale negli immobili del lotto Albania e la cessione del lotto Campi Sportivi per uso pubblico.
L’accordo si cala in un contesto di forti vertenze sindacali interne all’azienda. Nel 1985 Comune, Pirelli, Regione e Provincia sottoscrivono un Protocollo d’Intesa che sancisce l’avvio del processo di trasformazione complessiva dell’area Bicocca, destinata a diventare un Centro nazionale tecnologico.
Nel settembre dello stesso anno viene presentato il bando di concorso internazionale, a cui sono invitati 18 studi di architettura di fama internazionale. L’anno dopo vengono comunicati i vincitori della prima fase del concorso di architettura: Gabetti e Isola, Studio Gregotti, Gino Valle.
Nel 1987 procede il processo di riconversione delle aree del lotto Albania, che vede il coinvolgimento di Ibm, Olivetti e Rank Xerox; Philips apre alcune divisioni in edifici già ultimati, Digital Equipment acquista parte di un edificio in costruzione
L’area da questo momento (e per molto tempo) viene identificata come Tecnocity data la forte dotazione di funzioni e produzioni ad alto contenuto tecnologico. Nel 1990 Si prevede la costruzione di otto torri con mix funzionale: servizi alle imprese, ricerca e produzione. Viene anche siglato un accordo di massima tra Università degli studi e Pirelli per la localizzazione alla Bicocca di alcune facoltà scientifiche. Vengono completati gli edifici del lotto Albania.
Nel 1994 cambia il profilo di sviluppo del progetto che sarà sempre più orientato ad accogliere funzioni destinate al nuovo polo universitario. Nel 1996 accordo tra Pirelli e Teatro alla Scala, per realizzare un auditorium da 2.300 posti, che a partire dal dicembre 2002 ospita le attività della Scala per consentirne la ristrutturazione.
Nasce l’Università di Milano Bicocca. Nel 2005 a distanza di vent’anni esatti da quando venne indetto il concorso, la trasformazione si è ultimata, allargandosi anche alla dismissione dell’area Ansaldo, a nord di via Chiese, con un centro commerciale con un multisala (il Bicocca Village), una sede espositiva (l’Hangar Bicocca), nuovi distaccamenti universitari e residenze.
La grande Bicocca comprende:

  • il polo universitario dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca;
  • i centri di ricerca di enti come il CNR, l’AEM, la sede di diverse aziende come Siemens e Deutsche Bank, e il quartier generale della Pirelli, costruito intorno alla vecchia torre di raffreddamento del vecchio stabilimento;
  • il Bicocca Village, comprensivo di un multiplex di diciotto sale della catena
    la sede espositiva Hangar Bicocca;
  • nuove abitazioni e circa 300 000 mq dedicati a spazi verdi, servizi pubblici e parcheggi.

Stabilimento Riva Calzoni, Via Stendhal 34 – MECCANICA – epoca costruzione dal 1897

 

Si tratta di un vasto complesso di edifici industriali di epoche successive che è stato oggetto di modifiche nel corso di un’ottantina d’anni. Le origini risalgono al 1884 quando l’ing. Galimberti costruisce uno stabilimento meccanico con fonderia in via Savona 46; nel 1889 subentra la società di progettazione industriale dell’ing. Alberto Riva – che si era laureato in ingegneria nel 1870 insieme ad Alberto Pirelli – al quale si unirà l’ing. Ugo Monneret.
L’azienda si specializza nelle turbine idrauliche, indispensabili per le nascenti centrali idroelettriche. Nel 1899 realizza quelle per la centrale Edison di Paderno d’Adda, allora la più potente d’Europa.
Nel 1908 l’area era di 14.000 mq, con 300 operai. L’anno dopo entra in azienda l’ingegner Guido Ucelli, che favorirà lo sviluppo di un nuovo prodotto, le pompe centrifughe.
Nel 1915 l’azienda si espande oltre via Stendhal, con il laboratorio sperimentale e successivamente la nuova fonderia. Nel 1923 la ditta si associa alla Calzoni di Bologna, diventando Riva Calzoni.
Dal 1928 al 1932 l’ingegner Ucelli, diventato amministratore delegato, si fa promotore di un progetto audace: abbassare il livello del lago di Nemi per far emergere due navi romane. Le pompe Riva riescono nell’intento, suscitando una vasta eco internazionale. Nel 1927 un incendio distrugge gran parte delle officine e degli uffici, che vengono ricostruiti negli anni ’30, come dimostra il grandioso fronte su via Stendhal.
Le officine danneggiate dalla guerra vengono ricostruite nel 1949, e lo stabilimento si amplia fino a via Bergognone. Le mutate condizioni del mercato internazionale mandano in crisi l’azienda negli anni ’90, che chiude nel 1998. Gli edifici principali, variamente frazionati ma non troppo modificati, diventano spazi per uffici e showroom.


Tintoria Weiss, Via Jaures, 14-16 – epoca costruzione primo nucleo 1870, fabbrica nuova 1935

Il complesso è articolato in capannoni a sviluppo orizzontale disposti irregolarmente nel triangolo compreso tra le vie Jaurés, Tofane, Rovigno, in un’area di 15.000 mq.
La parte edificata comprende il vecchio capannone centrale per la tintura del cotone e altri piccoli capannoni per le macchine di filatura. La villa, adiacente alla Martesana, è interna all’area. La tintoria viene costruita in quest’area per la presenza di una roggia, che nasceva da un sorgente localizzata nelle campagne di Precotto a 50 m dall’attuale Villa Finzi. L’area viene acquistata nel 1870 dalla famiglia Weiss, di origine altoatesina.
Lorenzo Weiss, sfruttando l’acqua sorgiva della roggia Acqua Longa, impianta una tintoria per il lavaggio, la tintura e l’essiccazione delle pezze di cotone; la specializzazione era il colore rosso.
La tintoria comprendeva diversi capannoni, poi demoliti, e due ciminiere di 45 e 25 m, più un edificio uso abitazione per operai che, insieme al Weiss, tornavano ogni fine settimana in Alto Adige. Nel 1895 la famiglia si trasferisce definitivamente a Milano. Nel 1934 si costruisce la nuova fabbrica, che passa in seguito ad Aroldo Billi.
Ora l’area è occupata da diverse attività; su via Jaurés si riconosce un tipico fronte industriale, e all’interno sorge ancora una ciminiera.


