Lombardia Beni Culturali

Introduzione

di Ettore Cau

1. Questa edizione

Il presente volume [1], comprendente i documenti del monastero benedettino di S. Pietro in Monte Ursino [2] (Serle, Bs) che vanno dagli anni della fondazione (1039-1040) fino a tutto il XII secolo, rappresenta il primo concreto risultato di un programma di lavoro sulle fonti di Brescia e del suo territorio, illustrato per la prima volta in occasione del convegno storico su S. Giulia del 1990 [3]. Nell’arco di un decennio, seppure con ritmi lenti e faticosi, si è proceduto alla ricognizione dei diversi depositi nei quali è finita la documentazione bresciana, alla microfilmatura dei documenti in essi conservati fino alla fine del XIII secolo e alla inventariazione di tale materiale fino al 1250, in conformità ai criteri già proficuamente sperimentati in ambiente pavese [4].

Il progetto, patrocinato e sostenuto dalla Fondazione della Civiltà Bresciana, è riuscito a decollare grazie al coinvolgimento delle istituzioni locali, in particolare dell’Assessorato alla Cultura della Provincia, della Comunità Montana della Val Sabbia nonché dei comuni di Serle, Nuvolento, Nuvolera, Mazzano, Gavardo e Vallio Terme. L’inserimento di questi ultimi enti nel disegno editoriale, frutto di un’apertura coraggiosa e intelligente, ha comportato il dovere di collocare al primo posto, tra le numerose istituzioni bresciane meritevoli di vedere pubblicati i propri documenti, il monastero di S. Pietro.

Le sue carte (quasi tutte) sono conservate presso l’Archivio Segreto Vaticano, Fondo Veneto, insieme con quelle della chiesa di Santa Brigida e della canonica di S. Pietro in Oliveto. Un ricovero sicuro e prestigioso, al quale le pergamene di Serle approdarono nella prima metà dell’Ottocento, dopo aver condiviso la stessa, tribolata vicenda archivistica delle altre fondazioni venete aderenti alla Congregazione di S. Giorgio in Alga [5].

I nostri documenti, soltanto in piccola parte e malamente recuperati nel «Codice Diplomatico Bresciano» dell’Odorici [6], inaccessibili al Kehr [7], sono stati segnalati per la prima volta dal Cenci nel 1924 [8] e illustrati dal Guerrini in un saggio del 1931 [9], in appendice al quale ne furono trascritti otto del secolo XI [10] e dodici di quello successivo [11]. Nonostante tali parziali recuperi e le disamine (alcune delle quali particolarmente ampie [12]), di cui sono stati oggetto in quest’ultimo decennio [13], riteniamo che i documenti fossero largamente meritevoli della presente edizione. Che viene pure divulgata in versione digitale; in una serie di iniziative editoriali – inserite in un programma volto al progressivo recupero di tutta la documentazione dei fondi bresciani (innanzitutto di S. Giulia) fino almeno alla fine del secolo XII – che, con un po’ di audacia e con qualche rischio, si è ritenuto opportuno mettere subito a disposizione degli studiosi, non escludendo che anche per esse, una volta dotate dei corredi necessari (introduzione, bibliografia, indici), si possa giungere al traguardo cartaceo.

2. Archivio, erudizione e storiografia

Le ragioni della collocazione dell’archivio del monastero di S. Pietro in Monte Ursino presso il fondo Nunziatura Veneta dell’Archivio Segreto Vaticano vanno ricercate, come si è detto, nel quadro di una più ampia vicenda che ha interessato un gran numero di istituzioni ecclesiastiche dell’antica repubblica di Venezia a partire dalla seconda metà del Seicento. Un nuovo racconto di questa grandiosa migrazione [14] dovrà fondarsi sull’esame di tutti i documenti vaticani del Fondo Veneto, di cui i nostri non sono che una minuscola porzione. Quanto a noi, cercheremo di seguire il tragitto delle carte di S. Pietro fino al loro trasferimento a Venezia (1668), non mancando di illustrare, seppure in breve, le iniziative di copia che a partire da tale anno le hanno interessate. Un racconto che non solo si incrocerà con i momenti più pregnanti della storia del cenobio di Serle, ma che ci consentirà di seguire il filo degli interessi, dei gusti e delle sensibilità degli eruditi e degli storici bresciani che l’archivio hanno compulsato. E, a volte, anche per verificare, in relazione all’impiego più o meno corretto della fonte documentaria, lo spessore delle loro argomentazioni e delle loro proposte.

Procediamo con ordine, fermando innanzitutto l’attenzione su di un consistente numero di documenti compresi tra il 1284 e il 1288. Grazie ad essi, mentre è possibile ricomporre le diverse fasi di una controversia tra il monastero di S. Pietro e gli uomini di Serle, da una parte, e gli uomini di Nuvolento, dall’altra, a proposito di un edificio che questi ultimi costruirono su di un terreno del quale il monastero rivendicava la proprietà, veniamo anche a conoscenza di una altrimenti sconosciuta distruzione del cenobio, della sua biblioteca e del suo archivio, che sarebbe avvenuta nel tempo in cui Ezzelino da Romano occupava la città di Brescia (1258-1259) [15]. Una distruzione nella quale sarebbe stato irreparabilmente coinvolto un privilegio del vescovo Olderico in favore del monastero. Vi sono dunque almeno due ragioni importanti, legate rispettivamente alla vicenda archivistica e alla tradizione documentaria, che ci obbligano a ricostruire seppure nei termini essenziali la controversia tra S. Pietro e Nuvolento, poiché è all’interno di essa che troviamo il racconto degli episodi che ci interessano, ma anche gli agganci indispensabili per una loro valutazione critica [16]. La quaestio si lascia agevolmente dividere in due fasi: la prima corre dagli ultimi giorni del febbraio 1284 al 1285 novembre 28 [17], la seconda dal 1285 dicembre 6 al 1286 [18].

Ricostruiamole in breve. Il 24 febbraio del 1284 gli uomini di Nuvolento, dettagliatamente elencati, di fronte a precedenti, reiterate rimostranze dell’abate, offrono le più ampie garanzie «de destruendo et demoliendo laborerium et opus quod … comune et homines de Nuvolento intendunt facere et faciunt in platea de Nuvolento, si apparebit iniuste edificatum secundum iuris ordinem» [19]. Nonostante tali assicurazioni, l’intervento urbanistico ed edilizio viene portato a termine con modalità che il monastero ritiene lesive dei propri diritti. Da qui il trasferimento della controversia, nel marzo successivo, sul banco del giudice bresciano [20]. S. Pietro produce, tra il giugno e il settembre del 1284, ventisei testimoni di varia estrazione sociale, che rispondono a una serie di domande articolate secondo un unico paradigma, esplicitamente teso ad acquisire prove sui diritti da sempre esercitati dai monaci sul terreno contestato [21]. Tutti i testi forniscono le loro risposte in favore del monastero facendo appello alla propria memoria, esclusivamente fondata sulla tradizione orale [22]. Soltanto in quella di Giovanni, abate del monastero di S. Eufemia (1284 giugno 7, 19), compare un cenno esplicito a un documento dell’archivio. Racconta il presule di avere visto e letto «privillegium monasterii in quo continebatur quod castrum Nubolenti et villa de Cathellina cum monticello usque ad fontem, et sicut vadit fons usque ad villam de Arzana et villa cum monte superiori, a mane parte, sicut pertinet ad dictam villam cum arboribus, et sicut trahunt ad carrariam de Cunchis usque ad villam de Cathellina, est allodium dicti monasterii» [23]. Come non è difficile riconoscere qui alcuni tratti della cartula offertionis del 1041 febbraio con la quale Arderico, arciprete della pieve di S. Lorenzo di Manerbio, dona al monastero in via di fondazione, per la salvezza della propria anima e di quella del vescovo di Brescia Olderico, la pieve e la curtis di Nuvolento [24], così è possibile osservare che la descrizione del territorio all’interno del quale è stato compiuto l’abuso edilizio è condotta con una puntualità e con un rigore tali da risultare assolutamente incompatibili con il formulario di una qualsiasi carta della prima metà del secolo XI e da poter essere apprezzata soltanto come arricchimento del tutto funzionale alla strategia giudiziaria dei monaci. D’altra parte, che il documento di Arderico non si prestasse, se letto e inteso in spirito di verità, ad avvantaggiare le tesi di S. Pietro lo rivela un testimoniale del 5 settembre dello stesso anno [25], nel quale l’abate Delaido, pur intendendo difendere a tutto campo le ragioni della sua parte, porta argomenti non dissimili da quelli esposti dagli altri testimoni, trascurando qualsiasi riferimento diretto o indiretto alle scritture del tabularium.

L’itinerario processuale della prima fase della lite si chiude il 28 novembre del 1285: Oberto de Bimio, giudice e assessor di Giovanni de Luzinis podestà di Brescia, a proposito della controversia vertente tra Graziadeo Bariaga, sindaco del monastero, e Oberto Zuconus, sindaco del comune e degli uomini di Nuvolento, dopo aver accolto sia il libellus del monastero sia la responsio della controparte, e dopo aver esaminati tutti gli atti processuali e le testimonianze prodotte dai contendenti, sentito il consilium del giudice Obizzone de Fulconibus e di Bernardo de Palazo, condanna il comune di Nuvolento a far demolire entro venti giorni l’edificio abusivamente innalzato [26].

Il sei dicembre successivo Oberto Zuconus di Nuvolento deposita l’appello contro la sentenza di primo grado presso il tribunale ecclesiastico, in persona del vescovo Berardo Maggi [27]. Nello stesso giorno Graziadeo Bariaga, in nome del monastero, fa seguire a sua volta un controappello indirizzato al medesimo presule, con il quale chiede «bonam et ydoneam satisdationem» di ogni spesa, nel caso l’avversario «in dicta appellationis causa succumbuerit» [28]. Due giorni dopo Benvenuto di Gavardo «consul appellationum domini Berardi Dei gratia episcopi Brixiensis» dà il via formale al processo di appello, avvalendosi della collaborazione del notaio Iacopo de Villa di Trenzano [29]. Tuttavia, la decisione del comune di Nuvolento di appellarsi contro la sentenza di primo grado viene ben presto contestata da un numero cospicuo di abitanti, i quali, riconoscendo le buone ragioni dei monaci, mediante una serie di pubbliche dichiarazioni rilasciate nel corso del mese di gennaio del 1286, rinunciano formalmente a ogni azione nei riguardi di S. Pietro [30]. L’accettazione della sentenza di primo grado da parte di un numero crescente di singoli uomini di Nuvolento costringe i rappresentanti ufficiali del comune a ritirare l’appello: il 14 marzo successivo il sindaco Zuconus, «renuntiavit appellationi et liti quam … habebat et faciebat cum Graciadeo Bariaga, sindico et sindicario nomine monasterii et confratrum Sancti Petri, … occasione cuiusdam edificii olim constructi in platea terre de Nuvolento per homines dicte terre», in modo tale che «nullum fiat eis preiudicium in expensis litis et in proprietate ubi constructum fuerat dictum edificium» [31]. Da questo momento in avanti il problema per Nuvolento non è più quello di vincere la causa, quanto di uscirne con il minor danno possibile, soprattutto per quanto riguarda la quaestio dell’indennizzo al monastero e del pagamento delle spese processuali.

Di fatto la rinuncia all’appello non blocca gli sviluppi giudiziari della controversia, le cui fasi successive possono essere seguite attraverso un documento del 1286 in cui il notaio Iacopo de Villa di Trenzano, su ordine del vescovo di Brescia nonché dei diversi magistrati che hanno gestito nei tempi più recenti la vertenza, trascrive e autentica una serie di «scripture et dicta» (riferite ad altrettanti passaggi processuali) comprese tra il 16 febbraio e il 5 aprile [32]. I loro contenuti e la loro scansione cronologica tradiscono l’evidente interesse delle parti a cercare una soluzione di compromesso, soluzione che, secondo quanto appare dall’ultima scrittura, risulta affidata a certo «Leo de Castello iudex … de medio», un magistrato che avrebbe dovuto pronunciarsi tenendo conto del giudizio di primo grado ma anche della rinuncia all’appello da parte di Nuvolento. Di fatto la sentenza ultima, recepita in modo definitivo dal monastero e dagli uomini di Nuvolento (in persona rispettivamente del monaco Aimerico e di Giovanni del fu Guidotto), affidata a Benvenuto di Gavardo, fu pronunciata il 3 maggio 1286 [33].

Il rendiconto della seconda fase della controversia, seppure sommario, riveste un qualche rilievo per illuminare i contorni e i contenuti della rinnovata strategia che S. Pietro mette in atto per difendere le proprie ragioni. Vengono verbalizzate tra il 19 e il 22 marzo del 1286 una serie di nuove testimonianze, autenticate il giorno 28 [34], in conformità a una griglia più ricca di quella adottata nella prima fase del giudizio, in cui rivestono un ruolo importante le carte dell’archivio e le loro vicende [35]. Si chiede ai testi, nell’ordine:

  1. se, prima del tempo nel quale Ezzelino da Romano dominava la città di Brescia, il monastero fosse stato in possesso di un privilegio con il quale il vescovo Olderico «concesserat et dederat dicto monasterio predictum castrum et curtem de Nuvolento cum predictis monticellis e cum omni honore, districtu et decima tocius curtis de Nuvolento, excepta curticella Sancti Micaellis»;
  2. se S. Pietro «fuit spoliatum omnibus rebus que erant in dicto monasterio et specialiter privilegiis et cartis que erant in dicto monasterio per factores dicti domini Enzelini et specialiter per dominum Furonem et eius conductam»;
  3. se gli uomini di Ezzelino «proycerunt et proyci fecerunt in ignem, quem posuerunt in domibus dicti monasterii, privilegia et instrumenta dicti monasterii»;
  4. se il privilegio del vescovo Olderico fosse munito del sigillo pendente;
  5. se il privilegio «erat sine aliquo vicio et reprensione et suspicione sigili, carte vel litere et ita videbatur et aparebat manifeste»;
  6. se tra le imperfezioni non comparissero cancellature, rasure e interlineature;
  7. se le concessioni contenute nel privilegio di Olderico fossero poi state confermate «per dominum papam et maxime per privilegia ipsius domini pape et per dominum imperatorem».

Varrà la pena di precisare che il monastero aveva anche predisposto un’altra redazione dei capitula da sottoporre ai testi, come appare in una minuta [36], della quale non risulta sia mai stata effettuata la redazione in mundum e la conseguente autenticazione. In essa i quesiti riguardanti l’archivio e in particolare quelli riferiti al cosiddetto privilegio di Olderico, vengono proposti in termini più concisi e anche più credibili. Invece di porgere ai testimoni impossibili domande sulla genuinità del privilegio vescovile (quesiti nn. 4-6) o sul fatto che tale privilegio fosse stato successivamente confermato dal pontefice o dall’imperatore (n.7), ci si limita a domandare se fosse noto che il privilegio era stato depositato in copia davanti ai giudici de medio e se fossero a conoscenza del suo deplorevole stato di conservazione, così deplorevole da impedirne di fatto la leggibilità [37]. Le affermative risposte ai quesiti avrebbero consentito di provare implicitamente, ma chiaramente, l’esistenza di un fantomatico privilegio vescovile [38], con la possibilità di accreditare ad esso (proprio perché giudicato illeggibile) i contenuti più disparati. Ci saremmo dunque trovati, anche in questo caso, di fronte a un quesito capzioso, che tuttavia avrebbe almeno avuto il carattere della verosimiglianza e della credibilità, parendo molto più normale che i testimoni (alcuni dei quali sicuramente illetterati) fossero chiamati a rispondere sullo stato di conservazione delle pergamene piuttosto che ad esprimere valutazioni sulla genuinità dei contenuti e sul fatto che essi fossero forniti o meno dei crismi della legalità.

Eppure, a quanto ci risulta, sono proprio i capitula comprendenti queste ultime domande ad essere gestiti dal monastero nella seconda fase della vertenza.

Venti testimoni [39], posti dinanzi al rinnovato questionario, rispondono in modo sostanzialmente uniforme: tutti confermano l’avvenuto incendio del monastero (e delle carte e dei libri in esso conservati) ad opera delle bande di Ezzelino e molti di loro assicurano circa l’effettiva esistenza del privilegio originale (della copia non compare più alcuna menzione), rispondendo anche in modo affermativo ai quesiti sulla sua integrità e genuinità (nn. 4-6) e sulla sua avvenuta conferma da parte del papa e dell’imperatore (n. 7) [40]. Sono ben sei i testi, tre monaci (Benevenutus [41], Benadusius [42], Florius [43]) e altrettanti laici (Algarisius de Burgonovo [44], Bonsuthinus quondam domini Bonomi Danegarii [45], Guercius de Fustaga [46]), che mostrano, almeno all’apparenza, una sicura padronanza di giudizio in àmbito diplomatistico, dichiarando tutti, con una consonanza di per sé sospetta, che il privilegio di Olderico era munito del sigillo pendente, che in modo manifesto non tradiva manipolazioni di alcun tipo, che non presentava cancellature, rasure e quant’altro potesse denunciare interpolazioni o aggiunte sospette rispetto al dettato originario. Risposte precise e puntuali che soltanto un esperto o comunque una persona in grado di leggere il documento avrebbe potuto esprimere. Ed è proprio a questo proposito che due testimoni, il laico Algarisius e il monaco Benadusius, cadono in fragrante contraddizione. Dopo aver confessato di essere venuti a contatto del privilegio, prima della sua asserita distruzione, soltanto attraverso la lettura a voce alta fattane da altri («vidit et audivit legi»), e quindi in modo indiretto e comunque epidermico, ribadiscono poi che il privilegio era munito del sigillo vescovile e soprattutto che «aparebat manifeste sine aliquo vicio vel reprensione vel suspectione maxime alicuius canzelature, rasure vel interlineature» [47]. Ambedue poi asseriscono in piena concordia, riprendendo pari pari la traccia della domanda, che il privilegio vescovile è stato ribadito e confermato in due diplomi successivi, emanati uno dal papa, l’altro dall’imperatore [48].

A questo punto è quasi inutile precisare che se giudicassimo vera la situazione descritta dai testi dovremmo, da un lato, considerare le carte anteriori al saccheggio ezzeliniano a noi pervenute (e, almeno fino alla fine del XII secolo, qui edite), come reliquie superstiti di un deposito ben più ricco e consistente, dall’altro dovremmo confrontarci con una donazione che il vescovo Olderico, in prima persona (e non attraverso l’arciprete di Manerbio, Arderico, come a noi risulta in base al documento del febbraio 1041 [49]) avrebbe emanato in favore del monastero. Un documento davvero ‘pesante’ che, in base alle norme editoriali che ci siamo date, avremmo dovuto inserire, almeno in regesto, nella silloge qui edita, accreditandogli un tempo non lontano da quello della superstite donazione dell’arciprete di Manerbio, se non addirittura lo stesso. Ma è nelle pieghe della vicenda giudiziaria che un indagatore appena smaliziato incontra più di una ragione per smontare la leggenda del presunto incendio dell’archivio, nel quale sarebbe stato distrutto un privilegio che non è mai esistito. Di una devastazione che abbia coinvolto in modo pesante il tabularium monastico non parla infatti alcuno dei testimoni chiamati a deporre nella fase iniziale della controversia, mentre nella prima redazione dei capitula (predisposti e di fatto non utilizzati in sede di appello), viene menzionata una copia del privilegio di Olderico che, seppure in pessimo stato di conservazione, risultava conservata in archivio [50].

D’altra parte, la prova più sicura che l’archivio non è stato distrutto sta nel fatto, che, semplicemente, i documenti ci sono pervenuti in una sostanziale completezza, e che, anche volendo immaginare una rovina parziale, non riusciamo a trovare traccia di bruciature in nessuna delle pergamene superstiti, molte delle quali sono in pessimo stato, ma a motivo dell’umidità e non del fuoco. Lo stesso riferimento al sigillo pendente suona alquanto improbabile in un documento vescovile di questo periodo [51]. Quanto poi alla sua presunta conferma da parte di papi e imperatori, si potrà verificare che il diploma di Enrico III del 1053 e quello di Innocenzo II del 1132 si limitano a confermare i beni donati al monastero da Olderico, senza riferimento a singoli documenti e, in particolare, al presunto privilegio [52].

