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Introduzione

La chiesa di San Tommaso, sita in porta comacina, nell’attuale centralissima via Broletto a Milano, è di origine assai antica, essendo citata nei documenti fin dall’inizio del sec. XI [1].

Le carte del sec. XII ricordano dapprima semplicemente una chiesa ‘Sancti Thomey Apostoli’ [2]; solo a partire dal 1173 troviamo unito a questo titolo l’appellativo ’in Cruce de Sigeriis’ [3], che il Giulini [4] – ed altri dopo di lui [5] – suppose doversi attribuire ad una chiesa diversa da una seconda, omonima e limitrofa, chiesa di S. Tommaso ‘in Terra Mara’ [6].

Ma il Colombo, riconsiderando la questione, nel 1929 rettificò in parte le conclusioni del grande storico milanese, affermando che, se è pur vero che due parrocchie vi furono, esse coesistettero in un’unica chiesa [7]. La più antica di esse, che ebbe come appelativo ’in Cruce de Sigeriis’ o ‘Sichariorum’, fu con ogni probabilità cappella gentilizia dei Sigerii, un cui membro è citato come vicino della chiesa già nel 1172 [8].

In questa parrocchia avrebbero trovato rifugio clero e fedeli di un nucleo rurale forzatamente immigrato in città forse sotto la spinta delle invasioni ungariche o saracene nel sec. X. L’appellativo ‘Terra Mara’ o ‘Terra Mala’ o ‘Terramara’, che accese fervide fantasie e fece sorgere curiose leggende [9], sarebbe perciò riferibile, secondo il Colombo, al nome della località d’origine di questi profughi, che lo avrebbero mantenuto come ricordo del proprio passato e come simbolo della propria individualità religiosa nell’ambito della chiesa ospitante.

In una pergamena del 1173, qui edita [10], compare pure un ‘Sancti Fhomei’ forma dialettale corrotta dall’originario ‘Thomei’, da cui derivano ‘San Fumè’ e ‘San Fomero’, nomi con i quali troviamo pure designata la nostra chiesa [11].

Nel 1574 San Carlo Borromeo, nell’ambito del generale riordinamento della diocesi di Milano, elevò la chiesa di San Tommaso a collegiata, dato che in città la sola porta comacina ne era priva, trasferendovi sei canonicati da Brebbia e altrettanti da Monate, cui ne aggiunse quattro da Abbiate Guazzone nel 1577 [12]. Si veniva così compiendo il destino di un’altra antica chiesa, quella di San Pietro di Brebbia appunto, che già nel 999 si trovava ‘de sub regimine et potestate sancti Ambrosii et archiepiscopatus sancte mediolanensis ecclesie’ [13]; essa era ormai ridotta ad uno stato tale di abbandono che, persi detti canonicati, ebbe a subire in seguito anche il trasferimento del preposito e del resto del clero, assegnati alla chiesa di Besozzo [14].

L’aggregazione a San Tommaso rese naturale il passaggio nell’archivio di questa chiesa delle pergamene un tempo appartenenti all’archivio di San Pietro, che anzi costituiscono il nucleo più cospicuo della documentazione qui edita. Il trasferimento fu forse effettuato in più tempi; solo per nove pergamene possiamo stabilire con certezza quando esso si verificò, dato che recano a margine l’annotazione ‘Tettonus dedit’ [15] ed il canonico Iohannes Paulus Tettonus fu procuratore del Capitolo di San Tommaso per la massa canonicale di Brebbia nella prima metà del Seicento [16].

Alcuni atti sono molto sommariamente descritti nell’«Inventario delle scritture dell’Archivio del venerando Capitolo della massa di Brebbia in S. Tommaso di Milano, ordinate dal canonico sindico di detto venerando Capitolo l’anno 1748», in un breve elenco di ‘investiture antiche’ [17].

L’inventario però cui ci si è riferiti in questo studio è quello compilato attorno alla metà del secolo scorso dall’archivista del «Diplomatico» Luigi Ferrario, ossia il «Catalogo delle pergamene dell’Imperial Regio Archivio Diplomatico spettanti al secolo duodecimo», che nel vol. IV, ai fascicoli 88 e 89 riporta brevi regesti dei documenti del sec. XII di San Tommaso.