Cartiera Binda,  Alzaia Naviglio Pavese 260  –  epoca costruzione inizio 1857, ricostruita nel 1871- 72

 

Stabilimento non più in esercizio. Area e parte degli edifici riconvertiti a residenza e servizi.
La cartiera viene costruita nel 1857 alla conca Fallata sul Naviglio Pavese da Ambrogio Binda, che aveva una fabbrica di bottoni a Milano, convinto della necessità di costruire un opificio vicino al centro cittadino in grado di disporre di un salto d’acqua da cui ricavare energia idrica.
La fabbrica, che ai contemporanei sembrava gigantesca, viene ben presto circondata da case, diventando il fulcro di un villaggio di 1000 abitanti, che dal 1869 comprendeva anche la casa per il medico e la levatrice, la farmacia, la scuola, un forno per cuocere il pane, un magazzino di vino e commestibili e una chiesa.
Lo sviluppo degli edifici è orizzontale, consta di un unico corpo centrale a più piani, con tetto a terrazza. Il nucleo storico si estende a forma di quadrilatero attorno ad un cortile interno con ampi finestroni su tutti i lati dei corpi di fabbrica che immettevano luce all’interno dei reparti.
Il 14 luglio 1871 la fabbrica viene in gran parte distrutta da un incendio e in breve tempo ricostruita, anche grazie al direttore Coglia che fa eseguire i disegni di ricostruzione. Era stata la prima in Italia ad introdurre la produzione della carta gelatinata mediante una macchina speciale a corrente d’acqua calda, secondo il sistema inglese. Complessivamente produceva 7000 kg di carta al giorno ed impiegava 700 operai, di cui 500 donne. Negli anni Cinquanta la produzione subisce profonde trasformazioni e il fabbisogno energetico è soddisfatto dalla centrale termoelettrica interna.
Nella seconda metà degli anni Novanta, i cancelli della Cartiera Binda chiudono definitivamente. Dal 2006 al 2010 l’area è oggetto di un Piano di Intervento Integrato, e il progetto di riqualificazione degli architetti Andrea Balzani, Amedeo Barbieri e Andrea De Maio prevede sia il recupero di alcuni edifici storici sia la costruzione di nuove residenze.
Gli edifici di fine Ottocento vengono recuperati secondo le loro originarie caratteristiche e destinati a residenze, commercio e artigianato.


Cucine Economiche, Viale Monte Grappa 8  –  epoca costruzione 1883

 

Alle cucine economiche di Porta Nuova Pusterla Attilio

Alle cucine economiche di Porta Nuova Pusterla AttilioL’ “Opera Pia Cucine Economiche” nasce, alla fine dell’800, come risposta della società milanese alle esigenze sociali causate dal grande afflusso di operai in città e si ispira alla prima cucina per gli ammalati poveri, aperta nel 1879 da Alessandra Massini, che distribuiva pasti caldi gratuitamente agli abitanti del quartiere.
Le Cucine erano aperte tutto l’anno tranne i festivi, la distribuzione dei pasti avveniva tramite denaro contante, marche o buoni pasto. La maggioranza degli avventori erano manovali, operai, merciai, ed in generale chi proveniva dalle campagne milanesi in cerca di lavoro. La mensa era frequentatissima.
L’edificio, sorto su un’area appartenente al demanio pubblico fuori di Porta Nuova, all’incrocio tra via Melchiorre Gioia e il viale dei Bastioni “riconosciuta opportunissima, sia per la sua posizione rispetto ai popolosi quartieri industriali, sia per la vicinanza del tramway”, viene costruito secondo criteri di estrema funzionalità e razionalità distributiva: il seminterrato a magazzino; il piano terra diviso in tre sezioni per le cucine, il refettorio, il forno sociale; il primo piano amministrazione e alloggio del personale.
Accanto a questi criteri funzionali si riscontrano quelli culturali, evidenti nell’impianto planimetrico, che appare basato sulla variazione del tema del quadrato e si ricollega ai modelli del neoclassicismo francese, da Ledoux a Durand.
Se gli ambienti interni sono semplici e con arredi poveri, l’esterno con uso della terracotta e dei mattoni a vista richiama la cultura neoromanica lombarda, di cui erano portavoce Luigi Broggi (La ditta Candiani: design integrato dal 1868 in Un palazzo per il Museo di Storia Naturale di Milano) e Camillo Boito.
La facciata su viale Monte Grappa è tripartita da pilastri e scandita da quattro portoni ad arco ribassato al piano terra, in corrispondenza dei quali si aprono al primo piano finestre a due luci, pure ad arco ribassato. Porte e finestre di tutto l’edificio sono decorate da coronature in terracotta e ornamenti a graffito; pilastri, spigoli angolari, stipiti di porte e finestre sono decorati da bande orizzontali di mattoni a vista alternate a bande di terracotta.
Queste opere sono realizzate dalla ditta Carlo Candiani che aveva una fornace in via San Vittore. Se ne trovano di uguali nei cortili delle case operaie della ditta in via Bandello, e nella Villa Candiani a Erba, sempre opera di Broggi. L’edificio è ora un Centro Ricreativo Socio Culturale del Comune di Milano.
Durante i lavori di restauro per l’adeguamento a centro polifunzionale, a cura dell’arch. Carlo Catacchio, sono emerse le decorazioni originali della facciata in stile eclettico ed i locali di servizio, un tempo al piano dell’alzaia sulla Martesana, ora interrati.


Centrale termoelettrica Edison,  Via Bramante 42 –  epoca costruzione 1896

 

Si tratta di un ex deposito ottocentesco dei tram a cavalli della Sao (Società anonima Omnibus) riconvertito come centrale termica di Porta Volta della Edison, annessa all’officina che riceveva da Paderno D’Adda. Costruita per il servizio tramviario urbano che doveva iniziare il primo gennaio del 1897, era la centrale termica di riserva per garantire la continuità del servizio. Fu la seconda centrale termica costruita a Milano, dopo quella di via S. Redegonda.