Appare a questo punto chiara la strategia dei monaci. Nell’impossibilità di provare sulla base della cartula genuina del 1043 (quella nella quale l’arciprete Arderico, anche per conto del vescovo, dona al monastero, tra gli altri, i beni nella pieve di Nuvolento [53]) il proprio buon diritto sull’area in cui è stata insediata la costruzione illecita, creano un documento tanto virtuale quanto verosimile, con il quale, secondo il racconto di otto testi [54], il monastero avrebbe ottenuto dal vescovo Olderico il castrum e la curtis di Nuvolento «cum omni honore et districtu et decima», eccettuata la corticella di San Michele e comunque compreso il monticellus, teatro dell’abuso edilizio.

Se sul fatto che questo privilegio sia frutto di invenzione non sembra possano sussistere dubbi, non pare possibile respingere con altrettanta sicurezza i racconti circa l’incendio del monastero. La concordanza delle deposizioni e la minuzia dei particolari in esse inseriti sono tali da far pensare che effettivamente le incursioni delle orde di Ezzelino dovettero in qualche modo investire anche S. Pietro, con la possibilità che poche carte e qualche libro [55] fossero stati ridotti in cenere. Ma questo non autorizza a concludere che l’intero archivio sia andato distrutto. D’altra parte, come è pensabile che i monaci allontanatisi dal Monte Ursino (il loro abbandono del cenobio in questa occasione è attestato in modo esplicito da uno dei fuggiaschi [56]), non portassero con sè insieme alle cose più preziose proprio le carte sulle quali si fondavano i diritti giurisdizionali del loro patrimonio? Carte che, non dimentichiamolo, una volta stipate in un sacco di tela, non potevano pesare più di qualche chilogrammo [57].

Rimediati i danni provocati dai saccheggi delle bande ezzeliniane, tutto lascia credere che i monaci, nel tornare alla vita cenobitica sul monte Ursino, abbiano portato con sé anche l’archivio. Che va man mano arricchendosi di una cospicua serie di negozi soprattutto legati alla gestione ordinaria del patrimonio, rogati in gran parte nel castrum di Nuvolento [58]. Ma con la metà del Trecento la vicenda di S. Pietro va intrecciandosi con quella della chiesa bresciana di S. Brigida riservando alle nostre carte nuove trasferte e imprevedibili coabitazioni.

Nel corso del secolo XIV con insistita frequenza andava ponendosi agli abati e ai monaci la necessità di dimorare in Brescia per l’espletamento di tutta una serie di incombenze legate alla conduzione spirituale e amministrativa del monastero. Ed è proprio per tali ragioni che Giacomo abate di S. Pietro, non avendo nella capitale «nullam domum vel mansionem» nella quale lui e i suoi monaci «possint tam commode quam honeste recipi et morari», il 15 novembre 1347 porge istanza a Lambertino vescovo di Brescia e al capitolo della cattedrale perché intervengano in qualche modo per soddisfare alle necessità della comunità monastica. Il vescovo, con il consenso del capitolo, considerando poco dignitoso che l’abate e i monaci «quando pro necessitatibus vel utilitatibus monasterii … veniunt Brixie» debbano far capo ad alberghi non dignitosi per i religiosi («hospicia et tabernas»), dispone che venga annessa a S. Pietro la chiesa cittadina di S. Brigida «cum omnibus suis iuribus spiritualibus et temporalibus … ita quod abbas qui nunc est et abbates qui per tempora erunt in dicta ecclesia et domibus ipsius ecclesie Sancte Brigide imperpetuum habeant liberam habitationem». Rimane alla dirigenza monastica l’obbligo di delegare al sacerdote in carica e a quelli che in seguito sarebbero stati nominati dal vescovo, su indicazione dell’abate di S. Pietro, l’amministrazione e l’uso del patrimonio della chiesa in modo che ne fosse garantita la vitalità pastorale al servizio dei fedeli [59].

Non sappiamo se la disponibilità di un’abitazione stabile presso la chiesa di S. Brigida abbia indotto gli abati a trasferire colà, da subito, anche l’archivio monastico [60]. Un passaggio che di fatto dovette comunque già essere avvenuto il 24 dicembre 1381, quando il vescovo di Brescia Nicolò «ecclesiam Sancte Brigide … cum omnibus iuribus et pertinentiis suis … monasterio Sancti Petri in Monte, presente, petente et requirente ac humiliter postulante … domino abbate, univit et incorporavit», sanzionando in modo definitivo il passaggio della chiesa e dei suoi beni sotto la giurisdizione del monastero, il quale avrebbe dovuto farsi carico direttamente della cura d’anime, impegnandosi anche ad avviare e ad ultimare entro sei mesi un restauro completo dell’edificio. La decisione del vescovo si fondava su due ragioni tra loro complementari: da un lato l’impossibilità di reperire un sacerdote residenziale che volesse continuare ad occuparsi della cura dei fedeli compresi nella parrocchia di S. Brigida, dall’altro la constatazione che da tempo ormai l’abate e i monaci conducevano vita comunitaria presso la chiesa, avendo abbandonato il monte di Serle per tutta una serie di difficoltà legate alla collocazione decentrata del cenobio, oltre che per paura delle scorrerie «banitorum et aliorum hominum prave nationis» [61]. Si osservi tuttavia che la notizia del passaggio dei monaci alla chiesa bresciana, segnalato nel documento del 1381 come già avvenuto, contrasta con altre indicazioni documentarie che sembrano trasferire a qualche decennio posteriore il definitivo passaggio. Non solo, infatti, non mancano documenti notarili immediatamente posteriori al 1381 che vedono l’abate ancora dimorante nella domus di Nuvolento [62], ma abbiamo anche un documento di Eugenio IV del 1435 settembre 9, con il quale il pontefice, affidando all’abate di Leno il mandato di sancire a nome del pontefice l’unione tra Santa Brigida e il cenobio di Serle, richiama nella narratio una lettera dell’abate Nestore in cui si evince che la comunità di S. Pietro dimorava di fatto presso la chiesa bresciana da più di vent’anni [63]. L’apparente contrasto tra i suggerimenti delle fonti potrebbe essere sanato pensando a un periodo, a cavallo tra XIV e XV secolo durante il quale l’abate (e con esso la comunità cenobitica) abbia alternato cicli di presenza nella sede pedemontana ad altri dentro le mura della città. Comunque, per quanto ci interessa, non possono che essere questi i decenni nel corso dei quali si è proceduto all’accorpamento delle carte delle due istituzioni, che di fatto d’ora innanzi seguiranno un destino comune, fino alla definitiva separazione, conseguente al riordino vaticano della prima metà del nostro secolo [64].

Trascorsi pochi anni dalle litterae di Eugenio IV, il monastero di S. Pietro, il cui inesorabile declino non fu evidentemente interrotto dalla congiunzione con Santa Brigida e dal trasferimento dei monaci dentro la più sicura dimora cittadina, fu soppresso e inglobato nella canonica cittadina di S. Pietro in Oliveto [65], la quale era stata da poco tempo a sua volta aggregata, insieme a numerose altre fondazioni religiose della repubblica veneta, alla congregazione di S. Giorgio in Alga. Non importa ricomporre qui le tappe di questi passaggi [66], basti dire che una serie di documenti dei secondi anni quaranta del secolo XV denunciano in termini espliciti l’avvenuto congiungimento e vedono ormai in azione, per la stipula di negozi riguardanti il patrimonio del nostro monastero, le gerarchie di S. Pietro in Oliveto [67]. Lo scrinium del soppresso monastero di Serle, frutto di stratificazioni accumulatesi per più di quattro secoli di storia, doveva presentarsi a questa altezza cronologica privo di un qualsiasi ordinamento. I segni materiali che ancora oggi possiamo leggere nei manufatti e le annotazioni sul verso null’altro segnalano se non l’accorpamento di nuclei di pergamene per esigenze processuali [68] o comunque per ragioni correlate a una gestione più snella dell’amministrazione [69].

La politica di concentrazione monastica perseguita a Brescia nel secolo XV sotto l’egida della Congregazione veneziana di S. Giorgio in Alga costringe le nostre carte all’interno della cinta della ricostruita canonica di S. Pietro in Oliveto, sulle pendici del Cidneo, dove sono sicuramente collocate a partire dalla prima metà del secolo XVI, insieme a quelle della soppressa chiesa di Santa Brigida e a quelle, ovviamente, dello stesso S. Pietro in Oliveto [70].

Una volta ultimata la nuova fabbrica, la comunità di S. Pietro in Oliveto andò man mano accrescendo la propria influenza e il proprio potere economico, potenziando e riorganizzando il patrimonio fondiario, per la gestione del quale si dovette ben presto porre in termini ineludibili il problema di una organica sistemazione del materiale pergamenaceo dei tre enti.

Per capire la filosofia di tale riordino e per individuare i criteri della sua concreta attuazione dobbiamo confrontarci, da un lato, con le segnature presenti nel verso della grande maggioranza delle pergamene, dall’altro, con due registri superstiti, conservati presso l’Archivio Segreto Vaticano [71] e presso la Biblioteca Universitaria di Pavia [72]. La presenza di più mani sembra caratterizzare un’operazione di riordino protrattasi per più anni e comunque condotta, all’interno del monastero, da diverse persone [73]. L’annotazione cinquecentesca, sul verso delle pergamene, è costituita, nella sua versione più completa, da due elementi: un numero arabo di grande modulo, quasi sempre inserito tra due punti, accompagnato dalla datazione cronica (spesso erroneamente calcolata), costituita dal millesimo, cui segue il giorno del mese (quando è attestato nel documento) e il mese stesso (in latino, al caso genitivo) [74]. Raramente il quadro cronico è completato dall’indicazione del nome della località in cui si colloca la porzione di patrimonio monastico menzionata nel negozio rogato nel recto [75]. In un numero significativo di casi la segnatura è del tutto assente [76], in altri troviamo soltanto la data [77]. L’apposizione di quest’ultima in numerose pergamene, opera di mano diversa da quella della segnatura vera e propria, si prefigura come la prima delle operazioni effettuate durante il riordino [78].

Il Registro 95 dell’Archivio Segreto Vaticano presenta sulla copertina originaria il titolo “Serlarum“ e nella parte iniziale del recto della prima carta la seguente didascalia: «Registrum seu summarium omnium iurium et instrumentorum spectantium reverendis dominis canonicis Sancti Petri in Oliveto Brixiae pro bonis et iuribus terrae et territorii de Serlis». Si può dividere da un punto di vista cronologico in due parti, poste l’una di seguito all’altra senza soluzione di continuità e da accreditare comunque alla stessa mano: la prima (cc. 1r-59v) comprende documenti che riportano date comprese tra il 1049 e il 1498, la seconda (cc. 60r-72v) tra il 1249 e il 1299. Conclude il registro, a cc. 73v-74r, una nota, espressa da una mano diversa dalla precedente, che, segnalando il 1631 settembre 29, indica un indiscutibile terminus ante quem per la costruzione del registro [79]. Di ciascun documento sono indicati, nell’ordine, la data cronica, il regesto e il numero di serie (il più delle volte in numeri arabi, qualche volta in numeri romani); sia la data sia il numero di serie coincidono con quelli che risultano vergati nel verso della corrispondente pergamena. L’esame comparativo del registro e delle pergamene superstiti in esso segnalate consente innanzitutto di cogliere senza difficoltà i criteri alquanto approssimativi con cui le datazioni vengono estratte dalle pergamene, non soltanto per la mancata conoscenza del sistema di conteggio proprio della «consuetudo Bononiensi» [80], ma anche, più in generale, per l’evidente incapacità a leggere correttamente le scritture dei notai. Una rilassatezza che emerge in modo altrettanto pesante nella costruzione dei regesti e nel fatto che risultano inseriti nel registro di Serle almeno quattro documenti che, estranei a tale località, non provengono, come dovrebbero, dall’archivio di S. Pietro in Monte ma da quello di S. Pietro in Oliveto [81].

Il codice pavese comprende la trascrizione integrale dei privilegi concessi da autorità laiche (con esclusione quindi dei privilegi pontifici e vescovili) dal 1053 al 1558 [82]. Si apre con un ‘Index’ («Index privilegiorum, immunitatum et exemptionum monasterii S. Petri in Oliveto Brixiae in presenti volumine redactorum») in cui sono regestati i documenti compresi nella raccolta: al termine di ciascun regesto compare la segnatura indicata nel verso del corrispondente pezzo d’archivio [83]. Soltanto il primo dei documenti trascritti nel codice pavese riguarda S. Pietro in Monte: si tratta del diploma di Enrico III del 1053 maggio 18 [84].

Il registro vaticano e il codice di Pavia ci consentono di ricomporre un quadro sufficientemente chiaro circa i tempi e i modi che hanno scandito e contraddistinto lo svolgimento dell’intera codifica.

Per quanto riguarda i tempi, sono più d’una e del tutto convergenti le indicazioni che ci obbligano a inserire l’ordinamento negli anni cinquanta del XVI secolo. La data di ultimazione del nucleo principale del codice pavese (1558) si riferisce a una serie di documenti, trascritti in un contesto unitario dalla stessa mano, che vanno dal sopra citato diploma di Enrico III a una lettera del duca di Venezia Lorenzo Priolo del 1558 luglio 6, indirizzata a Domenico Bollani, podestà di Brescia, riprodotta «ut in autentico membraneo n° .52.» [85]. E se il registro di Serle raccoglie i documenti fino al 1498 marzo 12 [86], possiamo osservare che la segnatura sul verso delle pergamene a noi pervenute di S. Pietro in Oliveto arriva almeno fino al 1557, come risulta da una di esse, regolarmente registrata con la segnatura «73» [87].

I criteri seguiti nel riordino cinquecentesco, strettamente funzionali all’amministrazione del patrimonio fondiario della nuova istituzione, non nutrono alcun rispetto per la precedente autonomia dei fondi di S. Brigida, di S. Pietro in Monte e di S. Pietro in Oliveto, anche se di fatto, tenuto conto delle differenti località in cui i tre enti avevano i rispettivi possedimenti, non deve meravigliare che risultino provenienti dall’archivio del monastero di Serle gran parte dei documenti inseriti nel registro riguardante questa località. D’altra parte, il fatto che in esso vi siano anche quattro documenti provenienti dall’archivio di S. Pietro in Oliveto mentre, da un un lato, pone in rilievo l’approssimazione con cui la schedatura è stata condotta, dall’altro, è la prova più evidente di come la classificazione del materiale sia stata effettuata indipendentemente dal fondo di appartenenza. È un modo di procedere che trova conferma in altro registro vaticano, simile al precedente, comprensivo di negozi riguardanti Poncarale e Flero («Ponscaralis et Flerum»), località nelle quali S. Pietro in Oliveto aveva una buona parte del proprio patrimonio [88].

Una volta individuati i criteri seguiti nell’ordinamento cinquecentesco, non è difficile capire, in base alle segnature presenti nel verso delle pergamene, che diversi, oltre a quello di Serle (sopravvissuto), dovevano essere i registri del soppresso monastero di S. Pietro: uno di questi riguardava i beni in Nuvolento, ma almeno altri tre possono essere immaginati, rispettivamente riferiti a Nuvolera (e ad altre località circostanti, tra cui Mazzano, Paitone e Gavardo) [89], a Vallio [90] e ai beni sul lago di Garda [91]. A proposito di questi ultimi, si potrà osservare che non sono stati regestati e inseriti in registro tutti [92] quelli prodotti negli anni quaranta dell’XI secolo, come appare dalle note cinquecentesche sul verso delle rispettive pergamene che riportano la data del documento ma non il numero di serie [93]. L’omessa registrazione di questi documenti, evidentemente ritenuti di poco conto, sta a significare chiaramente che l’intera operazione di riordino era esclusivamente finalizzata alla gestione del patrimonio.

Una maggiore attenzione è riservata ai documenti pubblici che vengono trascritti per intero. La presenza nel manoscritto pavese di atti espressi dalle autorità laiche fa pensare che ve ne fosse un secondo in cui erano compresi quelli emanati dal papa e dai vescovi. L’inserimento dei documenti cancellereschi in due diversi registri non doveva tenere in alcun conto la loro appartenenza originaria. Basterebbe a dimostrarlo, come si è detto, che nel Registro pavese i privilegi per S. Pietro in Oliveto si aprono con il diploma di Enrico III per S. Pietro in Monte.

Le porte dell’archivio così riordinato vengono aperte per la prima volta al sacerdote Francesco Fiorentini (1588-1637) [94], il quale, su mandato del vescovo Marino Giorgi, stava avviando una ricerca sui vescovi bresciani. In tale occasione, secondo la testimonianza del Doneda (1701-1781) il Fiorentini avrebbe scritto un «Catalogus MS. Privilegiorum» riguardante i documenti già conservati «in antiquo Monasterio Sancti Petri in Oliveto Brixiae» [95]. Da questo catalogo deperdito dipendono non solo le notizie che il Fiorentini stesso ha inserite nei suoi racconti sull’episcopato bresciano, ma soprattutto i brevi regesti (e in pochi casi fortunati anche le trascrizioni complete) di documenti provenienti dall’archivio del nostro monastero (ma anche da altri), che diversi eruditi nel corso del Seicento e del Settecento hanno largamente utilizzati. Materiale prezioso che tuttavia, è quasi inutile dirlo, riguarda soltanto gli atti (e neppure tutti) nei quali risultano coinvolti i vescovi bresciani.

La conoscenza diretta dei documenti più antichi del cenobio porta il Fiorentini a ignorare la leggendaria origine longobarda avanzata dal Malvezzi [96], e a sottolineare invece il ruolo avuto dal vescovo Olderico, accreditando al presule bresciano un atteggiamento di attenzione e di forte benevolenza nei confronti del cenobio di Serle. Il costante e reiterato richiamo alle donazioni del vescovo, segnalate in passaggi diversi di un manoscritto della Queriniana [97], non possono che nascere dalla conoscenza diretta del materiale ospitato nel tabularium monastico. Che l’erudito bresciano abbia consultato direttamente i documenti emerge in termini espliciti da un’annotazione di sua mano, attestata nel medesimo manoscritto (c. 126r), «1040. Archivum S. Petri in Oliveto», in cui non è difficile cogliere il rinvio a una donazione del presule bresciano del 1041 novembre [98], la cui pergamena è andata perduta ma che noi possiamo leggere attraverso una trascrizione dello stesso Fiorentini, a sua volta dispersa, ma leggibile in una copia del Faino [99]. Che si tratti proprio di questo negozio lo prova tra l’altro il riferimento alla datazione «1040», la stessa che risulta nella trascrizione e che noi abbiamo corretta sulla base dell’indizione e di altre considerazioni in «1041» [100].

Un riferimento al diploma di Enrico III [101] e al privilegio di Innocenzo II [102] sembrerebbe di cogliere nella scheda riguardante Olderico II, in cui si dice delle donazioni che questo vescovo avrebbe effettuate in favore del monastero: «Odalricus monasterium S. Petri in Monte, quo se facultate summi Pontificis transtulit, ut ex S. Benedicti instituto Deo inserviret, amplissime ditavit, quam postea donationem ratam habuit Pontificia Caesareaque auctoritas» [103]. Ma i dati che emergono da questa scheda sono tutt’altro che chiari. Senza tentare qui di diradare le nebbie che gravano sulla figura di Olderico II, si può almeno osservare che i documenti dell’archivio non hanno lasciato alcuna traccia di suoi interventi in favore del monastero. D’altra parte, si oppongono, come già giustamente rileva il Savio [104], insuperabili difficoltà cronologiche a identificare l’Olderico ricordato nel diploma di Enrico III con un vescovo diverso da quello sicuramente attestato a partire dal 1031, predecessore immediato di Adelmanno insediato ai vertici della diocesi bresciana dal 1057 al 1061 [105]. Tutto ciò a fronte dell’unica data (1075) che il Fiorentini pone a margine della scheda su Olderico II e che lo stesso Savio dubbiosamente raccoglie, seppure attraverso la mediazione del Gradenigo [106]. Anche il contesto in cui nel privilegio di Innocenzo II (1132) [107] ricorre il vescovo donatore di beni al monastero ci costringe ad escludere il presunto Olderico II: il papa, infatti, conferma all’abate Giovanni <de Burnado> tutto il patrimonio che, originariamente donato dal presule bresciano, era stato oggetto di una successiva conferma in quello stesso diploma di Enrico III sopra menzionato. Comunque stiano le cose, resta il fatto che le brevi biografie dei due vescovi, in particolare per quanto attiene ai loro rapporti con S. Pietro, verranno riprese quasi alla lettera e rilanciate in modo autorevole nell’Italia Sacra dell’Ughelli, il quale non mostra di aver promosso autonome indagini nell’archivio di S. Pietro in Oliveto [108]. Non diversamente si comporta il Faino (1597-1673), al quale siamo anche debitori, in dichiarata dipendenza da un manoscritto del Fiorentini (andato perduto), di una serie di brevi regesti di documenti bresciani [109] e della trascrizione integrale della donazione di Olderico I in favore di S. Pietro, prima ricordata [110]. Nel grande mare della vastissima produzione erudita seicentesca, in gran parte trasmessa nei manoscritti della Queriniana [111], si segnala ai fini del nostro lavoro il miscellaneo E. I. 11. In esso, oltre alla trascrizione di una copia autentica del documento del 1381 dicembre 24 con il quale S. Brigida veniva annessa a S. Pietro in Monte [112], compare la bozza del falso originale di Leone IX/Alessandro II in favore di S. Pietro, costruita con intenzioni fraudolente agli inizi del Duecento e ulteriormente manipolata nel XVII secolo [113]. Sono recuperi che segnalano una delle ultime, se non proprio l’ultima, consultazione dell’archivio mentre ancora si trovava depositato presso S. Pietro in Oliveto. Di lì a pochi anni sarebbe stato trasferito a Venezia, presso la Nunziatura Veneta, in conseguenza diretta della decisione di Clemente IX (bolla del 1668 dicembre 6) di sopprimere tutte le istituzioni religiose della Congregazione di S. Giorgio in Alga, in modo da poter finanziare con i patrimoni così liberati la guerra di Venezia contro i Turchi [114]. L’archivio di S. Pietro in Oliveto, non più sottoposto ad alcuna operazione di riordinamento, di fatto precluso alla consultazione [115], rimase nella città lagunare fino agli anni trenta dell’Ottocento, quando fu trasferito tra le mura vaticane.

