Lombardia Beni Culturali

Introduzione (*)

(*) N.B.: si riproducono qui, senza alcun aggiornamento bibliografico o argomentativo, le pagine premesse all’edizione comparsa a stampa nel 1992.

[Premessa]

Sono qui raccolte le carte provenienti dall’antico archivio del monastero cisterciense di S. Maria di Morimondo, cronologicamente comprese tra il 1010 e il 1170. Recenti studi hanno tracciato le linee essenziali della vicenda storica morimondese, quantomeno relativamente ai primi secoli [1]; ho perciò preferito risparmiare al lettore di queste pagine un’ulteriore ricostruzione: eventuali precisazioni, sollecitate di volta in volta dalla stretta ‘confidenza’ venutasi a creare in un lungo rapporto con le pergamene, troveranno spazio nelle note introduttive ai singoli documenti. Ciò anche nella consapevolezza che un lavoro di edizione conserva comunque ampi margini di fruibilità, producendo materiali di studio e di riflessione utilizzabili in àmbiti di ricerca diversi e fra loro lontani: basti pensare, nella fattispecie, alla spesso lamentata carenza di studi sulla società milanese nell’età comunale [2]; o alla necessità di infittire le conoscenze sulle signorie e sulle comunità rurali; o, ancora, alla possibilità di incrementare la rievocazione delle trasformazioni subite nel corso dei secoli dal paesaggio agrario. Non è certo in questa sede che simili tematiche (e molte altre se ne potrebbero individuare) [3] devono essere affrontate; d’altronde, l’impresa si rivelerà agevole solo se e quando i maggiori fondi archivistici milanesi verranno editi: al riguardo, finalmente, paiono essersi aperte discrete prospettive.

Si tratta di osservazioni in gran parte scontate. Che, tuttavia, credo giustifichino la scelta di premettere alla serie dei documenti (insieme alla ricostruzione delle vicende antiche e moderne del tabularium e all’illustrazione complessiva del materiale e dei criteri di edizione), semplicemente, alcune riflessioni sulla fortuna storiografica di Morimondo: raccogliendo, cioè, i frammenti dispersi di una tradizione non influenzata (salvo in un caso) da fonti letterarie prodotte anticamente all’interno del monastero e basata esclusivamente su testimonianze epigrafiche e archivistiche.

Erudizione e storiografia

1. [p. X] Innalzato dai cisterciensi prima del 1136 nella campagna sud-occidentale di Milano, a pochi chilometri da Abbiategrasso e non distante dal Ticino, il monastero di Morimondo (insieme a quello di Chiaravalle protagonista della prima irradiazione dell’ordine in Lombardia) non ha conosciuto, nell’epoca della grande erudizione ecclesiastica – tradottasi, a partire dal XVII secolo, «in una ricerca sistematica sul passato di tutte le chiese locali cospicue e di tutte le comunità religiose, con larghissime esplorazioni archivistiche … e con un decisivo progresso nelle tecniche filologiche e diplomatistiche di accertamento dell’antichità delle fonti e della loro autenticità» [4] –, una fioritura storiografica particolarmente intensa e significativa.

Quasi nessuna testimonianza sopravvive, di quei secoli, che attesti come all’interno del cenobio si venisse sviluppando un convinto tentativo di elaborazione e celebrazione del pur glorioso passato monastico; ne è chiaro sintomo la mancanza di una coerente riorganizzazione dell’ingente patrimonio documentario rimasto depositato presso il tabularium del monastero anche dopo la soppressione della commenda e la trasmigrazione di beni e carte verso l’Ospedale Maggiore di Milano [5]: mentre altrove (si pensi a S. Ambrogio) proprio la razionalizzazione degli archivi alimentava i primi esercizi storico-eruditi tesi a collegare, per l’efficace tramite delle pergamene medievali, la dignità del presente con la grandezza del passato e della comunità monastica di appartenenza [6].

[p. XI] Non si tratta di una circostanza puramente casuale. La scarsa vivacità culturale espressa dal centro morimondese (che prolungandosi fino all’età teresiana e giuseppina ne determinerà, se non la soppressione, certo l’esclusione dai programmi di riforma che viceversa coinvolgeranno pienamente il gruppo cisterciense cresciuto a S. Ambrogio e a Chiaravalle intorno alla nota figura di Angelo Fumagalli), la sua dimensione ‘periferica’ (non solo per la posizione geografica) nei confronti delle consorelle fondazioni milanesi risalivano già alla fine del Quattrocento, quando la commenda medicea, comportando l’adesione del monastero al movimento dell’osservanza cisterciense, ne aveva contestualmente decretato il diretto legame con la provincia toscana della congregazione, centrata sulla badia di S. Salvatore di Settimo, presso Firenze [7]; e ciò proprio mentre, negli stessi anni, il cardinale Ascanio Sforza introduceva monaci riformati a S. Ambrogio (di cui aveva ottenuto la commenda), collegando il grande cenobio milanese all’abbazia di Chiaravalle (già passata all’osservanza negli anni ’60 in seguito alle complicate vicende innescate dal suo conferimento in commenda allo stesso Ascanio) [8] e ponendo così le basi per la creazione della provincia lombarda della Congregazione di San Bernardo in Italia [9]. Dal 1491 risiedono a Morimondo monaci prevalentemente toscani, mantenuti da una porzione ridotta dell’ingente patrimonio monastico, diviso in due mense, la più consistente delle quali assegnata al commendatario [10]. Nei due secoli successivi l’esigua comunità risulterà prevalentemente impegnata, da una parte, a difendere le [p. XII] proprie prerogative in un difficile rapporto di vicinato con l’Ospedale Maggiore di Milano, cui nel 1561 verranno annessi i beni abbaziali (quelli pertinenti alla mensa del commendatario) con la bolla di soppressione della commenda emanata in quell’anno da Pio IV [11]; dall’altra, a litigare con i visitatori e i definitori della congregazione, vuoi lamentando gli eccessivi obblighi di sostegno finanziario alla vita della medesima, vuoi nei contenziosi aperti circa i meccanismi di scelta dei sacerdoti destinati a svolgere la cura animarum nella chiesa parrocchiale di Morimondo [12].

In quel gruppo di monaci doveva essere forte la sensazione di condurre l’esperienza monastica in una specie di succursale della lontana badia di Settimo, da dove molti di essi provenivano, e scarso lo stimolo a indagare (e tanto meno a celebrare) le sorti passate di un monastero le cui antiche carte nulla potevano contenere che in qualche misura riguardasse la casa madre toscana. Non a caso un registro morimondese (l’unico pervenutoci), compilato da almeno tre mani nei decenni a cavallo tra sei e settecento, contiene copie e regesti di privilegi che «quamplurimi Reges et Summi Pontifices concesserunt … Abbatię Sancti Salvatoris de Septimo, prius Sancti Benedicti, nunc Ordinis Cisterciensis, Fiorentin¸ Diocesis», nonché un sommario di lettere apostoliche (da Onorio III a Urbano VIII) «ac Instrumentorum pertinentium ad Provincias Tuscię et Lumbardię, Cisterciensis Ordinis, descriptas in quodam libro cartę papireę Monasteri Cistelli Florentie»; di tutti questi documenti, i soli che riguardassero Morimondo rammentavano ovviamente i tempi della sua adesione alla congregazione settimiana: la «bulla reformationis» di Innocenzo VIII e la «bulla confirmans reformationem» di Alessandro VI, cui si aggiungeva la «bulla unionis abbatiae Morimundi Hospitali Maiori Mediolani» [13].

[p. XIII] Non fu dunque all’interno del monastero che prese inizialmente forma una tradizione erudita circa i primordi e la storia della comunità morimondese; né il timido impiantarsi di tale tradizione si giovò subito dell’apporto delle pergamene gelosamente custodite dal tabularium monastico. Nel 1640, infatti, veniva data alle stampe la Notitia abbatiarum Ordinis Cisterciensis per universum Orbem del cisterciense belga Gaspar Jongelinus: salutata ai suoi tempi come un impressionante lavoro storico, l’opera metteva a frutto spogli archivistici compiuti presso le fondazioni più importanti (Cîteaux, Clairvaux e così via) e una messe di informazioni raccolta per via epistolare. Pochissime pagine – nel settimo libro, contenente le notitiae delle abbazie italiane – sono dedicate a Morimondo; innanzitutto se ne fissano le origini, valorizzando il contenuto di un’epigrafe allora ancora visibile «ad portam … monasterii»: «Morimundus, olim Coronatum, celebre Coenobium quod missi e Morimundo Galliae monachis fundari ceptum fuit anno 1133» [14]. Seguono altre brevi note, relative alla posizione geografica del cenobio e alle sue prerogative; vi è quindi un [p. XIV] elenco degli abati, registrati in ordine di successione ma con un’unica e incompleta indicazione cronologica relativa alla data di morte (giorno e mese) [15]: per il periodo più antico, i nomi e gli elementi cronici coincidono con quelli delle note obituarie contenute in un martirologio proveniente da Morimondo, oggi conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano [16], e che rappresentava certamente, nella circostanza, la fonte utilizzata dall’erudito d’oltralpe.

Due anni dopo, un altro scrittore ’ufficiale’ dell’universo cistceciense, lo spagnolo Angel Manrique, pubblicava il primo volume di un’opera – organizzata secondo il criterio annalistico – destinata a grande circolazione e fortuna ma anche a suscitare ricorrenti accuse di falsificazioni coscienti o, quanto meno, di imprecisioni. Poche e frammentarie le informazioni su Morimondo; la sua fondazione viene collocata nel 1134, naturalmente quale filiazione della Morimond borgognona: «Hinc Coronatum, quam ex matris nomine Morimundum appellant Mediolanensem»; sono poi ricordate la «sacrilega» aggressione subita dal monastero nel 1237 a opera dell’esercito pavese e le filiazioni italiane di Morimondo/Coronate, fra cui l’abbazia di Acquafredda, erroneamente collocata nel 1167 [17].

2. Una parentesi importante nell’elaborazione delle memorie storiche del monastero si apre alla metà esatta del ’600, con l’abbaziato dell’erudito ferrarese Antonio Libanori [18]. Erano gli anni in cui Ferdinando Ughelli andava raccogliendo i materiali (agiografici, epigrafici e diplomatici) per l’Italia Sacra e, in particolare, per quel «tomus quartus» (stampato nel 1652) destinato a ospitare, tra le altre, le testimonianze attinenti ai presuli della provincia metropolitana milanese. Era anche l’epoca in cui il sacerdote milanese Giovan Pietro Puricelli illustrava in poderosi volumi, facendo largo uso di materiali archivistici, delicate questioni di storia ecclesiastica ambrosiana [19]. Il Libanori, [p. XV] in amichevoli rapporti con entrambi, li portò a conoscenza (inviando trascrizioni, o mettendo direttamente a disposizione le pergamene) di quella preziosa documentazione morimondese che egli stesso veniva studiando. Non è purtroppo oggi reperibile il manoscritto (ancora non molti anni fa giacente presso l’archivio parrocchiale di Morimondo) dedicato dal Libanori alla rievocazione storica del monastero; è tuttavia possibile collocarne l’ispirazione nel quadro di un ambizioso progetto teso al ristabilimento del prestigio personale dell’abate, in connessione a rivendicazioni di natura giurisdizionale sulle terre allora controllate dall’Ospedale Maggiore ma che in antico dipendevano dal «feudo» di Morimondo [20].

Evidentemente sostanziata di fantasiosi esercizi esegetici, la ricerca intrapresa dal Libanori sulle nobili origini del monastero e sulla sua antica potenza pare ben suggellata, nel 1650, con l’apposizione di una lapide sulla facciata esterna della chiesa abbaziale: si manifestava così la «gratitudine» dell’abate e dei suoi confratelli verso tutti i «benefattori» del cenobio, nel ricordo di tali Manfredo e Bennone signori di Ozzero che nel 1136, «sancti Bernardi suasu» e «Robaldo Mediolanensi archiepiscopo approbante», avevano fondato il monastero là dove, trasferitisi dalla vicina località di Coronate, il gruppo di monaci bianchi ne stabilì la sede definitiva [21]. La lettura acritica di una pergamena del 1188 chiaramente manomessa aveva offerto al Libanori la possibilità di dare il nome di fondatori del monastero a coloro che, ma solo molto più tardi, ne erano stati semplicemente advocati [22]; una posticcia aggiunta alla sottoscrizione di Robaldo contenuta in un documento del 1136 distorceva sostanzialmente il ruolo giocato, nella circostanza, dall’arcivescovo [23]; infine, la menzione dell’intervento di Bernardo nella fondazione non poteva essere suffragata da elementi concreti e credibili, né tale ipotesi si agganciava alla [p. XVI] tradizione della vita del santo, che un tale episodio, semplicemente, taceva [24].

È perlomeno singolare che le ’copie’ del testo fatto incidere sulla lapide marmorea, orgogliosamente recapitate dal Libanori a Ferdinando Ughelli e al Puricelli, da essi pubblicate, omettessero proprio quel «suasu sancti Bernardi» [25]; né è possibile stabilire se ciò dipendesse da una ‘piccola’ distrazione o da una volontaria ‘autocensura’. Certo è che il maggiore titolo di merito dell’erudito ferrarese fu di convogliare direttamente, nell’Italia Sacra, fresco e prezioso materiale documentario. Le pagine dedicate dall’Ughelli agli arcivescovi di Milano compresi tra Robaldo (sulla cattedra ambrosiana dal 1135) e Guglielmo de Rizolio (1230-1240) sono folte di richiami alla vicenda morimondese, e contengono l’edizione di ben diciassette documenti (pubblici e privati) allora giacenti presso l’archivio del monastero: «inter plura dignissima e tabulario ab eodem humanissimo Antonio Abbate exscripta monumenta, mihique transmissa» [26]. E superfluo rimarcare come le trascrizioni del Libanori fossero piuttosto imprecise, per quanto forse non sempre in maniera ’dolosa’ [27]; né ciò, in particolare, doveva accrescere «l’assenza totale di spessore storico» dell’Ughelli, che ingenuamente rivendicava la bontà del proprio metodo d’indagine sulla scorta di una totale fedeltà ai documenti utilizzati, di cui intendeva recuperare «ipsissima verba, tametsi plerumque barbara, ac prope ridicula» [28]. Con l’Italia Sacra, in ogni caso, la storiografia su Morimondo si arricchiva di un capitolo destinato a rimanere il più ’denso’ per almeno due secoli e mezzo.

L’Ughelli, riprendendo quasi alla lettera la Notitia abbatiarum di [p. XVII] Gaspar Jongelinus, attribuiva a monaci provenienti dall’omonima abbazia della Gallia la fondazione di Morimondo, facendola tuttavia risalire, in base al contenuto di un’ulteriore epigrafe purtroppo non conservataci, al 1136 [29]. Un dato che trovava conferma nei documenti messi a disposizione dell’autore, poiché solo in pergamene di quell’anno risultava pienamente organizzata e in grado di operare investimenti fondiari la nuova comunità cisterciense. È poi ’consacrata’ l’ipotesi del Libanori circa l’identità dei primi fondatori: ma «Bennone», probabilmente per un refuso tipografico, diveniva «Renone» (e con la stessa variante ortografica e con identico ruolo verrà riciclato qualche decennio più tardi da Agostino Lubin in un’altra compilazione di storia cisterciense relativa all’Italia, nel capitolo dedicato a Morimondo) [30], e insieme a Manfredo era gratuitamente immesso nell’ipotetico albero genealogico dell’improbabile ma «nobilissima familia» de Aliatis de Ozano [31].

Naturalmente gli insistiti primi piani su Morimondo offrono innanzitutto all’Ughelli l’opportunità di mettere variamente in luce l’autorità e l’equità dei presuli milanesi – nel loro comporre liti, imporre compromessi, pronunciare sentenze – nonché di precisare alcuni dati cronologici controversi relativi a questo o a quell’arcivescovo; ma, soprattutto, di sottolineare come la vicenda monastica fosse esemplarmente connessa al manifestarsi della virtù che più di ogni altra si doveva attuare in chiunque sedesse sulla cattedra di sant’Ambrogio: la «pietas». Infatti, dopo aver descritto gli inizi del monastero «sub piis Robaldi Archiepiscopi auspiciis», e accennato alla sua rapida e miracolosa crescita di potenza e di fama, l’Ughelli introduce il tema destinato a condizionare e a guidare il lettore nell’interpretazione della complessiva vicenda morimondese: «Verum nec caruit illa lividorum malignorum scelere, cum semel, ac iterum (ut suo loco dicemus) ab iis infami squalore foedata, ac pene diruta aliquamdiu sua laboravit magnitudine, ac ni Mediolanensium Archiepiscoporum accessisset pietas, futurum erat, ut incuba foedataque ad nostram usque aetatem iacuisset» [32]. Così, il capitolo dedicato all’arcivescovo Guglielmo de Rizolio è pressoché totalmente tessuto sul triste episodio occorso al monastero nel 1237, quando «a Papiensibus, sub quorum fiducia fuerit receptum, pene dirutum, ac profanatum extitit». Facendola precedere dal testo della fidantia (la pergamena risulta [p. XVIII] oggi deperdita) concessa al monastero dal podestà di Pavia l’11 settembre 1236, Ferdinando Ughelli pubblica l’«historia» contenuta «in veteri codice Septimiani Fiorentini Coenobii», dal titolo De Morimundensis Coenobii Desolatione [33], dove si narra come sulla grande prosperità economica e spirituale del monastero – cui concorrevano con alacre militanza non meno di cinquanta monaci e duecento conversi – si fosse tragicamente abbattuta la furia distruttrice dei «populares» pavesi, le cui nefandezze ai danni dei monaci e dei loro beni vengono descritte con ampiezza di crudi particolari. Ma i veri protagonisti del racconto diventano poi l’arcivescovo, gli abati e i conventi milanesi, i fratelli cisterciensi di Lombardia, la cui «pietas» contribuiva a rendere meno gravosa la diaspora morimondese. Si tratta di una fonte alquanto suggestiva, infarcita di spunti biblici e di echi antighibellini, tutta da studiare anche in rapporto alle altre contraddittorie testimonianze pervenuteci intorno allo stesso episodio [34]; qui, è sufficiente notare come all’Ughelli premesse avvertire in anticipo il lettore che la gloriosa vicenda monastica non si era definitivamente interrotta con questo drammatico evento: ma che il grande cenobio solo «Archiepiscopi caritate, et piorum Mediolanensium suppetiis» poté recuperare il suo antico splendore [35].