1.  Edificio a pianta quadrangolare divisa longitudinalmente in due parti coperte con capriate in ferro. Sulla facciata verso via Bramante: a sinistra frontone con finestra circolare, a pianterreno una bifora e monofore profilate con mattoni a vista e con decorazioni floreali agli angoli; a destra facciata architravata recante in alto la scritta “OFFICINA ELETTRICA”.

L’edificio e un’area esterna retrostante sono oggetto di una ristrutturazione ancora in corso nel 2019, facente parte di un più ampio Programma Integrato di Intervento sulle aree ex Enel tra via Ceresio, via Bramante, via Niccolini e via Procaccini. L’interno accoglierà la nuova sede dell’Associazione per il disegno industriale (ADI). Ci sarà una galleria-archivio dei Compassi d’Oro con 330 oggetti premiati nel corso degli anni, che rappresentano la storia e l’innovazione del made in Italy. Resteranno tre trasformatori monofase d’inizio secolo all’ ingresso della galleria, come memoria del passato industriale del luogo.
La parte più antica del complesso prevede una copertura a vetro che illuminerà il corridoio centrale, il cosiddetto “Giardino d’inverno”, mentre le navate laterali ospiteranno l’esposizione della Collezione. Un altro volume di pianta rettangolare, che si affaccia sul retro, sarà impiegato per una biblioteca, un bookshop e per gli eventi legati alla promozione della cultura grafica.

2. Nel 2019 è stata inaugurata la piazza nell’area retrostante, progettata dall’architetto Alessandro Sassi, pensata come “pausa urbana” per i visitatori dell’ADI e i fruitori del quartiere: panchine, aiuole, rastrelliere e giochi d’acqua rendono un’area storicamente segregata alla città un luogo di incontro accogliente e gradevole. Sono stati riqualificati tre edifici che definiscono l’area, e riaperto un ingresso su via Ceresio.
Nell’area che si allunga verso Piazzale Cimitero Monumentale, invece, è stato realizzato un terrapieno a verde con la posa di ciliegi. Altri elementi rendono la fruizione della piazza unesperienza sensoriale e interattiva: le colonnine che emanano profumi e aromi come menta, palissandro, salvia, anice, una pedana salendo sulla quale viene riprodotto lo sciabordio del mare, due colonnine di legno che funzionano da telefono senza fili, un’arpa all’ingresso del parco disposizione dei cittadini per essere “suonata”.
All’ingresso da piazzale Monumentale è inserita l’installazione artistica “Porta dei Suoni” a cura di Ricciarda Belgiojoso, Walter Prati e Guglielmo Prati, che riproduce musica e frammenti melodici che mutano nell’arco della giornata.


Risificio Ravasi poi Deposito Cooperativa Tabaccai – , Via Bramante 29 – epoca di costruzione

 

Costruiti verso la fine dell’Ottocento, i due edifici furono ben presto assorbiti dal tessuto residenziale del quartiere e subirono nel tempo sostanziali cambiamenti di produzione: la distilleria divenne deposito del Monopolio Sali e Tabacchi, mentre nell’edificio attiguo alla precedente attività tipografica fu sostituita quella alimentare del risificio. Celati alla vista dal fronte su via Bramante, oggi entrambi gli edifici ospitano funzioni residenziali e terziarie.

Il deposito dei tabacchi (1) situato all’interno del cortile della casa su via Bramante, è costituito da tre corpi di fabbrica di diversa altezza e dimensione, assimilati dall’analoga scansione decorativa, caratterizzata dall’uso di contrafforti di mattoni a vista, di cornici di mattoni a dente di sega, di finestre ad arco ribassato con coronatura di mattoni e fregi in terracotta. La decorazione s’intensifica nel fabbricato centrale a tre piani concluso da una cornice di archetti pensili. Il secondo fabbricato (2) a pianta rettangolare è costituito da un piano terreno scandito da arcate cieche, in corrispondenza delle quali si aprono finestre ad arco ribassato con cornici a incasso.

 


Deposito merci della ferrovia Milano Monza poi Magazzino di legname, Via de Castillia 28 – epoca di costruzione anteriore al 1906

 

L’edificio era in origine un deposito annesso alla linea ferroviaria per Monza, che lo collegava sul retro, ed era affiancato da capannoni. Sono due corpi comunicanti: uno posteriore a rettangolare e uno anteriore a pianta trapezoidale.
Le finestre sono ad arco ribassato. L’edificio, ristrutturato nel 2013, ospita la Fondazione Riccardo Catella e il ristorante Ratanà; è inserito nel contesto della riqualificazione di Porta Nuova, progetto urbanistico iniziato nel 2005, ai margini del nuovo parco pubblico Biblioteca degli alberi.


Distilleria di Liquori F.lli Branca, Via Resegone 2 – epoca di costruzione 1898-1912

 

Un caso quasi unico di stabilimento cittadino di fine ‘800 ancora in funzione con la stessa azienda. Comprende un intero isolato, con un cortile all’interno del quale sorge la centrale termica con la ciminiera. La facciata su via Resegone è costituita da un corpo centrale con piano terreno in bugnato e due piani in mattoni spartiti da lesene, con copertura a terrazza; lo affiancano due corpi con grandi portoni ad arco e altri due corpi a due piani. La stessa scansione si ripete su via Resegone.

L’edificio viene costruito secondo criteri di funzionalità, tenendo conto delle esigenze delle varie fasi di produzione: lo scantinato destinato all’invecchiamento, il piano terra per l’imbottigliamento, i piani superiori a magazzini.
All’interno di questa ripartizione generale, ancora oggi esistente, nei primi decenni del ‘900 alcuni ambienti erano destinati a specifiche attività: il primo piano verso via Lancetti a lavorazione liquori rari, l’edificio a tre piani verso via Porro ad abitazione civile dei dirigenti e sede dei servizi primari (autisti, fuochisti), il corpo centrale verso via Resegone a sede di uffici e mensa.
Nel piano terreno su via Jenner c’erano le stalle e il deposito dei carri per la distribuzione in città. Fino agli anni ’30 lo stabilimento era collegato con lo Scalo Farini da una linea ferroviaria che arrivava nel cortile.
Nel 1943 la fabbrica viene gravemente danneggiata dai bombardamenti che distruggono le ali verso via Lancetti e Jenner. Dal confronto con un disegno del 1906 di G. Cappadonia si nota come come i fabbricati danneggiati avessero coperture a terrazza, trasformate durante il periodo bellico in tetti a falde con capriate lignee e tegole marsigliesi per motivi di impermeabilizzazione. Va notato l’uso del cemento armato, ancora poco diffuso a quel tempo. L’azienda ha istituito il Museo Branca visitabile su appuntamento, con una notevole galleria di manifesti pubblicitari.