Si tratta complessivamente di ventotto pergamene recanti ventinove atti, di cui due in copia autentica [18], tutti atti privati ad eccezione di una sentenza del Comune di Milano [19]. Alcuni di essi sono custoditi in una ‘camicia’ cartacea che presenta un regesto settecentesco [20], l’ultimo in una ‘camicia’ con regesto rilasente al sec. XIX [21].

Rispetto al «Catalogo» mancano attualmente due documenti, uno del 30 settembre 1159, per il quale ho ritenuto opportuno riportare il regesto del Ferrario, e uno del 12 marzo 1195, che alla fine del Settecento il Della Croce trascrisse ‘ex tabulario canonicorum Sancti Thomae Mediolani’ ed il Ferrario descrisse nel suo «Catalogo», ma che non ho rintracciato [22].

Note

[1] Cfr. Gli atti privati, I, p. 144 n. 63.

[2] V. docc. nn. 19, 20 e 23.

[3] V. doc. n. 24.

[4] Cfr. G. GIULINI, Memorie, II, p. 260 segg.

[5] Lo seguirono in questa supposizione il Rotta, il Romussi e il Ponzoni (Cfr. P. ROTTA, Passeggiate storiche, p. 145; Id., Milano vecchia, p. 43; C. ROMUSSI, Milano nei suoi monumenti, I, p. 216, nota 2; C. PONZONI, Le chiese di Milano, p. 437-439). Parlano invece di un’unica chiesa con due denominazioni il Torre, il Latuada, il Sormani, il Fumagalli e il Venosta (Cfr. C. TORRE, II ritratto di Milano, p. 227; S. LATUADA, Descrizione di Milano, V, p. 32; N. SORMANI, L’anno del giubileo 1750, p. 31; A. FUMAGALLI, Le vicende di Milano, p. 262; F. VENOSTA, Milano e le sue vie, II, p. 124).

[6] La citazione più antica di essa, di poco posteriore alla precedente ‘in Cruce de Sigeriis’, è nell’atto qui edito al n. 30.

[7] V. A. COLOMBO, II “campo Marzio”, p. 1-70.

[8] Cfr. doc. n. 23.

[9] La più suggestiva, quella che collega ‘Terra Mara’ al luogo in cui fu attuata la condanna del prete che Bernabò Visconti secondo alcuni, Giovanni Maria per altri, fece seppellire vivo per punirlo di non aver concesso sepoltura gratuita ad un uomo indigente, è ricordata, con altre, anche dal Colombo (V. A. COLOMBO, II “campo Marzio”, pp. 49-50, nota 6).

[10] Cfr. doc. 24.

[11] V. C. TORRE, II ritratto di Milano, p. 227; B. CORIO, Storia di Milano, III, p. 674 (all’anno 1497).

[12] Cfr. Visite pastorali di Milano (1523-1859), Inventario, S. Tommaso in Terra Mara, vol. XVII – 368, 4, 5, 6, p. 374.

[13] Cfr. H.P.M, XIII, C.D.L., n. DCCCCLXIV, col. 1695.

[14] Cfr. G.P. GIUSSANI, Vita di S. Carlo, libro III, cap. V, pp. 225-226.

[15] Troviamo tale annotazione sulle pergamene relative ai docc. nn. 2-4, 11, 14, 18, 21, 22, 28, 31.

[16] V. per es. ASMi, Fondo di Religione, p. a., cart. 464, dove il Tettonus è citato in atti dell’8 marzo 1600 e del 13 gennaio 1628; cart. 472, dove nel 1649 compare per l’ultima volta nell’elenco dei canonici aventi diritto alla ripartizione dell’entrata residenziale di Brebbia.

[17] Cfr. ASMi, Fondo di Religione, p. a., cart. 476. Vi sono ricordati, oltre ad un atto del 1134, del quale è data un’indicazione tanto vaga da non consentire di stabilire se si tratti del doc. n. 5 o 6, i docc. nn. 8, 14, 15, 28, 31. È pure citata una ‘rinuncia fra laici d’alcuni beni in Bogno’ del 1199 che non è attualmente fra gli atti di San Tommaso.

[18] V. docc. nn. 8 e 12.

[19] V. doc. n. 29.

[20] Sono i docc. nn. 19, 20, 22-24.

[21] Si tratta del doc. n. 31.

[22] Sono rispettivamente i docc. nn. 16 e 30.

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