Lombardia Beni Culturali

Introduzione (*)

di Ettore Cau

(*) N.B.: si riproducono qui, senza alcun aggiornamento bibliografico o argomentativo, le pagine premesse all’edizione comparsa a stampa nel 1984.

1. [p. VII] Questo volume, che segna l’avvio dell’edizione dei documenti del monastero benedettino di S. Pietro in Ciel d’Oro di Pavia, è il secondo dei tre previsti secondo una scansione cronologica che va dal IX al XII secolo (I: sec. IX-1164; II: 1165-1190; III: 1191-1199). Ai primi tre volumi, che riguardano le carte private [1], seguirà un quarto comprendente i documenti pontifici, regi e imperiali [2].

Già nel 1967, in occasione del IV Congresso internazionale di studi sull’alto medioevo, Beniamino Pagnin annunciò un programma intrapreso dall’Istituto di Paleografia e Diplomatica dell’Università di Pavia per l’edizione del “Codice Diplomatico Pavese”. L’iniziativa, davvero preziosa e necessaria, nasceva dalla consapevolezza che la situazione di Pavia circa l’edizione delle fonti documentarie rappresentava un caso limite nel pur insoddisfacente panorama delle altre città lombarde [3].

[p. VIII] Le carenze di molte sintesi storiche su Pavia, relative in particolare all’evolversi delle istituzioni dall’anno 1000 fino al sorgere e all’affermarsi del comune [4], l’assenza di lavori d’insieme su altri aspetti focali della societas medievale (rapporti sociali ed economici, assetto urbanistico [5], paesaggio agrario, cultura materiale ecc.), lo stesso ritegno a intraprendere la stesura di una storia globale della città nell’età di mezzo [6] si giustificano con l’impossibilità pratica di fruire di gran parte del materiale che gli archivi ci hanno tramandato.

2. [p. IX] Nel riprendere il programma di pubblicazione si è optato per il criterio archivistico, anche se ci si è persuasi che l’edizione del fondo di S. Pietro in Ciel d’Oro non poteva essere intrapresa in maniera corretta senza un quadro di riferimento, riguardante l’insieme del materiale documentario pavese. Tale consapevolezza ci ha spinti a un preliminare lavoro di ricerca e di scavo, la cui illustrazione è utile per capire meglio l’intelaiatura del volume e per “leggere” più agevolmente i documenti.

Allo spoglio operato su tutti i fondi archivistici sicuramente pavesi e su altri che, per ragioni storiche, avrebbero potuto ospitare qualche atto isolato riguardante Pavia [7], ha fatto seguito la microfilmatura dei documenti dal sec. VIII al sec. XIII. Dai microfilm sono stati tratti i facsimili, ricomposti presso l’Istituto di Paleografia e Diplomatica dell’Università di Pavia, rispettando fedelmente la collocazione degli archivi di provenienza [8].

Si è quindi intervenuto sui documenti dal sec. VIII al sec. XII, registrandoli in schede organizzate secondo l’ordine alfabetico dei notai [9]. In testa a ciascuna scheda compare il nome del notaio (indicato con tutte le varianti, anche soltanto grafiche), cui segue la riproduzione xerografica del signum e della sottoscrizione estratti da un suo documento, nonché l’elenco degli atti sui quali il notaio è intervenuto a qualsiasi titolo. Di ciascun pezzo sono stati isolati i seguenti dati: archivio, segnatura, data cronica e topica, titolo (carta offertionis, breve investiture ecc.), nome del notaio e relative qualifiche (a es., Capellus not. s.p.), ruolo (rogatario scrittore, rogatario sottoscrittore, scrittore ecc.) e infine il posto che il documento occupa nella traditio (originale, falsificazione, copia autentica, imbreviatura ecc.) [10].

Tale Repertorio, offrendoci di ciascun notaio un curriculum completo, almeno per quanto è consentito dalla documentazione superstite, mentre costituisce la sola base sicura per un organico lavoro sul notariato a Pavia, si è rivelato strumento prezioso per rimuovere [p. X] molti degli ostacoli incontrati nel corso dell’edizione. È stato possibile distinguere l’uno dall’altro notai omonimi [11]; ricostruire la ragnatela dei rapporti fra notaio e notaio; rendersi conto della varietà tipologica degli atti, degli impieghi diversi del formulario e delle consuetudini croniche [12]; identificare con maggiore sicurezza eventuali falsificazioni [13].