Fabbrica di automobili Alfa Romeo, Via Gattamelata 45  – epoca di costruzione 1906

L’industriale francese Alexandre Darracq nel 1906 aveva insediato a Napoli uno stabilimento di montaggio delle vetture costruite nella sua fabbrica di Suresnes presso Parigi. In seguito ad una serie di difficoltà logistiche decide di trasferirlo a Milano. La scelta era motivata dalla maggiore economicità e facilità di trasporto dei prodotti francesi nell’Italia settentrionale e dal fatto che il capoluogo lombardo era ormai il centro del mercato automobilistico italiano.

Il primo nucleo viene costruito sul finire del 1906 su un’area di 36.000 mq costeggianti l’antica strada del Portello, nei pressi di un albergo con stallazzo denominato Portello, di cui rimane un ricordo in un dipinto di Michele Cascella del 1928, di proprietà della Fondazione Cariplo. Il progetto è della società Ing. Grondona, la realizzazione della società Banfi. Attorno ad un edificio a pianta quadrata adibito al montaggio degli chassis ruotavano i reparti per le frese, i torni, montaggio motori, differenziali.

Nel 1909 lo stabilimento viene messo in liquidazione e rilevato dai membri italiani del Consiglio di amministrazione, che fondano l’Alfa – Anonima Lombarda Fabbrica Automobili, acquistata nel 1915 dall’ingegner Nicola Romeo, titolare di un’azienda di materiali rotabili e compressori. La ragione sociale diventa Società Anonima Alfa Romeo. Lo stabilimento ha una grande espansione durante la Prima guerra, e si espande successivamente occupando fino agli anni ’30 un’area compresa dalle attuali via Traiano, viale Teodorico, viale Scarampo e viale Renato Serra.
Dopo i bombardamenti della Seconda guerra, la fabbrica cresce oltre viale Renato Serra arrivando fino a via Achille Papa e via Grosotto.

A metà degli anni ’70, lo stabilimento venne trasferito ad Arese e l’area rimase, per molti anni, inutilizzata. Il primo progetto per la riconversione del sito risale al 1983, ma solo nel 1997 vengono costruiti i primi padiglioni di Fieramilanocity su viale Teodorico – viale Scarampo.

Dal 2002 su una vasta area che comprende anche l’ex stabilimento Alfa Romeo viene sviluppato un Piano Integrato di Intervento per realizzare un vasto insediamento integrato tra edilizia residenziale, in parte convenzionata, insediamenti commerciali e terziari, servizi pubblici. Interventi significativi sull’area ex Alfa: gli edifici per uffici dell’architetto Gino Valle nella nuova piazza a lui dedicata e le contigue residenze dell’architetto Guido Canali su viale Serra-via Traiano; la passerella ciclo pedonale che scavalca viale Renato Serra, il parco progettato dal paesaggista Charles Jencks su viale Serra-viale Scarampo, gli edifici residenziali dell’architetto Cino Zucchi su viale Serra-via Traiano, il centro commerciale su piazza Portello-via Grosotto.


 

Fabbrica di bottoni Ambrogio Binda, Corso di Porta Romana 122 – epoca di costruzione 1847

Ambrogio Binda è stato il fondatore sia di questa fabbrica che della successiva cartiera sul naviglio Pavese (Cartiera Binda). Un vero self made man, che comincia da operaio, e dal 1829 si mette in proprio in un edificio a Ponte San Celso (incrocio tra corso Italia e via S. Sofia): produce bottoni in legno ricoperti da quadratini di stoffa, industria di cui l’Inghilterra aveva il monopolio.
Nel 1847 lo stabilimento ottiene la qualifica di Imperial Regia Fabbrica, con le prerogative connesse, e all’Esposizione universale di Parigi dello stesso anno ottiene il riconoscimento della “grande medaglia“.
In quell’anno il bottonificio impiega 145 operai e 146 telai a mano e, nonostante il salto quantitativo di macchine e manodopera, si configurava ancora come un’azienda artigianale. Nello stesso anno viene ultimata la costruzione del nuovo palazzo di famiglia, ancor oggi esistente, con annessa fabbrica in corso di Porta Romana 122, ad opera dell’ing. Girolamo Rovaglia.
Si tratta di un edificio con pianta ad “U” costituito da scantinato, piano terra e tre piani. Lo stile tardo neoclassico e il gusto decorativo dei particolari non lasciano presagire l’attività manifatturiera che vi si svolge. L’unico riferimento è nella chiave di volta del portone ad arco, con la raffigurazione di Mercurio, dio protettore dei commerci. La parte di edificio in cui si trovava la fabbrica è andata quasi completamente distrutta dai bombardamenti durante la Seconda guerra mondiale e al suo posto sorgono oggi delle abitazioni.
Una testimonianza sull’originaria attività è offerta dalla Gazzetta di Milano del 1856, da cui risulta che l’opificio era composto da “spaziosi locali disposti regolarmente e con preventivo studio della loro destinazione, nelle richieste dimensioni per ordinarvi i meccanismi e tutte le particolarità del servizio”; vaste officine per la preparazione delle materie prime, di cui una allestita per riparare e costruire pezzi di macchine e macchine intere. Speciale attenzione meritavano quattro saloni “ove per frequenti e ampie finestre si gode il benefizio di viva luce, ove l’occhio si perde tra lunghe fila di tornj e strettoj nel più bell’ordine collocati”. La fabbrica impiegava 500 operai che lavorano secondo criteri di precisa divisione del lavoro e disponeva di molte macchine tra cui caldaie, graticole, raschiatoi, strettoi, 22 macchine per tagliare e forare le unghie, 230 per coniare bottoni di varia foggia, 4 mole, 30 torni, macchine per i disegni per i bottoni di madreperla, un tornio a Guillocher, telai Jacquard per tessere le stoffe per i bottoni.