3. Il secolo dell’Italia Sacra non offre altri spunti eruditi di rilievo sulla storia del monastero. Il Puricelli pubblicherà, nel 1656, alcuni documenti che poté consultare grazie all’amicizia del Libanori (utili anche per discutere alcune conclusioni di Ferdinando Ughelli sulla cronologia dell’arcivescovo Algisio), ritrattando precedenti ed estemporanee affermazioni circa l’origine del monastero formulate sulla scorta del Sigonio e del Calco [36].

A Milano, la fine del ’600 – in seguito all’«affare Galluzzi» [37] – segnava un momento d’arresto nell’esplorazione degli archivi ecclesiastici, tenuti ermeticamente chiusi agli estranei, anche quando rispondevano al nome di Jean Mabillon [38]. Non sfuggì alla regola [p. XIX] Morimondo; anzi, il maggior interprete della storiografia milanese nel secolo dei lumi, Giorgio Giulini, accrediterà una voce destinata a rimanere viva fino a tempi abbastanza recenti. Nel XXXV libro delle Memorie, sotto l’anno 1136, lo «storiografo patrio» viene a parlare dei monaci cisterciensi che probabilmente già nel 1134, partiti dalla Morimondo di Francia, si erano insediati sulle rive del Ticino; le fonti che il Giulini adopera, e che rifonde nelle pagine dedicate alle vicende del monastero, sono le stesse precedentemente valorizzate dall’Ughelli e dal Puricelli, e da questi fortunatamente edite: poiché «l’archivio di esso per un fatale incendio non è gran tempo ch’è stato consumato e distrutto» [39].

Non è dato di sapere cosa avesse convinto i monaci circa l’opportunità di interdire al Giulini l’accesso al tabularium. Tuttavia la vicenda storica del cenobio morimondese era tornata ’attuale’ proprio nel corso del ’700, informando in qualche misura i reiterati sforzi del governo austriaco di ottenerne la separazione dalla provincia toscana dell’ordine cisterciense e l’aggregazione alla provincia lombarda. Ciò avverrà solo nel 1778 [40]; nel frattempo, vi sarà anche un tentativo da parte dei trappisti (l’ala radicale cresciuta in Francia del movimento cisterciense riformato, diffusasi in Italia abbastanza presto e proprio in Toscana, dove aveva rivitalizzato, con l’appoggio di Cosimo III de’ Medici, l’abbazia di Buonsollazzo) [41] di rimpiazzare i monaci seguaci di Settimo nel governo del monastero [42].

[p. XX] Di tali vicende le testimonianze che qui interessa recuperare consistono in due brevissime memorie sull’antica origine dell’abbazia, dove la pur debole tradizione fin lì faticosamente affermatasi risulta platealmente distorta. Forse di ispirazione trappista è un’anonima e non datata «storia di fatto» tesa ad affermare come «il monastero di Morimondo dello Stato di Milano, il qual trae l’origine sino dall’anno 1080 circa per una donazione fatta da un cavaliere milanese al monastero di Morimondo di Francia di un suo terreno denominato campus Fulcherii, e dalla erezione della Fabbrica dell’anno 1136, dalla sua fondazione sino all’anno 1491 è sempre stato in possesso dei monaci cisterciensi francesi e considerato come figlio del monastero di Morimondo di Francia …» [43]. Ugualmente anonima e non datata, ma direttamente sollecitata dalla corte di Vienna nell’ambito del progetto teso a ottenere «l’unione di tal monastero alla Provincia di Lombardia, nel modo che sono gli altri dello Stato di Milano», è una seconda memoria destinata a riferire sinteticamente gli episodi più significativi della vicenda morimondese; l’autore insiste sui forti legami ‘storici’ del monastero con Milano («fu governato da abbati milanesi sino all’anno 1484»; e anche quando vennero introdotti i monaci fiorentini, ciò avvenne «con assenso di Ludovico Sforza duca di Milano»); ma certamente si libra in un volo pindarico quando, pur denunciando espressamente di utilizzare quale unica fonte l’opera di Gaspar Jongelinus, mischia arbitrariamente elementi colti qua e là, aggiungendovi (forse per eccesso di zelo) un ingrediente nuovo: «si sa che venuti nello stato di Milano l’anno 1133 alcuni monaci del monastero di Morimondo di Francia, religione cisterciense, passassero l’anno 1136 alla fondazione di questo monastero in vicinanza delle ripe del Ticino, da loro chiamato col titolo della propria origine Morimondo, sotto il pontificato d’Innocenzo secondo, con l’approvazione di Robaldo allora arcivescovo di Milano, assistiti dalla generosa pietà di Maginfredo e Benone signori di Ozeno, nobili milanesi della famiglia Visconti, come si prova ancora da iscrizione presentemente conservata in marmo fuori della porta maggiore della chiesa …» [44].

4. [p. XXI] Sullo scorcio del ’700, negli anni che precedono le soppressioni napoleoniche, l’ultima generazione di eruditi cisterciensi attivi a Milano è protagonista di una felice stagione storiografica. Nel 1774, Angelo Fumagalli e Giovanni Venini, monaci di S. Ambrogio, esponevano al Kaunitz il piano di un’opera che sarebbe valsa a convincere il governo austriaco circa l’«utilità» – concetto che ispira globalmente, fin dalle sue prime enunciazioni, la politica teresiana (e poi soprattutto giuseppina) nei confronti delle istituzioni ecclesiastiche regolari di Lombardia, determinando perciò la soppressione a ondate successive di numerosi «conventini» e compagini religiose – del coinvolgimento dell’ordine nel piano di riforma elaborato tra Vienna e Milano, che di esso prevedeva una sussistenza (seppur a ranghi ridotti, insieme a quella di cassinesi ed olivetani) condizionata all’elaborazione e alla realizzazione di un progetto di chiara «utilità» sociale e culturale: «Benché la promessa avanzata dai due professori deputati allo studio della Diplomatica nel monistero di S. Ambrogio, di comporre la storia dei monisteri cisterciesi della Lombardia, sembri a primo aspetto poco interessante, e poco vantaggiosa, quasi che non abbia questa a rappresentar altro che una sterile noiosa cronica de’ medesimi monisteri, si lusingano essi nondimeno che l’opera già da loro intrapresa, e che si va con calore proseguendo, abbia ad essere nuova nel suo genere, utile, e di aggradimento» [45].

La corposa Storia Critico-Diplomatica dei Monasteri dell’Ordine Cisterciese della Lombardia prospettata dal Fumagalli doveva comprendere, nella prima parte, un trattato di diplomatica, e anzitutto una storia di questa «arte o scienza che si voglia chiamare, de’ suoi progressi, e dei felici effetti che dalla medesima son derivati», sottolineando come risultasse difficile «senza la scorta dei diplomi e della diplomatica verificar i titoli delle signorie, delle giurisdizioni e dei privilegi sì delle comunità che dei privati, siccome nemmeno le genealogie delle nobili e distinte famiglie»: in questo, come anche negli [p. XXII] apporti decisivi che una chiara sistemazione della materia avrebbe recato ad altre scienze quali la storia, la cronologia, il «gius pubblico», la numismatica, la geografia, la «topografia de’ secoli bassi», consisteva l’«utilità», la pubblica funzione di un approfondimento della disciplina e del suo insegnamento da parte degli specialisti cisterciensi. La «novità» dell’iniziativa dipendeva dalla constatazione che in Italia, «benché abbondante al pari di qualunque altro paese di diplomi e di pergamene antiche», non si erano ancora prodotte «che scarse e picciole opere di diplomatica»: il trattato avrebbe dunque colmato questa lacuna, e fondato le regole di «un’esatta rigorosa critica» attraverso cui sottoporre a verifica le conclusioni dei «moltissimi italiani scrittori» che nel corso del secolo precedente, componendo opere di storia, «per non avere saputo discernere le carte sincere dalle false, o guaste, invece di rischiarare i fatti gli hanno involti in tenebre più folte, ed in maggior confusione». Nella seconda parte dell’opera, applicando i principi e le regole così elaborate, si sarebbero dispiegate le memorie storiche dei monasteri cisterciensi di Lombardia, tessute «su i diplomi e le carte esistenti negli archivi de’ medesimi»: partendo da Chiaravalle, fra essi il «primo e più antico … e capo di tutti», ed affrontando poi le vicende delle altre abbazie, «secondo la loro fondazione o secondo il tempo in cui aggregate furono alla congregazione Cisterciense».

Si configurava dunque per la storiografia morimondese, nell’esaurirsi della tradizione erudita, la possibilità di un ultimo importante capitolo, formulato sulla base del ‘moderno’ e corretto approccio alle fonti documentarie rivendicato da quella scuola cisterciense di diplomatica organizzata da Angelo Fumagalli. Ma, com’è noto, l’opera promessa dal Fumagalli non vide mai la luce, confluendo bensì frammentariamente in altri lavori dati alle stampe tra il 1778 e il 1805 [46]; [p. XXIII] per di più, una verifica sulle pur cospicue pubblicazioni che assorbirono i materiali originariamente elaborati in funzione dell’opera più importante, consente di recuperare solo minuscole scaglie di «antichità» morimondesi, e comunque nessuna piccola o grande «dissertazione» specifica [47] Le fonti dell’erudito cisterciense erano prevalentemente santambrosiane (fondamentali per l’impianto delle Istituzioni diplomatiche) e chiaravallesi: e nessuna prova dunque sussiste circa l’eventuale integrazione della vicenda di Morimondo all’interno del più ampio orizzonte (di storia milanese, oltreché monastica) scelto dal Fumagalli come ipotesi di lavoro.

Non è sufficiente, a giustificazione di ciò, invocare la sua particolare affezione per Chiaravalle, dove aveva vestito l’abito monastico e di cui pure esaltava l’indiscutibile primato sulle consorelle lombarde [48]; né pare del tutto credibile l’ipotesi che egli giudicasse sufficientemente fondata (non possedendo in merito indicazioni contrastanti) la notizia circa la ’prematura’ scomparsa dell’archivio morimondese avvalorata dal Giulini. La marginalità di Morimondo in un’ipotetica storia cisterciense della Lombardia si nutriva piuttosto del secolare disinteresse (se escludiamo la ’felice’ stagione del Libanori) manifestato dal gruppo di monaci riformati per la vicenda e la funzione storica dell’istituzione che li ospitava – e in questo giocò un ruolo certamente decisivo la dipendenza da Settimo –, riflettendosi in una scarsa e debole cura per quel patrimonio che tale coscienza doveva [p. XXIV] mantenere in vita, e dando luogo a una produzione erudita quantitativamente e qualitativamente modesta. Anche quando il monastero – dopo aver rischiato la soppressione già nei primi anni ’70 [49] – venne finalmente aggregato alla provincia lombarda della Congregazione cisterciense, l’esigua comunità qui sopravvissuta non realizzò alcunché di rilevante nel quadro della ‘riforma culturale’ che un ben preciso compito aveva affidato ai cisterciensi, rimanendone anzi decisamente ai margini: lo testimonia la mancanza di significativi contatti con gli studiosi charavallesi e santambrosiani, come attestano le biografie dei membri della ‘cerchia’ fumagalliana, i cui percorsi, di carriera e di studio, non toccarono mai Morimondo [50].

5. Il monastero si avviò a costituire oggetto di specifica indagine solo nei decenni a cavallo tra ’800 e ’900. Vi contribuirono elementi affatto eccezionali nel clima di quell’epoca e che si riscontrano un po’ dovunque: da una tipicamente aristocratica predisposizione a subire il fascino dei monumenti del passato [51] (specie se imponenti, e specie se in stato di discreto abbandono: era il caso di Morimondo), al fresco e dilagante entusiasmo per le fonti d’archivio innescato dalla cultura positivistica, che trovava nell’attività delle società storiche il principale terreno di espressione [52]. La vicenda secolare dell’abbazia accendeva l’immaginazione giovanile di uomini come il conte Cavagna Sangiuliani, che nell’età più matura giungerà a progettare anche l’edizione del cartario monastico [53]; mentre l’aspetto fatiscente dell’edificio rendeva attuali (in vista di quei lavori di restauro [p. XXV] resi tuttavia improbabili dall’inadeguatezza dei finanziamenti) le indagini storico-artistiche di Diego Sant’Ambrogio e di Napoleone Bertoglio Pisani [54]. Ma i primi contributi di una certa ampiezza sulla storia del monastero comparvero negli anni ’20, firmati da Piero Parodi e da Angelo Bellini [55]: il primo – già autore di varie pagine dedicate alle origini e alle vicende medievali delle località vicine ad Abbiategrasso, di cui era nativo –intrecciava la rievocazione della presenza cisterciense (rivisitata fin oltre le soglie dell’età moderna) con numerose e ripetitive digressioni di carattere corografico e toponomastico e, soprattutto, con una costante attenzione per la fisionomia e i legami reciproci delle dinastie signorili che, prima e dopo l’insediamento dei monaci bianchi, avevano segnato la storia del territorio di qua e di là del Ticino; l’opera del Bellini si limitava a considerare la storia dell’abbazia nel primo secolo e mezzo di vita, inquadrandola – come il titolo del libro preannunciava – nel tema del «dissidio secolare» tra le città (Milano e Pavia) che si sarebbero contese il controllo del centro monastico, sorto proprio in quella «zona grigia» di confine tra le rispettive aree territoriali e diocesane.

Si tratta ovviamente di monografie globalmente dotate, sul piano storiografico, di scarso peso specifico, pur non prive di spunti e intuizioni (spesso dipendenti da intenzioni polemiche) non trascurabili; va loro riconosciuto certamente il merito di aver costituito il primo tentativo di raccogliere e filtrare organicamente l’inedita documentazione morimondese, fin lì ignorata (anche per la voce allora non ancora dissoltasi completamente circa la distruzione dell’archivio monastico) [56] o frammentariamente utilizzata nell’ambito di ricerche diversamente finalizzate (per esempio da Girolamo Biscaro negli studi su I conti di Lomello o su Gli avvocati degli arcivescovi di Milano) o di ben altro valore (si pensi agli Studi sulle origini dei comuni rurali del Bognetti).

Apporti scientificamente significativi alla conoscenza dei vari aspetti della vita morimondese cominciano ad animare il panorama storiografico negli anni ’50. Gli studi di Leclercq e di De Gaiffier mettono in luce l’esistenza di un consistente nucleo di codici prodotti nello scriptorium di Morimondo o comunque provenienti dalla sua antica biblioteca, in perenne diaspora dal tempo della soppressione [57]; l’esame di alcuni manoscritti verrà affrontato poi dal Natale e [p. XXVI] da Marina Righetti Tosti-Croce [58], mentre un utilissimo inventario analitico dei pezzi identificati (quasi sessanta, databili fra XII e XV secolo) è allestito nel 1980 da Mirella Ferrari [59]. Altrettanti progressi si verificano nel settore dell’indagine storico-artistica, sempre più attenta a rintracciare nel complesso monastico elementi caratteristici dell’architettura cisterciense, opportunamente messi a confronto con altre esperienze architettoniche dello stesso tipo in Italia e oltralpe: vanno segnalati, al riguardo, i contributi di Liana Castelfranchi, Lelia Fraccaro De Longhi, Angiola Maria Romanini [60].

Negli ultimi decenni il rinnovato interesse della medievistica per la storia monastica [61] ha inquadrato, finalmente fuori degli stereotipi consolidati, l’originale significato dell’esperienza cisterciense, sia mettendo in luce la presenza di contatti significativi con il mondo urbano, sia ridimensionando (e precisando le differenze tra area e area) la portata delle novità da essa prodotte nel tessuto rurale e nell’economia agraria [62]. Si sono così messe a fuoco più nitidamente le modalità dell’irradiazione cisterciense nella penisola [63]; mentre gli studi di Piero Zerbi, penetrando i risvolti di un testo difficile come l’Historia Mediolanensis di Landolfo Juniore, hanno dato risalto al profondo nesso esistente tra i primi insediamenti di monaci bianchi nel milanese, il soggiorno di Bernardo di Clairvaux nella metropoli lombarda e la dinamica delle vicende politiche che vedono Milano, a metà degli anni ’30 del XII secolo, abbandonare il fronte dell’antipapa Anacleto e abbracciare la causa di Innocenzo II [64].

[p. XXVII] Lo stesso Zerbi ha poi seguito i primi passi compiuti dai monasteri di Chiaravalle e di Morimondo in vista della creazione e della gestione di un ricco patrimonio terriero; ma l’analisi ha qui sostanzialmente l’obiettivo di verificare (o perlomeno di non dover smentire, sulla base delle carte private) come le due comunità si fossero organizzate «rispettando … lettera e spirito della Summa cartae caritatis»: sottolineando, cioè, nei casi presi in esame, la tenuta dell’originario ideale cisterciense di povertà [65].

Spetterà infine ad Elisa Occhipinti, con due contributi pubblicati rispettivamente nel 1983 e nel 1986, il compito di articolare mediante un più ampio ricorso alle fonti il tema di Morimondo nei suoi primi secoli di vita: prima ripercorrendo «le vicende della formazione del patrimonio fondiario del monastero … in riferimento alla situazione complessiva delle campagne tra Milano e Pavia nel XII e XIII secolo, evidenziando i modi, le occasioni e la misura in cui l’interagire di forze diverse, sia a livello locale che generale, influisse sull’esistenza e sulle fortune di un ente monastico» [66]; poi affrontando più direttamente il problema dell’organizzazione di tale patrimonio, avvenuta intorno alle grange, non mancando di aprire un’interessante finestra «sulle condizioni della vita materiale, dell’organizzazione produttiva, della disponibilità di generi di consumo e di attrezzature del tempo» [67]. Sono così messi in luce – nell’esame dei rapporti con le autorità ecclesiastiche e civili milanesi e pavesi, con i pontefici, con gli imperatori, ma anche con le realtà locali (le istituzioni pievane, la grande proprietà laica, le comunità rurali) – le strategie e le direzioni dell’espansione cisterciense: cogliendo l’evoluzione che portò il monastero, dopo una prima fase ‘fortunata’ e caratterizzata da grande «spregiudicatezza» politica ed economica, ad essere travolto da eventi incontrollabili, destinati a ridimensionarne inevitabilmente il ruolo di potenza rapidamente conquistato. Sopravviverà un notevole patrimonio fondiario, la cui gestione subirà tuttavia forti e importanti mutamenti: una realtà comunque «di rilevante significato nel quadro più generale dell’evoluzione delle campagne lombarde dell’ultimo medioevo» [68].