Dopo quasi un altro secolo di letargo, fu sottoposto, insieme alle pergamene di tutte le altre fondazioni soppresse, a un radicale intervento di riordino, che, seppure con qualche infortunio, ha restituito alla loro autonomia i depositi di S. Pietro in Monte, di S. Pietro in Oliveto e di Santa Brigida. La storia rocambolesca del viaggio da Venezia a Roma e la descrizione dei criteri che hanno ispirato l’opera di catalogazione sono già stati raccontati, come si diceva all’inizio di questo capitolo, dal Cenci [116]. A noi corre l’obbligo di dire qualcosa sulla massiccia iniziativa di copia che, subito dopo la soppressione del 1668, ha coinvolto una parte cospicua del nostro materiale.

Ciò avvenne nel 1672, in seguito alla cessione di gran parte del patrimonio del monastero di S. Pietro in Monte (con esclusione dei beni sulla riva occidentale del Garda) e di quello di Santa Brigida alle agostiniane del monastero cittadino di S. Maria degli Angeli [117]. Il Doneda, pochi anni dopo l’avvenimento, dà un breve ma puntuale resoconto dell’operazione. Dopo aver segnalato «che tutte le scritture del Monastero <ci si riferisce a s. pietro in oliveto, in cui, come si è più volte detto, confluirono i documenti di s. pietro in monte e di santa brigida> furono trasportate alla Cancelleria della Nunziatura di Venezia», afferma «che le sacre Vergini hanno di là procurate e ottenute le copie di moltissimi Pergameni al predetto Monastero appartenenti, le quali in tre volumi conservano» [118]. Dai tre volumi pesca abbondantemente, per l’allestimento del suo Codex Diplomaticus Brixiensis (un’iniziativa che nel secolo di Muratori trovò entusiasti seguaci anche in altre città del territorio lombardo [119]), il monaco cassinese Giovanni Lodovico Luchi (1702-1788) [120], non avendo la possibilità di accedere agli originali. Sulla fisionomia dei tre volumi conservati presso le Agostiniane ci illuminano alcune note riportate nel Codex del Luchi. Innanzitutto è possibile identificare uno dei tre con l’attuale manoscritto Aldini 554 della Biblioteca Universitaria di Pavia poiché il dettato del diploma di Enrico III trascritto dal Luchi, non solo si presenta come un calco dell’antigrafo pavese, ma è preceduto dalla seguente, esplicita, annotazione: «Copia tratta da un Registro pergameno di privilegi, esenzioni etc. del monastero di S. Pietro in Oliveto, ora esistente presso le reverende Madri degli Angioli di questa città di Brescia, scritto anno MDLXIII» [121]. Dobbiamo dunque per forza di cose pensare, correggendo il Doneda, che questo manoscritto compilato, come si era detto in precedenza [122], in occasione del riordino cinquecentesco, sia stato ceduto alle agostiniane così come si trovava nell’archivio e non quindi trascritto nel 1672 in occasione dell’alienazione del patrimonio. Non va del resto dimenticato che questo manufatto, pur prezioso, altro non era che una copia di tutta una serie di atti i cui exemplaria continuavano a restare nel deposito originario.

Il secondo volume, andato perduto, di gran lunga più consistente del precedente, è stato allestito, su committenza delle monache agostiniane, dal cancelliere della Nunziatura Veneta Stefano Rosata nel 1672: la dichiarazione di autentica, inserita al termine del volume (p. 289), viene fedelmente trascritta dal Luchi [123].

Il terzo volume, pure deperdito, comprendeva le pergamene riguardanti i beni della chiesa di Santa Brigida [124].

Il Codex del Luchi, già in possesso dell’erudito bresciano Giovanni Labus (1775-1853) e finito, tramite una curiosa vicenda familiare, nella biblioteca del Seminario di Mantova [125], ci consente di recuperare soltanto in parte i documenti del volume secondo, essendo essi trascritti selettivamente e il più delle volte in maniera non integrale sulla base di criteri alquanto empirici. La raccolta luchiana, che costituì la fonte da cui attinse l’Odorici (con ulteriori semplificazioni ed errori) per il suo Codice Diplomatico [126], è stata fedelmente copiata in un altro manoscritto della Marciana di Venezia, dal quale a sua volta, è stata tratta copia conservata nella Biblioteca Civica di Verona [127].

Sono tutte operazioni di copia, di qualche interesse erudito, ma che non rivestono alcuna importanza ai fini della nostra edizione, poiché, fortunatamente, di tutti i documenti trascritti dal Luchi è stata reperita la pergamena originale (o la copia autentica di età antica) in Archivio Vaticano. Può tuttavia essere utile, anche per comprendere meglio i rapporti tra i diversi rappresentanti della tradizione, doverosamente elencati negli apparati di ciascun documento, presentarne lo stemma [128].

A [129] | B [130] | C [131] | \ D [132] D’ [133] | E [134]

3. Tipologie documentarie, lingua, scrittura

Chi vorrà accingersi a una valutazione diplomatistica degli atti compresi nella presente raccolta dovrà avere la consapevolezza che essi, rappresentando una minoranza nel contesto della produzione bresciana sopravvissuta (e nella quasi totalità inedita), non consentono nel modo più assoluto di trarre conclusioni, neppure a grandi linee, sulla fisionomia del documento bresciano dell’XI e del XII secolo, sulle modalità della sua costruzione e sulla complessa storia dei suoi mutamenti [135]. Rende ancora più difficile la risposta a questi interrogativi il fatto che la nostra raccolta, mentre presenta una forte concentrazione di atti negli anni della fondazione di S. Pietro (quaranta documenti nei primi dodici anni di vita del monastero, gran parte dei quali fra il 1039 e il 1043) e nella seconda metà del secolo XII (quasi i due terzi, distribuiti in quantità progressivamente più consistenti con il procedere dei decenni), lascia quasi del tutto sguarnito il periodo a cavallo dei due secoli, quello in cui, come è largamente noto, si sono verificati i mutamenti più radicali della charta altomedievale e si è forgiato il nuovo documento dispositivo [136].

Va tuttavia osservato che l’anomalo inserimento della documentazione qui edita nel corso dei due secoli non sembra dipendere, come spesso accade in altri contesti documentari, dalla casualità della vicenda archivistica, quanto piuttosto da ragioni ben precise puntualmente correlate alla storia stessa del monastero. Così, a esempio, torna facile notare che negli anni della fondazione si addensano una serie ininterrotta e ripetitiva di negozi (in gran parte donazioni, più o meno consistenti, di beni immobili), tutti tesi a sancire la nascita e a definire la consistenza di un patrimonio fondiario, che si manterrà sostanzialmente inalterato nei secoli successivi. Con altrettanta facilità si può notare che i documenti riferiti alla gestione ordinaria dello stesso patrimonio (soprattutto investiture) si fanno progressivamente più numerosi a partire dal 1134 [137] (nel momento in cui non è più sufficiente il contratto orale, in precedenza evidentemente adottato per la stipula dei negozi non riferiti al passaggio di proprietà del bene), fino a divenire egemoni rispetto alle altre forme documentarie negli ultimi decenni del secolo. Un’egemonia che, in consonanza con quella attestata in altre situazioni archivistiche, si manterrà ininterrotta nel corso del Duecento.

La stessa fitta presenza di atti giudiziari, soprattutto concentrati nella seconda metà del secolo XII, sta a segnalare il sorgere di crescenti difficoltà nella gestione dei rapporti con molte delle comunità vicine.

Se le vendite, le investiture e i documenti giudiziari (sentenze di varia natura e testimoniali) sono le categorie più largamente rappresentate nella presente silloge, non mancano esemplari più o meno numerosi di altre varietà documentarie, le stesse che si incontrano in analoghe collezioni di questo stesso periodo. Un quadro generale di tali tipologie, anche in riferimento ai diversi testimoni della tradizione che le hanno tramandate, è stato ricomposto nella tabella 1. In essa, il diplomatista che sia particolarmente interessato a riprendere lo studio dei rapporti, in regime di charta, tra la ‘minuta’ e il mundum [138], troverà di particolare interesse la presenza di ben 17 notizie dorsali [139] (di 14 delle quali è sopravvissuto anche il relativo originale) [140]. Nelle note anteposte all’edizione di ciascuna di esse sono state inserite una serie di indicazioni utili per capire le modalità della loro costruzione nonché i rapporti con il relativo mundum, sia esso vergato nella stessa o in altra membrana.

Nessun risalto è stato invece riservato, negli apparati che introducono i singoli documenti, al tema linguistico. Va qui almeno detto che le carte di S. Pietro anche da questo punto di vista rivestono un notevole rilievo. Soprattutto quelle in cui il notaio, non condizionato dalla griglia in lingua latina propria dei tradizionali negozi (vendite, investiture, permute, sentenze ecc.), si trova nella necessità di tradurre all’impronta le deposizioni di testimoni formulate in volgare. Uno studio sistematico dei testimoniali, già proficuamente promosso per uno di essi [141], potrà essere ripreso sia per valutare i vari sistemi adottati dai notai nella formalizzazione delle deposizioni orali, sia per cogliere quei termini e quelle espressioni che, soprattutto nei segmenti del discorso riportato in forma diretta, rappresentano preziose tessere della parlata bresciana del secolo XII.

Sul piano paleografico la nostra silloge offre una serie di conferme a situazioni già note, almeno nelle loro linee essenziali [142]. C’è innanzitutto un’ulteriore dimostrazione della sopravvivenza, in àmbito notarile e per tutto l’XI secolo, della corsiva nuova. La concentrazione di un significativo numero di documenti a cavallo degli anni trenta e quaranta consente in particolare di cogliere il modus scribendi di diversi professionisti, tra i quali emerge il notaio Gariardo, attivo tra il 1038 e il 1043, che impiega una grafia regolare e sciolta, sicuramente più spontanea e armoniosa di quella di altri professionisti coevi o di poco posteriori [143]. Le sottoscrizioni autografe attestate in alcuni dei documenti dello stesso secolo segnalano, in piena assonanza con i tempi, l’uso della carolina non solo da parte degli ecclesiastici, ma anche dei laici, giudici compresi, non dediti all’attività notarile. In un documento del febbraio 1041 scrivono appunto in una minuscola corrente ed esperta, mostrando una padronanza consapevole del canone, l’arciprete di Manerbio Arderico e il giudice Amizo, due personaggi di rilievo nel proprio milieu di appartenenza, rispettivamente ecclesiastico e laico [144]. Simili indicazioni offrono le subscriptiones di un Ermezo, forse giudice e sicuramente laico, presente in un documento del mese successivo [145] e, un anno dopo, quella di un Giovanni presbitero [146]. Propria di un semianalfabeta è la sottoscrizione di base carolina espressa da un diacono Vitale in un documento del 1041: di grande modulo, con le lettere inchiostrate in modo diseguale, si colloca trasversalmente e a fatica nel pur ampio spazio predisposto dal notaio [147]. In un documento dell’ottobre 1043, insieme a due sottoscrizioni di ecclesiastici in carolina usuale, e a una seconda del giudice Amizo sopra menzionato, emerge con rilievo tutto particolare quella di Olderico, vescovo di Brescia e fondatore del nostro monastero [148]. Il prestigio e il valore del personaggio, che fu a capo della chiesa bresciana per oltre un ventennio (1031-1053) [149], appaiono dichiarati in maniera quasi emblematica da questa elegantissima sottoscrizione. Di piccolo modulo, presenta in rigoroso allineamento, mediante una sequenza di parole tra loro nettamente separate, la consueta formula («[+] Odalricus D(e)i gr(ati)a ep(iscopu)s a me facta subscripsi»), vergata con maiuscole tratte dall’alfabeto capitale e onciale. Impreziosiscono l’intera composizione l’impiego di un lungo tratto filettato per indicare le tre contrazioni e un arioso legamento di chiara impronta cancelleresca in «ct» di «facta». Bisogna scendere al 1058 per incontrare in una refuta di decime e di diritti in favore di S. Pietro, operata dal vescovo Adelmanno e rogata dal notaio Gezone in una corsiva di tipo professionale, un consistente apparato di sottoscrizioni: quattro ecclesiastici e due laici. [150] Tra i primi compaiono lo stesso vescovo, due diaconi (Alberto e Giovanni) e un presbitero (Lanfranco): adottano tutti una croce greca iniziale, fornita di filetti o ingrossamenti nelle estremità, una carolina regolare di memoria libraria, anche se nelle grafie di alcuni di essi non mancano i consueti nodi di richiamo cancelleresco inseriti in alcune aste all’uopo allungate (soprattutto s alta). La scrittura dei due laici (Gerardo e Bernardo, ambedue giudici), pure di base carolina, risponde a differenti gradazioni formali: è più sicura e artificiosa, con forte allungamento delle aste superiori, quella di Bernardo, mentre è più povera, sviluppata a lettere dissociate e a volte incerta, quella di Gerardo.

Inserite su basi paleografiche tra la fine dell’XI e l’inizio del XII secolo, ci prospettano situazioni grafiche inusuali, e tra loro molto diverse, due pergamene non datate, l’una vergata in una elegante minuscola diplomatica [151], l’altra in una carolina pura [152]. Quest’ultima scrittura, impaginata con allineamento rigoroso, tracciata con ductus disteso, costruita in un rapporto armonico tra il corpo medio delle lettere e le aste, va sicuramente accreditata a un ecclesiastico. Una paternità puntualmente confermata dal fatto che la pergamena ospita un polittico: un tipo di documento, privo di qualsiasi valenza giuridica che, come è noto, invece che dai notai, risulta spesso vergato dai membri della stessa comunità cui si riferiscono i beni e i diritti in esso elencati.

Le scritture notarili del secolo XII [153], pur nelle inevitabili differenze che corrono da un professionista all’altro, confortano due linee di tendenza largamente conosciute. Da un lato, in parallelo all’affermarsi della nuova figura del notaio quale esclusivo detentore della fides publica e quindi in coincidenza con la definizione di un suo più preciso status professionale, incontriamo una maggiore cura formale nella costruzione dei negozi e in particolare una maggiore politezza della veste grafica, dall’altro, assistiamo a una progressiva evoluzione delle minuscole notarili verso traguardi che vedono prevalere il tratteggio spezzato, ma soprattutto un’impaginazione in cui le singole parole, organizzate in modo compatto, sono separate in modo netto le une dalle altre [154]. Nuove sensibilità e nuovi atteggiamenti che negli ambienti notarili risultano particolarmente avvertiti. Due esemplari, più di altri, possono essere messi in vetrina per illustrare ambedue le linee di tendenza indicate. Un bell’esempio di rigore compositivo lo troviamo in un documento del 1157 aprile 15, di cui è rogatario Giovanni de Monterotundo e autore il vescovo di Brescia Raimondo [155]. Un brano esemplare, quanto a innovazioni grafiche, è quello elaborato dal notaio Guido de Urceis in un brevissimo documento del 1180 aprile 7 [156]. La penna a punta mozza scandisce in modo netto i singoli tratti delle lettere, che risultano disposte in catena all’interno di ogni parola. Appare evidente che la grafia di Guido, seppure non ancora regolata in modo puntuale dalle regole di Mayer e di Zamponi [157], si stacca completamente dalla concezione precedente. La rendono ancor più ricercata gli sviluppi insolitamente lunghi delle aste inferiori e superiori, che producono un’impaginazione ariosa, con effetti di grande eleganza.

4. Cronologia

La questione cronologica, una tra le più ardue che l’editore delle fonti documentarie si trova normalmente dinanzi, si è affacciata nel nostro caso con una varietà di espressioni e di registri che hanno richiesto particolare attenzione. Nell’arco temporale occupato dalle carte di questo primo volume si avvicendano l’era del principato, l’era cristiana, calcolata secondo lo stile dell’incarnazione pisana in connubio con l’indizione settembrina e lo stile della natività accoppiato in un primo tempo alla stessa indizione settembrina (greca o bedana) [158] e poi a quella romana [159]. Non sarà difficile allo specialista, collegando questi documenti con quelli degli altri fondi bresciani [160], costruire la storia degli usi cronici del notariato attivo nella città e nel territorio, precisando e anche correggendo le scarne valutazioni finora espresse in un noto saggio della Santoro [161]. Alla grande maggioranza dei nostri lettori basteranno le annotazioni che abbiamo inserite nell’apparato dei singoli documenti a giustificazione delle scelte adottate, utili, almeno lo speriamo, a riportare un po’ d’ordine.

Pochi esempi, tra i molti possibili che si incontrano scorrendo i documenti valorizzati dalla storiografia, soprattutto quelli del secolo XI, possono bastare a dare un’idea della situazione di anarchia cronica fin qui imperante.

Il Cenci accredita al 1019 una donazione del 1048 settembre 27, ignorando che l’anno di impero va inteso con riferimento a Enrico III e non a Enrico II [162]. Il Guerrini a sua volta pone la data del 1036 marzo in capo alla trascrizione della carta con la quale Arderico, arciprete di Manerbio, con l’assenso del vescovo, dona beni in Val Camonica a S. Pietro, una data che invece va correttamente ricondotta al giugno del 1041 [163]. Sono, l’uno e l’altro, infortuni non lievi poiché nel 1036, e a maggior ragione nel 1019, il monastero non era stato ancora fondato [164]. Lo stesso Menant, al quale siamo debitori di un intelligente e accurato esame di un cospicuo numero di documenti della nostra silloge, condotto direttamente nei fondi vaticani per l’allestimento del suo denso volume sulle «Campagne lombarde», allorquando discute della data in un negozio di particolare rilievo (la rinuncia a ogni rivendicazione su gran parte del territorio boschivo intorno al monte Dragone, effettuata da Auprando di Mozzo in favore del monastero), dopo aver giustamente rigettate le datazioni dell’Odorici (1053) e del Guerrini (1041), propone la data dal 1083/1084 a fronte del 1047 da noi suggerito. Un’opzione che si ripercuote in modo infausto nella ricostruzione dell’albero genealogico della famiglia capitaneale dei Mozzi-Brusati, da lui effettuata [165].

Questa dello storico francese, quelle prima ricordate e altre ancora, di maggiore o minore peso [166], sono tutte inesattezze che è stato possibile sanare grazie al riordino dei singoli documenti e al loro inserimento nel contesto di tutta la documentazione bresciana superstite. Un riordino che ha prodotto frutti succosi per quanto riguarda la vecchia questione sull’origine del monastero. Integrando, infatti, ogni pezzo al posto giusto è stato possibile seguire un’evoluzione sostanzialmente coerente del nome dell’istituzione, che appare menzionata come ecclesia nelle carte tra il 1039 e il giugno del 1041 e come monasterium a partire da quest’ultimo mese. Nomi e tempi correlati tra loro in modo tale da far pensare che proprio nel giugno del 1041 vada inserita la fondazione del cenobio di Serle [167].