Industria bottoni Ambrogio Binda
Link Scheda Sirbec


Fabbrica di ceramiche Richard Ginori, Via Morimondo 26  – epoca di costruzione 1710

 

  1. Area della fabbrica
  2. Asilo

Il nucleo della fabbrica risale al 1710 quando l’ing. Ruggeri ottiene dal Luogo Pio di S. Antonio l’investitura di uno stabile rustico, in luogo del quale edifica una casa di campagna, che dopo altri proprietari perviene nel 1908 a Vincenzo Banfi, che la riduce a scopo industriale convinto della possibilità di sfruttare l’acqua del Naviglio come forza motrice.
Nel 1811 lo stabile viene ceduto a G. S. Orelli che attiva una fabbrica di vetri e cristalli, in esercizio fino al 1830, quando viene rilevata dalla ditta Gindrad che impianta una fabbrica di porcellane, la prima di Milano, ceduta nel 1833 al conte Tinelli, al quale subentra nel 1842 Giulio Richard.

Sarà lui a incrementare la produzione estendendola alla fabbricazione di maioliche e ceramiche, e di aver costruito nuovi locali ad uso industriale; poco lontano, costruisce anche tra il 1841 e il ’47 una scuola e un asilo (ancora esistente in via Watt 49) per il sobborgo di S. Cristoforo, e nel ’59 un magazzino cooperativo, case operaie con forno e cucina in comune, una scuola di musica, una di disegno e una per modellatori.
Nel 1873, anno di creazione della Società Ceramica Richard, lo stabilimento occupava 21.000 mq e dava lavoro a 800 operai, con 12 forni, 26 muffole a fiamma continua girante, 100 molini, mossi in parte da due ruote con una turbina e in parte da una macchina a vapore di 60 HP, 5 stritolatrici, 3 frantoi e 8 mesci-paste.

In una relazione sullo stato delle industrie milanesi (G. Colombo, 1881), parlando dello stabilimento, si afferma che esso “è colossale ed è la più grande delle fabbriche italiane, che si dieno alla produzione corrente per gli usi della vita ordinaria, pur non trascurando il genere di lusso” ed è uno dei pochi opifici milanesi a grande impianto e “tra i più perfetti come organizzazione interna”. Nel 1881, infatti, trionfa alla famosa e indimenticabile Esposizione: siamo ormai intorno a una produzione di 8 milioni di pezzi.

Intanto Augusto Richard succede al padre Giulio nella conduzione della Società: con l’avvento di Augusto si conclude la parte romantica, pionieristica della manifattura. Augusto imprimerà una svolta più marketing oriented, e i Richard, dopo l’acquisizione di altri stabilimenti, mettono a segno un colpo di politica commerciale strategicamente straordinario per quei tempi, incorporando nella Società Ceramica Richard nel 1896 la grandiosa manifattura Ginori di Doccia, emblema stesso della qualità massima nella porcellana d’arte italiana e universalmente riconosciuta anche all’estero.
Da questo momento San Cristoforo cessa la produzione della porcellana, rimasta a Doccia, e concentra il suo core business nella produzione della terraglia dura, importantissimo genere ceramico che si presta ad ogni lavorazione, la cui intuizione industriale è tutta da ascrivere a Giulio che ne coltivò con merito l’introduzione in Italia.
All’inizio degli anni Venti la Richard Ginori è già un marchio di garanzia affermato; sul Naviglio Grande a San Cristoforo è nata una piccola cittadella che i Richard dotano di case per gli operai ed impiegati come anche di scuola e servizi sanitari. È di quegli anni (1923) l’incontro fortunato dei Richard con un giovane architetto, Gio Ponti.

La Ginori è per Ponti un terreno ideale di sperimentazione, molto idoneo all’applicazione del suo ingegno creativo di marca novecentista. Può approfondire la conoscenza dei materiali e le procedure tecniche di realizzazione con un gruppo di maestranze di notevolissimo livello. In breve assume l’incarico di direttore artistico che mantiene fino ai primi anni Trenta.
Ponti coinvolgerà e inviterà a collaborare per la realizzazione di modelli scultorei artisti come Salvatore Saponaro, Enzo Ceccherini, Bruno Innocenti, Fausto Melotti, Germiniano Cibau, Tomaso Buzzi. La Ginori tocca il suo apogeo. Nel 1925, nel 1927 e nel 1930 la manifattura è presente alla Biennale di Arti Decorative di Monza con una produzione raffinata e di grande qualità artistica, firmata Ponti.
Negli anni Quaranta la “Richard-Ginori” inizia la costruzione di un nuovo stabilimento nei pressi di Sesto Fiorentino, che verrà inaugurato nel 1950. Negli anni Quaranta e Cinquanta, nonostante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale avessero colpito lo stabilimento, molti reparti vengono ricostruiti e rimangono in attività, mentre le sezioni vecchie furono abbandonate. Nonostante ciò, il rinnovo degli impianti fu curato, i mezzi di produzione furono perfezionati e le strutture migliorate, cosicché la Richard Ginori rimase all’avanguardia non solo in Italia, ma in tutta Europa.
Nel 1965, nelle vicinanze dello stabilimento di Sesto Fiorentino viene inaugurato, su progetto dell’architetto Pier Niccolò Berardi, il nuovo Museo di Doccia, attualmente chiuso. Nello stesso anno il gruppo Ginori si fonde con la “Società Ceramica Italiana” di Laveno.
Nel 1975 la società è assorbita dal gruppo Pozzi che finalizza la produzione, di tipo sempre più industriale, ad articoli igienico-sanitari. Negli anni Ottanta la Pozzi-Ginori passa al gruppo edile Ligresti, che acquista l’area esclusivamente per finalità speculative di tipo edilizio. L’area della ex Richard-Ginori di San Cristoforo diventa negli anni Novanta area dismessa in stato di totale abbandono. Tutta l’area dello stabilimento di San Cristoforo della Richard Ginori dagli anni 2000 è stata oggetto di un’operazione di riconversione che, mantenendone più o meno intatte le volumetrie, l’ha destinata ad attività del terziario.