L’archivio

1. [p. XXVIII] Il materiale documentario appartenuto all’archivio del monastero di Morimondo è oggi diviso in due grossi tronconi, depositati rispettivamente presso l’Archivio di Stato (ASMi) e l’Archivio dell’Ospedale Maggiore di Milano (AOM). In ASMi si trova la sezione più antica e consistente del tabularium, quella versata in seguito alla soppressione del monastero (27 maggio 1798) all’Archivio Generale del Fondo di Religione (costituito nel 1787) e che era rimasta a Morimondo anche dopo l’estinzione della commenda (1561) e l’annessione di larga parte dei beni abbaziali all’Ospedale Maggiore: come in altre circostanze simili, l’emigrazione di documenti dall’archivio originario non fu automaticamente legata alla sorte dei possessi, e solo poche pergamene trovarono nuova sistemazione sugli scaffali dell’archivio ospitaliere [69]. Disponiamo oggi, per il periodo compreso entro la metà del sec. XIII, di almeno 450 pergamene; una quantità ragguardevole, di per sé più che sufficiente a destituire di ogni fondamento la notizia riportata dal Giulini circa la scomparsa dell’archivio monastico. Più difficile è individuare, e quantificare, l’eventuale erosione e dispersione subita dal patrimonio documentario dell’abbazia nel corso dei secoli, in seguito a vicende non sempre fortunate; si pensi, innanzitutto, alle ripetute e distruttive incursioni dell’esercito pavese, la più grave delle quali sarebbe avvenuta nel corso del 1237: in tale circostanza, secondo la relazione compilata dal monaco Onrico, il saccheggio avrebbe interessato tutti i documenti e i privilegi costituenti l’archivio del monastero, per un danno valutato in cinquecento lire imperiali («Item abstulerunt … tot instrumenta et privilegia predicti monasterii, quibus posset damnificari seu dampnificatum est predictum monasterium in libris .D. imperialibus»), [p. XXIX] a fronte delle diecimila in cui erano stimate le perdite complessive subite dal patrimonio monastico [70].

Non v’è la possibilità di stabilire quanto il racconto di Onrico sia credibile; né, in caso positivo, quando sia avvenuta la restituzione del ’bottino’ da parte dei pavesi. Dei documenti che al tempo dell’aggressione presumibilmente costituivano la sezione più prestigiosa del tabularium mancano oggi all’appello quasi tutti i diplomi emanati dalla cancelleria imperiale a partire da Federico I: la loro sparizione è tuttavia ben posteriore alla metà del sec. XIII, e risale quasi sicuramente all’epoca della soppressione napoleonica [71]. Decisamente migliore, viceversa, è la situazione per quanto riguarda il nucleo dei documenti pontifici: molti risultano sopravvissuti a guerre, smembramenti e soppressioni [72].

La quota più cospicua del materiale archivistico pervenutoci è rappresentata dai documenti privati. Al riguardo è ancora più difficile rilevare l’entità di eventuali dispersioni; due preziose e antiche testimonianze ci consentono, tuttavia, di scrutare meglio i ’segreti’ del tabularium e di integrare, con l’aggiunta di qualche sbiadita tessera, un mosaico destinato comunque a conservare zone lacunose.

Un antico spaccato dell’archivio monastico ci è restituito da un inventario di carte (breve de cartulis) compilato con ogni probabilità dopo il 1173 ma, come suggerisce la grafia, sicuramente al di qua dello scadere del secolo [73]. Steso su uno scarto di pergamena dalla forma alquanto irregolare, il breve elenca (si direbbe in ordine del tutto incidentale) quarantasette carte, due sentenze e tre «inbreviature» (con sicuro riferimento a inventari di terre). Dei cinquantadue pezzi menzionati sono identificabili con certezza ventotto, indicati qui di seguito in ordine cronologico e con il numero assunto nell’edizione, seguito dal titolo che compare nel breve:

  • [p. XXX] doc. n. 1 = Carta comitis Maifredi Veronensis [74].
  • doc. n. 25 = Carta Bernardi Simeonis.
  • doc. n. 40 = Carta de Fatietalietis.
  • doc. n. 41 = Item alia carta de Fatietaliatis.
  • doc. n. 51 = Carta pignoris Arnoldi de Puteoblanco.
  • doc. n. 55 = Carta Landulfi de Pusterla.
  • doc. n. 56 = Carta Bernardi de Aliate.
  • doc. n. 57 = Carta illorum de Aliate.
  • doc. n. 68 = Carta Iohannis Polle.
  • doc. n. 73 = Carta Anselmi de Pusterla.
  • doc. n. 80 = Carta Bocari Avocati [75].
  • doc. n. 81 = Carta Boveti Avocati.
  • doc. n. 82 = Carta finis uxoris suprascripti Arnoldi.
  • doc. n. 83 = Carta finis Anselmi Avocati.
  • [p. XXXI] doc. n. 88 = Carta commutationis Alonis prepositi de Roxate.
  • doc. n. 96 = Carta Roberti Caravali.
  • doc. n. 140 = Carta Alberti Bocardi.
  • doc. n. 142 = Carta sententie Alberti Bocardi.
  • doc. n. 145 = Carta Oliverii Portalupi [76].
  • doc. n. 159 = Carta iudicati Anselmi Avocati.
  • doc. n. 163 = Carta Arderici Cassine.
  • doc. n. 168 = Carta Vuilielmi de Rezo.
  • doc. n. 170 = Carta finis Obizonis in filiis Vuilicionis.
  • doc. n. 182 = Carta Anselmi Portalupi.
  • doc. n. 191 = Carta conventi Duri Brulii.
  • doc. n. 197 = Carta Duri Brulii.
  • doc. n. 200 = Carta Pastoris Crivelli.
  • doc. n. 210 = Carta finis Sancti Gelsi.
  • doc. n. - = Carta donationis Otte Fasiole [77].

Di queste ventinove menzioni, quattordici sono relative amunimina [78]. L’elenco comprende poi due carte per le quali esiste una doppia possibilità di identificazione:

  • doc. n. 94 o 165 (più probabilmente quest’ultimo) = Carta Vuiberti Ciguete.
  • doc. n. 192 o 212 = Carta comutationis de lite.

Possibilità di riconoscimento, pur con qualche incertezza, vi sono per cinque documenti:

  • doc. n. 101 o 154 = Carta Rotefredi de Besate.
  • doc. n. 173 o 174 = Carta Ariprandi Vicecomitis.
  • doc. n. 199 e 203 = Carte due de Bondaris.
  • ASMi, AD, pergg., cart. 688, n. 222 (1182 agosto 27, Milano)= Carta finis Avocati.

Non identificabili, deperditi o emigrati verso altri archivi i seguenti sedici pezzi:

  • Carta Sancti Petri [79].
  • [p. XXXII] Sententia eiusdem Duri <Brulii> [80].
  • Carta pignoris Obizonis Avocati.
  • Carta pignoris Ariprandi, Obizonis et Anselmi Avocatorum.
  • Carta filiorum Vuilicionis.
  • Inbriviatura terre eiusdem Arnaldi (de Puteoblanco).
  • Carta finis Bellonis Piscumpulte.
  • Carta Vualderici et Menabovis [81].
  • Carta Frasi Papiensis.
  • Carta Boglarii Castoldi.
  • Item carta Oliverii Portalupi.
  • Item carta Oliverii Portalupi.
  • Carta Vuale Crivelli.
  • Inbreviatura Iohannis Polle.
  • Inbreviatura Oliverii Portalupi.
  • Sententia Ottachius et Andrioti de Cruce de molendino.

Il compilatore aggiunge, alla fine, il numero complessivo delle pergamene oggetto dell’operazione: centodiciassette. L’inventario è dunque incompleto. E non è facile stabilire se esso sia il risultato di una precisa selezione o se la prima parte della stesura comparisse sopra un altro foglio membranaceo sfortunatamente non pervenutoci. Per ora, mi limito a sottolineare come il totale delle carte prese in considerazione dall’estensore non possa ragionevolmente rispecchiare la [p. XXXIII] consistenza globale del tabularium monastico, presumibilmente molto più ricco al momento della stesura del catalogo.

Un secondo elenco di carte venne compilato verso la fine del sec. XIII.

L’indiculus instrumentorum [82] (la definizione è del Bonomi) ci tramanda ampi regesti di quarantanove documenti, qui di seguito elencati in ordine cronologico. Alla data cronica e topica e alla definizione del negozio segue il numero della presente edizione per i documenti fino al 1170 e la collocazione archivistica per quelli successivi che ci sono pervenuti; l’eventuale dispersione dei pezzi è segnalata in modo esplicito. Si dà, infine, il riferimento alla pagina del fascicolo contenente il regesto e alla segnatura conferita dal compilatore a ciascun pezzo, la stessa poi riportata (com’è stato possibile verificare) nel verso della pergamena corrispondente.

  • 1132 dicembre 10, Pavia. Vendita = doc. n. 52: p. 6, «cc».
  • 1147 giugno. Vendita = deperd. : doc. n. 95 : p. 7, «mm».
  • 1148 novembre 18, Pavia. Vendita = doc. n. 100 : p. 7, «nn».
  • 1150 maggio 11, Besate. Vendita = doc. n. 105 : p. 7, «kk».
  • 1150 giugno. Vendita == deperd. : doc. n. 108 : p. 5, «x».
  • [p. XXXIV] 1150 agosto 6, Besate. Vendita = doc. n. 109 : p. 6, «dd».
  • 1152 marzo 30. Vendita = deperd. : doc. n. 128 : p. 8, «pp».
  • 1153 maggio 7, Basiano. Vendita = doc. n. 144 : p. 6, «hh».
  • 1153 settembre 20. Vendita = deperd. : doc. n. 148 : p. 7, «ll».
  • 1154 febbraio 23, Besate. Vendita = doc. n. 154 : p. 3, «g».
  • 1156 marzo 8. Donazione = deperd. : doc. n. 166 : p. 2, «c».
  • 1176 marzo 13. Testamento = deperd. : p. 5, «aa».
  • 1176 agosto, Besate. Donazione = AD, pergg., cart. 688, n. 197 : p. 4,«q».
  • 1180 aprile 10. Testamento = deperd. : p. 3, «k».
  • 1180 giugno 11. Vendita = deperd. : p. 4, «p».
  • 1190 marzo 8, Besate. Vendita = AD, pergg., cart. 688, n. 246 : p. 5,«y».
  • 1190 marzo 21, Besate. Vendita = AD, pergg., cart. 688, n. 247 : p. 5,«ç».
  • 1190 giugno 3, Besate. Vendita = AD, pergg., cart. 688, n. 248 : p. 2,«f».
  • 1195 marzo 4, Besate. Donazione = AD, pergg., cart. 688, n. 273 : p.6,«gg».
  • 1195 maggio 25. Vendita = deperd. : p. 4, «m».
  • 1196 luglio 5 [83], Morimondo. Donazione = AD, pergg., cart. 688, n.276 : p. 6, «ff».
  • 1196 ottobre 21. Testamento = deperd. : p. 4, «s».
  • 1200 maggio 1, Pavia. Donazione = deperd. : p. 4, «o».
  • 1203 gennaio 5. Donazione = deperd. : p. 2, «d».
  • 1203 maggio 19, Pavia. Vendita = AD, pergg., cart. 689, n. 2 : p. 5, «bb».
  • 1204 gennaio 20. Inventario = AD, pergg., cart. 689, n. 5 : p. 8, « + + + ».
  • 1205 aprile 16, Pavia. Donazione = AD, pergg., cart. 689, n. 7 : p. 2,«b».
  • 1205 aprile 21. Vendita = deperd. : p. 7, «oo».
  • 1206 dicembre 12. Donazione = deperd. : p. 5, «v».
  • 1212 luglio 11, presso Besate. Refuta = AD, pergg., cart. 689, n. 29 :p. 9, «M».
  • 1214 maggio 1. Donazione = deperd. : p. 4, «n».
  • 1219 dicembre 14. Donazione = deperd. : p. 3, «h».
  • 1225 luglio 26. Vendita = deperd. : p. 6, «ee».
  • 1226 luglio 18. Vendita = deperd. : p. 2, «e».
  • 1226 luglio 18 o 19. Vendita = deperd. : p. 5, «t».
  • [p. XXXV]1226 settembre 9. Vendita = deperd. : p. 2, «e».
  • 1227 marzo 24. Testamento = deperd. : p. 4, «r».
  • 1242 marzo 11 o 12. Vendita = deperd. : p. 9, «N».
  • [1258] giugno 30, Besate. Vendita = AD, pergg., cart. 689, n. 76 : p. 1, «[a]».
  • 1258 giugno 30, Besate. Vendita = AD, pergg., cart. 689, n. 76* : p. 1, «[a]».
  • 1258 <qui e nell’orig. erroneamente 1259> giugno 30, Besate. Vendita = AD, pergg., cart. 689, n. 76** : p. 1, «[a]».
  • 1273 marzo 25. Permuta = AD, pergg., cart. 690, n. 117 : p. 9, «+».
  • 1275 aprile 11, Rosate. Testamento = AD, pergg., cart. 690, n. 125 : p. 3, «i».
  • 1277 agosto 17 o 18, Fallavecchia. Donazione = AD, pergg., cart. 690. n. 134 : p. 7, «ii».
  • […] marzo 18. Donazione = deperd. : p. 3, «l».
  • *** Carta Albrigoni de Strata = deperd. : p. 8, «qq <lett. incerta>».
  • *** Carta Albrigoni de Strata = deperd. : p. 8, «qq <lett. incerta>».
  • *** Carta cuiusdam Contesse Maganie de peciis. II. terre in Morçano = deperd : p. 8, «[..]».
  • *** Carta cuiusdam Papari de loco Besati = deperd. : p. 8, «r».

Com’è facile riscontrare, si sono identificati solo ventidue dei quarantanove documenti catalogati; una percentuale che sale leggermente (dodici su ventitré) qualora ci si limiti a considerare le carte del XII secolo. La somma di questi dati a quelli ricavabili dal breve de cartulis (dove sono menzionati almeno sedici documenti – poco meno di un terzo del totale – oggi sicuramente non più reperibili) ci porterebbe dunque a supporre una perdita di materiale archivistico abbastanza considerevole: non, tuttavia, a conoscere il motivo e la circostanza per cui le pergamene emigrarono altrove, e dove. Inutile, a esempio, si è rivelata la ricerca presso l’AOM, che acquisì dal tabularium monastico, tutto sommato, solo pochi documenti (prevalentemente tre e quattrocenteschi, come attestano anche due inventari d’archivio di epoca moderna ivi conservati) [84]; inoltre, il passaggio alla proprietà ospitaliera non interessò che in minima parte i [p. XXXVI] beni detenuti dal monastero nel territorio di Besate [85]: e le carte regestate nell’Indiculus fanno tutte riferimento ad alienazioni, refute, donazioni e disposizioni in favore di Morimondo di beni siti proprio in quella località. D’altra parte, le annotazioni coeve vergate, nell’Indiculus, alla fine di alcuni regesti possono forse giustificare l’ipotesi che, a un certo punto, la conservazione del documento corrispondente non venisse più ritenuta necessaria. «Non possidemus», «Nichil omnino possidemus de hiis petiis», «Non possidemus quod cognoscamus»: tali note, e altre di contenuto pressoché simile, accompagnano la descrizione di numerose carte, e chiariscono come all’epoca della compilazione dell’Indiculus le vigne e i terreni su cui i documenti un tempo avevano sancito i diritti del monastero non fossero più controllati dal medesimo, e talora detenuti da altri, legittimamente («Petrus de Saconago habet et tenet») [86] o meno («Non possidemus set tenet Niger de Prata iniuste») [87].

2. Il breve de cartulis (sec. XII ex.) e l’Indiculus instrumentorum (sec. XIII ex.) devono essere considerati – oltre che in una prospettiva di recupero del maggior numero di indizi possibili circa la consistenza e il contenuto del tabularium – anche quali importanti testimonianze della precoce cura prestata dai fratres cisterciensi nei confronti del proprio archivio. Ma se la stesura dell’Indiculus può essere forse collegata al grosso contratto stipulato nel 1281 da Morimondo con i fratelli de Fantebelle, cui venivano affittati tutti i beni del monastero nel territorio di Besate [88], non vi sono riferimenti precisi per quanto concerne la redazione del breve de cartulis: i documenti identificati contengono, compresi i numerosi munimina, soprattutto negozi aventi ad oggetto beni e diritti relativi ai territori di Fallavecchia, Basiano e Coronate, i centri in cui i monaci avevano organizzato le prime grange. Non è da escludere, perciò, che l’inventario presupponesse o semplicemente riflettesse un’organizzazione dell’archivio in microfondi, corrispondenti alle zone di concentrazione del patrimonio monastico: una concentrazione certamente più densa intorno alle aziende di Fallavecchia, [p. XXXVII] Basiano e Coronate che non intorno a Besate, Ozzero, Rosate, Gudo, dove persisteva e resisteva all’espansione del cenobio la proprietà di privati e di enti ecclesiastici.