Quanto agli elementi cronici diversi dal millesimo, andrà almeno messo in evidenza il criterio di indicare seppure in modo non esclusivo, tra gli ultimi decenni del secolo XI [168] e la metà circa del XII [169], il giorno del mese accoppiato in modo generico a un giorno della settimana [170].

Largamente attestato nella documentazione medievale, soprattutto nel secolo XII, compare anche qui, a volte, il disaccordo tra il giorno del mese e quello della settimana, il più delle volte di una, in qualche caso di più unità [171]. Pur avendo la consapevolezza che la scansione del tempo secondo i giorni della settimana doveva essere più familiare all’uomo del medioevo, si è preferito privilegiare, in coerenza con le scelte (peraltro motivate) adottate in nostre precedenti edizioni [172], il giorno del mese. D’altra parte, la possibilità di spostare la data di uno o più giorni rispetto a quella da noi proposta si riduce a un facile esercizio di calendario che può essere effettuato sulla base dei dati riferiti nell’apparato introduttivo dei singoli documenti.

5. La minuta di un falso e tre falsi raccontati

Il tema dei falsi è di certo tra i più fascinosi che lo studioso delle forme del documento medievale si trovi ad affrontare nelle sue ricerche. Documenti apocrifi, fraudolentemente accreditati per le più diverse ragioni a un’età precedente rispetto a quella in cui sono stati effettivamente allestiti, si incontrano in numerosi archivi delle istituzioni ecclesiastiche, soprattutto di quelle più prestigiose e più potenti. Nei decenni tra XII e XIII secolo sono tutt’altro che rare vicende giudiziarie in cui i monasteri e le chiese non si giovino di imposture scritte per legittimare e per difendere diritti variamente conculcati [173].

La speranza di una messe abbondante è andata nel nostro caso quasi del tutto delusa, nel senso almeno che i negozi qui editi, siano essi conservati in forma di originali integri, di originali incompleti, di originali invalidati, di copie semplici, di notizie dorsali, sono tutti genuini, con la sola eccezione del privilegio di Leone IX del 1053, attestato in una scrittura secentesca, a sua volta dipendente da un antigrafo pure deperdito dei primi decenni del Duecento. Il privilegio, in forma di minuta, è il frutto di un’operazione fraudolenta ideata (ma forse neppure conclusa) nel corso del primo terzo del secolo XIII dalla dirigenza monastica, nel tentativo di attirare le offerte dei fedeli in cambio della promessa di indulgenze. Un documento dunque che, pur inserito in questa silloge per ragioni di cronologia (seppure fittizia), nulla ha a che vedere con gli uomini e l’atmosfera del secolo XI e neppure del successivo [174].

Ma il monastero di Serle davvero non si è mai giovato, nel corso del XII secolo, di scritture fraudolente? A rispondere in modo affermativo ci porta senza eccessive difficoltà un testimoniale del 1175 ottobre 22 [175], il quale registra una vicenda giudiziaria alquanto inconsueta che merita di essere commentata in modo più disteso di quanto si è ritenuto di fare nella nota premessa all’edizione [176].

Nel documento in questione dodici personaggi, di differente estrazione sociale, proclamano con insistita coerenza (c’è solo una sfasatura di cui diremo più avanti) la genuinità di tre documenti, conservati nel tabularium monastico. Sono testimonianze che si innestano in un’aspra e variopinta controversia che vede S. Pietro e gli uomini di Serle in lotta con gli uomini della curtis di Nuvolera per lo sfruttamento dei boschi circostanti il monastero. I tre documenti giudicati genuini, possono essere identificati, in base alle informazioni dei testimoni, con la cartula offertionis di Arderico del 1041 febbraio [177], con la cartula commutationis tra Olderico vescovo di Brescia e Paterico abate di S. Pietro del 1043 ottobre [178] nonché, da ultimo, con la carta promissionis di Auprando di Mozzo del 1047 ottobre [179]. Sono questi i tre documenti più importanti, grazie ai quali il monastero diventa proprietario di quel vasto e compatto territorio situato lungo le pendici del monte Ursino. Documenti ‘forti’ che la dirigenza monastica utilizzerà spesso nelle liti che la vedranno coinvolta nel corso dei tempi con singole persone, con nuclei familiari e con intere comunità. I tre pezzi, così come noi oggi li possiamo leggere, sono di certo genuini, attribuibili con sicurezza a notai al di sopra di ogni sospetto: Gariardo è il rogatario dei primi due, Giselberto del terzo [180].

Chi dunque ha osato mettere in discussione la credibilità di documenti che a noi paiono oggi del tutto ineccepibili, così da costringere S. Pietro a produrre dodici testimoni a loro difesa? Prima di rispondere, ascoltiamo almeno una delle dodici deposizioni, quella del presbitero Alberto di S. Pietro in Monte, una persona certamente colta che si esprime con sicurezza e dovizia di dettagli. «Da cinquant’anni in qua sono a conoscenza dell’esistenza delle carte ora giudicate false e mi sento di affermate che tali scritture sono sempre state ritenute come vere dai monaci, dagli abati di S. Pietro, dai loro vassalli e da tutti quelli che le hanno viste e giammai ho sentito qualcuno che le rigettasse come false». Il nostro presbitero si dilunga poi a snocciolare un lungo elenco di vertenze nelle quali la vittoria del monastero sulla controparte è stata possibile grazie a una o più delle tre carte [181].

Per capire è indispensabile ricomporre la storia fin dall’inizio, inserendo in posizione appropriata le testimonianze del 1175 ottobre 22.

Già nella prima metà del secolo XII gli uomini di Serle e quelli di Nuvolera che raccoglievano foglie, facevano legna da ardere, si procuravano legname da opera nei boschi del monte Dragone trovavano con facilità occasioni di scontro. Le ragioni del contendere riguardavano un’ampia porzione di terreni boschivi rivendicati da ambedue le parti: liti tra due comunità, rispettivamente protette da S. Pietro in Monte e dal potente monastero cittadino di S. Giulia, nel cui patrimonio erano compresi fin dalla sua fondazione beni e diritti nella curtis di Nuvolera, ma anche in quella di Nuvolento [182]. Lo stillicidio degli incidenti e i contrasti sempre più animosi rendono inevitabile il ricorso al tribunale. Una prima sessione giudiziaria, di cui non è sopravvissuta la documentazione ma di cui troviamo segnali nelle carte posteriori, è quella presieduta da Gerardo de Burnado nel 1174, il quale emana una sentenza favorevole a Nuvolera. Sentenza che di lì a pochi mesi, in presenza del giudice/arbitro Teodaldo de Muscolina, viene rigettata da quelli di Serle [183].

Si avvia, a questo punto, conseguente e ineluttabile , la seconda fase della controversia, della quale sopravvivono gran parte delle scritture.

Il 6 luglio 1175, a Brescia, nella chiesa di S. Pietro de Dom, dinanzi al giudice Airaldo de Sancta Agatha sfila una varia umanità: ben settantadue persone vengono a deporre su di una quaestio che, bruciando sulla loro pelle, era ben presente alla loro memoria e alla loro esperienza quotidiana. Da Serle, Ronco, Villa, Flina, Nuvolento, Botticino scendono in trentadue per portare argomenti in favore di S. Pietro [184]; da Nuvolera, Mazzano, Caionvico, Virle, Rezzato arrivano addirittura in quaranta per illustrare le ragioni di Santa Giulia [185]. Pur non entrando nel merito delle deposizioni [186], basti qui osservare che i cori dell’una e dell’altra parte cantano all’unisono i propri argomenti, senza perplessità e titubanze. Si noti tuttavia che mentre i testi in favore di Nuvolera rivendicano i propri diritti sul monte Dragone, ricorrendo soltanto alla tradizione orale, almeno due fautori delle ragioni di Serle dicono di fondare la loro ‘verità’ sui documenti scritti. Il presbitero Gebizo di S. Pietro in Monte, dopo aver indicato con precisione i confini oggetto del contendere, dice di fondare le sue affermazioni su una carta del monastero [187]. Sina di Nuvolento, energico e intrigante gastaldo del monastero, addirittura recita a memoria il passo di un documento che dice di aver sentito leggere con le proprie orecchie: «A partire dal termine della Croce e dal termine di Arifreddo fino alla sommità del monte Dragone e fino al confine di Nave e di Caino si distende un territorio che è tenuto dal monastero di S. Pietro a titolo allodiale» [188].

Sono segmenti di deposizioni già di per sé sospetti, sia perché non compaiono in nessuno dei documenti sopravvissuti, sia perché definiscono i confini con la stessa pedanteria che si ritrova in mille altri contesti documentari elaborati in modo fraudolento. Nel nostro caso il cerchio si chiude allorquando troviamo lo stesso Sina tra i dodici testimoni menzionati nel documento da cui eravamo partiti, intento a giudicare assolutamente genuine «cartulam quam fecit pre’ Ardricum in monasterium et cartulam quę loquitur de Dravone et de Vallesurda e de Silva Maiore» [189]. Le due carte corrispondono senza ombra di dubbio alla donazione di Arderico del 1041 [190] e alla rinuncia di Aupaldo del 1047 [191], ma né l’una, né l’altra, almeno così come noi le conosciamo, riportano le precise determinazioni dei confini raccontate da Sina, anzi non ne riportano alcuna. Con tutta evidenza il gastaldo non fa riferimento ai due documenti genuini e superstiti, ma ad altri due (andati perduti), che possiamo immaginare forniti della medesima data, attribuiti agli stessi notai, organizzati con la stessa struttura formale, ma anche debitamente interpolati mediante l’aggiunta di quelle indicazioni territoriali utili a far valere le ragioni di S. Pietro.

I pochi, ma preziosi, elementi a nostra disposizione ci consentono a questo punto di cogliere la linea strategica adottata dai monaci nel corso della lite.

Recepita malvolentieri la sfavorevole sentenza emanata al termine della prima fase del giudizio, S. Pietro costruisce con opportune ‘aggiunte’ tre nuovi documenti, corrispondenti alle tre carte sopra menzionate, rendendo edotti della manovra pochi personaggi e tra questi di certo il gastaldo Sina, il quale non esita a far riferimento ad almeno una di esse, citando a memoria il passo interpolato. La semplice menzione dei documenti comprovanti i diritti di S. Pietro effettuata da Sina, ma anche dal presbitero Gebizo, insieme alle deposizioni degli altri trenta sodali, non è tuttavia tale da far pendere la bilancia in favore del monastero, poiché i quaranta testi di Nuvolera, imbeccati a dovere dalle monache di S. Giulia, hanno buon gioco a contrapporre usi e consuetudini ben più antichi di quelli che gli avversari potevano vantare [192]. Siamo dunque al muro contro muro. E S. Pietro si trova costretto a compiere una mossa – peraltro non dissimile da quella che in simili frangenti altre istituzioni, in altri luoghi, hanno effettuato [193] – che avrebbe volentieri eluso, quella di presentare in giudizio la redazione manipolata dei tre documenti. I rappresentanti di Nuvolera, che sprovveduti proprio non dovevano essere, smascherano senza difficoltà la frode, costringendo S. Pietro a presentare nell’ottobre successivo dodici testimoni concordi nel dichiarare sotto giuramento che i documenti contestati dalla controparte sono invece del tutto veritieri.

Non è difficile cogliere l’atmosfera incerta e ambigua in cui sono avvolte le parole dei dodici, in risposta ai due quesiti che il giudice pone a ciascuno di loro: «Ti risulta che le carte presentate in giudizio e giudicate false da quelli di Nuvolera, lo siano effettivamente?», e ancora «Quali sono queste carte?». Al primo interrogativo tutti sottolineano che le carte in questione sono genuine, perché tali sono sempre state considerate e perché grazie a esse è stato possibile in precedenza vincere più di una vertenza. Così, il centenario Rivano, converso di S. Pietro, riferisce che, quando quelli del monastero venivano convocati da un giudice per qualche controversia, partivano speranzosi dicendo: «Nos aportamus cartas istas ad placitum nostrum», e quando tornavano proclamavano: «Vicimus placitum, quare cartule nostre fuerunt habite bone et idonee» [194]. Alla seconda domanda il ventaglio delle repliche si fa più variegato. In cinque se la cavano con una risposta negativa o del tutto generica del tipo:«Non so quali siano» [195], «Sono quelle che trattano delle terre comuni di S. Pietro e di Serle» [196], «Sono carte di donazione in favore di S. Pietro» [197]. Equivoca è la risposta di altri tre, che indicano soltanto i titoli dei documenti, per cui non si capisce se la loro valutazione vada riferita a quello o a quelli che genuini erano davvero o ai pezzi corrispondenti falsificati per l’occasione [198]. Sono invece di certo al corrente del misfatto, oltre al gastaldo Sina [199], anche il prete Alberto [200] e lo scudiero dell’abate, Mazul de Valle [201]. Comunque i singoli testimoni, quale che sia il loro grado di coinvolgimento dell’inganno, siano essi, cioè, in buona o in cattiva fede, si guardano bene dal dire di aver letto le pergamene di cui rivendicano la veridicità, evidentemente perché nessuno di loro (gli analfabeti ovviamente, ma anche i letterati) sarebbero stati in grado di controbattere obiezioni di ordine tecnico nel caso le pergamene fossero state sottoposte al loro giudizio.

Il solo a comportarsi in modo diverso è (non certo a caso) un giudice. Alberico de Bornado, dopo aver ammesso senza difficoltà che in tempi precedenti il monastero fu in grado di superare indenne più di una controversia grazie ad alcuni documenti conservati nel suo archivio, quando gli si chiede di indicare quali siano le carte di cui in quel momento veniva messa in dubbio la validità, in altre parole, se le carte presentate nei placiti precedenti fossero le stesse in quel momento contestate, risponde seccamente: «Volo videre eas» [202].

Una risposta che ai sensibili orecchi della dirigenza monastica non poteva non apparire preoccupante e gravida di nefaste conseguenze per gli sviluppi successivi della controversia, una risposta che di certo avrebbe aperto crepe insanabili nella difesa di S. Pietro, offrendo alla controparte il destro per una pericolosa controffensiva. Di fatto il testimoniale, comprendente la deposizione del giudice Alberico, viene sostituito con altro che si contraddistingue per un radicale avvicendamento dei testimoni: del precedente manipolo risultano soltanto presenti due tra quelli più fidati, il gastaldo Sina e lo scudiero Mazul de Valle [203]. A potenziare gli argini difensivi interviene lo stesso abate Alberto <de Cenatho>, il quale, forte del prestigio e dell’autorità che gli derivano dalla carica, aggiunge la sua testimonianza giurata a quella della rinnovata compagine dei dodici [204].

Una scelta vincente che porterà S. Pietro e gli uomini di Serle a una piena vittoria, sancita con una sentenza del 1176 maggio 7 [205], formalmente corretta, ma fondata (ancora una volta) su documenti manipolati.

6. Cronotassi degli abati

L’incerta e frammentaria conoscenza dei documenti di S. Pietro non ha consentito al Guerrini di costruire una cronotassi attendibile degli abati che si sono avvicendati ai vertici del monastero [206]. È un tentativo che può ora essere ripreso con maggiore sicurezza facendo ricorso ai dati che la documentazione qui edita ci offre. Sono sicuri e indiscutibili quelli tratti dai negozi che menzionano gli abati quali protagonisti dell’azione giuridica in nome e per conto dell’istituzione. Seppure più abbondanti, sono invece da leggere con maggiore cautela gli spunti inseriti nelle deposizioni giurate dei testimoni che intervengono nel corso delle numerose controversie.