La manifattura Richard Ginori di San Cristoforo – Associazione Museolab6


Fabbrica di pettini Giorgio Jäneke,  Vicolo De Castillia 5  –  epoca di costruzione anteriore al 1884

 

Edificio non più esistente. Era a un piano con camino a torre. Dietro l’edificio passava un raccordo ferroviario collegato allo scalo merci di Porta Garibaldi. L’intera zona fa parte del progetto di riqualificazione di Porta Nuova iniziato nel 2005 e completato circa dieci anni dopo.
Le origini della società risalgono al lontano 1830 quando, proveniente dalla città di Amburgo, Giorgio Jäneke, impiantava una manifattura per la produzione di pettini a Milano in Contrada dei Visconti (attuale Piazza Diaz). Fin dai primi anni di attività il successo arride all’imprenditore tedesco tanto che già nel 1847 poteva fregiarsi del riconoscimento – una medaglia d’argento – ottenuto dall’Imperial Regio Istituto Lombardo di Scienze, Lettere e Arti.
Nello stesso anno regolarizzava la sua attività iscrivendosi alla Camera di Commercio. Nel 1850 l’impresa, che poteva contare sul lavoro di una cinquantina di dipendenti, viene trasferita in contrada di San Simone (attuale Via Cesare Correnti).
Nel 1857 Giorgio viene premiato con una seconda medaglia d’argento. I relatori, ai quali era stata affidata l’istruttoria per il premio, segnalavano la presenza di 150 operai e diverse altre sedi probabilmente per ottenere la forza motrice dai corsi d’acqua che abbondavano in Milano.
Nel 1880, alla morte del fondatore, la conduzione passa ai figli che, nel 1882, acquistano il nuovo più ampio stabilimento situato in vicolo De Castillia, sempre in Milano, concentrandovi tutta l’attività.
Negli anni seguenti, uno degli eredi – Gaetano – decide di liquidare i fratelli (che dal canto loro costituiscono una nuova società con il medesimo oggetto sociale ed in seguito acquistata da Gaetano) diventando in pratica l’unico proprietario della ditta paterna trasformata in accomandita semplice.
Nel 1907, constatato che lo stabilimento era ormai inadeguato per le esigenze sociali, viene deciso il trasferimento dell’attività in un impianto situato nella località brianzola di Veduggio, che era stato costruito pochi anni prima per conto della tessitura Castelli e Casanova. Nel 1913, alla morte di Gaetano, la conduzione viene proseguita dai figli Giorgio, Mario e Cesare.
Superata non senza qualche intoppo la Prima guerra mondiale, la ripresa fu rapida ed efficace, tanto che la manodopera raggiunse le 300 unità (la fabbricazione dei pettini di corno richiedeva un gran numero di passaggi manuali e meccanici). Nei decenni seguenti, l’azienda riuscì a passare indenne sia la crisi del ’29 che gli eventi bellici del secondo conflitto mondiale. Nel dopoguerra, i discendenti di Giorgio Jäneke, ripresero l’attività che, oltre alla tradizionale produzione di pettini, si era allargata alla fabbricazione di spazzole, specchi da toeletta e da borsetta ed altri accessori per profumeria. Contemporaneamente viene iniziato un nuovo processo di adeguamento dei macchinari – attrezzati per la realizzazione dei pettini di corno ormai avviata al tramonto – che vengono sostituiti da attrezzature in grado di lavorare le materie plastiche sia partendo da lastre che mediante stampaggio in un nuovo reparto dotato di macchine ad iniezione.
L’azienda esiste ancora guidata dalla quinta generazione della famiglia.

Vedi anche Giorgio Janeke srl


Fabbrica di sapone Heimann Enrico, Via De Castillia 26  –  epoca di costruzione anteriore al 1897

 

Edificio non più esistente. Inizialmente era a due piani più un piano rialzato, con una ciminiera-camino. Si è poi ridotto ad un solo piano, per poi essere abbattuto attorno al 2007. L’intera zona fa parte del progetto di riqualificazione di Porta Nuova iniziato nel 2005 e completato circa dieci anni dopo. Più o meno dove si trovava la fabbrica è stato costruito nel 2012 un nuovo edificio progettato dallo Studio Boeri, la nuova stecca degli Artigiani o Stecca 3.


Magazzino dei Molini Certosa, Via de Sanctis 10 –  epoca di costruzione 1925 ca

 

In stato di abbandono.
Edificio trapezoidale il cui lato minore dà su via Chiesa Rossa. Uno dei lati maggiori è scandito da finestroni ad arco ribassato (primo piano) ed è interamente percorso da una pensilina in cemento armato. La facciata su via Chiesa Rossa è tripartita verticalmente e decorata con motivi in stile Secessione.
Presenta tre aperture al primo piano: due finestre laterali ed una grossa porta al centro, dalla quale partiva un ponte di ferro che, scavalcando la strada arrivava al Naviglio. Un braccio mobile serviva per il sollevamento delle merci dai barconi.


Stabilimento Società italiana Carminati Toselli, Via Procaccini 4  –  MECCANICA – epoca di costruzione  anteriore al 1906 (1900-05 ca.)

 

L’azienda nasce nel 1899 per la costruzione di rotabili tranviari e ferroviari, ad opera di Attilio Carminati e Carlo Toselli. Nel 1907, con l’ingresso di nuovi soci, si amplia lo stabilimento, che arriverà ad occupare una vasta area compresa tra le nuove vie Messina e Procaccini, e sulla prosecuzione di via Bramante, oggi Luigi Nono.
Alla fine del 1919 ci lavorano più di 1000 operai. Escono da qui i primi tram “Tipo 1928”, ancora in attività a Milano, con la parte elettrica della Tecnomasio Italiano Brown Boveri. L’azienda chiude nel 1935.