Una seconda serie di elementi consente di mettere ulteriormente a fuoco l’attività dei primi monaci ‘archivisti’ di Morimondo. È sufficiente solo una rapida scorsa delle pergamene per incontrare sul verso, oltre alle adnotationes dei notai, alcuni gruppi di note, sigle, segnature, disegni, opera di altrettante mani facilmente riconoscibili, anche se, purtroppo, non identificabili. Alquanto frequenti sono gli appunti vergati da tre mani differenti, che saranno indicate rispettivamente con le sigle Y, X, W. Le annotazioni dorsali di mano Y (cf. tav. 16b) ricorrono in trentasette pergamene; la prima è relativa a una vendita del 1071 agosto, l’ultima a una donazione del 1156 gennaio 9. Se ne offre, qui di seguito, il quadro dettagliato (tra parentesi angolari l’appunto steso da altra mano e poi completato da Y):

  • Doc. n. 6 Carta de rebus in Baseliana.
  • Doc. n. 10 Carta de iudicato de rebus in Fara.
  • Doc. n. 17 Carta de rebus in Fara.
  • Doc. n. 18 Carta de rebus in Fara.
  • Doc. n. 22 Carta quamfecit Faciestaliata de rebus in Baxiliano.
  • Doc. n. 33 Carta promissionis de rebus in Gudi.
  • Doc. n. 34 Carta de rebus de Farizola quam fecit Rodulfus de Gudi.
  • Doc. n. 35 Breve recordacionis de rebus in Fara.
  • Doc. n. 38 Carta quamfecit Adelaxia Flogerio de Besate de rebus in Fara.
  • Doc. n. 39 Carta Lafranchi, filius quonda Leonis, de rebus in Fara.
  • Doc. n. 44 Carta monasterio Morimundi quam fecit Iohannes, filius Vasalli, de petia una de terra in loco Fare.
  • Doc. n. 47 Carta Pagane et Bonabelle, mater et filia, de rebus in Fara.
  • Doc. n. 50 Libellum de rebus in Fara quod fecerunt Petrus Arduini, Girardus et Giselfredus de Besate.
  • Doc. n. 55 <Libellus Prevedi de Ozono de rebus in Coronago> quem fecit Landulfus de Pusterla.
  • Doc. n. 59 Libellus quem fecit Ambrosius Rabbus de rebus in Coronago.
  • Doc. n. 60 Carta quamfecit Mainfredus de Mairora.
  • Doc. n. 61 Investitucio quam fecit Lanfrancus de Strada monasterio de rebus in Coronago.
  • [p. XXXVIII] Doc. n. 62 Investitucio quam fecerunt Vuido et Rotefredo et Vuara de rebus in Coronago.
  • Doc. n. 65 (Carta investiture […] Ariprandus in Belfante) de rebus in Coronago.
  • Doc. n. 67 Refutatio quam fecit Bellusfantus de rebus in Coronago.
  • Doc. n. 68 Carta quam fecit Iohannes Polla.
  • Doc. n.73 Carta quam fecit Paganus de pusterla Sancti Laurencii.
  • Doc. n. 77 <Carta monasterii Monumondi> quam fecit Ambrosius Muzardi cum fratribus suis.
  • Doc. n. 86 <Aquistum donni abatis de Morimundo in Colonago et in Gudi> de Maltaliado et Fulgero.
  • Doc. n. 88 <[…] territorio Coronago> quam Allus, prepositus eclesie Sancti Stephani de Roxate, fecit.
  • Doc. n. 90 Carta quam fecit Iohannes Sapius.
  • Doc. n. 94 Carta quam fecit Otto qui dicitur de Costa de rebus in Fara Vegia.
  • Doc. n. 98 Refutatio quam fecit Bonusvillanus monasterio Morimondi de rebus in territorio Gudi et Coronago.
  • Doc. n.109 <Carta monasterii Monumondi> quam fecit Arburga, relicta quondam Ottonis Carnelevari, de terra in loco Besate.
  • Doc. n.116 Breve de terra Anselmi Advocati quam dedit abbati de Morimundo de rebus in Coronago.
  • Doc. n. 126 <Carta Morimundi> quam fecit Trancherius Caravalia.
  • Doc. n. 140 <Carta guadie quam fecit Albertus qui dicitur Gozoni> in Alberto qui dicitur Bocardus de rebus in Basiliano.
  • Doc. n. 141 <Carta Morimondi quam fecit filius quondam Pagani de Castelleto, de loco Gudi>, de rebus in Gudi.
  • Doc. n. 145 Libellus quem fecit Oliverius Portalupo de campo uno.
  • Doc. n. 164 Carta donationis quam fecit Petrus Luganega.
  • Appendice, n. 1 Breve de rebus in Fara.
  • Appendice, n. 6 Breve recordacionis de rebus in Fara.

Si tratta di annotazioni assai probabilmente di mano monastica, come lascerebbe supporre il modus scribendi, lontano dalla cultura grafica notarile: d’altra parte la forma «investitucio», usata due volte in luogo di «investitura» (docc. nn. 61 e 62), sembra costituire un’ulteriore prova dell’ambito non professionale in cui agisce l’estensore di questi rapidi appunti. Il loro significato e la loro utilità traspaiono in piena evidenza qualora si tengano presenti i seguenti dati: in ventotto casi su trentasette l’annotazione di mano Y trova spazio in un [p. XXXIX] contesto privo di altri appunti di uguale natura, ad opera del notaio che redige il documento o di altre mani precedenti; nei nove casi in cui Y si limita a completare una nota stesa anteriormente, non fa che aggiungere i dati mancanti per un’immediata comprensione del documento: l’autore del negozio giuridico (vale a dire, in molti casi, la controparte del monastero), o la localizzazione dei beni, o entrambi. Gli elementi necessari per una rapida conoscenza del contenuto della pergamena sono dunque oggetto delle adnotationes vergate da Y, assai generiche e contenenti semplicemente la menzione del territorio di appartenenza dei beni nel verso dei munimina più antichi, maggiormente articolate e precise nei documenti di più diretto e immediato interesse per il monastero; e alla luce di questo non ci si sorprenderà nel constatare che dove l’annotazione Y è assente – tenendo conto di come lo scriba agisca presumibilmente non oltre il sesto decennio del sec. XII, e di come a quella data parecchi munimina non fossero ancora entrati a far parte del tabularium – si trova normalmente l’appunto di mano del notaio, di per sé sufficiente a chiarire l’oggetto e le modalità del negozio e a rendere perciò superfluo un ulteriore intervento.

Un discorso abbastanza simile è suggerito dalle annotazioni di mano X (cf. tav. 16c) – più vicina agli usi notarili –, presenti nelle pergamene fin quasi allo scadere del sec. XII (l’ultima accompagna una donazione del 1197 gennaio 29) [89]. Due, tuttavia, e significative, le innovazioni: la notevole puntualità con cui tali note possono essere riscontrate e la posizione sempre identica che esse occupano sul dorso della pergamena, vale a dire nella zona sinistra (rispetto all’occhio del lettore), quasi sempre su due o più righe, appena sopra o sotto (quando è stata praticata) la piegatura mediana orizzontale. In soli diciassette casi – mi riferisco ai documenti qui editi – X non risponde all’appello delle annotazioni dorsali [90]: di questi, sei sono munimina [91] (per tre dei quali non si è in grado di stabilire quando siano stati assorbiti dall’archivio monastico) [92]; nei restanti undici casi, si [p. XL] può verificare la presenza di ampi e precisi appunti notarili assieme ad altre annotazioni coeve, presumibilmente anteriori a X.

Gli appunti di mano X si configurano secondo uno schema abbastanza regolare: sono normalmente indicati l’autore del negozio giuridico, la località in cui erano situati i beni o in cui il monastero acquistava diritti di decima, spesso i microtoponimi e il numero degli appezzamenti, qualche volta la loro estensione, singola o complessiva. L’insieme dei dati si conclude spesso con la sigla «R» (a volte compresa tra due punti, a volte soltanto puntata), preceduta o seguita in pochi casi da altre lettere [93]. Tale segnale grafico, del quale non si è in grado di proporre uno scioglimento credibile, compare nella grande maggioranza dei m u n i m i n a , mentre è sempre assente (con la sola eccezione del doc. n. 194) nelle carte dove il monastero viene esplicitamente menzionato.

Distanziati di una trentina d’anni circa, gli interventi di Y e X sulle pergamene – la mano W, attiva nei primi decenni del sec. XIII (cf. tav. 16c), si limita nella maggioranza dei casi ad annotare sul verso (generalmente indicando solo anno e mese) la data del documento [94] – sembrerebbero finalizzati a parziali ordinamenti (o riordinamenti) del tabularium monastico, nel quale, col passare degli anni e in virtù della forte presenza degli abati morimondesi sul mercato fondiario, confluivano materiali documentari senza soluzione di continuità. Ulteriori indizi vengono a rafforzare l’ipotesi di un’organizzazione dell’archivio in microfondi, coincidenti con le zone dov’erano localizzati i possedimenti di Morimondo. Così sembrano suggerire alcuni semplici schizzi a forma di campanile che compaiono sul dorso di nove pergamene relative ad acquisizioni di beni in Coronate, in Gudo, in Sanctus Ambrosius presso Coronate e in Fariciola da parte del monastero [95]: le località, cioè, immediatamente circostanti l’insediamento monastico; una sigla «G» molto elaborata, che rappresenta certamente l’iniziale di «Gudo», fa bella mostra di sé nel verso di sette pergamene che contengono acquisti o livelli realizzati dal monastero nel territorio di Gudo [96], e un simile riferimento è possibile riscontrare per quanto riguarda una «A» (= «Antibiagum» ? [p. XLI] «Ambrosius» ?) che accompagna sei operazioni del monastero distribuite fra Gudo, Sanctus Ambrosius e Coronate, località assai contigue [97]. Una «A», una «B», una «C» e una «H», di impianto maiuscolo ed accuratamente vergate, ciascuna recante, ingabbiate dalle aste verticali e orizzontali o negli spazi rotondi, due «b» (= «Baxilianum»), compaiono nel verso di quattro pergamene piuttosto preziose per il monastero, in quanto contribuiscono a estenderne i possessi dentro e intorno al castrum di Basiano [98]. Infine, un appunto di mano X, a tergo del doc. n. 210, attesta come quella pergamena fosse in qualche modo collegata ad altre riguardanti i beni di Coronate e di Basiano («Omnes iste de Coronago»; «et due de Coronago et Baxiliano»); per alcuni documenti attestanti operazioni nel territorio di Besate il collegamento materiale è denunciato dalla presenza di forellini di cucitura [99]. Un’ultima annotazione del secolo XIII, nel verso del breve edito in Appendice al n. 2, sembra addirittura aprire uno spiraglio circa la sistemazione fisica delle pergamene all’interno del tabularium: «Hec baçia est cartarum scriptarum ad memoriam; non habent signum. Sunt de Fara Vegia». Se, infatti, come il contesto lascia supporre, il termine «baçia» assume qui il significato di contenitore (di cuoio) [100], atto ad accogliere le scritture memoratorie riguardanti Fallavecchia, dobbiamo pensare che altri involucri fossero utilizzati per proteggere altrettanti nuclei omogenei di materiale documentario.

Molti indizi, dunque, inducono a ritenere possibile che i fratres cisterciensi siano stati in grado di conferire all’archivio un assetto stabile e razionale già entro la fine del sec. XII [101]; quando, del resto, già funzionava presso il monastero un attivissimo scriptorium [102]. Ed è [p. XLII] importante notare come alla stessa epoca del breve de cartulis risalga anche un elenco dei libri posseduti dall’abbazia [103], costituenti già allora un patrimonio «ingente così da richiamare le cure specifiche di un bibliotecario» [104]. È probabilmente azzardato immaginare un’organizzazione unitaria della biblioteca e dell’archivio morimondesi, sotto la direzione di uno o più monaci, realizzatasi negli ultimi decenni del secolo; ma è certo che quei monaci scriptores alacremente impegnati nella produzione di codici biblici e patristici, vergati soprattutto in una «regolare gotica primitiva francesizzante» – ripetendo cioè, a ulteriore testimonianza dell’originaria compattezza dell’ordine, «modelli formali di scrittura e di decorazione» propri delle case madri di Francia [105] – lasciarono impronte della propria attività e della propria educazione grafica anche nelle carte giacenti presso il tabularium: tracce visibili sul dorso di varie pergamene, come si è detto, ma anche, in forma più chiara e consistente, in talune scritture (facilmente riconoscibili dal caratteristico impianto librario della grafia) prodotte in situazioni particolarmente delicate per la vita del monastero [106] o destinate a meglio coordinarne la politica di acquisti finalizzata al totale controllo della zona boschiva che garantiva lo sbocco sul Ticino [107].

L’archivio e la biblioteca monastica, dunque, ben si prestano ad essere intesi come efficaci simboli di quella che è stata definita la «mutevole sintesi cisterciense»; la disinvoltura manifestata dai monaci bianchi nell’alternare allo studio e alla trascrizione dei testi sacri un denso lavorio intorno a quelle pergamene che testimoniavano del loro intenso ed incisivo operare fra gli uomini rivela chiaramente quanto l’aspirazione a vivere nel desertum venisse coscientemente temperata da «un forte bisogno di inserimento nella vita sociale»: un bisogno che troverà riscontro adeguato nell’espressione di una «fiorente vita economica», in aperta sintonia con lo sviluppo dell’Occidente europeo [108].

3. Si è già accennato a come durante i secoli compresi fra l’età tridentina e le soppressioni di fine ’700 la comunità cisterciense riformata di Morimondo non abbia dedicato una particolare cura alla conservazione [p. XLIII] del patrimonio documentario giacente presso il tabularium monastico; non vi sono cioè tracce di una sistemazione e di un ordinamento dell’archivio paragonabili a quelle che la stessa epoca ci ha tramandato per i documenti santambrosiani e chiaravallesi. Gli unici segnali ci giungono, presumibilmente, dalla prima metà del sec. XVIII, e consistono in elementari segnature alfabetico-numeriche presenti nel verso di alcune delle pergamene qui edite, vergate in inchiostro piuttosto scuro. Esse testimoniano tuttavia di un’inventariazione largamente incompleta, la cui logica è perdipiù totalmente indecifrabile (pare assente, a titolo di esempio, qualsiasi criterio cronologico, topografico, o tipologico): troppo poco, in sostanza, per poterne dedurre l’esistenza di un convinto e razionale tentativo di ordinamento archivistico [109].

Con la soppressione del ’98 le pergamene morimondesi vengono trasferite presso l’Archivio Generale del Fondo di Religione. Da questo momento in poi, la loro sorte sarà la stessa di quelle provenienti da decine di archivi ecclesiastici della Lombardia [110]; si stabilizzerà, dopo una ben nota e caotica vicenda di smembramenti e riordinamenti – che tuttavia vale la pena di riesplorare –, tra il 1909 e il 1910, durante il magistero di Luigi Fumi e grazie all’intervento del «sottoarchivista» Cesare Manaresi.

Sicuramente dopo il 1804, vale a dire negli anni che segnano l’avvio del progetto Bossi-Daverio – finalizzato alla costruzione di un ‘archivio diplomatico’ mediante la separazione delle giacenze pergamenacee da quelle cartacee provenienti dagli archivi dei soppressi e sopprimendi enti ecclesiastici – e la realizzazione del medesimo, va collocato l’intervento di Ermete Bonomi sul materiale documentario appartenuto al tabularium di Morimondo. In data 1804 gennaio 17 il Daverio, Archivista Generale, commissionava all’ex «artis diplomaticae professor» il riordinamento delle pergamene provenienti da alcuni archivi, tra cui quello morimondese [111]; l’autore degli undici [p. XLIV] manoscritti di Chiaravalle e della parziale silloge di S. Ambrogio, confezionati negli anni in cui aveva esercitato la carica di bibliotecario e archivista nel primo e soltanto quella di archivista nel secondo [112], arricchiva così la sua collezione di un nuovo pezzo; i «Morimundensis Sanctae Mariae Coenobii Tabularii quotquot supersunt ab anno MX ad saeculum usque XIII…». In S. Fedele, man mano che il materiale viene consegnato dal deposito generale del Fondo di Religione, il Bonomi trascrive o regesta, ordinandole cronologicamente, le pergamene morimondesi, «quotquot supersunt»: questa espressione, intesa come ulteriore prova degli ingenti danni subiti dall’archivio monastico [113], sembra piuttosto dettata dalla cautela (e dallo scetticismo) di chi raccoglie e classifica documenti strappati alla loro sede naturale, e proprio perciò soggetti a eventuali e incontrollabili dispersioni. Vergando le sue caratteristiche segnature sul dorso delle pergamene, nell’angolo superiore sinistro, il Bonomi mette in ordine, ripartendo nella numerazione ad ogni mutazione di secolo, i documenti compresi tra XI e XV secolo. Nel 1816 ha inizio, per l’Archivio Diplomatico, la ricerca di una sede idonea e definitiva. Da S. Fedele alla Canonica, presso S. Bartolomeo a porta Nuova (1816); da qui all’Archivio Notarile (1840), e di nuovo a S. Fedele (1852), per raggiungere finalmente, nel 1871, il Palazzo del Senato, da dove non verrà più trasferito. Problemi logistici, dunque: peregrinando da una sede all’altra, le pergamene di un monastero finivano spesso per essere confusamente risistemate nei mazzi [p. XLV] di una collegiata o di un altro monastero, e viceversa; e di ciò, per i documenti morimondesi del sec. XII, fornisce un’esatta fotografia il Catalogo apprestato dal Ferrario e dal Cossa intorno agli inizi ’40: quattro pergamene sono inventariate insieme a quelle del monastero femminile di S. Apollinare [114], una insieme a quelle della canonica di S. Ambrogio [115], una con quelle di Chiaravalle [116]; dodici, inoltre, sono ignorate dal Catalogo, per negligenza o (com’è più probabile) per la loro momentanea irreperibilità [117]. La confusione (grandissima per gli archivi di S. Ambrogio monastero e canonica e di Chiaravalle, parzialmente accorpati) [118] si intensifica negli anni dell’Osio: qui l’ordinamento dell’Archivio Diplomatico subiva i maggiori danni, e gli atti «cominciarono una sorta di ballo di S. Vito, volando dalla sede naturale, chi qua, chi là, in diverse classi inventate dalla fantasia individuale» (Gasparolo) [119]. Proprio all’Osio è dovuta, inoltre, la sistemazione definitiva del Museo Diplomatico e dei fondi Bolle e Brevi e Diplomi e dispacci sovrani, con lo scorporo dalle serie originarie degli atti privati fino a tutto il sec. XI e dei documenti pontifici, regi e imperiali [120]. L’Inventario apprestato dall’Osio delle carte confluite nel Museo Diplomatico, poi, fornisce altri elementi atti a ricostruire il caos regnante nell’Archivio Diplomatico; pergamene dell’XI secolo sicuramente appartenute al deposito morimondese vengono segnalate (nell’Inventario e con l’apposizione di note nel verso delle medesime) come provenienti dalla canonica di S. Ambrogio [121]. Probabilmente a questo stesso periodo è da ascrivere un riordinamento del fondo monastico, che rivela netti scompensi e mancanze in confronto all’assetto precedente (mi riferisco, ovviamente, all’ordinamento Bonomi): ne è rimasta traccia in strisce di carta incollate alle pergamene nel margine inferiore del verso, recanti una segnatura alfabetica progressiva (a, b, c, …; aa, bb, cc …; a1, b1, c1 … e così via), la dicitura «Morimondo», la data del documento (con indicazione solo dell’anno) e il numero di serie corrispondente a quello segnato dal Bonomi [122].