PATERICO (1043)
Le fitte donazioni che si succedono dall’aprile del 1039 al giugno del 1043 [207] sono genericamente indirizzate all’istituzione (chiesa o monastero). Il primo documento che menziona l’abate è dell’ottobre 1043 [208]. In esso Paterico, abate del monastero di S. Pietro in Monte, permuta beni con Olderico, vescovo di Brescia. Di Paterico, quasi sicuramente il primo della serie, non risultano altre menzioni nella documentazione superstite: il suo periodo di abbaziato trova un ovvio quanto sicuro terminus ante quem nell’ottobre del 1047, quando risulta già insediato Giovanni I [209].
GIOVANNI I (1047-1058)
Dall’ottobre del 1047 [210] al luglio del 1058 [211] è in carica l’abate Giovanni.
LANFRANCO (1086-1095)
Il diradarsi dei documenti nel corso della seconda metà del secolo XI e nei primi decenni del XII non consente di ricostruire in modo ininterrotto la sequenza degli abati. Dopo l’ultima menzione di Giovanni nel 1058, bisogna giungere al gennaio del 1086 [212] per incontrare il ricordo di un Lanfranco, di cui abbiamo notizie fino all’agosto del 1095 [213] . In un’investitura del 1118 giugno 29 [214], in assenza dell’abate, agisce per conto del monastero il priore Girardo. La mancata menzione del nome del prelato in carica impedisce di chiarire se si tratti di Lanfranco o del successivo Pietro, lasciando anche aperta l’ipotesi che ci si riferisca a un terzo abate non altrimenti segnalato. D’altra parte, prendendo alla lettera la deposizione giurata di Contardo de Butisino, inserita in un testimoniale di poco anteriore al 1163 dicembre 29, il quale rivendica la memoria storica di un intero secolo e la sua frequentazione del monastero durante sei abbaziati («Cuntardus de Butisino iuratus testatur se recordare a centum annis et usasse ad Sanctum Petrum cum sex abatibus…») [215], dovremmo supporre la presenza di due abati da aggiungere ai quattro già noti (Lanfranco, Pietro, Giovanni <II> de Burnado, Benedetto), forse da collocare rispettivamente, l’uno nel vuoto dei venticinque/trent’anni che la documentazione lascia tra l’abbaziato di Lanfranco e quello di Pietro, l’altro tra quest’ultimo e il successivo Giovanni <II> de Burnado, dal momento che a partire da Giovanni <II> la documentazione non lascia possibilità alcuna per l’inserimento di altri abati oltre a quelli attestati.
<ABATE ANONIMO, fine sec. XI-inizio sec. XII>
Va congetturato, prendendo alla lettera la deposizione di Contardo de Butisino, sopra menzionata e commentata.
PIETRO (anni dieci-venti del sec. XII-1130 circa)
Questo abate va senz’altro inserito negli anni dieci-venti del secolo XII (comunque prima del 1132 luglio 18 [216], quando è segnalato per la prima volta il successore Giovanni <II> de Burnado). Anche se non appare attestato in modo diretto – è sopravvissuto un solo documento tra il 1095 [217] e il 1132 [218], datato 1118 giugno 29 [219], nel quale peraltro, come si è detto sopra, l’abate, assente dal monastero, non è menzionato con il proprio nome –, sopravvivono numerose le sue tracce nella documentazione posteriore. Nelle attestationes anteriori al 1163 dicembre 29, ben due testimoni, Lanfranco de Magrena e Pietro, il primo forte di una memoria storica di quarant’anni, il secondo di mezzo secolo, collegano la loro deposizione al ricordo del nostro abate [220]. Risalendo a ritroso nel tempo, si può innestarlo senza difficoltà nel ventennio tra il 1110 e il 1130 circa. La sua permanenza ai vertici dell’istituzione monastica sembrerebbe potersi prolungare di qualche anno sulla base della testimonianza di Pietro de Laurentio di Nuvolento, il quale, in un documento del 1175 luglio 6, dichiara «esse iusta .XL. annos vel plus quod vidit abatem Petrum …» [221]. È comunque certo che i tempi dichiarati dal teste, dovendosi confrontare con il 1132 luglio 18 [222], quando risulta già in carica Giovanni <de Burnado>, debbano risalire oltre tale limite temporale, soprattutto se accettiamo l’ipotesi dell’inserimento di un pur breve abbaziato di altro prelato nel 1131-1132. Altre menzioni di Pietro incontriamo nella deposizione di prete Alberto di S. Pietro in Monte [223] e in altra, più tarda, del gastaldo Sina de Nuvolento [224].
<ABATE ANONIMO>, 1131-1132
La deposizione di Sina, il potente gastaldo che gioca un ruolo centrale nella storia economica del monastero nel corso del XII secolo, insieme a numerose altre che incontriamo nel medesimo testimoniale del 1186 [225], sembrano avallare in modo sostanzialmente coerente l’ipotesi sopra accennata circa la presenza di un abbaziato, pur breve, tra Pietro e Giovanni <II> de Burnado. La memoria più che cinquantennale di Sina, coniugata con il riferimento a cinque abati («Dico meam recordanciam esse de .L. annis et plus, et ab eo tempore infra semper vidi abates monasterii Sancti Petri in Monte, quia .V. vidi …» [226], a partire da Pietro, può infatti giustificarsi solo inserendo un abate dopo quest’ultimo. La deposizione del gastaldo trova conferma in altra coeva del converso Tonso, che riferisce gli stessi parametri numerici (circa cinquant’anni di ricordo e cinque abati) [227]. E, d’altra parte, mancano gli spazi logici per supporre che i due testi, stante anche il loro status, rispettivamente di gastaldo e di converso, non siano in grado di ricordare con esattezza il numero degli abati che hanno conosciuto nella loro vita. Coerente con la nostra ipotesi è la deposizione di Giovanni Niger, che nello stesso documento del 1186 menziona cinque abati a partire dal grande terremoto del 1117 e cioè a partire da Pietro [228]. Altre deposizioni nello stesso documento del 1186, che pure calcolano a ritroso il numero degli abati a partire da quello in carica (Alberto de Cenatho, 1171-1219), non appaiono tali da escludere l’ordine dei presuli da noi ricostruito (Pietro, abate anonimo, Giovanni <II> de Burnado, Benedetto, Alberto de Cenatho). Sono testimonianze che vanno interpretate tenendo conto del valore approssimativo della memoria storica dei testi, di quelli soprattutto che, a differenza di Sina e Tonso, non risulta abbiano avuto altrettanta dimestichezza con gli ambienti monastici. È il caso di Doto Pecore di Nuvolento che nella sua memoria cinquantennale inserisce soltanto quattro abati [229]. Ancora più dissonante è la testimonianza di Uberto Bellexori di Nuvolento, che segnala un ricordo di quarantacinque anni a partire dal 1186, collegata alla consuetudine con cinque abati [230]. Rispetto al 1141, che si guadagna con il computo a ritroso, bisogna salire di una quindicina d’anni per poter giustificare i cinque abati menzionati. In questo caso più che con la labilità della memoria del teste l’anomalia degli elementi del dettato potrebbero giustificarsi con un errore commesso dal notaio nella scrittura della dichiarazione orale.
GIOVANNI <II> DE BURNADO (1132-1143)
Compare per la prima volta in un documento del 1132 luglio 18 [231] e risulta da poco decaduto dalla carica in un breve del 1143 marzo 27 [232]. È quasi certamente da identificare con quel monaco Giovanni che sottoscrive in un’investitura del 1118 giugno 29 [233], sopravvissuta in copia autentica della prima metà del Duecento. Di «Iohannes abbas» abbiamo una sottoscrizione autografa nel più volte citato documento del 1132 e due altre nei rispettivi originali che tramandano una cartula del 1138 maggio 19 [234]. Se nei due testimoni della cartula la subscriptio, inserita in un contesto alquanto disordinato insieme a quella di numerosi altri ecclesiastici, risulta vergata in una minuscola posata di normale elaborazione, nel documento del 1132 la scrittura di Giovanni emerge come quella di un personaggio che mostra una più sicura padronanza dello strumento scrittorio. La carolina alterna forme tradizionali ad altre inserite nello schema bilineare proprio delle maiuscole: un succedersi di lettere, più o meno artificiose, nelle quali è trasparente lo scopo di dare rilevanza all’impianto e di aderire a modelli grafici distintivi. L’abate Giovanni è sempre menzionato dai notai con il solo nome, anche se la sua appartenenza alla prestigiosa famiglia bresciana dei De Bornato appare esplicita nelle testimonianze posteriori di Sina di Nuvolento [235], di prete Alberto di S. Pietro in Monte [236] e di Oddone de Flina [237]. È sicuramente un personaggio di spicco insieme ai numerosi altri della sua famiglia (in particolare il giurista Gerardo), che calcarono da protagonisti il palcoscenico bresciano del secolo XII [238].
BENEDETTO (1144-1170 circa)
A Giovanni succede immediatamente Benedetto, come si evince con chiarezza dal contesto del già citato documento del 1143: certo Tezano conferma la stessa rinuncia a beni in Nuvolento che aveva in precedenza effettuata in favore dell’abate Giovanni, ricevendo dal successore Benedetto quattro soldi di denari milanesi [239]. Appare, poco meno di un anno dopo, in altro documento del febbraio 1144 [240]. È sicuramente da identificare con l’omonimo monaco presente nella comunità monastica di S. Pietro almeno a partire dal novembre del 1140, quando interviene, insieme al presbitero Alberto (il quale a sua volta occuperà lo scranno più alto della gerarchia monastica dopo Benedetto) quale consenziente dell’abate Giovanni de Burnado, in un’investitura feudale di beni in Nuvolento [241]. L’ultima menzione diretta di Benedetto compare nel breve del 1163 dicembre 29 [242], anche se il suo governo dovette protrarsi fino al 1170 circa, come suggerisce la deposizione di Giovanni Tricaldus di Nuvolento, registrata in un documento del 1186 giugno 30: « Dico .XX. annos et plus esse quod ivi stare cum domino abate don Benedicto ad monasterium Sancti Petri et secum steti per .VII. annos…» [243].
ALBERTO DE CENATHO (1171-1219)
Incontriamo per la prima volta il nuovo abate in un documento del 1171 ottobre 20, quando si presenta come beneficiario di una refuta di un feudo in Paitone, effettuata da parte di alcuni esponenti della famiglia dei De Calcaria [244]. Succede direttamente a Benedetto come si evince in modo esplicito dalla deposizione di Riccardo de Nubolento in un documento del 1215 giugno 4: « … mortuo … domino don Benedicto dicit se testem venisse ad habitandum in locum de Nubolento et dominum don abbatem, qui modo est et levatus fuit abbas post prefatum dominum don Benedictum, se testem gastaldionem … monasterii voluntate sua constituisse …» [245]. Il suo incarico si prolunga per quasi mezzo secolo: l’ultimo ricordo nella documentazione monastica è del 1219 giugno 29 [246]. Di norma menzionato con il semplice nome, compare con il gentilizio familiare in un prezioso documento del 1179 maggio 19 [247].

7. Criteri di edizione

I documenti editi in questo volume sono (o almeno dovrebbero essere) tutti quelli sopravvissuti dell’archivio antico [248]. La raccolta è il frutto di uno spoglio sistematico condotto sulle pergamene dei fondi vaticani della Nunziatura Veneta nonché di un’ampia ricognizione promossa sulla produzione erudita bresciana di età moderna. Quest’ultima indagine, i cui frutti sono sicuramente inferiori a quelli che ci saremmo aspettati, ha comunque consentito il recupero di almeno tre documenti [249]. Il vaglio (seppure effettuato sulla base delle schede d’archivio) di tutte le pergamene conservate nel fondo della Nunziatura Veneta si è reso necessario nel momento in cui si è dovuto prendere atto dell’inadeguatezza con cui è stato effettuato dal Cenci il lavoro di ricomposizione delle serie documentarie appartenute alle diverse istituzioni ecclesiastiche di area veneta e lombarda che ebbero una vicenda non dissimile da quella del monastero di Serle [250]. Una disamina che ci ha costretti a escludere dalla nostra silloge (anche se di essi si è ritenuto utile dare l’edizione in apposita appendice) cinque documenti appartenuti a S. Pietro in Oliveto, Santa Brigida e S. Giorgio in Braida [251], e a comprendere due documenti che, erroneamente inseriti in altri fondi, appartennero sicuramente all’antico tabularium di S. Pietro [252]. Va anche osservato che le difficoltà incontrate dal Cenci nella datazione dei documenti si sono ripercosse in modo pesante nel montaggio della serie archivistica, che, soprattutto nella parte più alta, risulta qui radicalmente mutata, come denunciano con chiarezza le sfasature tra la segnatura vaticana e la nostra numerazione. La correzione di erronee valutazioni cronologiche ci hanno anche portato ad allontanare dalla nostra silloge documenti inseriti in archivio fra quelli del secolo XII [253], ma anche a recuperarne altri collocati in posizioni molto più basse [254].

I canoni editoriali sono gli stessi che, in larga misura fondati sulle norme enucleate da Pratesi in un frequentatissimo saggio del 1957 [255], sono stati già adottati, con poche eccezioni, in precedenti e ormai lontane edizioni di argomento pavese e milanese [256].

Tuttavia i particolari caratteri e la variegata storia dei documenti compresi nella presente raccolta hanno suggerito qualche soluzione, più o meno innovativa.

Il criterio di recuperare e di ordinare in sede di recensio tutti i rappresentanti di ciascun documento, anche di epoca moderna, si è fermato soltanto di fronte al semplice regesto, ovviamente con esclusione dei casi in cui questo si configura come il solo o comunque il più antico testimone superstite. Tale omissione è dipesa dal fatto che nei manoscritti, prodotti soprattutto nel Sei e nel Settecento dagli eruditi bresciani [257], molti documenti della nostra silloge (soprattutto quelli in cui compaiono i vescovi), risultano riassunti e utilizzati in modo talmente ampio e ripetitivo da rendere l’operazione di spoglio e di schedatura sicuramente incompleta e, in ultima analisi, anche di scarso rilievo.

La piena coscienza sull’importanza delle notizie dorsali ci ha condotto a riservare una particolare attenzione al verso delle pergamene dell’XI secolo, dove esse risultano presenti in modo insolitamente denso. Dei tentativi di restituzione, tanto laboriosi quanto in molti casi del tutto insoddisfacenti (nonostante Wood), si è dato conto nell’introduzione alle singole carte ospitate nel recto della pergamena che comprende le notizie [258]. Queste ultime sono state valorizzate in modo autonomo, e quindi con un proprio numero di serie, quando è stato almeno possibile stabilire in modo sicuro che fossero riferite a negozi diversi da quelli redatti nel recto della pergamena che le accoglie o di altre. Restituite ai rispettivi originali e ivi trascritte quelle che lo hanno consentito, tutte le rimanenti sono state lasciate, con quei pochi elementi che siamo stati in grado di portare alla luce, nell’apparato premesso alle singole pergamene di appartenenza.

Quanto all’impiego dei capoversi per l’articolazione del dettato, data la molteplicità delle situazioni attestate nei nostri documenti, abbiamo preferito riprodurre puntualmente l’impaginazione dell’originale. Eccezioni a tale scelta, dovute alla necessità di rendere più agile la lettura e la consultazione soprattutto di fronte a lunghissimi componimenti, sono state segnalate di volta in volta. Così, in particolare, nei testimoniali, si è preferito dare autonomia formale a ciascuna deposizione, andando a capo ogni volta. In tali casi sono stati adottati gli strumenti in grado di favorire il recupero almeno virtuale dell’impianto originario [259].

La presenza nei documenti di espressioni volgari o di soprannomi, felicemente scampati alla traduzione latina del notaio e inseriti soprattutto nelle deposizioni dei testi, ha consigliato, in alcuni casi particolari, di introdurre l’uso dell’accento («là susum» [260], «Strapinpé» [261]) e dell’apostrofo («l’Arzacha» [262], «pre’» [263]) È stata un’opzione assunta con molta cautela, non ignorando che l’intento del notaio rimane pur sempre quello di adattare il parlato spontaneo alle regole testuali del latino, sia dal punto di vista fonico sia da quello morfologico. Nel capitolo dei compendi e dei loro scioglimenti appare inconsueta, rispetto a una prassi consolidata, l’adozione di «Cristi» senza h. La scelta si correla al fatto che la contrazione, resa a volte con la tradizionale forma dipendente dall’alfabeto greco, (XPI, con trattino orizzontale soprascritto) [264], è più spesso rappresentata con una piccola i sovrapposta a una C maiuscola [265]. D’altra parte, soccorrono la nostra condotta i pochi casi in cui, nella documentazione di area bresciana, la parola risulta scritta per esteso [266].

Va ancora osservato che nei regesti e negli apparati le espressioni e i termini dei documenti non tradotti in italiano sono stati resi con il carattere corsivo.

Note

[1] A Ettore Cau vanno accreditati i documenti del secolo XI (nn. 1-53) e l’introduzione; a Ezio Barbieri quelli del sec. XII (nn. 54-182) e dell’Appendice (nn. 1-5) nonché gli indici dei nomi propri e delle cose notevoli. Gli altri indici sono frutto di lavoro comune. In consistenza e modi diversi ci sono stati di aiuto nella costruzione di questo volume gli studiosi e colleghi: Giancarlo Andenna, Michele Ansani, Sante Bortolami, Maria Antonietta Casagrande Mazzoli, Andrea Castagnetti, Germano Gualdo, Domenico Magnino, Gilda Mantovani, Antonio Masetti Zannini, Antonio Padoa Schioppa, Sergio Pagano, Giorgio Picasso, Antonio Rigon, Giuseppina Roselli, Aldo A. Settia, Michael Sprenger, Gian Maria Varanini, Raffaello Volpini.

[2] Normalmente menzionato nei documenti con la denominazione di S. Pietro in Monte, presenta l’aggiunta dell’aggettivo «Ursino» soltanto nel privilegio pontificio del 1132 agosto 31 (doc. 56): «in cęnobio Beati Petri sito in Monte Ursino». Corrisponde all’attuale monte S. Bartolomeo, situato nella parte settentrionale del territorio di Serle.

[3] CAU, Per l’edizione del fondo documentario, pp. 39-48. Sorse in quell’occasione un comitato scientifico costituito da Cinzio Violante, Cosimo Damiano Fonseca, Giancarlo Andenna, Ettore Cau, Angelo Baronio.

[4] Per un ragguaglio sui lavori bresciani e sui criteri adottati nel loro compimento, cf. CAU, Il piano di edizione, pp. 7-12. In questo articolo non mancano alcuni cenni alle iniziative avviate in àmbito locale per fare conoscere il patrimonio documentario della città e del territorio. A proposito delle pergamene di S. Pietro e sull’opportunità di una loro valorizzazione, cf. anche NICOLI, Dalla trascrizione, pp. 22-3.

[5] Cf. avanti.

[6] ODORICI, Storie bresciane, V, pp. 57-120; VI, pp. 9-112.

[7] KEHR, Italia Pontificia, VI, 1, p. 338.

[8] CENCI, L’Archivio della Cancelleria, pp. 286-8.

[9] GUERRINI, Il monastero, pp. 161-242.

[10] Ibid., pp. 205-7, n.1 (= doc.15); pp. 207-8, n. 2 (= doc. 2); p. 208, n. 3 (= doc. 176); pp. 209-12, n. 4 (= doc. 4); pp. 212-14, n. 5 (= doc. 43); pp. 214-5, n. 6 (= doc. 36); pp. 215-8, n. 7 (= doc. 30); pp. 218-9, n. 8 (= doc. 43).

[11] Ibid., pp. 219-21, n. 9 (= doc. 59); pp. 221-2, n. 10 (= doc. 62); pp. 222-3, n. 11 (= doc. 66); pp. 223-4, n. 12 (= doc. 70); p. 225, n. 13 (= doc. 76); pp. 225-6, n. 14 (= doc. 80); pp. 226-7, n. 15 (= doc. 84); pp. 227-9, n. 16 (= doc. 87); pp. 229-30, n. 17 (= doc. 91); pp. 230-1, n. 18 (= doc. 94); p. 231, n. 19 (= doc. 100); p. 232, n. 20 (= doc. 129).

[12] Mi riferisco soprattutto allo spoglio condotto da François Menant per l’allestimento del suo denso volume sulle Campagnes lombardes au Moyen Âge.

[13] Le pergamene qui edite, sulla base di una nostra bozza di lavoro non ancora rifinita, sono state al centro di un seminario tenutosi a Serle il 3 febbraio 1995, cf. ARCHETTI, Il “Codice diplomatico bresciano“, pp. 44-7; FORZATTI GOLIA, Istituzioni, pp. 393-401.

[14] Seppure lacunoso, e non privo di indicazioni errate, il solo resoconto di tale storia archivistica rimane quello di CENCI, L’Archivio della Cancelleria, pp. 273-330.

[15] Sulla vicenda, cf. ARCHETTI, Berardo Maggi, pp. 144-6; Id., Tempus vindemie, pp. 380-1.

[16] Un resoconto parziale della controversia, particolarmente volto a definire il ruolo che in essa ha avuto il vescovo Berardo Maggi, è in ARCHETTI, Berardo Maggi, pp. 143-6. Un cenno anche in Id., Vigne e vino, p. 130.

[17] Le carte, riferite alla prima parte della lite (ma anche quelle riguardanti la seconda parte, per la quale cfr. nota successiva), a volte integre, a volte frammentarie, datate e non datate, sono distribuite in modo alquanto disordinato nel fondo vaticano. Se ne propone qui l’elenco in una successione che vorrebbe essere (per quanto possibile) cronologica: FV 3310 (1284 febbraio 21-22), 3309 (1284 febbraio [24]), 3311 (1284 marzo 1), 3315 (1284 marzo 28), 3312 (1284 maggio 25), 3315 (1284 giugno 7), 3520 (s.d.), 3316 (1284 giugno 7, 20), 3317 (1284 giugno 7, 23), 3318 (1284 giugno 7, 24), 3319 (1284 giugno 7, 27), 3320 (1284 giugno 7, 30) , 3321 (1284 settembre 2, 5), 3327 (1284 settembre 2, 15), 3328 (1284 settembre 2, 15), 3329 (1284 settembre 2, 15), 3330 (1284 settembre 2, 15), 3526 (1285 ottobre 25), 3322 (1285 novembre 28). Cf. anche FV 3306, 3529.

[18] FV 3336 (1285 dicembre 6), 3337 (1285 dicembre 6), 3338 (1286 gennaio 4-10), 3342 (1286 gennaio 5-6), 3343 (1286 gennaio 10), 3339 (1286 gennaio 25-26), 3341 (1286 gennaio 16-29), 3340 (1286 marzo 14), 3328 (1286 marzo 15), 3347 (1286 febbraio 19 - marzo 28), 3346 (1286 febbraio 20 - marzo 28), 3345 (1285 dicembre 8, 1286 febbraio 16-aprile 5), 3349 (1286 maggio 3), 3351 (1286).

[19] FV 3309. Per questa fase iniziale della controversia, cfr. anche FV 3310 (1284 febbraio 21-22, Nuvolento): nella stessa pergamena sono riportati tre documenti (del primo sopravvive soltanto la parte finale), rogati dal notaio Giovanni de Serlis. In essi Benvenuto, monaco, sindaco e procuratore di S. Pietro in Monte, diffida diversi uomini di Nuvolento dal proseguire nella costruzione dell’edificio abusivo. La diffida si materializza con un gesto di forte impatto simbolico: «Et hanc interdictionem fecerunt <il sindaco Benvenuto, l’abate e i monaci> cum tribus lapidibus proyectis per dictum sindicum in dicto laborerio» (FV 3310, 1284 febbraio 22). Nei tre documenti, filtrati attraverso un’identica griglia formulare, si dichiara che la nomina del monaco Benvenuto a sindaco del monastero è stata effettuata con carta rogata dallo stesso notaio Giovanni in data 1284 febbraio 20. È questo il termine più alto che segnala l’avvio formale della lite.

[20] FV 3311 (1284 marzo 1), 3315 (1284 marzo 28).