Gli spazi vengono usati per attività diverse fino a quando il Comune decide di trasformare gli edifici rimasti in un polo culturale, la Fabbrica del vapore. Nel 2002 gli spazi vengono assegnati ad enti e associazioni, tra cui lo Studio Azzurro noto per installazioni e video sperimentali, e il Docva, centro di documentazione per le arti visuali.
E’ stato poi ristrutturato l’enorme edificio centrale, detto “Cattedrale” per le sue dimensioni, che ospita mostre e manifestazioni.
Nel 2016, in seguito a un nuovo bando, sono presenti, tra le altre, le associazioni Studio Azzurro, Careof, Contemporary Music Hub, Archivio Viafarini, MacchinazioniTeatrali.

L’ex palazzina uffici ha una ricca decorazione in pietra lungo le cornici delle finestre e sul frontone dell’ex ingresso principale su via Messina. Le decorazioni riproducono particolari di vagoni ferroviari e si ripetono anche agli angoli dell’edificio all’altezza del primo piano: sono respingenti, ruote e sospensioni.

1 palazzina ex uffici
2-3-4 edifici ristrutturati sedi di associazioni
5 edificio “Cattedrale” per esposizioni


Stazione ferroviaria di Camerlata, poi Dogana, poi Comando della Guardia di Finanza, Via Melchiorre Gioia  3/ 5 – ipotesi di datazione  intorno al 1840 per la somiglianza con la vicina ex-stazione ferroviaria Milano-Monza

 

Milano- via Melchiorre Gioia- Caserma della Finanza ex stazione ferroviaria – facciata.

L’edificio era quello della seconda stazione della linea Milano – Monza, entrata in funzione nel 1850 – la prima, ancora esistente, era stata costruita poco distante dieci anni prima – poi diventato nel 1879 la dogana di Milano. Ospitava gli uffici, gli alloggi per gli impiegati, la sala delle laminature e la tettoia per la circolazione delle merci nazionali. L’edificio è stato poi assegnato al Comando della Guardia di Finanza.

Corpo a pianta rettangolare a un piano cui ne è stato aggiunto un altro. La facciata è tripartita verticalmente: il settore centrale, arretrato rispetto alle ali laterali, si apre con il portone principale a tutto sesto sopra al quale si trova un balcone; il pianterreno è scandito da una teoria di finestre a tutto sesto inserite in finte arcate profilate da una cornice continua; ad esse corrispondono le finestre architravate del primo piano i cui davanzali sono sostenuti da piccole lesene. Le ali alle estremità sono in bugnato.
Tutto l’edificio appare chiaramente improntato al gusto neoclassico.
Per curiosità, al numero 1 di via Melchiorre Gioia c’era una distilleria dei Fratelli Branca fino alla costruzione nel 1910 dello stabilimento di via Resegone.


Stazione ferroviaria Milano-Monza, poi Hotel, Viale Monte Grappa 12/ 12  – ipotesi di datazione intorno al 1840

In origine la struttura interna dell’edificio era caratterizzata da un vasto salone al pianterreno destinato ad atrio-biglietteria e da ambienti per uffici doganali ai piani superiori. Fu la prima stazione ferroviaria di Milano, costruita all’esterno delle mura per precisa disposizione degli Asburgo che, temendo di indebolire le difese della città, rifiutarono di aprire una nuova porta ad uso della stazione. L’edificio è un tipico esempio di infrastruttura che ripete, sia pure in ritardo, i moduli stilistici neoclassici di molti edifici pubblici milanesi del periodo della prima dominazione austriaca.
L’attuale facciata era originariamente la facciata interna della stazione, davanti i binari. Dal 2010 lo stabile è stato riconvertito in hotel.
L’edificio è a pianta rettangolare su tre piani di cui il piano terra rivestito esternamente in bugnato gentile.
La facciata è divisa verticalmente in tre parti; la parte centrale, scandita nei piani superiori da lesene e pilastri in bugnato gentile, è sormontata da un timpano triangolare.

Link alla scheda


Tecnomasio Italiano Brown Boveri, Via De Castillia 21  –  ELETTROMECCANICA – epoca di costruzione 1900 ca.

Stabilimento non più esistente.
Il Tecnomasio Italiano era un’industria elettromeccanica fondata nel 1863 in via Pace da Luigi Longoni, Carlo Dell’Acqua e Ignazio Porro. Nel 1870 con l’ingresso dell’ingegner Bartolomeo Cabella, raggiunge risultati notevoli nel campo elettrico, con la prima produzione di lampade ad arco (1875) e di dinamo.
Alla fine del secolo impiegava 500 operai e produceva anche strumenti di fisica, apparecchi telegrafici e per la segnalazione a distanza. Nel 1903 in seguito alla fusione con la svizzera Brown Boveri prende il nome di Tecnomasio Italiano Brown Boveri (TIBB).
Nel 1908 l’Unione Elettrotecnica Italiana (costituita dalle società Gadda & C., Brioschi Finzi e Società Elettrotecnica Italiana) costruttrice di macchinario elettrico, cede il suo stabilimento di via De Castillia, che al tempo disponeva di 22.000 mq di cui 14.000 coperti da vari edifici, tutti pavimentati in legno e riscaldati, serviti da gru elettriche e da binari interni.
Il Tecnomasio, che aveva anche uno stabilimento in piazzali Lodi, trasferisce parte della produzione nel 1908, passando dagli strumenti di precisione alle macchine elettriche (motori, dinamo, trasformatori) e agli immediati accessori (interruttori, valvole, reostati, quadri). Alla fine degli anni ’50 si trasferiscono gli uffici e parte della produzione nella nuova sede di piazzale Lodi, e lo stabilimento chiude nel 1965. L’area dello stabilimento rientra nel progetto di riqualificazione di Porta Nuova iniziato nel 2005 e completato circa dieci anni dopo, e gli edifici vengono completamente abbattuti.

Risorse collegate:
Patrimonio scientifico tecnologico

Documenti d’archivio
ABB – archivio ex Tecnomasio Italiano Brown Boveri 
ABB Sadelmi – divisione generatori 
Tecnomasio italiano Cabella 

Patrimonio fotografico
Cornate d’Adda – Edison 
Cornate d’Adda – Centrale idroelettrica Bertini


Tecnomasio Italiano Brown Boveri, Piazzale Lodi 3 –   ELETTROMECCANICA – epoca di costruzione 1909-18

 

Stabilimento non più esistente.