[p. XLVI] Con la direzione di Luigi Fumi, infine, viene avviato un progetto di riunificazione dei fondi, che avrebbe dovuto portare al riaccorpamento, fondo per fondo, dei materiali sparsi tra il Museo Diplomatico, l’Archivio Diplomatico, Bolle e Brevi, Diplomi e dispacci sovrani e la sezione cartacea del Fondo di Religione, parte antica [123]. Ragioni legate a momentanee deficienze logistiche, insieme alla coscienza dell’immensità del lavoro da svolgere, consigliarono di partire dai fondi costituenti l’Archivio Diplomatico, iniziando da quelli con segnatura Bonomi [124]. Nella relazione di fine anno del 1910, indirizzata al direttore, Cesare Manaresi dichiarava momentaneamente conclusa la fase di riordinamento relativa agli archivi di Chiaravalle e S. Ambrogio (pergamene) e del Capitolo Maggiore del Duomo (carte e pergamene), e avviati analoghi interventi sul materiale proveniente dall’abbazia di Morimondo e da altri archivi [125]; alla fine dell’anno successivo, la risistemazione del patrimonio documentario pergamenaceo di Morimondo era un’operazione conclusa, e l’ordinamento ad esso conferito dal Bonomi pressoché integralmente ripristinato [126]: e nel medesimo ordine tale materiale è a tutt’oggi consultabile, distribuito nelle cartelle 687-695 dell’Archivio Diplomatico [127].

I documenti

1. [p. XLVI] La scarsità di edizioni recenti dei cartari ecclesiastici conservati presso l’ASMi – e le grandi sillogi manoscritte settecentesche, regolarmente frequentate da storici e giuristi, hanno forse contribuito ad allontanare l’attenzione degli editori dalla materia prima –, unita ai difetti metodologici riconosciuti alla pur utile raccolta di pergamene milanesi e comasche del sec. XI (soprattutto per quanto riguarda i volumi curati da Caterina Santoro) [128], rende tuttora problematica la stesura di un capitolo davvero esauriente sul documento medievale milanese [p. XLVII] e sul notariato della metropoli lombarda nell’età comunale [129], a differenza di quanto è stato già fatto per altri centri dell’Italia nord-occidentale [130]. Se ne stanno gettando, da qualche anno, le fondamenta, in coincidenza con una certa ripresa del lavoro di edizione [131]; soprattutto, è in fase di allestimento un Repertorio dei notai fino a tutto il sec. XII, alquanto simile a quello già apprestato per i rogatari dei documenti pavesi [132].

Il materiale pubblicato nel presente volume – destinato ad allargare il quadro della produzione specifica del notariato pavese, ma opera, per la maggior parte, di notai attivi a Milano e nel suo territorio – non è certo sufficiente a rappresentare in misura adeguata le questioni generali connesse alle problematiche cui si è accennato. Ho ritenuto perciò opportuno sviluppare gli spunti più significativi offerti dai singoli documenti nell’ambito degli apparati che accompagnano i medesimi: interpretandone le anomalie laddove era possibile il riscontro di una prassi consolidata [133], o illustrando i procedimenti di costruzione di un doc. spurio [134], o assemblando gli elementi che concorrono [p. XLVIII] a definire i primi contorni di una ‘dinastia’ di notai [135]. Sono spunti di riflessione che emergono da contesti isolati, di per sé inadeguati a supportare una discussione su retaggi, influenze e modelli del documento milanese, o a connotare i tempi e i modi di superamento di quella crisi generale della charta, «innegabile nell’Italia Settentrionale e Centrale nei primi decenni del sec. XII» [136]; né, d’altra parte, i contenuti precisi di quell’indipendenza professionale altrove sviluppata dal notariato e riconoscibile nella sua capacità di organizzare insieme una «sempre maggiore autonomia certificatoria e una strumentazione dotata di maggior definizione ed efficacia giuridica» [137], possono, per Milano, venire in evidenza prescindendo da un’analisi più approfondita circa l’opera di mediazione politica e sociale ivi esercitata dai professionisti della documentazione nella delicata fase che portò all’imporsi delle istituzioni comunali [138].

Nondimeno, va qui segnalata la rilevanza (in ordine ai problemi tradizionali della diplomatica del documento privato) di un piccolo nucleo di scritture notarili confluite nel tabularium monastico in qualità di munimina: si tratta di otto composizioni classificabili – per l’epoca cui risalgono e per il contesto da cui emergono – come notitiae, vale a dire scritture che precedono e preparano la redazione del mundum. Il fenomeno è stato ampiamente studiato, sulla scorta di una sistematica analisi del materiale, per aree di differente tradizione e cultura notarile quali Roma, Bologna, Genova [139]. Mancano, viceversa, dati precisi circa la tipologia, l’evoluzione e la struttura della notizia dorsale (o di scritture dotate di analogo valore disposte però sul recto delle pergamene) per l’area milanese [140], quali soltanto un censimento che si spinga ben oltre la soglia [p. XLIX] del sec. XI potrebbe offrire; nonostante ciò, un responso entusiasticamente positivo circa l’efficacia giuridica delle notizie dorsali rinvenibili nelle carte lombarde è stato già emesso, legato all’emergere di quel nuovo significato della traditio chartae inteso come spia del decisivo balzo in avanti del notariato verso il ruolo di cardine della documentazione [141]: la svolta, collocata negli ultimi decenni del sec. XI, sarebbe chiaramente denunciata dalla completio di un documento milanese [142].

La casistica messa in rilievo dalle pergamene morimondesi consente intanto di correggere, provvisoriamente ma sensibilmente, la data del 1070, indicata da Cesare Manaresi con riferimento all’ultima notitia dorsale reperibile nella documentazione lombarda [143]; due notitiae si trovano infatti attergate a un documento del 1086 ottobre (n. 16 e doc. n. 17: si veda il testo nell’apparato introduttivo), e una terza è nel verso di un libellus del 1121 gennaio (n. 43). Vi sono poi cinque notitiae vergate sul recto della pergamena: una, datata 1080 aprile (n. 11), è stesa a margine della carta convenientie del 1078 marzo 15 (doc. n. 9); due, rispettivamente del <1116 ottobre> (n. 35) e del 1117 aprile 14 (n. 36), si susseguono sullo stesso frammento membranaceo; altre due, del 1149 gennaio 13 e 14 (nn. 102 e 103), risultano vergate sullo stesso foglio utilizzando parte dello spazio lasciato libero dalla precedente stesura di un breve de terra (Appendice, n. 9). Quanto alla struttura, risultano sempre indicate le parti, l’oggetto del negozio e i testi, mentre i dati cronologici (del tutto assenti solo nella notitia la cui redazione in extenso corrisponde al doc. n. 17) comprendono in sei casi anche l’indicazione dell’anno (nn. 11; 35: la data doveva essere indicata nella parte iniziale del foglio, ora mutilo; 36; 43; 102; 103); sempre assente, viceversa, è la menzione del rogatario. Soltanto in un [p. L] caso ci è pervenuto il mundum (doc. n. 17) mentre in altri due compare la lineatura (nn. 102 e 103).

Un breve esame delle singole situazioni mette in luce l’esistenza di una prassi fluida e tutt’altro che univoca, consentendo anche di stabilire raffronti e di ricercare analogie con quanto è emerso dagli studi condotti per altre aree; è tuttavia prematuro trarre conclusioni generali circa la rilevanza giuridica rivestita dalla notitia in àmbito milanese, o fissare i tempi precisi della sua graduale metamorfosi che si concluderà con l’affermazione (anche nel linguaggio notarile) dell’imbreviatura e dell’instrumentum publicum: al riguardo, occorre ripeterlo, si potranno formulare soluzioni solo dopo un censimento condotto su tutti i fondi milanesi [144].

La notitia del 1080 aprile (n. 11) contribuisce a documentare una fase dell’articolata vicenda finanziaria che vede protagonisti i figli di Tadone Fatiataliata e Amizzone Cornarius; la tipologia è quella dei prestiti dissimulati su pegno fondiario [145]. Oltre due anni dopo l’accordo fissato con la carta convenientie del 1078 marzo 15 (doc. n. 9), rogata dal notaio Anselmus, le parti si ridanno appuntamento dinanzi al medesimo notaio, incaricandolo di documentare l’aggiornamento del precedente accordo circa la scadenza del credito maturato da Amizzone. Questo sviluppo del negozio ci è tramandato dalla notitia (n. 11) vergata dal notaio in margine alla carta convenientie del 1078. Sembra possibile un raffronto con la casistica segnalata da Concetti, che studiando le rogationes «attestanti ulteriori atti di disposizione giuridica degli oggetti dei contratti documentati negli istrumenti sul diritto delle pergamene» dichiarava di non averne mai riscontrato lo svolgimento in mundum (e dal 1060-1070 circa anche qualora non si appoggiassero ad una anteriore cartula): esse non dovevano «trasformarsi in istrumenti se non nel caso che avessero dato origine a contestazioni giudiziarie», ed erano considerate documenti sufficienti a garantire l’esercizio di un diritto pur rimanendo per lungo tempo al semplice stato di rogationes [146].

Alle due notitiae del 1086 (n. 16 e doc. n. 17) – stese nel verso della stessa pergamena e relative a negozi di vendita stipulati, in uguale data, dalle medesime controparti, con mutazione soltanto dei beni alienati – segue la redazione in extenso sul [p. LI] recto della seconda ‘minuta’: pur essendo probabile che ciò debba addebitarsi alla casualità della vicenda archivistica, v’è da domandarsi se nella circostanza non si sia perfezionata, in un secondo momento, una sola delle due azioni giuridiche, essendosi l’altra nel frattempo esaurita, magari per il pagamento del ‘solito’ debito sotteso alla vendita.

Ugualmente vergate sulla stessa pergamena, ma sul recto, sono le notitiae del <1116 ottobre> e del 1117 aprile 14 (nn. 35 e 36); si tratta, rispettivamente, di una promissio e di un libellus dotati, sotto l’aspetto contenutistico, di un solo elemento comune: la figura del destinatario. La promissio doveva garantire i diritti costituiti a favore di Anselmo giudice mediante una carta venditionis (doc. n. 34) stipulata presumibilmente in uguale data; la seconda fase del rapporto negoziale, tuttavia, venne affidata ad altro notaio. La pergamena utilizzata per la stesura della notitia fu evidentemente consegnata ad Anselmo, e da questi, alcuni mesi dopo, fu affidata a un terzo notaio affinché vi redigesse, nello spazio rimasto disponibile, i primi appunti relativi a un ulteriore negozio (il libellus) privo di qualsiasi collegamento con il precedente; le due notitiae, insieme alla carta venditionis, sono confluite in un momento non precisabile nell’archivio di Morimondo: si noti tuttavia che il monastero era sicuramente interessato ai beni oggetto della vendita (e della conseguente promissio), mentre non vi sono indizi di relazioni tra le proprietà monastiche e i beni menzionati dal libellus [147].

Un caso ancora diverso è rappresentato dalla notitia dorsale del 1121 gennaio (n. 43), relativa ad accordi matrimoniali accompagnati da un complicato sistema di assicurazioni reciproche tra le parti interessate. Il dettato, tuttavia, risulta interrotto, forse a causa di un mancato perfezionamento del negozio: ciò può facilmente spiegare il successivo impiego della pergamena, da parte del notaio, per redigere in mundum, su richiesta di altri clienti, il libellus poi assorbito dal tabularium monastico (doc. n. 42) [148].

[p. LII] Vi sono, infine, le due notitiae del 1149 gennaio 13 e 14 (nn. 102 e 103), entrambe vergate da Otto, notaio di fiducia del monastero negli anni centrali del sec. XII; esse, come si è detto, sono disposte in fondo a una striscia di pergamena la cui parte superiore ospita un breve (Appendice, n. 9) – assai probabilmente commissionato dal monastero stesso –contenente dati circa l’ubicazione, l’estensione e le coerenze di sedici appezzamenti di campo siti nel territorio di Basiano. Di formulazione assai concisa e schematica, le due notitiae (che definiscono rapporti tra privati: Morimondo non è parte in causa) presentano la lineatura, che segnala in modo inequivocabile l’avvenuta estrazione del mundum.

2. La presenza nel tabularium monastico di molti documenti redatti a Pavia, oltre che a Milano e nel suo territorio, suggerisce un raffronto tra gli stili di datazione comunemente adoperati dai notai dell’una e dell’altra area, e un’ulteriore verifica dei dati già offerti da precedenti indagini [149].

Se le carte edite in questo volume fino alla parte centrale del sec. XII, sia pavesi sia milanesi, si adeguano (seppure, forse, con qualche eccezione, cf. docc. nn. 4 e 5) alle medesime regole croniche (stile della natività e indizione settembrina), a partire dalla seconda metà del secolo il sistema di datazione in voga presso i notai di Milano differisce da quello normalmente usato a Pavia in un elemento importante: l’indizione. Mentre nella città ambrosiana si continua a usare l’indizione settembrina, calcolata mediante lo stile greco o bizantino, a Pavia si ricorre sempre più frequentemente all’indizione romana, decorrente dal 25 dicembre [150]. Comune ai due sistemi cronici è invece l’impiego dello stile della natività per l’indicazione dell’anno [151]. In molti documenti milanesi del sec. XII della presente silloge, tra gli elementi della datatio è ancora assente il giorno del mese [152], altrimenti espresso normalmente con il sistema misto delle calende (seconda [p. LIII] metà del mese) e moderno (prima metà) [153]; mentre l’indicazione del giorno della settimana, che a Pavia comincia ad arricchire la formula cronologica del breve già dalla fine del sec. XI, «anticipando una prassi che, quasi un secolo dopo, sarà recuperata in modo definitivo nel formulario dell’instrumentum» [154], a Milano tarda assai ad affermarsi. E lo stesso ritardo caratterizza il documento milanese anche nell’abbandono dello sclerotizzato formulario della charta, sempre impiegato anche per quei negozi (refute, investiture) già da tempo risolti a Pavia mediante il ricorso alla più agile struttura del breve [155].

Nel documento milanese, tuttavia, il giorno della settimana è indicato abbastanza presto nel protocollo degli atti giudiziari, e in particolare delle sentenze emanate dalle autorità del comune, accoppiato all’ordinale del mese secondo il computo diretto se il giorno cade nella prima metà, al calcolo delle calende se nella seconda metà [156]. Tale prassi è rispecchiata in tre documenti (nn. 142, 155, 208), di cui i primi due meritano una più attenta lettura:

  1. doc. n. 142: «Die lune quod est nono kalendas aprilis … anno dominice incarnationis milleximo centeximo quinquageximo tercio, nono kalendas aprilis, indictione prima».
  2. doc. n. 155: «Anno dominice incarnationis milleximo centeximo quinquageximo quarto, die mercurii qui est quinto kalendas martii, indictione secunda».

Nel primo il giorno del mese ci porta alla data del 24 marzo, che tuttavia nel 1153 risulta cadere di martedì, e non di lunedì. Uguale discordanza risulta tra i dati contenuti nel secondo documento: il 1154 febbraio 25 cade di giovedì, non di mercoledì. Dando per scontato che il millesimo e l’indizione si adeguino in ambedue i documenti allo stile della natività e all’indizione greca, si può ritenere che sia qui seguita una prassi assai diffusa in aree vicine [157] e che a Milano sarà attestata con particolare frequenza a partire dalla fine del sec. XII [158]: quella prassi, cioè, che non comprende nel computo a ritroso il giorno delle calende. Nella datazione dei documenti in questione si è dato maggior credito a tale uso piuttosto che all’ipotesi di un errore materiale nell’indicazione del giorno della settimana: pur sapendo, [p. LIV] ovviamente, che si tratta di una scelta discutibile, in mancanza di altri documenti dei rogatari (Oprandus Ardericus) che consentano una verifica.

3. I duecentocinquanta pezzi qui editi sono stati ordinati in due sezioni. Della prima fanno parte i documenti veri e propri, dotati cioè di quelle caratteristiche formali (protocollo, testo, escatocollo) che la dottrina diplomatistica identifica come proprie degli ‘atti’ privati, nonché le scritture (notitiae) che rappresentano la fase preparatoria del mundum. In questa sezione hanno ricevuto una valorizzazione autonoma, quando si sia verificata la perdita dell’originale e/o della copia, i regesti contenuti nel fascicolo membranaceo tardo-duecentesco (denominato Indiculus instrumentorum), relativi a pergamene che erano depositate presso l’archivio monastico. In totale, la prima parte del volume comprende duecentodiciannove negozi.

Le rimanenti scritture che (prive di protocollo e di escatocollo) non possono essere definite stricto sensu come documenti, sono collocate in una Appendice: si tratta per lo più di brevia recordationis terrarum, spesso riconducibili a una mano notarile, nessuno dotato di esplicite referenze cronologiche. Anche sul piano contenutistico tale giacenza archivistica (trentuno composizioni del tutto inedite) è parsa meritevole di essere valorizzata in una serie omogenea; si è così evitata la dispersione, nella più ricca sezione documentaria, dei singoli pezzi, che oltretutto si sarebbero dovuti adattare a fastidiose e spesso forzate inserzioni, essendo in più casi generiche le risposte che la ricerca dei dati cronologici ha potuto produrre.

La varietà tipologica del materiale edito (atti giudiziari, donazioni, elenchi di terre, investiture, livelli, permute, refute, vendite, vari) è rappresentata nel prospetto posto in coda al capitolo, da leggersi anche con riferimento alla posizione occupata da ciascun pezzo nell’ambito della traditio (notitiae, originali, copie, regesti): il primo numero di ogni casella si riferisce alla somma delle scritture che ci tramandano negozi dello stesso tipo; il numero tra parentesi indica gli elementi della tradizione in subordine rispetto ad altri già conteggiati: notitia in presenza delmundum, copia in presenza di originale, regesto in presenza di originale e/o copia; non si sono ovviamente segnalate le copie moderne (a eccezione del doc. n. 66, già in ASMi, ora deperdito, attestato soltanto da una copia Bonomi) e i regesti contenuti negli inventari ottocenteschi dell’Archivio Diplomatico). [p. LV] Il numero in neretto, in casella autonoma, risultando dalla differenza tra i due numeri che precedono, indica i documenti qui pubblicati. Vengono elencati in nota i documenti assegnati a ciascun gruppo, con l’indicazione del titolo sia per quelli riuniti nelle categorie «Atti giudiziari» e «Vari» sia per quelli che presentano varianti tipologiche rispetto alla categoria di appartenenza; i munimina, infine, sono contrassegnati da un asterisco.