[21] Non sarà inutile riportare il dettato completo della deposizione di uno dei testi (FV 3317), in risposta ai capitula predisposti dal monastero (FV 3520): « Mora de Serlis qui iuravit die mercurii, .VII°. intrante iunio, dicere veritatem <segue i maiuscola, depennata> de lite vertente inter suprascriptas partes et scriptus fuit die veneris .XX. tercio predicti mensis iunii. Suo sacramento testatur et dicit quod platea et hedificium, constructa et constructum per homines et comune de Nuvolento in curia terre de Nuvolento, est constructum et constructa in loco, per quem locum consuevit ire et protendi quedam via per quam ibant et consuevit iri ad domos et garanciam monasterii Sancti Petri in Monte, cui hedificio seu platee coheret: a monte et a meridie predictum monasterium, a mane et a ssero ipsum monasterium seu via. Item dicit quod homines et persone, specialiter fratres dicti monasterii, consueverunt ire et redire ad dictas domos et dictam garanciam tantum per dictum locum in quo est constructum dictum hedificium et dicta platea et non per alium locum, vacuando et implendo dictam domum et garanciam de rebus victualibus et aliis rebus cum plaustris, bobus, bestiis, personis, antequam fuisset facta de novo illa via per quam nunc itur ad dictas domos et garanciam. Item dicit quod dictus locus et per dictum locum erat et consuevit esse via propria dicti monasterii, per quam ibant et consuevit iri tantum ad dictas domos et garanciam dicti monasterii et non ad aliquem alium locum. Item dicit quod dictus locus in quo est constructa dicta platea et dictum hedificium est et pertinet et fuit et pertinuit dicto monasterio et eum locum consuevit dictum monasterium et confratres ipsius tenere et possidere tamquam locum et viam pertinentem dicto monasterio. Item dicit quod dicta platea et dictum hedificium est de novo constructum et constructa in grave preiudicium et dampnum domini abbatis et monasterii et confratrum predictorum. Item dicit quod dicta platea et dictum hedificium est <segue de depennato> hedificata et hedificatum contra honorem et iurisdictionem dicti domini abbatis dicti monasterii et confratrum eiusdem, et iam fuit ibi prope forte per quatuor brachia vel circha ad dictum hedificium, a mane parte, quedam maxima quercus que fuit dirupta, quam quercum dictum monasterium et confratres ipsius habuerunt et acceperunt tamquam suam rem pertinentem dicto monasterio sine aliqua contradiccione alicuius. Item dicit quod plures alie quercus sunt ibi prope dictum hedificium, a meridie parte, quibuscumque quando fuerunt parve dominus abbas sive confratres dicti monasterii faciebant claudi et serrari de sepibus parvis et spinis, custodiendo eas ne destruerentur specialiter a bestiis et eas tenebant et custodiebant et tenent et possident tamquam res pertinentem <così> dicto monasterio, et que sunt in loco et terreno dicti monasterii. Item dicit quod dicta quercus fuit et adhuc quedam sunt scite et nate in platea de Nuvolento tamquam platea dicti monasterii. Item dicit quod dictum monasterium et dominus abbas et confratres eiusdem sunt et semper fuerunt universales domini tocius curtis et castri de Nuvolento, excepta curticella Sancti Michaellis, et dictum hedificium est constructum in dicta curte et non in curte Sancti Michaellis. Item dicit quod dominus abbas predictus consuevit terminare et terminari facere vias et stratas terre de Nuvolento <precede Nuvole cassato mediante sottolineatura> tamquam dominus dicte curie de Nuvolento. Item dicit quod dominus abbas dicti monasterii et confratres eiusdem fecerunt fieri viam que est a mane parte dicti hedificii tamquam super loco et per locum dicti monasterii et pertinentem dicto monasterio, et que via est in eadem platea. Item dicit quod de predictis est publica vox et fama».

[22] Alle prime venti testimonianze, escusse e verbalizzate dal notaio Redulfino de Asula tra il 7 e il 30 giugno (FV 3316-3320), se ne aggiungono altre due (tra cui quella di Delaido, abate di S. Pietro), ascoltate e registrate dal notaio Narisio de Cima tra il 2 e il 5 settembre dello stesso anno (FV 3321), e, infine, tra il 2 e il 15 settembre, altre quattro (FV 3327-3330). Per quanto riguarda i testimoni coinvolti nella prima parte della controversia, si tenga anche conto dei due elenchi di cui alle pergamene 3306 e 3315.

[23] FV 3316 (1284 giugno 7, 19).

[24] Doc. 4.

[25] FV 3321.

[26] FV 3322.

[27] FV 3336.

[28] FV 3337.

[29] FV 3345: primo documento.

[30] FV 3338 (1286 gennaio 4-10), 3339 (1286 gennaio 25-26), 3341 (1286 gennaio 16-29), 3342 (1286 gennaio 5-6), 3343 (1286 gennaio 7-10).

[31] FV 3340.

[32] FV 3345: secondo documento.

[33] FV 3349. Cf. anche il successivo documento di cui alla pergamena FV 3351.

[34] FV 3346, 3347.

[35] La versione completa dei capitula è nota attraverso due pergamene, rispettivamente FV 3528 (1286 marzo 15) e 3346 (1286 marzo 28: parte iniziale). I passi riportati nel seguito del testo dipendono da FV 3346.

[36] FV 3500.

[37] «super eo quod, tempore quo dominus Ezelinus de Romano dominabatur civitatem Brixie, predictum monasterium Sancti Petri in Monte fuit spoliatum omnibus rebus que erant in dicto monasterio et specialiter privilegia et carte que erant in dicto monasterio per fauctores dicti domini Ezelini et specialiter per dominum Furonem et eius conductam. Item super eo quod predicti spoliatores et invasores proiecerunt et proici fecerunt in ignem, quem posuerant in domibus dicti monasterii, privilegia et instrumenta dicti monasterii que erant in domibus dicti monasterii». Per quanto riguardava la sopravvivenza o meno del privilegio si sarebbe dovuto interrogare «super eo quod predictum monasterium habet privilegium sive autenticum privilegii quod exemplatum fuit, sed ita deletum et anticum est quod legi non potest et est illud productum coram iudicibus de medio» (FV 3500).

[38] Non si può escludere che questo presunto privilegio sia da identificare con un falso, pure deperdito, menzionato insieme ad altri due in una precedente controversia sviluppatasi tra il monastero e gli uomini di Serle, da una parte, e il comune di Nuvolera, dall’altra, nel triennio 1174-1176. Si veda, a questo riguardo, il doc. n. 87 e la relativa introduzione.

[39] Cinque in FV 3346 e quindici in FV 3347. I due nuclei di testimonianze sono autenticati il 28 marzo del 1286 dal notaio Iacopo de Villa di Trenzano.

[40] Riportiamo alcune delle risposte più significative ai quesiti predisposti. Quesito n. 1: «Item dicit quod ipse testis audivit dici quod ante tempus quo dominus Encelinus de Romano dominabatur civitatem Brixie, dictum monasterium habebat privilegium in quo continebatur inter alia quod dominus Oldericus episcopus Brixiensis conceserat et dederat dicto monasterio predictum castrum et curtem de Nuvolento cum predicto monticello et cum omni honore et districtu et decima tocius curtis de Nuvolento, excepta curticella Sancti Micaellis» (Vithalus monacus monasterii Sancte Heufomie, FV 3346, 1286 febbraio 20, marzo 19); «Item dicit quod ipse testis [ante] tempus quo dictus Encelinus de Romano dominabatur civitatem Brixie quod ipse testis vidit et audivit legi quoddam privilegium in quo inter cetera continebatur quod dominus Odoricus bone memorie episcopus Brixiensis conceserat et dederat dicto monasterio predictum castrum et curtem de Nuvolento cum predicto monticello et cum omni honore et districtu et decima tocius curtis de Nivolento excepta curticella Sancti Micaellis» (Algarisius de Burgonovo, FV 3346, 1286 febbraio 20, marzo 19); Quesito n. 2: «Item dicit quod ipse testis vidit, tempore quo dominus Encelinus de Romano dominabatur civitatem Brixie, quod dominus Furonus et sui factores iverunt ad dictum monasterium Sancti Petri in Monte et acceperunt bestias et res dicti monasterii et destrucxerunt dictum monasterium» (Vithalus cit.); «Item dicit quod, tempore quo predictus dominus Encelinus de Romano dominabatur civitatem Brixie, predictum monasterium Sancti Petri in Monte fuit spoliatum omnibus rebus que erant in dicto monasterio et specialiter privilegiis et cartis que erant in dicto monasterio per factores dicti domini Encelini et specialiter per dictum Furonem et eius conductam» (Algarisius de Burgonovo cit.); «Item dicit quod, tempore quo dominus Encelinus de Romano dominabatur civitatem Brixie, quod dominus abbas et ipse testis et alii monaci receserunt de dicto monasterio propter timorem suprascripti domini Encelini» (Benevenutus monacus Sancti Petri in Monte, FV 3346, 1286 febbraio 20, marzo 19); «Item dicit quod, tempore quo dominus Encelinus de Romano dominabatur civitatem Brixie, predictum monasterium Santi Petri in Monte fuit spoliatum omnibus rebus que erant in dicto monasterio per factores dicti domini Encelini de Romano et per dominos Furonem et Mesam et suam conductam» (Rubeus Clore de Serlis, FV 3347, 1286 febbraio 20, marzo 20). Quesito n. 3: «Item dicit quod dicti spoliatores posuerunt ignem et conbuiserunt domos dicti monasterii tunc tempore» (Vithalus cit.). «Item dicit quod ipse testis audivit dici quod tunc dicti spoliatores et maxime dictus dominus Furonus posuit et ponere fecit ignem in domibus dicti monasterii et ibi in ipso igne proyecit libros, privilegia et cartas dicti monasterii que erant in dicto monasterio» (Algarisius de Burgonovo cit.); «Et dicit quod publicum et notorium est quod factores dicti domini Encelini spoliaverunt et conbueserunt et dissipaverunt dictum monasterium et cartas et res que ibi erant et dicit quod a dicto tempore citra postea non potuit haberi dictum privilegium et multe alie res et carte dicti monasterii» (Benevenutus monacus cit.). «Item dicit quod dicti spoliatores proycerunt ignem in domibus ipsius monasterii et vidit eas domos ardere et dicit quod tunc dictum privilegium erat in dicto monasterio, set nescit quid tunc factum fuisset de ipso privilegio» (Benadusius monacus Sancti Petri in Monte, FV 3346, 1286 febbraio 20, marzo 19); «Et dicit quod posuerunt et proyci fecerunt ignem in domibus dicti monasterii et proycerunt cartas et rationes dicti monasterii in ignem et dicebant tunc dicti factores dicti domini Encelini de Romano, dicebant confratres dicti monasterii non habebunt amplius cartas nec rationes suas» (Rubeus Clore cit.); «Item dicit quod dicti factores posuerunt cartas et rationes dicti monasterii in ignem et posuerunt ignem in domibus dicti monasterii et devastaverunt dictas domos et res dicti monasterii et destrucxerunt eciam muros et dicebant tunc ipsi factores quod bene destructe et arse erant carte dicti monasterii et quod a modo erunt soluta sua ficta» (Mora de Felina de Serlis, FV 3347, 1286 febbraio 20, marzo 20); «Et dicit quod <Furonus et Mesa et Mantuanus et sua conducta> posuerunt ignem in domibus dicti monasterii et disipaverunt dictum monasterium et dicit quod ipse testis vidit magnum ignem in camera dicti domini abbatis et dicit quod dicti Mesa et Mantuanus dicebant hominibus dictarum contratarum quod erunt a modo liberi et franchi» (Amadeus quondam Scassani de Botesino a ssero, FV 3347, 1286 febbraio 20, marzo 21); «<Et dicit quod Furonus et Mesa et eorum conducta> posuerunt ignem in domibus dicti monasterii et vidit tunc ipse testis quod proycerunt multas cartas et privilegia in ignem et dicebant hominibus de Serlis: ‘Nos facimus vos francos quia carte dicti monasterii ponimus in ignem’» (Benevenutus Tere de Caiunvico, FV 3347, 1286 febbraio 20, marzo 21). «Et dicit quod posuerunt ignem in domibus dicti monasterii et dicit quod vidit [dictum dominum] Furonem qui habebat tunc multas cartas in brachiis et eas cartas proyecit in ignem et dicebat tunc dictus dominus Furonus hominibus qui ibi erant: ‘Videatis quod facio vos francos quia carte [arse fuerunt]’» (Fuga de Botesino a sero, FV 3347, 1286 febbraio 20, marzo 22 o 23. Quesito n. 4: «Item dicit quod dictum privilegium dicti domini Olderici erat cum sigilo pendente dicti domini episcopi» (Algarisius de Burgonovo cit.). Quesito n. 5: «Item dicit quod dictum privilegium erat sine aliquo vicio et <seguono quattro lettere depennate> reprensione et suspectione sigili, carte vel litere» (Algarisius de Burgonovo cit.); «Item dicit quod dictum privilegium erat sine vicio et illud vidit et legi audivit» (Benadusius monacus cit.). Quesito n. 6: «Item dicit quod dictum privilegium videbatur et aparebat manifeste sine aliquo vicio vel reprensione vel suspectione maxime alicuius canzelature, rasure vel interlineature» (Algarisius de Burgonovo cit.). Quesito n. 7: «Item dicit quod ea que fuerunt concesa per dictum dominum episcopum et per alios dicto monasterio fuerunt postea confirmata per dominum papam et maxime per privilegium ipsius domini pape et per dominum imperatorem» (Algarisius de Burgonovo cit.).

[41] FV 3346.

[42] FV 3346.

[43] FV 3347.

[44] FV 3346. Cf. sopra, quesiti 4-7.

[45] FV 3346.

[46] FV 3347.

[47] Cf. le risposte di Algarisius ai quesiti nn. 1 e 6 e anche quella di Benadusius ai quesiti n. 5 e n. 6: «et dicit quod dictum privilegium videbatur et aparebat manifeste sine aliquo vicio et sine suspectione, maxime alicuius canzelature, rasure vel interlineature» (FV 3346).

[48] Cf. la risposta di Algarisius e quella di Benadusius (FV 3346) al quesito n. 7, in cui si coglie il riferimento al diploma di Enrico III (doc. 41) e al privilegio di Innocenzo II (doc. 56).

[49] Doc. 4.

[50] Cf. sopra.

[51] A quanto ci risulta (ma un’indagine sistematica è ancora tutta da compiere), il documento bresciano di committenza vescovile, fra X e XI secolo, è soprattutto dominato dai notai secondo i parametri propri della documentazione privata o, al più, in forme consociative che mostrano la coesistenza di motivi notarili e motivi cancellereschi. Fermandoci al vescovo Olderico, appare significativo il documento n. 30 (1043 ottobre): pur essendo portatore di contenuti rilevanti per quanto attiene la definizione e l’organizzazione del patrimonio monastico, è tessuto come una normale cartula commutationis, gestita dal notaio Gariardo, e si distingue dagli altri documenti coevi soltanto per la più ricca e autorevole sequenza di sottoscrizioni autografe nell’escatocollo. Non mancano, è vero, nell’Italia centro-settentrionale, casi di episcopati che governano situazioni di particolare rilevanza mediante il ricorso a formalità di evidente ispirazione cancelleresca, in cui è spesso compreso, quale segno di corroborazione, proprio il sigillo (NICOLAJ, Note di diplomatica vescovile, pp. 382-3). Ma, a parte il fatto che il sigillo si presenta spesso nella forma aderente (ben illustrato è il caso di Arezzo, per il quale si veda NICOLAJ PETRONIO, Per una storia della documentazione vescovile aretina, pp. 65-171 e Archivio Paleografico Italiano, vol. XIII, fasc. 73), è indubbio che sono proprio i fondi documentari delle istituzioni ecclesiastiche della Lombardia a segnalare esempi rarissimi di documenti episcopali allestiti con modi solenni, almeno negli anni che qui interessano. Così è per Milano (BARONI, La documentazione arcivescovile, p. 306) e per Bergamo, dove, fra i moltissimi documenti commissionati dai vescovi fino alla metà del secolo XI, ne sopravvivono soltanto due (rispettivamente del vescovo Adalberto, 897 maggio e del vescovo Reginfredo, 1000 settembre 16) organizzati in forme solenni e, a quanto sembra, corroborati con il sigillo (Le pergamene degli archivi di Bergamo, I, docc. 34 e 186). Per l’area subalpina cf. FISSORE, I documenti cancellereschi, pp. 281-304, in particolare pp. 286-7 (con rinvii a bibliografia precedente).

[52] Nel diploma di Enrico III (doc. 41) vengono confermati, su richiesta di Olderico, tutti i beni che lo stesso presule «ad monasterium ecclesiamque in honore beati Petri apostolorum principis constructum pro remedio animae suae nostraque salute benigno animo contradidit». Nel privilegio di Innocenzo II (doc. 56) si stabilisce che «universa quę a bone memorie Adalrico Brixiensi episcopo monasterio Beati Petri… collata sunt et ab illustris memorię Henrico Romanorum imperatore semper augusto per pręcepti sui paginam firmata esse noscuntur, firma … et illibara permaneant». Ambedue i dettati si limitano a menzionare i beni donati da Olderico, senza fare riferimento ad alcun documento specifico, in conformità a un’azione munifica del presule che si è sviluppata in modi e tempi diversi. Di fatto sono soltanto due i casi in cui il vescovo bresciano dona beni o stipula contratti in favore del monastero, esponendosi in prima persona (docc. 19, 30), in tutte le altre situazioni documentarie, agiscono differenti personaggi che denunciano i legami con il vescovo, accreditandogli esplicitamente il titolo di «senior» (con la sola eccezione del doc. 1) e dichiarando che la donazione in favore di S. Pietro viene effettuata a suffragio dell’anima del vescovo, oltre che (a volte) della propria (docc. 1, 4, 11, 12, 14, 15, 16). Abbiamo poi altri documenti nei quali il vescovo interviene con negozi che, seppure non direttamente finalizzati all’incremento del patrimonio monastico, mostrano quanto fosse forte la sua presenza nei primi anni di vita del monastero da lui fondato (docc. 2, 6).

[53] Doc. 4.

[54] FV 3346: Vithalus monaco, Algarisius de Burgonovo, Benevenutus monaco, Benadusius monaco, Bonsuthinus quondam domini Bonomi Danegarii. FV 3347: Guercius de Fustaga, Iacobus de Marsiliis di Serle. Le deposizioni dei testi, in risposta al quesito n. 1, sono pressoché identiche a quella di Algarisius de Burgonovo.

[55] Dell’antica biblioteca del monastero di Serle è sopravvissuto, a quanto se ne può sapere, soltanto un codice (BQBs, G. III. 1.), contenente I libri dei profeti di una bibbia, vergata nei decenni a cavallo tra XI e XII secolo. La provenienza dal monastero di Serle è esplicitamente dichiarata in una annotazione, erasa ma leggibile, di poco posteriore alla scrittura del codice, vergata a c. 194v: «Liber monasterii Sancti Petri in Monte Brixensium diocesis». Cf. GATTI PERER, MARUBBI, Tesori miniati, pp. 68-9 e VILLA, Due biblioteche bresciane, pp. 72-4, 90. Di un altro libro monastico troviamo menzione in un documento del 1144: Guido del fu Ottone Gandulfus investe il monastero di alcune decime «pro remedio anime sue ac parentum et filiorum suorum, ita quod dies annifersariorum <così> suorum in marteloio Sancti Petri scribi debet et sacris oracionibus recordari debet» (doc. 63).

[56] Si legga la testimonianza del monaco Benevenutus, (Quesito n. 2). Che la comunità monastica avesse abbandonato il monastero prima dell’arrivo dei mercenari di Ezzelino lo rivelano, seppure indirettamente, anche gli altri monaci interrogati, nessuno dei quali, in risposta al secondo quesito, dichiara di aver assistito alla distruzione del cenobio e delle carte in esso contenute. Il monaco Vithalus racconta di aver visto Furone e i suoi masnadieri mentre si dirigevano verso il monastero per procedere alla sua distruzione (quesito n. 2); il monaco Benadusius riferisce genericamente della distruzione, attribuendo agli uomini di S. Pietro il racconto dell’incendio delle carte («quod homines dicebant quod conbuste fuerunt carte et rationes ipsius monasterii», FV 3346); il monaco Florius dice dell’incendio, non introducendo nella dichiarazione alcun particolare che segnali la sua presenza sul posto (FV 3347).

[57] Di fatto le mancanze che il deposito di S. Pietro lamenta non sono superiori a quelle che normalmente si incontrano in altri archivi monastici. Di alcune delle pergamene deperdite sopravvivono copie e regesti di età moderna: docc. 19, 37, 39, 41, 42, 45, 56.

[58] Sono pochissimi i documenti rogati dentro le mura del monastero nella seconda metà del Duecento: a esempio, due investiture dell’abate Giovanni , in data 1271 gennaio 15 (FV 3185) e 1273 gennaio 20 (FV 3231).

[59] FV 3913. Il documento è pubblicato, non senza qualche menda, dal Gradenigo il quale, tra l’altro, trasforma inopinatamente l’abate «Iacobus <da Sopraponte>» in un Gerardo di Giacomo («reverendus et discretus Girardus D. Iacobi abbas monasterii Sancti Petri in Monte Brixie»), provocando sconcerto ed inutili disquisizioni nella storiografia bresciana successiva. Cf. GRADONICUS, Pontificum Brixianorum series, pp. 310-2 e GUERRINI, Il monastero, pp. 200-1.

[60] Cf. GUERRINI, Il monastero, pp.197-8.