Nel 1907 il Tecnomasio acquista un’area di 45.000 mq dotata di raccordo ferroviario con la vicina stazione merci di Porta Romana, e comincia la costruzione delle officine, che vennero ingrandite nel 1919, 1922 e ancora nel 1924. Nel 1920 si aggiungono le officine di via Colletta, raggiungendo un’area totale di 72.500 mq.

Allo scoppio della Prima guerra mondiale l’azienda si dedicò alla fabbricazione di proiettili e del macchinario utensile relativo, ma la principale attività rimaneva nella produzione di macchine elettriche: dinamo, trasformatori, motori, locomotive. La parte meccanica di quest’ultime veniva prima eseguita da una consociata (la Società Italiana Westinghouse con officine a Vado Ligure) che viene assorbita nel 1919. Nel 1989 il TIBB si è fuso con la svedese Asea, diventando ABB, la cui sede centrale è dal 2001 a Sesto San Giovanni.

All’inizio degli anni ’90 è cominciato lo smantellamento dello stabilimento, del quale rimane il fronte delle palazzine uffici sulle vie Colletta, Sannio, viale Umbria e piazzale Lodi, strutturato su tre piani più un quarto aggiunto successivamente. Da via Sannio è visibile un camino in mattoni rossi con piccoli archetti decorativi all’estremità superiore.

1 area dello stabilimento
2 palazzine uffici
3 ciminiera


Uffici del Corriere della Sera, Via Solferino 28 – epoca di costruzione 1904

 

Il Corriere della Sera, nato nel 1876 in Galleria Vittorio Emanuele e trasferitosi in via Verri in casa di Benigno Crespi, allora il maggiore azionista, costruisce la sua nuova sede in via Solferino nel 1904 su progetto di Luca Beltrami, di due piani sopra terra, sopralzato su disegno di Luigi Repossi.
Il Corriere si espande successivamente nell’edificio d’angolo su via Moscova, con nuove costruzioni su via San Marco nel 1960-1965 ad opera di Alberto Rosselli, e acquisendo un edificio settecentesco, la “Casa dei Medici” su via Balzan. Gli edifici di Rosselli sono stati poi oggetto nel 2005 di una ristrutturazione curata dallo Studio Gregotti Associati: il corpo su San Marco/Moscova che conteneva le rotative è stato riadattato ad uffici, e il piano terra completamente vetrato.

L’edificio originario su via Solferino è in laterizio intonacato, con elementi decorativi di derivazione classicheggiante: rami e corone d’alloro, ovoli, paraste e volute scandiscono la facciata. L’ingresso principale è enfatizzato dal timpano e dalla pròtome (testa o busto) femminile che lo sovrasta.

1 Edificio originario
2 Espansione 1965-2005
3 “Casa Medici”


Rozzano Loc. Cassino Scanasio – Risificio Inverni poi Risa Spa, Via Cassino Scanasio 4 – epoca di costruzione anteriore al 1902

 

Complesso trasformato in residenza.
Organismo costituito da una serie di corpi di fabbrica aggregati in epoche successive. Un intervento del 2009 (studio EX-M, Andrea Palmieri, Giovanni Lazzati, Alessandra Naitana, Nicola Braghieri) ha trasformato il complesso da industriale a residenziale, mantenendo la volumetria per la torre a gradoni con i due corpi limitrofi, un edificio con tetto a falde, e una parte del capannone a un piano su strada.

Si presume un uso antico del sito come mulino, sicuramente a inizi ‘800. Il complesso è poco distante dal Castello di Cassino Scanasio di origine duecentesca, noto come Castello visconteo.

Scheda SIRBeC

 

Rozzano – riseria Inverni –  Barchiesi, Ermanno


Rozzano –  Societe Anonyme des Filatures de Schappe, Via Pavese 1/3,12,137  – FILATURA – epoca di costruzione 1898 – 1907

 

  1. Ex filatura
  2. Centrale elettrica
  3. Ciminiera
  4. Palazzine uffuci
  5. Ex tessitura
  6. Ciminiera

Case operaie

Il sito era costituito da due fabbriche che si fronteggiavano lungo la via Pavese e da due edifici d’abitazione per operai poco distanti. La fabbrica a destra, venendo da Milano, era la filatura, composta da vari corpi su strada a uno e due piani fuori terra.

Altri corpi erano lungo il Naviglio, con due ciminiere e la centrale elettrica che sfruttava un salto d’acqua. Questa parte è la più antica, in quanto nel 1865 un mulino preesistente viene acquistato dall’impresa Gaddum di Manchester e trasformato in filatura di cascami di seta. Nel 1898 subentra la lionese Filatures de Schappe, che manterrà lo stabilimento fino al 1953, ampliandolo nel 1900 e nel 1922. Una parte del sito è stata trasformata in uno stabilimento chimico dal 1964.

La fabbrica a sinistra, la tessitura, costruita nel 1880, era composta da una palazzina uffici e da tre corpi retrostanti, ancora esistenti e destinati ad altri scopi.
A poca distanza la società aveva costruito due case operaie nel periodo 1900-1907: sono due corpi perpendicolari a pianta rettangolare a tre piani, di cui uno solo si affaccia su strada e dà accesso al cortile interno.

Gli edifici hanno portici ai piani delle facciate interne sui quali danno le scale, i servizi comuni e gli ingressi degli appartamenti. Sono state acquistate dalla Cooperativa Edilizia Case Operaie nel 1954. La tipologia è molto simile a quella delle case popolari del quartiere Mac Mahon di Milano (1905-1908).

 

Mediglia – ex Filatura De Schappe – Barchiesi, Ermanno

Rozzano – filatura De Schappe – Berengo Gardin, Gianni

Mediglia – ex Filatura De Schappe – Barchiesi, Ermanno

Rozzano – filatura De Schappe – Naviglio Pavese – Berengo Gardin, Gianni

Rozzano – Filatura De Schappe – Naviglio Pavese – conca – Basilico, Gabriele

 

Filatures de’ Schappe, Rozzano

 

Ultimo aggiornamento: 4 febbraio 2021 [cm]