4. I criteri di edizione si rifanno alle norme stabilite dall’Istituto Storico Italiano nel 1906, tenendo ovviamente conto dei ritocchi apportati da Pratesi nel 1957 e di recente ulteriormente aggiornati [159]. Complessivamente, l’impianto del volume si ispira all’ormai collaudato metodo sviluppato per l’edizione delle carte pavesi di S. Pietro in Ciel d’Oro [160].

Il titolo del documento ricalca l’espressione di norma presente nell’escatocollo, arricchito, quando necessario, della specificazione tratta dal verbo della dispositio: si aggiungono, tra parentesi tonde, possibili enunciazioni diverse contenute in altra parte del dettato. Le parentesi angolari racchiudono elementi (del titolo o, più spesso, della datatio) frutto di congettura; le parentesi quadre segnalano semplici integrazioni, come avviene per i restauri operati sul dettato.

I regesti sono costruiti rispettando fedelmente, dove ciò non pregiudichi l’immediata comprensione del contenuto e della natura del negozio giuridico, la struttura del documento, pur escludendo, ovviamente, gli stereotipi del formulario. I nomi sono tradotti in italiano; per i ‘cognomi’ si mantiene la forma latina, in caratteri spaziati. La lingua originaria è stata ugualmente mantenuta per quei termini la cui traduzione in italiano sarebbe risultata inadeguata ad esprimerne appieno il significato (a es. castrum, consultum). Per quanto riguarda alcuni toponimi ricorrenti con particolare frequenza, la forma italiana adottata tiene conto solo parzialmente dell’attuale denominazione, che risulterebbe anacronistica in riferimento all’epoca dei documenti (si usa perciò «Gudo» invece di «Gudo Visconti»; «Basiano» e «Coronate» in luogo di «Cascina Basiano» e «Cascina Coronate»). Qualche difficoltà, soprattutto nei documenti più antichi, è sorta per l’identificazione con Fallavecchia (le cui forme latine più [p. LVI] consuete risultano «Fara Vegia», «Fara Vetula», «Fara Senes») o con Basiano (dapprima semplicemente «Baxilianum», poi composto in «Fara Baxiliana», «Fara que dicitur Baxiliana» con le numerose varianti) del toponimo semplice «Fara», adottato indifferentemente con riferimento all’una o all’altra località. Non sono emersi, purtroppo, elementi costanti e in grado di portare a scelte sempre sicure: in taluni casi la menzione del castrum o della chiesa di S. Pietro consente un’immediata identificazione con Basiano; in mancanza di simili indizi sono state valorizzate, di volta in volta, indicazioni di vario genere: microtoponimi, ricorrenza di enti e persone nelle coerenze, relazioni con documenti anteriori e posteriori in grado di offrire precisi riscontri, annotazioni, anche di epoca successiva alla stesura del documento, presenti nel verso della pergamena [161].

Per quanto attiene alla traditio un dilemma di qualche rilievo diplomatistico è sorto a proposito del ‘titolo’ con il quale definire le singole composizioni raccolte nell’Appendice. Una definizione che ne individuasse il ruolo assunto nella vicenda testuale oppure un’altra che tenesse conto delle loro caratteristiche formali? Le diverse scelte operate da altri editori in simili casi testimoniano delle incertezze e degli inconvenienti che ciascuna delle due opzioni comporta [162]. Pur con qualche esitazione ho inteso privilegiare il momento ‘testuale’ dei brevia (e quindi denominare ‘originale’ un pezzo quando tale è parso rispetto, per esempio, a degli appunti preparatori o a una copia di età posteriore) piuttosto che andare alla ricerca di altra, non facile definizione. Nella consapevolezza, è opportuno ripeterlo, che il termine ‘originale’ nulla ha qui da spartire con il mundum della charta o dell’instrumentum, nonostante che nella maggioranza dei casi lo scrittore sia proprio un notaio.

Nelle note introduttive ai singoli documenti i dati riguardanti la carriera di giudici e notai (scrittori o sottoscrittori) compaiono solo quando risultino utili (numerose, infatti, sono le omonimie) alla loro immediata identificazione: per un quadro completo si rimanda all’Indice dei notai.

Per quanto attiene l’edizione vera e propria vanno almeno segnalati [p. LVII] l’impiego dell’iniziale maiuscola dopo il punto fermo e l’adozione del segno di elisione in alcuni sintagmi che il notaio recupera senza filtri dalla parlata volgare. La scelta di impiegare segni diacritici estranei alle consuete regole adottate nell’edizione del documento latino altro non è che un riconoscimento della peculiarità linguistica di una larga parte della documentazione privata, che vede spesso la felice, seppure faticosa, coesistenza del latino e dell’italiano [163]. I restauri del dettato e delle annotazioni dorsali operati con l’ausilio della luce di Wood non sono compresi tra parentesi quadre. L’impiego della sigla «(SI)» (= «signum iudicis») è stato preferito al canonico «(SN)» (= «signum notarii») qualora il signum introduca la subscriptio del giudice che, nella circostanza, si limita ad esercitare la giurisdizione volontaria: non è perciò in alcuna relazione con le mutevoli qualifiche (di notaio o di giudice, ma anche di semplice missus regio o imperiale) denunciate dai rogatari.

Nell’escatocollo dei documenti milanesi del sec. XII, infine, si riscontra normalmente una certa discrepanza tra il numero dei segni di croce apposti dal notaio per surrogare la sottoscrizione degli autori e dei testi, e il numero dei medesimi: non ho perciò ritenuto opportuna la segnalazione, mediante un’apposita nota critica, della ricorrente anomalia.

Note

[1] Cf. infra, pp. XXVI-VII.

[2] Si vedano, a esempio, le annotazioni di MENANT (La société d’ordres, p. 229) in margine al libro di KELLER, Adelsherrschaft und städtische Gesellschaft: «Quant aux archives milanaises du XIIe s., beaucoup plus abondantes, elles sont encore presque entièrement inédites: c’est là peut-être que gisent les matériaux d’une étude globale de la société milanaise au milieu du moyen àge, étude qui, on doit le regretter, reste encore a faire après le livre de H. Keller».

[3] Cf., al riguardo, le sempre preziose indicazioni storiografiche e metodologiche di VIOLANTE, Lo studio dei documenti privati.

[4] TABACCO, Egemonie sociali, p. 15.

[5] Cf., infra, pp. XXVIII e XXXV.

[6] Cf., in proposito, il contributo di AMBROSIONI, Per una storia del monastero di S. Ambrogio, pp. 297-301, con cenni sui riordinamenti archivistici realizzati nel monastero da Benedetto Torriani (1640 circa), Gregorio Tizzone e Lorenzo Giorgi (primi decenni del XVIII secolo). Per Chiaravalle cf. MANARESI, Rapporto, pp. 82 ss. (i lavori di razionalizzazione della massa documentaria risalgono qui al 1587, e vengono ripresi nel 1666). Possediamo informazioni anche circa il conferimento di un assetto organico all’archivio capitolare di S. Ambrogio, avvenuto nella metà del ’600 (cf. AMBROSIONI, Le pergamene della canonica di S. Ambrogio, pp. XVI-XVII).

[7] Morimondo venne concessa in commenda al protonotaio apostolico (più tardi cardinale e papa) Giovanni de’ Medici nel 1487: cf. innanzitutto PICOTTI, La giovinezza di Leone X, pp. 111 ss. L’osservanza cisterciense, non molto studiata, sul piano istituzionale prese a modello la congregazione di S. Giustina (cf. FOIS, I movimenti religiosi); per la riforma di Morimondo cf. CATTANA, Il monachesimo benedettino, pp. 116 ss; ora anche CAVALLERA, Morimondo, pp. 81-128. Per la riforma della badia di Settimo cf. LUCHS, Alive and Well in Florence, pp. 111-5.

[8] Cf. FUMI, Chiesa e Stato nel dominio di Francesco I Sforza, pp. 54-63; ora, soprattutto PELLEGRINI, Ascanio Maria Sforza, pp. 223-35.

[9] Si veda, per la riforma di S. Ambrogio, CATTANA, L’introduzione dei Cistercensi a S. Ambrogio; cf. anche Id., Per la storia della provincia lombarda. Il piano di Ascanio contemplava anche l’unione di Morimondo alle due abbazie milanesi, non andata in porto per oscure ragioni: cf. LOWINSKY, Ludovico il Moro’s Visit, pp. 203 (nota 13) e 208.

[10] Cf. CAVALLERA, Morimondo, pp. 107-9; una copia della convenzione stipulata tra il procuratore di Giovanni de’ Medici e i monaci riformati dinanzi ai delegati pontifici (1491 giugno 14, Morimondo, notaio Bartolomeo Ghiringhelli) è in AOM, Aggregazioni, cart. 94, fasc. 9.

[11] Cf. CAVALLERA, Tra Milano e Vigevano, p. 195; Ead., Morimondo, pp. 205 ss. La bolla di Pio IV del 1561 ottobre 15 è in AOM, Diplomi ecclesiastici, n. 162.

[12] Cf. CAVALLERA, Morimondo, pp. 299 ss.

[13] ASMi, FR p.a., cart. 6456. Il contenuto del registro non corrisponde affatto a quello segnalato dall’inventario (Registro di privilegi. 1220-1330). Le prime carte (non numerate, costituenti un fascicolo aggiunto successivamente) contengono i «Decreta edita a Reverendissimis Patris diffinitoribus Congregationis S. Bernardi in Italia, Provincię Tuscię, Ordinis Cisterciensis, in Capitulo Provinciali celebrato in monasterio S. Marię Magdalenę Cistelli. Florentię, anno 1714», seguiti da copia dei verbali della «Visita del Reverendissimo Patre D. Pompeo Castiglioni, Abbate di S. Ambrogio Maggiore di Milano e Presidente Provinciale d’Italia … facta nel Monastero di S. Maria di Morimondo della Provincia di Toscana il 10 giugno 1716». Da c. 1r a c. 33r abbiamo il citato elenco (con regesti e trascrizioni) di privilegi relativi all’abbazia di Settimo. A c. 34r e v vi sono i «Decreta della Sacra Congregazione della Disciplina de’ Regulari per la Vita Comune, da farsi nel Monasterio di Settimo di Firenze, con la Fabbrica del Noviziato, e da applicarvisi la tassa annua di Morimondo di Milano» emanati il 1702 marzo 6 a Roma, seguite, fino a e. 46v;, da annotazioni e documenti di varia natura, fra cui un elenco «di tutti li morti tanto Lombardi quanto Toscani nel tempo che Padre Antonio è Priore di S. Maria di Morimondo», relativo agli anni 1689-1694, e un altro per gli anni 1714-1719. Le cc. 47v-52v; contengono la menzionata «collecta» di documenti ripresa da un codice fiorentino. Da e. 53v; a e. 58r abbiamo copia della «Concordia inter Capitulum Generale Ordinis Cisterciensis et Fratres Congregationis S. Bernardi Tuscię et Lumbardie» del 1513; da c. 58r a c. 60r la «Confirmatio Concordię» di Pio IV (1562 maggio 31); le cc. 60v-62r contengono copia della «bulla confirmationis reformationis Monasteri de Morimondo» di Alessandro VI (1503 febbraio 12); seguono, sino alla fine del registro (c. 69v), copie di privilegi pontifici due e trecenteschi concessi alla badia di Settimo.

[14] L’epigrafe, cancellata dal tempo e dai restauri, è stata poi edita anche da PUCCINELLI, Memorie antiche di Milano, p. 38, e da PURICELLI, De SS. Martyribus Nazario et Gelso, p. 533: in entrambi i casi, tuttavia, con una lettura diversa della data che faceva riferimento alla fondazione del monastero (1136 invece di 1133); mentre una trascrizione contenuta nel registro descritto alla nota precedente conserva intatta la data del 1133 (c. 53r). Alla metà del ’600 una seconda epigrafe era ancora leggibile sulla facciata esterna della chiesa abbaziale (come l’altra vergata in «lettere gotiche» e impressa «da una parte della porta principale del monastero semplicemente sopra il muro, quale pure si va scrostando»: ivi), che fissava al 10 novembre 1136 l’innalzamento del monastero, avvenuto dopo una permanenza biennale dei monaci presso la grangia di Coronate (UGHELLI, Italia Sacra, IV, col. 144; PUCCINELLI cit., p. 38). L’incisione delle due epigrafi è probabilmente da collocare fra il XIV e il XV secolo: e alla stessa epoca dovrebbe risalire un calendario liturgico proveniente da Morimondo (noto solo dalla fine del secolo scorso) che ne conferma sostanzialmente il contenuto: cf. PORRO, Alcune notizie sul monastero di Morimondo.

[15] JONGELINUS, Notitia abbatiarum,pp. 72-3.

[16] Il codice (recante la segnatura H 186 inf.) è stato recentemente segnalato – e sommariamente confrontato con altri manoscritti tipologicamente analoghi provenienti da Lucedio e da Acquafredda, pure conservati in Biblioteca Ambrosiana – da MARCORA, Un martirologio di Morimondo.

[17] MANRIQUE, Cistercensium annalium, I, p. 284; II, p. 451. Sulla data di fondazione di Acquafredda (a. 1142) cf. KEHR, Italia Pontificia, VI/1, p. 411.

[18] Cenni sulla sua carriera (fu abate anche di S. Bartolomeo di Ferrara, monastero aderente alla congregazione settimiana) e sulle sue opere in UGHI, Dizionario storico, II, p. 39. Cf. anche Dictionnaire des auteurs Cisterciens, col. 454.

[19] Un elenco completo delle opere e dei numerosi manoscritti del Puricelli in MARCORA, Una gloria di Gallarate. Cf. anche Bendiscioli, Vita sociale e culturale, p. 491.

[20] Cf. PARODI, Il monastero di Morimondo, pp. 50 (nota 1) e 85-7, dove sono ripresi alcuni passi dal manoscritto dell’abate ferrarese.

[21] Per il testo integrale della lapide (più volte edito) cf., a esempio, ivi, p. 86.

[22] Si tratta di un negozio di permuta perfezionato tra il monastero e la comunità di Ozzero il 1188 maggio 8 (ASMi, AD, pergg., cart. 688, n. 238). Le prime righe del dettato sono interessate da evidenti rasure: i motivi delle interpolazioni (e in particolare della sostituzione dell’originario «avocatis» con «fundatoribus») saranno discussi in sede di presentazione del doc., la cui edizione è prevista all’interno del secondo volume.

[23] II doc. (qui edito al n. 58) venne poi pubblicato da UGHELLI, Italia Sacra, IV, coll. 144-5, sulla base del testo trasmessogli da Antonio Libanori; la semplice sottoscrizione «Ego Robaldus Dei gratia Mediolanensis archiepiscopus subscripsi et affirmavi» è decisamente stravolta in «Ego Robaldus Dei gratia Mediolanensis Archiepiscopus subscripsi, et monasterii et Ecclesiae aedificationem affirmavi».

[24] Le fonti cisterciensi, viceversa, celebrano la partecipazione attiva di Bernardo alla fondazione del cenobio di Chiaravalle: cf. ZERBI, La rinascita monastica, p. 60.

[25] Cf. UGHELLI, Italia Sacra, IV, col. 146; PURICELLI, De SS. Martyribus Nazario et Celso, p. 536.

[26] II passo cit. a col. 146.1 docc. compresi nel presente volume già editi nell’Italia Sacra sono i nn. 58, 59, 155,173.

[27] Cf. la cartula donationis et offertionis pro anima edita in questo volume al n. 58: il «p(resentes) p(resentibus) diximus» che precede l’arenga è sciolto in un impossibile «presbyteri diximus» (UGHELLI, Italia Sacra, IV, col. 144), estendendo così a tutti e tre gli autori del negozio lo stato clericale; la tradizione successiva, fondata sul testo del doc. messo in circolazione dall’Ughelli, non ha mancato di valorizzare l’equivoco (cf. per es. SAXIUS, Archiepiscoporum Mediolanensium series historico-cronologica, p. 519, là dove, parlando dell’arcivescovo Robaldo, si menziona la fondazione del cenobio morimondese: «Ad hoc erigendum tres Mediolanenses Presbyteri patrimonia sua finitima in manus Robaldi liberali dono obtulere; iisque acceptatis idem Archiepiscopus assensum praebuit aedificandae Ecclesiae»).

[28] Cf. BERTELLI, L’erudizione antiquaria, p. 648.

[29] UGHELLI, Italia Sacra, IV, col. 144. Cf. supra, nota 14.

[30] LUBIN, Abbatiarum Italiae brevis notitia, p. 241.

[31] UGHELLI, Italia Sacra, col. 144.

[32] Ivi, col. 145.

[33] Ivi, coll. 182-196. Una copia seicentesca del codice si trova oggi in Biblioteca Nazionale di Roma, Fondo Sessoriano, ms. 222, cc. 230r-241v. Cf. LECLERCQ, Manuscrits cisterciens, p. 106.

[34] L’argomento sarà discusso nell’introduzione al secondo volume.

[35] UGHELLI, Italia Sacra, IV, col. 183.

[36] PURICELLI, De SS. Martyribus Nazario et Celso, pp. 520, 528-35; Id., Ambrosianae Mediolani Basilicae, pp. 1015-6.

[37] Cf. NATALE, Falsari milanesi del Seicento.

[38] L’episodio è ricordato da AMBROSIONI, Per una storia del monastero di S. Ambrogio, p. 299.

[39] GIULINI, Memorie, III, p. 249. La distruzione dell’archivio verrà poi accreditata da SALA, Documenti, II, p. 500; da RATTI, Del monaco cisterciense Don Ermete Bonomi, p. 339; parzialmente, da BELLINI, Le origini di Morimondo, p. 2; da ZERBI, I rapporti di S. Bernardo di Chiaravalle, p. 43 (nota 88).

[40] Cf. VISMARA CHIAPPA, Le soppressioni di monasteri benedettini, p. 183. Oltre ai documenti ivi segnalati si veda il fascicolo contenuto in ASMi, FR p.a., cart. 6458, dove si conserva una copia della bolla di Pio VI che decreta la scorporazione di Morimondo dalla provincia toscana e la sua unione alla provincia lombarda (1778 dicembre 23, Roma).

[41] Cf. VITI, Cistercensi della comune e della stretta osservanza, pp. 286-7.