[61] FV 3919, copia autentica del 1395 luglio 20. A quanto risulta dalle date topiche riportate nei negozi gestiti dall’abate, la comunità dovette vivere nella sede del Monte Ursino fino almeno al primo quarto del Trecento, per trasferirsi poi nella domus monastica, sita nel castrum di Nuvolento. Di fatto, a partire dal 1337 non appare più alcun documento che segnali la presenza dell’abate, e quindi dei monaci, nell’antica residenza, che appare sostituita in modo definitivo dalla nuova. Alcuni esempi: 1337 ottobre 27, «In camera … domini abbatis castelli de Nubolento» (FV 3726); 1338 maggio 10, «In castro Sancti Petri in Monte, in camera … domini abatis» (FV 3733); 1344 marzo 3, «In terra de Nubolento, in castro monasterii Sancti Petri in Monte» (FV 3755); 1359 dicembre 2, «In terra de Nubolento, in castro monasterii Sancti Petri in Monte» (FV 3786).

[62] Cf., a esempio, un documento del 1382 novembre 18, rogato «in terra de Nibolento, districtus Brixie, in domo monesterii domini Sancti Petri in Monte» (FV 3795).

[63] FV 2246.

[64] All’insediamento dei monaci in città si correla l’avvio della parabola discendente del monastero, con un progressivo degrado che porterà alla scomparsa, anche fisica, dell’antica sede monastica. Sui tempi e sui modi di tale declino si vedano pochi cenni in GUERRINI, Il monastero, pp. 203-4.

[65] Fondata alla fine del secolo XI, è stata la prima delle canoniche regolari di Brescia, cf. ANDENNA, Canoniche regolari e canonici, pp. 121-3.

[66] La vicenda andrà ricostruita partendo dai suggerimenti del Cenci e dello Stipi, i quali, in attesa di una rilettura completa dei documenti superstiti, costituiscono il solo punto di riferimento. Cf. CENCI, L’Archivio della Cancelleria, pp. 286-8; STIPI, Invito a San Pietro in Oliveto, pp. 91-3. Cf. anche CAU, «testatur ante rucas se fuisse gastaldum», p. 3.

[67] Si vedano le citazioni (tutte da verificare) di una serie di documenti rogati tra il 1446 e i primi decenni del Cinquecento, che segnalano l’avvenuto cambio della dirigenza, in STIPI, Invito a San Pietro in Oliveto, p. 92, note 13-18.

[68] È il caso delle pergamene di cui ai nn. 85-87, ora separate, ma originariamente unite l’una all’altra (cf. in particolare nota introduttiva al doc. 85). Ma anche di quelle di cui ai nn. 86-89 (cf. in particolare nota introduttiva al doc. 86).

[69] Si vedano, a esempio, una serie di investiture sul Garda occidentale, che presentano, sul verso delle rispettive pergamene, di una stessa mano, accreditabile, seppure con qualche incertezza, al sec. XV, la scritta «Gargnani» /«Gargnano»: nn. 149-154, 156, 164.

[70] STIPI, Invito a San Pietro in Oliveto, pp. 95-7.

[71] FV, II, Registro 95.

[72] Ms. Aldini 554; cf. DE MARCHI e BERTOLANI, Inventario dei manoscritti, pp. 320-1.

[73] Sulla consistenza della comunità canonicale nella seconda metà del Cinquecento, si veda ancora STIPI, Invito a San Pietro in Oliveto, pp. 120-1.

[74] Doc. 11: «42, 1042 iunii»; doc. 50: «3, 1081 octobris»; doc. 55: «7, 1132 15 kalendas augusti»; doc. 61: «10, 1140 7 novembris».

[75] Doc. 81: «6, 1173 ultimo ianuarii, Mazanum».

[76] A esempio, docc. 1, 3, 16, 20.

[77] È il caso di gran parte delle pergamene risalenti agli anni quaranta del secolo XI riguardanti donazioni di beni sul lago di Garda.

[78] Si noti che l’archivista, nel procedere in modo sistematico all’operazione di scrittura della data, non manca di valorizzare eventuali elementi cronici preesistenti, eventualmente integrandoli o correggendoli. Cf., a esempio, docc. 62, 75, 76, 80, 99.

[79] Con riferimento a un precedente documento del 1348 gennaio 4, vengono determinate le quantità dei terreni comuni (misurati in piò e tavole) che dovevano essere irrigati con undici bocche derivate da una seriola di proprietà del monastero di S. Pietro in Monte.

[80] In particolare, nel calcolo a ritroso previsto per conteggiare i giorni della seconda metà del mese, cf. docc. 71, 100, 105, 117, 126, 133, 167, 168, 175. Per quanto riguarda il computo secondo il sistema classico delle calende, sembra che gli ordinatori cinquecenteschi si siano mossi con maggiore cautela, limitandosi a trascrivere pedissequamente il dettato latino. Per verificare tale prassi, non risultando schedati nel Registro di Serle documenti anteriori alla metà del secolo XII in cui i notai abbiano seguito il sistema classico delle calende, vanno lette le annotazioni nelle pergamene in cui tale sistema è stato adottato, anche se di esse non è sopravvissuto il relativo registro: a esempio, docc. 54 («1118, 3° kalendas iulii»), 55 («1132, 15 kalendas augusti»), 59 («1138, 14 kalendas iunii»).

[81] Docc. 1115 gennaio (c.1rv), 1131 maggio 23 (c. 1v), 1170 febbraio 1 (c. 2v), 1181 novembre 24 (c. 3v).

[82] Ms. Aldini 554, cc. 1r-62v (numerazione recente, a matita) . Sulla carta iniziale (non numerata): «Privilegia et Exemptiones tam per Sacrum Imperatorem Dominum Henricum, et per excellentem Mediolani Ducem, quam etiam per Illustrissimum et Excellentissimum Ducale Dominium Venetum Reverendis Dominis Canonicis Sancti Petri in Oliveto Brixie Congregationis Sancti Georgii in Alga Venetiarum indulta, ab exemplaribus autenticis in hoc volumine redacta fideliter et sincere scripta reperiuntur. Anno MDLXIII». A partire da c. 63r sono aggiunti da altre mani documenti posteriori.

[83] Si vedano due esempi: doc. del 1437 novembre 9, c. 2rv (regesto) = c. 29r (trascrizione), con segnatura «n° .3.», la stessa che compare sul verso della pergamena FV 2250; doc. del 1440 settembre 30, c. 2v (regesto, sotto la data errata «1540») = c. 29v (trascrizione), con segnatura «n° .IIII.» , la stessa che compare sul verso della pergamena FV 2254.

[84] Ms. Aldini 554, c. 10rv = doc. 41.

[85] Ms. Aldini 554, c. 8r (trascrizione a c. 62rv). La stessa segnatura, «52», compare sul verso della corrispondente pergamena FV 2582.

[86] FV, II, Registro 95, c. 59v.

[87] Doc. del 1557 maggio 27 (FV 2580).

[88] FV, II, Registro 96. Sono trascritti documenti fino al 1543 giugno 4 (c. 33v).

[89] Il primo della serie va identificato con il doc. 64 del 1147 ottobre 19 («1, 1147 17 novembris»); il secondo e il terzo non sono stati individuati; il quarto è il doc. n. 77 del 1171 ottobre 20 («4, 1171 14 octobris, Paytono»). I successivi potranno essere, almeno in parte, isolati, utilizzando le annotazioni nel verso. In particolare: 5° = doc. 79; 6° = doc. 81; 7° = doc. 130; 8° = doc. 147; 9° = doc. 157; 10° = doc. 146.

[90] Con una certa sicurezza dovevano essere inseriti nel Registro di Vallio i seguenti documenti: 5° = doc. 94; 7° = doc. 70; 9° = doc. 98; 10° = doc. 129; 13° = doc. 169; 14° = doc. 172; 15° = doc. 173; 17° = doc 174.

[91] Anche questo registro (con riferimento ai beni in Toscolano-Maderno e Gargnano) può essere, almeno in parte, ricostruito: 1° = doc. 57 (riguarda, però, beni siti in Burago, comune di Muscoline); 2° = doc. 66 (riguarda, però, Torri del Benaco nel Veronese); 3° = doc. 82; 4° = doc. 152; 5° = doc. 112; 6° = doc. 139; 10° = doc. 141; 11° = doc. 142; 15° = doc. 143; 16° = doc. 150; 17° = doc. 153; 20° = doc. 149; 21° = doc. 159; 23° = doc. 160; 24° = doc. 154; 25° = doc. 161; 26° = doc. 162; 28° = doc. 163; 42° = doc. 11.

[92] Con qualche eccezione: doc. 11, segnatura 42.

[93] Docc. 2, 7, 9, 10, 12, 14, 23, 24, 26, 28, 31, 33, 34. In alcuni casi la segnatura è del tutto mancante, ma non si dimentichi che ciò può anche dipendere dall’impossibilità di leggerla per il cattivo stato del supporto, cf., a esempio, docc. 3, 22, 25.

[94] Della vita e dell’opera erudita del sacerdote bresciano, si veda la scheda redatta da FALSINA, Cronotassi episcopale, p. 183.

[95] [DONEDA], De Aldemanni Brixiani episcopi emortuali anno, pp. VII-VIII. Allo stesso Fiorentini va accreditato un Elenco de’ Codici mss. che esistevano nella Biblioteca di s. Pietro in Oliveto. Non si può escludere che tale repertorio, da me non rintracciato alla Queriniana (dove, secondo la testimonianza del Peroni, si trovava nella prima metà dell’Ottocento), comprendesse anche alcuni dei codici provenienti dal soppresso monastero di S. Pietro in Monte. Cf. PERONI, Biblioteca bresciana, p. 62. Come si è già detto, della biblioteca di S. Pietro in Monte risulta sopravvissuto, almeno allo stato attuale delle ricerche, un solo codice: cf. sopra.

[96] MALVECII Chronicon Brixianum, col. 848: «In summa quoque alpe, quae ab urbe Brixia distat circiter milliaria XIV, <il re Desiderio> Monasterium Sancti Petri condidit». L’ipotesi longobarda sembrava fino a oggi trovare un pesante conforto, seppure indiretto, in una carta permutationis proveniente dall’archivio di S. Giulia del febbraio 961 (ASMi, MD, cart. 7, n.74). I confini di uno dei terreni, oggetto del cambio, segnalano quale proprietario, secondo la lettura delle edizioni correnti, un abate Alberico, che il Guerrini (Il monastero, p.168) ha immediatamente collegato al nostro S. Pietro. Il documento è edito in ODORICI, Storie bresciane, V, pp. 13-4, n. IV (parziale) e in Codex Diplomaticus Langobardiae, coll. 1107-8, n. 643. Di fatto l’ipotesi non sarebbe di per sé improponibile, collocandosi le terre del presunto abate proprio nella zona che nella documentazione del secolo XII vedrà quali irosi dirimpettai gli uomini di Nuvolera e quelli di Serle (qui, doc. 85 e nota introduttiva). Ma, a parte l’anomalia dell’espressione, l’esame dell’originale, in corsiva nuova, fa cadere senza alcun dubbio l’ipotesi del Guerrini, semplicemente perché l’«abati», posto di seguito al predetto «Alberico», va letto «ab(e)t». Per chiudere in modo definitivo la questioncella non sarà inutile riportare la corretta lettura dell’intero segmento del dettato, ponendolo a confronto con le trascrizioni dell’Odorici e del Porro:

Trascrizione dall’originaleODORICI, Storie bresciane, V, p.14Codex Dip. Lang., col. 1107
Secunda petja, finis ab ea: da mane rebus de curte Vintiliaga, da meridie fluvio Raudone percurit, da ser(o) rebus que fuit quondam Pascuali, et da partis montis Alberico ab(e)t. Secunda pecia finis ab ea da mane rebus de curte Vintiliaga da meridie fluvio Raudone percurrit da sera rebus que fuit quondam Pascuali Et da partis montis alberico abatiSecunda petia finis abet rebus de curte Vintiliaga, da meridie fluvio Rendone percurrit rebus que fuit quondam Pascuali, et de partis montis Alberico abati.

L’origine longobarda del cenobio, ormai respinta dalla storiografia (si veda, a esempio, SPINELLI, Ordini e congregazioni, p. 297), ha trovato un sostenitore di alto profilo scientifico in Gaetano Panazza; cf. Reliquie di due Monasteri, pp. 22-8 e L’arte dal secolo VII al secolo XI, p. 526.

[97] BQBs, ms. E. I. 12., FIORENTINI, De episcopis Brixiensibus, c. 126r (numerazione recente a matita): «S. Petri in Monte coenobium multis bonis auxit ea lege ut anniversarię pro se precis in perpetuum celebrarentur». Tale espressione, con varianti marginali, è reiterata altre volte nel corso del manoscritto e viene pure riportata nell’opuscolo a stampa, opera dello stesso Fiorentini (Antistitum Brixianorum index, p. 14), edito in Brescia nel 1614. Una copia di tale opuscolo è rilegata nella parte finale del predetto queriniano E. I. 12.

[98] Doc. 19.

[99] BQBs, ms. E. I. 1., FAINO, Thesaurus Ecclesiae Brixiae, pp. 193-4.

[100] Cf. annotazioni al doc. 19.

[101] Doc. 41.

[102] Doc. 56.

[103] FIORENTINI, Antistitum Brixianorum index, p. 15. Questo passo e il precedente di p. 14 (sopra, nota 102) dipendono dal codice E. I. 12., De episcopis Brixiensibus, cc. 126rv. Su Olderico II, cf. qui, annotazioni al doc. 42. Altra bibliografia in MONTINI e VALETTI, I vescovi di Brescia, p.165.

[104] SAVIO, Brescia, p. 211.

[105] Doc. 44, annotazioni e bibliografia a nota 1.

[106] SAVIO, Brescia, pp. 214-5.

[107] Doc. 56.

[108] UGHELLI, Italia sacra, IV, coll. 539-40.

[109] BQBs, ms. E. I. 8., FAINO, Collectanea de episcopis Brixiae, c. 290rv. Dei documenti della nostra silloge sono regestati in particolare il diploma di Enrico III (doc. 41) e il privilegio di Innocenzo II (doc. 56).

[110] Cf. sopra.

[111] KEHR, Italia Pontificia, VI,1, pp. 307-8.

[112] BQBs, ms. E. I. 11., Fondazione di vari monasteri di Brescia, cc. 15r-17r . È una copia semplice dipendente da una copia autentica diversa da quella di cui al FV 3919 (sopra) [113] BQBs, ms. E. I. 11., Fondazione di vari monasteri di Brescia, c. 439r. Cf. doc. 42 e annotazioni.

[114] Bullarum amplissima collectio, VI/6, pp. 304-5.

[115] Esplicita a questo riguardo è la testimonianza del Gradenigo (1755), il quale, dopo aver detto del trasferimento delle pergamene presso l’archivio veneto della Nunziatura apostolica, dichiara che «quacumque adhibita diligentia ibidem reperire minime potuimus», cf. GRADONICUS, Pontificum Brixianorum series, p. 174.

[116] CENCI, L’Archivio della Cancelleria, pp. 273-330.

[117] I preliminari della complessa operazione finanziaria possono essere ricomposti attraverso una serie di atti compresi tra il 1670 agosto 9 (ASBs, FR, Monastero di S. Maria degli Angeli, busta 101, cc. 271v-272r) e il 1671 novembre 20 (ibid., cc. 284v-286r). La dispersione dei documenti successivi (la serie riprende soltanto con il 1673 marzo 11 (ibid., busta 102, registro E, c.1r) non consente di seguire gli sviluppi dell’impresa nel 1672, anno in cui fu stilato l’istromento definitivo.

[118] DONEDA, Notizie della zecca, p. 13.

[119] Un lavoro parallelo, anche cronologicamente, è quello avviato dal Lupo per i documenti di Bergamo, a dire il vero con modalità più rigorose e con risultati di gran lunga più convincenti, cf. LUPI Codex Diplomaticus.

[120] BSMn, ms. Labus 84 (X. I. 18). Dello stesso autore giungeranno invece alle stampe nel 1759 i Monumenta monasterii Leonensis.

[121] BSMn, ms. Labus 84 (X. I. 18.), c. 41r.

[122] Cf. sopra.

[123] «Fidem facio et attestor ego cancellarius infrascriptus qualiter suprascripta transumpta instrumentorum fideliter extracta fuerunt ex suis originalibus existentibus in Cancelleria Apostolica Venetiarum, una cum aliis scripturis venerandi monasterii Sancti Petri Oliveti Brixię suppressę Congregationis S. Georgii ab Alga. In quorum etc. Datum Venetiis ex Cancelleria Apostolica, apud Sanctum Franciscum a Vinea, hac die 16 iulii 1672. Ego Stephanus Rosata, iuris utriusque doctor, prothonotarius apostolicus, illustrissimi et reverendissimi domini domini Nuntii Apostolici Venetiarum eiusque Curię causarum cancellarius, subscripsi ac signavi in fide», BSMn, ms. Labus 84 (X. I. 18.), c. 69v.

[124] Nella c. 1 di questo terzo volume si leggeva: «In volumine instrumentorum Sanctę Brigidę existente apud moniales Angelorum Brixie», BSMn, ms. Labus 84 (X. I. 18.), c. 70r.

[125] Cf. MORELLI, I manoscritti bresciani del «Fondo Labus», pp. 239-242. Una breve scheda del Codex del Luchi è a p. 260.

[126] Dal Codex del Luchi, l’Odorici trasse una copia, attualmente conservata alla Queriniana (BQBs, ms. O.VIII.46.), da cui dipendono i pochi documenti del monastero di Serle inseriti nel Codice Diplomatico, posto in appendice alle sue Storie bresciane (per quanto ci riguarda, i volumi V e VI).

[127] Cf. avanti.

[128] Tale stemma, fermi restando i rapporti gerarchici tra i diversi testimoni, andrà adattato alle diverse e mutevoli situazioni dei singoli documenti. Così, a esempio, nel doc. 54, B (esemplare già presso Santa Maria degli Angeli), dipendendo, invece che dall’originale deperdito, da una copia autentica del XIII secolo, diventerà C, con il conseguente scorrimento di una lettera in tutti i successivi rappresentanti della tradizione. Ancor più complessa è la situazione del doc. 4.

[129] Originale d’archivio.

[130] Copia autentica deperdita effettuata nel 1672, su committenza delle agostiniane di S. Maria degli Angeli.

[131] Copia semplice del sec. XVIII, LUCHI, Codex Dipl. Brixiensis, BSMn, ms. Labus 84 (X. I. 18.).

[132] Copia semplice del sec. XVIII, Codex Dipl. Brixiensis, BMVe, ms. lat. V, 17 (2383).

[133] Copia semplice del sec. XIX, Codex Dipl. Brixiensis, BQBs, ms. O.VIII.46. Copia Odorici.

[134] Copia semplice del sec. XVIII, Codex Dipl. Brixiensis, BCVr, ms. 1782.

[135] Del tutto diversa è la situazione veneziana, per la quale cf. BARTOLI LANGELI, Documentazione e notariato, pp. 847-64.

[136] Sulla disposizione dei documenti nel corso del tempo, cf. tabella 2.

[137] Prima di questo termine sopravvive una sola investitura (doc. 48, 1078 maggio), nella quale peraltro non risulta coinvolto il monastero. Si tratta, con tutta evidenza, di un munimen.

[138] È questa una vecchia e tribolata questione che, dopo il ben noto saggio di Cencetti del 1960, non è stata più ripresa, forse perché una nuova sintesi sull’argomento andrebbe preceduta da una faticosa ricognizione a tappeto della documentazione riferita al territorio che si vorrebbe indagare, fino almeno agli inizi del secolo XII. Cf. CENCETTI, La ‘rogatio’, pp. 219-352. Un cenno al rilievo del problema, con riferimento al caso di Bergamo, è in CAU, I documenti privati di Bergamo, pp. 161-3.

[139] Sono quelle che è stato possibile ricomporre in modo adeguato.

[140] Tabella 1.

[141] TOMASONI, La controversia tra Serle e Nuvolera, p. 74-7; Ead., Osservazioni linguistiche, pp. 19-23.

[142] Sul valore della documentazione privata per studiare l’alfabetismo e la cultura scritta nel Medioevo, cf. PETRUCCI, I documenti privati, pp. 251-66.

[143] Altri professionisti coevi a Gariardo, dotati di un bagaglio professionale più povero, sono Armenulfo (docc. 1 e 21) e Lando (doc. 20). Qualche anno più tardi tornano, con una fluida e regolare corsiva, rogatari di buon livello professionale: in particolare Trasamondo e Teodaldo.