[42] Ne siamo informati da una preoccupata lettera inviata il 1715 aprile 5 dalle autorità cisterciensi di Toscana ai deputati dell’Ospedale Maggiore di Milano, invitati ad ostacolare la pratica: poiché «trattandosi di introdurre nel detto monastero religiosi di nazione straniera non pare a loro d’aver demerito per esserne da quivi scacciati, avendo sempre, per mantenere quella bona armonia quale tra i Signori deputati e i religiosi è passata, avuto ogni ossequio … A questo s’aggiunge il danno ch’al venerabile Spedale ne risulterebbe, mentre benché la vita de i detti religiosi sia una continua penitenza, non pare però che sia opportuna per il servizio di quei popoli …: non solo da loro non s’amministrano i sacramenti, ma neppure si permette ai secolari l’ingresso nelle loro chiese per ascoltarvi la S. Messa …». Gli amministratori dell’Ospedale non sembrano particolarmente commossi da tali argomenti, se poco dopo inoltrano a sua Altezza Serenissima una supplica mediante cui domandano un intervento presso i «suoi ministri in Roma», affinché «operino presso Sua Santità, in occasione che volesse assegnare altra famiglia diversa dalla presente per officiare detta chiesa et abbatia di Morimondo, di riservare il giuspatronato della cura di Fallavecchia (dipendente dal monastero) a favore di questo Ospedale» (minuta del 1715 maggio 27; i due documenti sono in AOM, Aggregazioni, cart. 99, fasc. 14).

[43] ASMi, FR p.a., cart. 6458.

[44] ASMi, Culto p.a., cart. 1666.

[45] L’«Idea e Prospetto dell’Opera», in allegato a lettera del 1774 maggio 24, è pubblicata in VITTANI, II primo governo austriaco, pp. 184-90. Da qui il passo citato, mentre quelli ripresi in seguito sono in parte contenuti nel più articolato piano di lavoro premesso dal Fumagalli a Le vicende di Milano, pp. XIX-XXXII. Sul problema generale della riforma ecclesiastica cf. CAPRA, Il Settecento, pp. 380-401, 493-507, e la relativa bibliografia proposta alle pp. 651-3. Circa le soppressioni degli anni ’70 si veda l’ottimo saggio di Vismara Chiappa, La soppressione dei conventi e dei monasteri, e in particolare alle pp. 494 ss. sull’organico piano elaborato dal Firmian e dal presidente della Giunta economale Michele Daverio per la sistemazione degli ordini regolari. Per le responsabilità affidate ai cisterciensi nel settore degli studi diplomatistici cf. VITTANI cit., pp. 161 ss.

[46] Alle pergamene chiaravallesi il Fumagalli attinge per recare «non iscarso lume» sulla storia del conflitto tra Milano e il Barbarossa, oggetto di Le vicende di Milano, apparso nel 1778 e ritenuto dall’autore una sorta di stralcio, di anteprima della Storia critico-diplomatica, resa conveniente dall’apertura della tipografia presso S. Ambrogio. Il progetto risulta però ormai accantonato nel 1793, anno in cui viene dato alle stampe il quarto volume Delle antichità longobardico-milanesi, come dichiara il Fumagalli stesso nella prefazione: non più dunque un’opera globale, ma numerose dissertazioni volte a rischiarare «molti punti della storia de’ bassi tempi sì civile che ecclesiastica, e patria specialmente»; in questo quarto volume trovava spazio «qualche saggio» delle promesse «monastiche Memorie», e in particolare gli spunti relativi alla fondazione delle insigni badie santambrosiana e chiaravallese, «a cui quella si è aggiunta di s. Vito nel territorio di Lodi» (p. III). La dottrina diplomatistica del Fumagalli sarà svolta invece nei due volumi Delle istituzioni diplomatiche usciti nel 1802; mentre postumo, nel 1805, verrà pubblicato a cura di Carlo Amoretti il Codice diplomatico Santambrosiano.

[47] Gli unici cenni mi pare siano contenuti nella XXXII dissertazione (vol. IV) Delle antichità longobardico-milanesi, dove si tratta della permanenza milanese di San Bernardo nonché «della fondazione e dei primi progressi del monistero di Chiaravalle»: il Fumagalli esprime qui il proprio dissenso dalle opinioni del Verri, che aveva identificato i monaci fondatori di Morimondo con gli stessi che poi avrebbero edificato Chiaravalle, e sostiene che i primi «probabilmente l’anno 1134 non erano ancor arrivati in Lombardia, non essendo stato quel monistero eretto che nel 1136; né essi noverar si potevano tra i discepoli di s. Bernardo, essendo eglino stati, siccome da Morimondo spediti, d’una diramazione diversa da quella di Chiaravalle» (p. 187).

[48] L’esaltazione del primato di Chiaravalle è accompagnata da accenti ‘patriottici’: «Deve questo monistero i principj di sua esistenza ai primati e ai cittadini di Milano»; tra tutte «le altre più antiche badie della città e de’ suoi contorni, delle quali noto sia il fondatore … quella di Chiaravalle è la prima, e fors’anche l’unica che dal corpo dei nostri cittadini abbia avuto il suo incominciamento ed il suo essere» (FUMAGALLI, Delle antichità longobardico-milanesi, IV, p. 197). Nulla lascia credere che il mancato interesse per Morimondo vada collegato al furto di materiale manoscritto subito dal Fumagalli nel 1797, di cui non conosciamo comunque oggetti e contenuti (l’episodio è ricordato in BARONE, Angelo Fumagalli e la cultura paleografica e diplomatistica, p. 7).

[49] Su espressa proposta dell’arcivescovo di Milano Pozzobonelli: cf. VISMARA CHIAPPA, Le soppressioni di monasteri benedettini, p. 183; Ead., La soppressione dei conventi e dei monasteri, p. 486 (nota 15).

[50] Cf. BARONE, Angelo Fumagalli e la cultura paleografica e diplomatistica; PAGNIN, Pio d’Adda diplomatista e paleografo; RATTI, Del monaco cisterciese Don Ermete Bonomi; GUERCI, Bonomi, Ermete; CONTE, Ermete Bonomi archivista cisterciense (con rapide e dense schede biografiche sul Fumagalli, sul Venini e sul D’Adda alle pp. 186-92).

[51] Cf. SETTIA, Castelli e villaggi nell’Italia Padana, pp. 18 ss.

[52] Cf. SESTAN, L’erudizione storica in Italia; cf. anche TABACCO, Erudizione e storia di monasteri.

[53] Si vedano le ‘ispirate’ pagine di Una corsa all’abbazia di Morimondo. Più tardi il Cavagna Sangiuliani, che propugnava la realizzazione di una linea ferroviaria Pavia-Gallarate, si interessò agli aspetti storici della Campagna Soprana pavese, cui il territorio circostante l’abbazia di Morimondo considerava strettamente legato «per storia, topografia, miserie, aspirazioni, disinganni» (Memorie storiche della Campagna Soprano, p. 45). Nel 1908 e nel 1909 il conte pubblicava sulla «Rivista Storica Benedettina» un contributo in due parti dedicato alla storia e all’arte del monastero (L’abbazia di Morimondo: la promessa di edizione delle carte a p. 599, nota 3).

[54] SANT’AMBROGIO, La badia di Morimondo; BERTOGLIO PISANI, L’Abbazia di Morimondo.

[55] PARODI, Il monastero di Morimondo; BELLINI, Le origini di Morimondo.

[56] Cf. supra, nota 39.

[57] LECLERCQ, Manuscrits cisterciens; Id., Textes et manuscrits cisterciens; DE GAIFFIER, Deux passionnaires de Morimondo.

[58] NATALE, Miniatura e codici cisterciensi; RIGHETTI TOSTI-CROCE, «Hic liber est de monasterio Sancte Marie de Morimundo».

[59] FERRARI, Biblioteche e scrittoi benedettini, pp. 240-8, 263-79.

[60] CASTELFRANCHI, Un’interpretazione lombarda dell’architettura cistercense; FRACCARO DE LONGHI, L’architettura delle chiese cisterciensi, pp. 97-116; ROMANINI, L’architettura gotica. I, pp. 30-5.

[61] Per una rapida sintesi cf. CANTARELLA, Il monachesimo in occidente; indicazioni sulle tendenze della storiografia italiana più recente in TAGLIABUE, Per la storia del monachesimo in Italia.

[62] Si vedano, per esempio, gli innovativi spunti contenuti in HIGOUNET, Le premier siècle de l’économie rurale cistercienne, nonché, in generale, il volume L’économie cistercienne.

[63] Cf. – oltre alle sempre valide pagine di PENCO, Storia del monachesimo in Italia, pp. 258-67, e di MICCOLI, La storia religiosa, pp. 517 ss. – soprattutto MANSELLI, Fondazioni cisterciensi in Italia Settentrionale; COMBA, Fra XII e XIII secolo; Id., Aspects économiques de la vie des abbayes cisterciennes. Nuove e preziose indicazioni di metodo in MERLO, Tra «vecchio» e «nuovo» monachesimo. Per un utile panorama della storiografia sui cisterciensi, sviluppata in Italia negli ultimi decenni, cf. CATTANA, L’Italia cisterciense nella storiografia.

[64] ZERBI, La Chiesa Ambrosiana: Id., I rapporti di S. Bernardo.

[65] ZERBI, La rinascita monastica, soprattutto alle pp. 55-74 (il passo cit. a p. 69).

[66] OCCHIPINTI, Il monastero di Morimondo: il passo cit. a p. 528.

[67] OCCHIPINTI, Fortuna e crisi di un patrimonio monastico: il passo cit. a p. 323.

[68] OCCHIPINTI, Il monastero di Morimondo, p. 554.

[69] L’archivio del monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, a esempio, non subì alcuno smembramento quando una cospicua fetta dei beni posseduti dall’abbazia a Lardirago e a Gerenzago fu assegnata da papa Pio V all’erigendo Collegio Ghislieri (cf. Le carte di S. Pietro in Ciel d’Oro, p. XI, nota 17). L’archivio dell’Ospedale Maggiore si arricchì soprattutto di documentazione morimondese tre e quattrocentesca; proveniva, tuttavia, sicuramente dal monastero la pergamena qui edita al n. 92, mentre qualche dubbio permane circa l’effettiva conservazione presso l’antico tabularium monastico dei docc. nn. 4 e 5, redatti su un’unica membrana la quale non reca, nel verso, alcuna delle adnotationes (cf. infra, pp. XXXVII-XLI) puntualmente presenti sul dorso delle altre pergamene dei secoli XI e XII rimaste a Morimondo: ma non si deve affatto escludere che i docc. in questione entrassero nel tabularium piuttosto tardi (tra il XIII e il XV secolo), e passassero poi all’Ospedale Maggiore proprio in quanto totalmente privi di collegamento con i beni ancora controllati dai monaci. La provenienza morimondese della pergamena sembrerebbe confermata anche dal fatto che, prima di essere ricollocata in una delle sezioni speciali dell’archivio ospitaliere, essa veniva conservata nella cart. 94 del fondo Origine e dotazione, contenente, appunto, materiale relativo a Morimondo.

[70] ASMi, AD, pergg., cart. 689, n. 58. Cf. OCCHIPINTI, Fortuna e crisi di un patrimonio monastico, pp. 322 ss.

[71] II diploma di Enrico VI (1195 giugno 4, Milano) è l’unico pervenutoci in originale (AOM, Diplomi civili, n. 779; cf. BOHMER, Regesta imperi, p. 184, n. 451).

[72] Un quadro dettagliato, fino a tutto il sec. XII, in KEHR, Italia Pontificia, VI/1, pp. 128-32.

[73] II breve è qui edito in Appendice, n. 31, tav. 15. Il terminus post quem che sembra opportuno valorizzare (1173 novembre 14) è offerto da una pergamena di tale data (ASMi, AD, pergg., cart. 688, n. 193) contenente una donazione di beni in Rosate effettuata da Otta Faxola in favore del monastero: il doc. dovrebbe corrispondere alla «carta donationis Otte Fasiole» menzionata nel breve, e costituisce perciò il più tardo tra quanti si sono potuti identificare con un certo margine di sicurezza.

[74] L’attribuzione a Manfredo, figlio di Giselberto conte di Bergamo, del titolo comitale di Verona è senz’altro frutto di un equivoco (vi è forse, da parte del compilatore del breve, la contaminazione dei dati rilevati nel doc. n. 1 con quelli offerti dal doc. n. 208: si tratta di una sentenza che risolve la controversia tra Morimondo e gli homines di Besate circa il controllo di una barazia, il cui possesso era da questi ultimi rivendicato sulla base di un’antica concessione «ex parte comitis de Verona, qui habitabat ad Faram Basilianam»). Non v’è traccia di un «comes Verone» di tal nome (cf. CASTAGNETTI, Le due famiglie); non è tuttavia da escludere l’ipotesi che durante il sec. XII, all’interno dell’ambiente monastico, si confondesse la figura di Manfredo, appartenente alla linea gisalbertina (su cui cf. ODAZIO, I discendenti di Giselberto I°; JARNUT, Bergamo 568-1098, pp. 92 ss.; MENANT, Les Giselbertins), con l’omonimo titolare del vicino comitatus di Lomello, il cui figlio Enrico (o Egelrico) fu appunto conte di Verona (cf. SERGI, Movimento signorile, pp. 169 ss.; PAULER, I conti di Lomello).

[75] I numerosi documenti riguardanti in modo diretto la famiglia degli Advocati (nn. 24-28, 50, 51, 80-83, 97, 116, 159, 170, 175, 212; Appendice nn. 18, 22, 23) vengono letti, per quanto attiene la ricostruzione dell’albero genealogico, in modo a volte difforme rispetto al Biscaro: Gli avvocati, pp. 22-29, dove sono regestati i documenti qui editi, con la sola eccezione del n. 26 e dei brevia nn. 18, 22, 23 dell’Appendice. Le soluzioni qui adottate, che pure paiono più persuasive rispetto a quelle dello storico milanese, non mancano di lasciare aperti dubbi che soltanto il ritrovamento (peraltro improbabile) di altri documenti potrebbe sciogliere. Di particolare rilevanza è il caso dell’«Anselmus fante», menzionato una sola volta, che il Biscaro introduce come personaggio nuovo nella discendenza (sulla base di una interpretazione letterale del dettato del doc. n. 212) e che invece mi parrebbe di poter identificare con il personaggio omonimo che la documentazione qui edita segnala attivo tra il 1129 e il 1155. Per quanto attiene ai rapporti di parentela tra i diversi rappresentanti della famiglia milanese, e anche al ruolo che essa svolge nella vicenda storica di Morimondo, rinvio alle note che accompagnano i singoli documenti. Può tuttavia essere utile dare qui una rappresentazione grafica complessiva delle relazioni familiari così come sono state ricostruite a partire da Alberto <II>, il primo personaggio che ricorre nelle carte morimondesi (cf. p. LXI).

[76] II breve menziona, in totale tre carte e un’imbreviatura relative a Oliviero Portalupus.

[77] Cf. supra, nota 73.

[78] Docc. nn. 1,25, 40, 41, 51,55, 80, 81,82,83,96,140,159,170.

[79] La geografia ecclesiastica della campagna meridionale di Milano segnala la presenza di più di una fondazione intitolata a S. Pietro (una chiesa di Basiano, il monastero cluniacense di Besate), mentre i docc. localizzano frequentemente, soprattutto nel territorio di Gudo, la proprietà fondiaria di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, di S. Pietro in Corte e di S. Pietro in Caminadella di Milano. Varie operazioni vedono protagonisti il monastero di Morimondo e i rappresentanti di queste chiese; cf. minuta del 1178 (?) febbraio 2 (ASMi, AD, pergg., cart. 688, n. 201, concordia stipulata tra il monastero e S. Pietro di Besate per il controllo di un mulino); doc. del 1183 marzo 6, Morimondo (ivi, n. 225, permuta tra Morimondo e S. Pietro in Corte); cf. anche doc. del 1192 luglio 31, Rosate (ivi, n. 261), che menziona una permuta anteriormente stipulata tra Morimondo e S. Pietro in Ciel d’Oro. Si tengano presenti anche l’elenco delle terre permutate dal monastero con S. Pietro di Besate (Appendice, nn. 12 e 13) e quello dei beni di proprietà di S. Pietro in Caminadella (ivi, n. 30), che, se non necessariamente presuppongono, fanno tuttavia ritenere probabile l’esistenza dei docc. corrispondenti (oggi deperditi). È assai plausibile, tuttavia, che la chiesa «Sancti Petri» cui qui si fa riferimento sia proprio quella sita all’interno del castrum di Basiano e dipendente dalla pieve di Rosate (cf. doc. n. 192), e la carta da identificare con un doc., deperdito, menzionato nella permuta di cui al n. 212 (p. 424 ) e in una nota scritta nel verso della pergamena di cui al n. 51 da mano presumibilmente contemporanea a quella dell’estensore del breve de cartulis («Hoc est de terra Arnaldi de Puteoblanco, et in carta Sancti Petri habemus eius mentio in coherentiis»).

[80] Circa la probabile sentenza che avrebbe risolto, mediante equa divisione, una lite tra Duro Bro1ia e Anselmo Advocatus, cf. Appendice, nota introduttiva al breve n. 15.

[81] Cf. tuttavia il breve edito in Appendice, n. 14.

[82] Cf. tav. 16a. Si tratta di un solo quaterno, membr., mutilo della 7a carta, come denuncia il salto nella paginazione del Bonomi. La seconda metà del fascicolo, a partire da p. 10, era originariamente bianca. La scarsa cura nell’allestimento del fascicolo e la mancata rifilatura non favoriscono l’uniformità delle misure: mm. 265 X 190 circa. Una consistente rosicatura del margine inferiore dell’intero manufatto e un’ampia macchia nella prima carta, recto e verso, interessano anche la scrittura. Quest’ultima si distende a tutta pagina in modo alquanto irregolare a motivo dell’assenza della rigatura. Sono chiaramente identificabili interventi di due mani antiche, oltre a quello del Bonomi. La 1a mano dispone i singoli regesti in una successione che pare casuale, separandoli quasi sempre con una linea orizzontale; li contraddistingue con una segnatura, sita nel margine sinistro, inscritta in un cerchio e rappresentata dalle lettere singole e raddoppiate dell’alfabeto (incluse k, x, y): i regesti riguardanti documenti compresi in una sola pergamena sono contrassegnati da un unica segnatura. Corrisponde a disegno unitario e ad unità temporale gran parte dell’intervento, fino a p. 8 (l’ultimo regesto della serie è contrassegnato con le lettere «pp»). Seguono sulla stessa pagina altri cinque regesti, vergati in momenti diversi, seppure di poco posteriori, con segnature (grafismi o lettere) che non si collocano in serie rispetto al primo blocco. La 2a mano, non lontana dalla precedente e comunque non posteriore alla fine del sec. XIII, è autrice di tre regesti (a p. 9) non separati da tratto di penna; la rispettiva segnatura (M onciale, N e un segno di croce) è vergata nel margine destro. Al Bonomi va accreditato l’indice cronologico di p. 12, riferito a tutti i documenti datati (in numero di 42) compresi nelle carte precedenti; la ripetizione dell’indice delle prime sette carte compare a p. 15, mentre in quella successiva troviamo la segnatura attribuita all’intero fascicolo: «19», seguita dalla data del più antico documento regestato (a.1132).