[144] Doc. 4. Arderico sottoscrive anche nel doc. 16 (1041 giugno). Una sottoscrizione di Amizo è pure presente nel doc. 30 (1043 ottobre).

[145] Doc. 5.

[146] Doc. 27. Altri due Giovanni, pure presbiteri, sottoscrivono in due donazioni del 1043 (doc. 28) e del 1048 (doc. 38).

[147] Doc. 14. Pure elementare di base, seppure più compostamente allineata su due colonne, è la manufirmatio di un presbitero Andrea in un documento del 1076 (doc. 47).

[148] Doc. 30.

[149] SCHWARTZ, Die Besetzung, p. 107; SAVIO, Brescia, pp. 209-11; cf. anche GAMS, p. 779. Altra bibliografia in MONTINI e VALETTI, I vescovi di Brescia, pp. 163-4.

[150] Doc. 44.

[151] Doc. 177.

[152] Doc. 176.

[153] Due soltanto sono i documenti in originale della prima metà del secolo che presentano sottoscrizioni autografe di ecclesiastici: docc. 55 (tav. 10) e 59.

[154] Si tratta di un processo che non è stato ancora adeguatamente studiato. Mancano in particolare scavi sistematici condotti su aree omogenee. Chi tali scavi vorrà condurre dovrà sicuramente tener conto dei seguenti, importanti lavori: CASAMASSIMA, Tradizione corsiva e ZAMPONI, La scrittura del libro, pp. 315-54.

[155] Doc. 70. Del vescovo compare anche la sottoscrizione, pure vergata in un’elegante e disinvolta minuscola.

[156] Doc. 95.

[157] MEYER, Die Buchstaben-Verbindungen, pp. 3-124, ZAMPONI, La scrittura del libro, pp. 315-54, in particolare pp. 333-4.

[158] Cf. infra.

[159] L’uso dell’indizione romana, introdotto in Brescia, secondo la Santoro (Dell’indizione e dell’era volgare, pp. 297-8), a partire dal 1125, risulta qui attestato con sicurezza per la prima volta nel 1140 novembre, doc. 61, dove troviamo coincidenza tra il millesimo e indizione terza. L’accoppiata tra stile della natività e indizione romana appare particolarmente evidente in un documento datato 1164 dicembre 29 (n. 75), da ricondurre, grazie anche alla determinante conferma del giorno della settimana (domenica), contrariamente ai suggerimenti di Bonfiglio Dosio (Condizioni economiche, p. 154, nota 246) e di Menant (Campagnes, pp. 726, nota 212; 771, nota 394; 780, nota 436), al nostro 1163 dicembre 29. Il radicamento di tale opzione nella prassi notarile trova conferma in altro documento (n. 100), datato 1184 dicembre 30, venerdì, indizione seconda, da anticipare, secondo il computo della circoncisione, di un anno esatto. Ancora una volta, come nel caso precedente, il documento è stato utilizzato dal Guerrini e dalla più recente storiografia, riportando la data registrata nel dettato: GUERRINI, Il monastero, p. 231, n. 19; BONFIGLIO DOSIO, Condizioni economiche, pp. 154-5, nota 256; MENANT, Campagnes, pp. 422, nota 91, 740, nota 273; ARCHETTI, Berardo Maggi, p. 32. Le stesse considerazioni valgono per il doc. 101 (1184 dicembre 31 = 1183 dicembre 31) e per il doc. 117 (1187 dicembre 29 = 1186 dicembre 29).

[160] Strumento fondamentale, a questo proposito, è il Repertorio dei notai bresciani.

[161] SANTORO, Dell’indizione e dell’era volgare, pp. 297-98, 312-3. Così, va ridimensionata l’affermazione, presentata in modo eccessivamente rigido, secondo la quale «dal 1040 in avanti è usato <in Brescia> lo stile della Natività» (ibid., p. 312), poiché pare indubbio che il notaio Gariardo, del quale sopravvivono numerosi documenti compresi tra il 1038 e il 1043 (cf. Repertorio dei notai, voce Gariardus), adotti nella prima parte della sua attività lo stile dell’incarnazione pisana insieme all’indizione settembrina. Danno un segnale univoco in questo senso i seguenti documenti: doc. 4: 1041 febbraio, indizione nona (corrispondenza tra anno e indizione); doc. 5: 1042 marzo 31, indizione nona (anno in anticipo rispetto all’indizione, corrispondente al 1041 marzo 31 dello stile moderno); doc. 11: 1042 giugno, indizione nona (anno in anticipo rispetto all’indizione, corrispondente al 1041 giugno dello stile moderno). A partire dallo stesso giugno del 1041 (doc. 15), dove troviamo coincidenza tra il millesimo e l’indizione nona, lo stesso notaio Gariardo inizia ad impiegare lo stile della natività in compagnia dell’indizione settembrina. Una conferma indiscussa sull’adozione dei nuovi parametri cronici troviamo nel doc. 28 (coincidenza tra il 1043 e l’indizione undicesima all’altezza del mese di maggio) e nel doc. 30 (indizione anticipata nello stesso anno all’altezza del mese di ottobre). Cf. anche MENANT, Campagnes, p. 806.

[162] Doc. 38; cf. CENCI, L’Archivio della Cancelleria, pp. 287-8.

[163] Doc. 15; GUERRINI, Il monastero, pp. 205-7, n. 1.

[164] L’errata datazione del Guerrini è ripresa in SPINELLI, Ordini e congregazioni, p. 297.

[165] Doc. 36 e relativa nota introduttiva; MENANT, Campagnes, pp. 660-1, 903.

[166] Se il più delle volte le datazioni erronee riferite dalla storiografia dipendono da un’adesione passiva alle proposte croniche dell’Odorici e del Guerrini o da un una ricezione acritica dei dati compresi nei pezzi d’archivio, in altri casi sono frutto di elaborate quanto inconsistenti disquisizioni paleografiche e diplomatistiche. Si veda, al riguardo: NAVARRINI, “Domini“ e “Paysani“, pp. 19-20 e, qui, le annotazioni al doc. 43.

[167] Cf. docc. 14 e 15, ambedue accreditati al 1041 giugno, riportanti la denominazione di S. Pietro, rispettivamente come «ecclesia» e come «monasterium». A proposito dei recuperi nella documentazione posteriore del termine «ecclesia», cf. nota introduttiva al doc. 20.

[168] Il primo documento che, nella silloge qui edita, registra tale modalità di datazione è del 1078 maggio (doc. 48).

[169] L’ultimo documento che adotta tale sistema è del 1154 febbraio (doc. 69).

[170] Cf., a esempio, doc. 57: «Die mercuri qui est de mense agustus».

[171] Si veda la nota introduttiva al doc. 149.

[172] Le carte del monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, II, pp. XVI-XVII, nota 40.

[173] Per fermarci all’Italia settentrionale, si vedano alcune situazioni, più o meno recentemente studiate, riferite, nell’ordine, a Milano, Pavia e Bergamo: NATALE, Falsificazioni, pp. 25-42; CAU, Il falso, pp. 215-77; FEO, «Suspiciosum esse et falsum», pp. 945-1005.

[174] Doc. 42.

[175] Doc. 87.

[176] Ibid., annotazioni.

[177] Doc. 4.

[178] Doc. 30.

[179] Doc. 36.

[180] Per l’attività dell’uno e dell’altro, cf. qui, Indici. Notai bresciani nonché Repertorio dei notai, voce Gariardus e Giselbertus.

[181] Doc. 87.

[182] Si veda, al riguardo, il polittico di S. Giulia (879-906), in PASQUALI, S. Giulia di Brescia, pp. 66-7.

[183] Doc. 85 e nota introduttiva.

[184] Doc. 85.

[185] Doc. 86.

[186] Si vedano, a proposito delle deposizioni del doc. 85, i commenti linguistici di Piera Tomasoni in La controversia tra Serle e Nuvolera, p. 74-7 e in Osservazioni linguistiche, pp. 19-23.

[187] Doc. 85: «Interrogatus quomodo scit, respondit quia habet inde cartam…».

[188] Doc. 85: «… audivit cartulam legi, que dicebat: ‘Sicut trahit terminus Crucis et terminus Arifredi sursum usque ad sumitatem Dravonis et usque ad comunem de Navis et Caini est alodium Sancti Petri’».

[189] Doc. 87.

[190] Doc. 4.

[191] Doc. 36.

[192] Sono diritti che, risalenti all’età longobarda, sono elencati nel polittico ricordato alla precedente nota 187.

[193] Si veda, a esempio, la controversia tra i monasteri pavesi di S. Pietro in Verzolo e di Santa Maria Teodote in CAU, «Presentia capitaneorum, vavasorum et civium», pp. 27-45, e in particolare pp. 37-41.

[194] Doc. 87.

[195] «Geremia de Sancto Petro in Monte … Interrogatus que carte apellantur nunc false, respondit se nescire» (ibid.); nello stesso modo rispondono il converso Rivano e il presbitero Gebizo (ibid.).

[196] «Vitalis de Cathelina … respondit eas quę loquuntur de comuni Sancti Petri et illorum de Serlis» (ibid.).

[197] «Fretholandus de Serlis … Interrogatus quę sunt ille carte quę appellantur false in hoc placito, respondit eas quę fuerunt facte ad Sanctum Petrum, quę loquuntur de donatione» (ibid.).

[198] «Donnus Teutaldus Sancti Petri iuratus testatur se esse in monasterio Sancti Petri a tempore rugarum, et ab eo tempore vidit cartulam offersionis et cartulam commutationis, quę nunc appellantur false …» (ibid.). «Petrus de Nuvolento iuratus testatur se vidisse has cartulas, silicet cartulam quam fecit prę Ardricus et cartam quę loquitur de Silva, …» (ibid.). «Oddo de Flina … Interrogatus que sunt ille cartule que nunc dicuntur esse false, respondit cartam de commutatione et cartam de proprio, …» (ibid.).

[199] Cf. sopra.

[200] Cf. sopra. Il teste, ricordando una precedente controversia, sostiene che grazie alla cartula commutationis del 1043 ottobre (doc. 30) e alla cartula offersionis di Arderico del 1041 febbraio, (doc. 4), l’abate Pietro (anni dieci-venti del sec. XII-1130 circa) ha potuto imporre la precisa delimitazione dei confini «inter viciniam de Valle et viciniam de Serlis», «ita quod vicinia de Valle amisit de hoc quod dicebat esse suum, set vicinia de Serlis nichil amisit» (doc. 87). Un risultato favorevole a S. Pietro che soltanto le carte debitamente manipolate, mediante l’inserzione di una dettagliata definizione dei confini, avrebbero potuto consentire. Appare chiaro l’intento di Alberto: per provare la genuinità dei documenti sospettati di mendacio dalla controparte, li inserisce nella ricostruzione di un lontano placito, accreditando ad essi un ruolo determinante nella vittoria del monastero. Un modo subdolo ma efficace per dare credibilità a documenti che invece, come tutto lascia credere e come noi abbiamo cercato di dimostrare, sono stati costruiti in occasione della controversia del 1175.

[201] Anche questo teste, menzionando la carta promissionis di Auprando del 1047 (doc. 36), introduce un’espressione relativa ai confini («et usque ad Crucem de Navis quę stat per medium Arifreddum», doc. 87) che, non comparendo nel documento originale, è lecito considerare come un passaggio della interpolazione incastonata nel falso.

[202] Ibid.

[203] I nuovi testimoni sono menzionati nella sentenza di cui al doc. 89.

[204] Doc. 89. Enunciati come dodici, ne sono effettivamente elencati soltanto undici: è un disaccordo da addebitare, quasi sicuramente, al notaio (ibid., nota p).

[205] Doc. 89.

[206] GUERRINI, Il monastero, pp. 198-9. Non è il caso di sottolineare più di tanto i limiti e le carenze della costruzione del Guerrini. Basterà osservare che l’Alberico segnalato come primo abate del monastero nel 961 dipende dal passo di un documento di Santa Giulia, letto in modo erroneo (cf. sopra, nota 101), mentre, il secondo, Giovanni I, è il frutto di una duplicazione dell’omonimo abate effettivamente in carica dal 1047 al 1058, forse a causa dell’anticipo al 1041 di un documento del 1047 (GUERRINI, Il monastero, pp. 214-5, n. 6; qui, doc. 36). Di fatto lo storico bresciano (Ibid., p. 198), in contraddizione con tale, pur errato, fondamento cronico, segnala il 1036 come anno in cui l’inesistente Giovanni sarebbe stato detentore del titolo.

[207] Docc. 1-29.

[208] Doc. 30.

[209] Doc. 36.

[210] Doc. 36.

[211] Doc. 44.

[212] Doc. 52.

[213] Doc. 53.

[214] Doc. 54.

[215] Doc 74.

[216] Doc. 55.

[217] Doc. 53.

[218] Doc. 55.

[219] Doc. 54.

[220] Doc. 74: «Lanfrancus de Magrena iuratus testatur se a quadraginta annis usase in hac vita taliando, secando et faciendo intus suum velle et sine contradicione et per Sanctum Petrum dicit se fecisse; et dicit se vidisse homines de Marchuzo venientes ad abatem Petrum rogando eum ut permitteret eis levare calcariam in valle Pizina quam homines de Serle prohibebant eis levare et abas concessit eis, salva ratione sua»;«Petrus iuratus testatur se recordare a quinquaginta annis et vidisse per Sanctum Petrum teneri sicuti trait via Sancti Petri in susum et dicit se fuisse ibi ubi Amizo de Curnaleto fuit missus forestarius per Petrum abatem …».

[221] Doc. 85.

[222] Doc. 55.

[223] Doc. 87 (1175 ottobre 22).

[224] Doc. 114 (1186 giugno 30).

[225] Doc. 114.

[226] Ibid.

[227] Ibid.: «Dico meam recordanciam esse de .L. annis, parum plus vel minus, set melius credo de plus quam de minus, et ad monasterium Sancti Petri in Monte visos habeo .V. abates cum isto presente».

[228] Ibid.: «Dico quod recordor de teramotu maiori, et ab eo tempore infra semper vidi monasterium Sancti Petri in Monte et abates illius monasterii, in quo visos habeo .V. abates, …».

[229] Ibid.

[230] Ibid.

[231] Doc. 55.

[232] Doc. 62 e nota introduttiva.

[233] Doc. 54.

[234] Doc. 59.

[235] Doc. 85 (1175 luglio 6): «Sina de Nuvolento iuratus testatur ante rucas se fuisse gastaldum monasterii Sancti Petri de Monte, et tunc se vidisse vicinos de Serlis in scalis Sancti Petri in concordia abatis, quem credit fuisse Iohannem de Burnado,…».

[236] Doc. 87 (1175 ottobre 22): « Item dicit se vidisse abbatem Iohannem de Burnado habere placitum cum Vuiberto de Lavellolongo…».

[237] Ibid.

[238] Risulta citato in KUTTNER, Repertorium der Kanonistik, pp. 11, 41. Sulla sua attività cf. MENANT, Le monastère de S. Giulia, p. 129, nota 38 e Campagnes, pp. 770-1, nonché qui, Indice, sub voce. Circa il suo ruolo come coautore del Consilium Brixiensium, emanato nel 1148, in favore dei canonici del Capitolo di Verona in una controversia che li vedeva contrapposti, da un lato, al vescovo Tebaldo, dall’altro, ai conti di Ronco per quanto riguardava i diritti sul castrum di Cerea, cf. PADOA SCHIOPPA, Il ruolo della cultura giuridica, pp. 278-84 (in particolare, p. 282, nota 72). Su questo processo si veda anche Id., Aspetti della giustizia, pp. 547-8.

[239] Doc. 62. La successione diretta di Benedetto a Giovanni trova sicura conferma in una deposizione dello scudiero Oddone de Flina, il quale in un testimoniale del 1175 ottobre 22 (doc. 87) dichiara di essere stato al servizio ininterrotto dei due abati: «Oddo de Flina iuratus testatur se fuisse scutiferum abbatis Iohannis de Burnado et postea abatis Benedicti,...». Una situazione confermata in una successiva deposizione di Zanello Pethaginus di Nuvolento (doc. 114 del 1186 giugno 30): «et dico quod ego steti ad illum monasterium et cum abate don Benedicto et cum isto abate presente …».

[240] Doc. 63.

[241] Doc. 61.

[242] Doc. 75.

[243] Doc. 114.

[244] Doc. 77.

[245] FV 2819. La testimonianza di Riccardo, verbalizzata in Brescia, presso la chiesa di S. Pietro de Dom, è stata rilasciata il 31 marzo precedente.

[246] FV 2841.

[247] Doc. 93.

[248] E quindi con esclusione di quelli che, pur riferiti in qualche modo a S. Pietro, non provengono dal suo archivio. A questo riguardo, andrà comunque aggiunto che il brano del documento, accreditato seppure dubbiosamente al 1184 e trascritto dall’Odorici nel vol. VI delle sue Storie bresciane, p. 56, n. 163, non menziona il «monasterium Sancti Petri in Monte», ma il monastero di S. Pietro in Maone nel Polesine. La corretta lettura del passo, tratto da una testimonianza dell’inizio del secolo XIII, segnala appunto un accordo che intervenne, agli inizi del secolo XI, tra il monastero polesano e quello di Santa Giulia. Sul documento che riporta tale testimonianza, sulla sua segnatura archivistica (ACPd, Villarum, VII, Pernumia, 19) e, più in generale, sui rapporti tra i due monasteri, cf. BORTOLAMI, Territorio e società, pp. 54-9, in particolare pp. 56, nota 52 e 97, nota 58. Molta cautela andrà pure adottata nel valutare il brano di un documento deperdito (e di incerta tradizione), pure riportato dall’Odorici (Ibid., vol. V, p. 19, n. 8), nel quale, nell’anno 1000, «gli uomini di Storo, di Darfo, di Lodrone, di Bovile e di Villa del Ponte» si sarebbero rivolti all’abate e ai monaci di S. Pietro in Monte «perché venissero a fondare un monastero sul Piano d’Oneda presso il lago d’Idro». Errata comunque è la data del documento che andrebbe posta dopo il 1040, anno di fondazione del cenobio di Serle. Cf., al riguardo, BOSISIO, Il Comune, p. 567, nota 4 e COCCHETTI, Storia di Brescia, p. 278.

[249] Docc. 19, 42, 56.

[250] CENCI, L’Archivio della Cancelleria, pp. 273-330.

[251] S. Pietro in Oliveto (App., 3), S. Brigida (App.1, 4), S. Giorgio in Braida (App. 2, 5).

[252] Docc. 48 (fra le pergamene di S. Giorgio in Braida, FV 6824), 82 (fra le pergamene di S.Pietro in Oliveto, FV 1979).

[253] FV 2756 (SPM 155), 2757 (SPM 156), 2761 (SPM 160).

[254] Docc. 74, 121, 178, 180, 182.

[255] PRATESI, Una questione di metodo, pp. 312-33. Altri titoli sui problemi di edizione delle fonti documentarie sono citati in ANSANI, Le carte di Morimondo, p. LV, nota 159. Ad essi si aggiungano almeno: Progetto di norme, pp. 491-503; BARTOLI LANGELI, L’edizione dei testi documentari, pp. 116-31; SCALFATI, Per l’edizione delle fonti documentarie, pp. 132-40.

[256] Le Carte di S. Pietro in Ciel d’Oro, II, pp. XVIII-XX; Le carte di San Pietro in Ciel d’Oro. Il fondo Cittadella, pp. XXIV-XXVII; ANSANI, Le carte di Morimondo, pp. LV-LVII.

[257] I più significativi sono menzionati nel capitolo dell’introduzione riferito alla storia dell’archivio.

[258] Se ne veda un esempio nella nota introduttiva al doc. 14.

[259] Cf. nota introduttiva al doc. 85.

[260] Doc. 124 (testimonianza di Otto de Alena de Nuvolaria).

[261] Doc. 128.

[262] Doc. 76.

[263] A esempio, doc. 124.

[264] Tale compendio tradizionale è sempre seguito dal notaio Gariardus (cf., a esempio, doc. 2) per il quale si veda Repertorio dei notai, sub voce.

[265] Cf., a esempio, docc. 72 (a. 1159, notaio Lanfrancus) e 141 (a. 1197, notaio Treffanus). Per saperne di più sull’attività dei due notai, vale il rinvio di cui alla nota precedente.

[266] Doc. 78 (a. 1172).

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