[83] Nell’Indiculus con la data 1190 luglio 5.

[84] AOM, Aggregazioni, cart. 93, fasc. 4: cf. soprattutto l’«Inventario de’ privileggi, bolle, titoli ed applicationi attinenti alla abbatia di Miramondo», compilato probabilmente nei primi anni del ’600, da cui risulta come i docc. venissero conservati in sei «carneri» (segnati da «A» a «F») e in filze: i più antichi menzionati corrispondono al diploma di Enrico VI (cf. supra nota 71), attribuito però al 1085, e all’investitura della decima di Fallavecchia perfezionata nel luglio del 1145 dal preposito di Casorate (qui edita al n. 92).

[85] Cf. lo «Stralcio de’ beni descritti nell’instrumento rogato Gio. Battista Landriani, segretario del Senato e notaio di Milano, 1566 29 gennaio, dell’apprensione e successivo possesso a favore dell’Ospedale Grande … de’ beni e redditi dell’altre volte abbazia di S. Maria in Morimondo stati al detto Ospedale assegnati dal papa Pio IV con bolla 1561 ottobre» (AOM, Aggregazioni, cart. 94, fasc.9).

[86] Indiculus, p. 6, doc. segnato «hh» (= n. 144).

[87] Indiculus, p. 5, doc. segnato «v» (1206 dicembre 12).

[88] Cf. OCCHIPINTI, Fortuna e crisi di un patrimonio monastico, p. 334.

[89] ASMi, AD, pergg., cart. 688, n. 278.

[90] Cf. docc. nn. 4,35,42,70,76,91,99,101,114,119,157, 175, 192, 213; Appendice, nn. 6, 27, 28. Non si è potuto verificare la presenza di appunti di mano X nel verso delle pergamene di cui ai nn. 1 e 2 (incollate su foglio cartaceo) e 92 (la cui edizione è stata condotta sulla base di una riproduzione fotografica).

[91] Docc. nn. 4, 35, 42, 99, 175; Appendice, n. 6.

[92] Docc. nn. 4, 42 e 175. Per gli altri la presenza nel verso delle annotazioni di mano Y (doc. n. 35: Appendice, n.6) ed elementi contenutistici (doc. n. 99) permettono di stabilire con certezza l’ingresso nel tabularium nel corso del sec. XII.

[93] Cf. docc. nn. 39, 40, 81, 84, 94, 105, 194.

[94] Si è registrata la presenza della nota di mano W, tra le pergamene qui edite, in sessantacinque casi, a partire dal doc. n. 59; il giorno del mese è indicato solo nelle annotazioni relative ai docc. nn. 106, 135, 144, 145, 146, 155, 158.

[95] Docc. nn. 64, 69, 74, 79, 106, 135, 158, 180, 204. Lo stesso disegno compare ancora in poche pergamene posteriori al 1170: cf. ASMi, AD, pergg., cart. 688, nn. 209 e 210: 1180 (?) novembre 10; 275: 1196 febbraio 15.

[96] Docc. nn. 104, 141, 176, 179, 184, 194, 211.

[97] Docc. nn. 85, 86, 87, 89, 98, 171.

[98] Docc. nn. 151, 163, 168, 187.

[99] Cf. nota introduttiva al doc. n. 144.

[100] Cf. DU CANGE, Glossarium, voce «bazan», «bazana». Il vivace dibattito sviluppatsi tra gli storici della lingua intorno ai diversi significati del termine «bazia», nel decennio compreso tra il 1949 e il 1959 (cf. le indicazioni bibliografiche sotto G. ALESSIO, C. MERLO, A. PRATI), non tiene conto del significato che qui gli è stato attribuito.

[101] Cenni relativi a un «primitivo ordinamento» dell’archivio basato sugli stessi criteri e realizzato nella canonica milanese di S. Ambrogio, visto come uno «tra i vari aspetti della vita organizzata che presero un assetto stabile e definitivo», rispondente alle «esigenze pratiche del collegio, la cui importanza e ricchezza andava crescendo parallelamente allo sviluppo economico dell’intera città», in AMBROSIONI, Le pergamene della canonica di S. Ambrogio, pp. XIV-V: cenni purtroppo ‘rapidi’, ma ispirati proprio dalle numerose e significative annotazioni dorsali esibite dalle pergamene.

[102] Cf.FERRARI, Biblioteche e scrittoi benedettini, pp.240-8.

[103] Ivi, p. 245; l’inventario è edito da LECLERCQ, Textes et manuscrits cisterciens, pp. 176-81.

[104] FERRARI, Biblioteche e scrittoi benedettini, p. 245.

[105] Ivi, p. 240.

[106] Cf. Appendice, n.21.

[107] Cf. Appendice, nn. 10, 24 (cf. anche ivi, nn. 29 e 30).

[108] COMBA, Fra XII e XIII secolo, p. 21.

[109] Così, in base alle segnature settecentesche, si configura la sequenza relativa alle pergamene qui edite: A. 3 (doc. n. 90), A. 4 (n. 3), A. 6 (n. 23); D. 3 (n. 96), D. 9 (n. 68); E. 3 (n. 94), E. 4 (Appendice, n. 2); F. 3 (n. 97); G. 3 (n. 99), G. 8 (n. 161); H. 3 (n. 88); I. 3 (n. 83); L. 4 (Appendice, n. 5), L. 5 (n. 31); M. 5 (n. 24); N. 3 (n. 61), N. 4 (n. 74), N. 5 (n. 27); P. 9 (n. 12); Q. 9 (n. 14); R. 3 (Appendice, n. 10), R. 5 (n. 101), R. 9 (n. 15); T. 3 (Appendice, n. 17); U. 5 (Appendice, n. 14). I mini-gruppi risulterebbero parzialmente integrati recuperando le segnature presenti nel verso dei documenti posteriori: ma ciò non consente, come si è detto, di precisare eventuali criteri sottesi a questo intervento archivistico.

[110] Sulle vicende del Fondo di Religione cf. NATALE, L’Archivio Generale del Fondo di Religione; Id., Lezioni di archivistica, pp. 127 ss.

[111] Cf. MANARESI, Rapporto, p.65. Insieme a quello dell’archivio morimondese era stato affidato al Bonomi il riordino degli archivi dei monasteri di S. Agostino, di S. Apollinare e di Cairate, nonché del capitolo minore del Duomo. La documentata testimonianza offerta dal Manaresi si contrappone alle supposizioni del Ratti: «se il P. Bonomi abbia studiato i documenti nell’archivio di Morimondo, ovvero in quello di S. Ambrogio, dove quelli fossero passati prima della soppressione, non posso dire con certezza. La seconda ipotesi mi par più probabile …» (Del monaco cisterciese Don Ermete Bonomi, p. 341). Nessun elemento concorre a far ritenere che il tabularium di Morimondo, prima della soppressione, venisse traslocato e temporaneamente depositato presso l’archivio santambrosiano. Circa il terminus ante quem cui riferire la definitiva confezione del codice morimondese da parte del Bonomi, si può forse pensare agli anni 1810-11, tenendo conto della sua cessata collaborazione all’allestimento dell’Archivio Diplomatico e di come le sue ultime fatiche (morirà il 22 aprile 1812) fossero concentrate sui materiali documentari pertinenti all’episcopato lodigiano (cf. RATTI cit., pp. 349 ss.; cf. anche GUERCI, Bonomi, Ermete, che ricordando la difficoltà di offrire precise indicazioni cronologiche sui manoscritti del Bonomi si limita a fissare oltre il 1799 la conclusione del codice morimondese).

[112] Per i titoli completi e le attuali collocazioni dei manoscritti Bonomi si vedano RATTI, Del monaco cisterciene Don Ermete Bonomi, pp. 314-57 e GUERCI, Bonomi, Ermete.

[113] RATTI, Del monaco cisterciese Don Ermete Bonomi, p. 339.

[114] Docc.nn.55,56,62,63.

[115] Doc. n. 57.

[116] Doc. n. 140.

[117] Docc. nn. 39, 48, 50, 66 (tuttora irreperibile), 111, 113, 115, 121, 124, 125, 138, 156.

[118] Cf. MANARESI, Rapporto, p. 89.

[119] La citazione è ripresa da MANARESI, Rapporto, p. 69.

[120] Cf. NATALE, Il Museo Diplomatico, p. XXXII; Id., Lezioni di archivistica, pp. 131-2.

[121] Cf., a esempio, docc. nn. 2, 6, 7, 8.

[122] Forse al riordinamento del Manaresi va attribuito il distacco di alcune di queste strisce cartacee; si nota, comunque, che in tal caso la semplice segnatura (a, b, e …) è stata puntualmente riportata, a matita, nel verso della pergamena.

[123] Cf. l’esposizione del progetto in FUMI, L’Archivio di Stato, pp. 40 ss.

[124] Cf. MANARESI, Rapporto, pp. 71 ss.

[125] Ivi, p. 90.

[126] Cf. FUMI, Lavori di riordinamento, pp. 46 ss.

[127] Le cartelle dal n. 687 al 694 contengono le pergamene in ordine cronologico fino al sec. XV. Nella cartella 695, invece, sono stati collocati alcuni fascicoli di documenti relativi al convento di S. Maria Aracoeli di Milano e, soprattutto, un gruppo di scritture non datate, su pergamena, che costituisce il nucleo fondamentale dei brevia qui editi in Appendice.

[128] Cf. le ampie recensioni di PRATESI ai voll. II-IV de Gli atti privati, apparse su «Studi medievali» tra il 1963 e il 1970; utili annotazioni critiche offre anche la recenzione di fasola, pubblicata dalla «Rivista di storia della Chiesa in Italia» nel 1972.

[129] L’analisi parziale della documentazione costituisce il limite oggettivo dello studio condotto da LIVA, Notariato e documento notarile, pp. 41-60, che sembra ricalcare, per il documento privato milanese, schemi di evoluzione tracciati per altre aree documentarie (in modo particolare Genova). Circa il problema delle qualifiche e della nomina dei notai cf. ora PIACITELLI, Notariato a Milano; sul documento ‘comunale’ si veda la ricca introduzione di MANARESI a Gli atti del Comune nonché BARONI, Il notaio milanese; ora anche FISSORE, Origini e formazione.

[130] Cf., per Piacenza, PECORELLA, Studi sul notariato a Piacenza; per Novara BARONI, Il documento notarile novarese; per Genova si vedano, tra i vari lavori di COSTAMAGNA, almeno La triplice redazione dell’«instrumentum» nonché Il notaio a Genova; per Pavia cf. BARBIERI, Notariato e documento notarile.

[131] Cf. AMBROSIONI, Le pergamene della canonica di S. Ambrogio; BARONI, Le pergamene del secolo XII del monastero di S. Radegonda; Ead., Le pergamene del secolo XII del monastero di S. Maria di Aurona; Ead., Le pergamene del secolo XII della chiesa di S. Maria in Valle; Ead., Le pergamene del secolo XII della chiesa di S. Lorenzo; PERELLI CIPPO, Le pergamene dei secoli XII e XIII del monastero di S. Pietro in Gessate; POGLIANI, Le pergamene del XII secolo del Fondo Cento Ferule; ZAGNI, Le pergamene del secolo XII del monastero di S. Margherita; Ead., Le pergamene del secolo XII della chiesa di S. Tommaso; Ead., Le pergamene del secolo XII della chiesa di S. Giorgio al Palazzo.

[132] II Repertorio è in fase di allestimento ad opera della dott.ssa Cecilia Piacitelli, che ne ha illustrato la metodologia in Notariato a Milano, pp. 970-1: i criteri di selezione e organizzazione dei dati relativi alle carriere dei singoli notai coincidono sostanzialmente con quelli elaborati per i professionisti pavesi, enunciati in Le carte di S. Pietro in del d’Oro, II, pp. IX-X; cf. anche CAU, II falso nel documento privato, pp. 223-5.

[133] Cf. doc. n. 32, nota introduttiva.

[134] Cf. docc. nn. 90 e 206, note introduttive.

[135] Cf. doc. n. 55, nota introduttiva.

[136] COSTAMAGNA, L’Alto Medioevo, p. 268.

[137] FISSORE, Il notariato urbano, pp. 148-9.

[138] Spunti in FISSORE, Origini e formazione; TABACCO, Le istituzioni di orientamento comunale, p. 60-1.

[139] Cf. PRATESI, I «dicta» e il documento privato romano; CENCETTI, La «rogatio» nelle carte bolognesi; COSTAMAGNA, La scomparsa della tachigrafia notarile. La quaestio circa il valore giuridico di notitiae, rogationes e dicta ha vivacizzato, all’inizio del secolo, la discussione tra storici del diritto e diplomatisti (Gaudenzi, Kern, Leicht, Schiaparelli, Rasi): al riguardo, si veda la bibliografia segnalata da PRATESI cit., p. 93, nota 1.

[140] Per un contributo allo studio del problema in relazione ad aree documentarie contigue alla milanese, accompagnato dall’edizione di qualche pezzo ritenuto significativo, cf. BONELLI, Notizie dorsali, il quale è riluttante «ad attribuire alle notitiae un valore che ecceda quello di un promemoria personale del notaio», e propenso ad individuare sempre nella manufirmatio e nella completio notarile le fasi in grado di conferire efficacia giuridica al documento (p. 261); un breve esame del fenomeno per l’area bergamasca in CAU, I documenti privati, pp. 159-63.

[141] Manaresi, Spirito dei tempi nuovi.

[142] Doc. 1094 (?) novembre. Velate in ASMi, MD, cart. 23, n. 714: «Ego Arnaldus notarius hanc cartam, quam Vuambertus notarius tradavit et pro subitaneam mortem scribere nequivit, scripsi, post traditam complevi et dedi» (edizione in Gli atti privati, IV, n. 815); cf. le osservazioni di LIVA, Notariato e documento notarile, p. 56. Circa la nuova accezione di tradere chartam come riferimento alla stesura dei primi appunti da parte del notaio cui viene affidata la responsabilità di documentare il negozio giuridico si veda soprattutto COSTAMAGNA, L’Alto Medioevo, pp. 255 ss., e la bibliografia ivi segnalata.

[143] Spirito dei tempi nuovi, p. 83.

[144] Che intendo realizzare in tempi relativamente brevi, onde poter sviluppare il tema in un apposito contributo.

[145] Cf. nota introduttiva al doc. n. 7.

[146] CENCETTI, La «rogatio» nelle carte bolognesi, pp. 256-8.

[147] Casi di conservazione negli archivi dei destinatari di notitiae stese sul recto della pergamena sono riscontrabili anche a Genova: ciò a riprova del valore probatorio che ad esse veniva attribuito anche in mancanza del mundum COSTAMAGNA, La scomparsa della tachigrafia notarile, pp. 319-21.

[148] Cf. le osservazioni di CENCETTI (La «rogatio» nelle carte bolognesi, pp. 244 ss.) circa le carte che recano a tergo rogazioni relative a negozi diversi: difficilmente tra le due scritture non si riscontrano relazioni, per quanto ridotte (come nel nostro caso) all’identità del notaio; ciò dimostra solo l’ovvio fatto che il notaio conservava le sue rogazioni fintantoché non le avesse svolte in extenso.

[149] Le brevi considerazioni qui esposte tacciono su singole anomalie, dovute a errori materiali, a usi inconsueti o, comunque, di non immediata comprensione, dei quali si da conto, discutendo di volta in volta le soluzioni adottate, nell’apparato che precede il singolo documento: nn. 10, 13, 36, 37, 100.

[150] Cf. CAU, La data cronica, p. 56.

[151] Cf. ivi, p. 57. I docc. nn. 4 e 5, rogati vicino a Milano, denunciano una discordanza fra anno e indizione tale da far ritenere assai probabile l’uso del calculus pisanus, che risulta a quell’epoca (ultimi decenni del sec. XI) ormai largamente abbandonato, a favore dello stile a nativitate, dai notai dell’area milanese (cf. SANTORO, Dell’indizione, pp. 302-6).

[152] Cf., a esempio, docc. nn. 32, 34, 41, 42, 45, 53, 54 e così via.

[153] Cf., a esempio, rispettivamente il doc. n. 94 e il doc. n. 58.

[154] CAU, La data cronica, p. 56.

[155] Cf. BARBIERI, Notariato e documento notarile, p. 50-4.

[156] Cf. MANARESI, Gli atti del Comune, p. CVII.

[157] Cf. ORDANO, Breve comunicazione.

[158] Cf. MANARESI, Gli atti del Comune, pp. XV-XVI.

[159] Norme per le pubblicazioni, pp. VII-XXIV; PRATESI, Una questione di metodo, pp. 312-33; Progetto di norme. Cf. anche TOGNETTI, Criteri per la trascrizione, pp. 11-64, e Normes internationales.

[160] Le carte di S. Pietro in Ciel d’Oro, II, pp. XVIII-XX.

[161] Si è perciò omesso di illustrare, nei singoli casi, gli elementi che hanno portato all’identificazione.

[162] Cf. a esempio BARONI, Le pergamene del secolo XII del monastero di S. Maria di Aurona, docc. nn. 16, 22 (‘copia semplice’); Ead., Le pergamene del secolo XII della chiesa di S. Maria in Valle, doc. n. 23 (‘scrittura memoratoria’); BARTOLI LANGELI, Codice diplomatico del Comune di Perugia, doc. n. 192 (‘scrittura semplice’); DE DONATO, Le più antiche carte dell’abbazia di S. Maria Val di Ponte, Appendice II, n. 2 (‘originale’).

[163] Cf. a esempio Appendice, n. 14, pp. 463/27 e 464/2.

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