Gli elementi offerti dal Repertorio sono stati utilizzati nel presente volume tanto nell’ambito delle osservazioni introduttive ai singoli documenti, quanto nell’Indice dei notai (pp. 427-31).

Approntato tale strumento, ci si è interessati dei documenti di S. Pietro in Ciel d’Oro, recuperandoli sia dai fondi che li conservano ex professo sia da quelle altre sedi dove li ha condotti una vicenda storica più che mai bizzarra e sfortunata. La ricostruzione di questa vicenda è premessa indispensabile per riunire idealmente il tabularium medievale del monastero, tenendo presenti gli smembramenti e i depauperamenti sopravvenuti nel corso dei secoli nonché gli interventi di catalogazione e di sistemazione operati dagli archivisti [14].

3. Di un primo riordino [15] almeno parziale dell’archivio v’è traccia in un registro riguardante i beni di Sartirana e di Pavone, compilato nei primi decenni del sec. XVII, nel quale sono regestati in latino [p. XI] i documenti di tali fondi [16]. Ma è soltanto la sistemazione operata a partire dal 1752 per impulso dell’abate Pietro Angeleri che ci offre, attraverso una serie organica di inventari, un panorama d’insieme dei possessi del monastero e della relativa documentazione, anche se le esigenze amministrative cui il riordinamento era finalizzato non sempre favoriscono una risposta adeguata ai nostri interrogativi.

La soppressione degli enti religiosi nel 1781, coinvolgendo anche S. Pietro in Ciel d’Oro, creò le premesse per lo smembramento dell’archivio: una parte di esso è confluita nell’archivio dell’Ospedale S. Matteo di Pavia quale corredo dei beni passati al medesimo ente [17], l’altra parte è stata trasferita a Milano nel 1813, dove era stata costituita fin dal 1787 una apposita magistratura, il Fondo di Religione, per accogliere gli archivi delle congregazioni soppresse [18]. Incaricato dell’operazione di raccolta e di cernita del materiale di tutti i fondi pavesi da trasmettere a Milano fu l’erudito Siro Comi che stilò in tale occasione alcuni inventari analitici di singoli fondi di S. Pietro in Ciel d’Oro nell’intento di colmare le manchevolezze e le lacune della catalogazione del 1752 [19].

È forse da collocare negli ultimi decenni del sec. XVIII la «fuga» in archivi privati di gruppi di pergamene, successivamente in parte donate alla Biblioteca Civica «Bonetta» e alla Biblioteca Universitaria di Pavia [20].

La diaspora del troncone dell’archivio di S. Pietro in Ciel d’Oro finito a Milano ebbe un ulteriore seguito quando le pergamene, estratte dal materiale cartaceo sito nel Fondo di Religione, furono traslocate da Luigi Bossi nell’Archivio Diplomatico presso S. Fedele. Nella nuova sede il blocco di S. Pietro venne distribuito nelle quattro sezioni approntate nel corso della prima metà dell’Ottocento nell’intento di dare un ordinamento globale a tutte le pergamene dei soppressi enti ecclesiastici: il materiale fino a tutto il sec. XI va ad arricchire [p. XII] il Museo Diplomatico, sistemato in modo definitivo da Luigi Osio (gli siamo debitori di un preciso Indice Generale nel quale viene fortunatamente indicato di ciascun pezzo il fondo di provenienza), mentre i documenti pontifici nonché i diplomi regi e imperiali vengono in gran parte raccolti in Bolle e Brevi e in Diplomi e dispacci sovrani [21]. Nella sezione Pergamene, Fondo di S. Pietro in Ciel d’Oro, confluiscono gli altri documenti disposti in ordine cronologico: specchio fedele di quest’ultimo ordinamento, almeno per le pergamene del sec. XII, è l’Inventario dell’Archivio Diplomatico elaborato da Giuseppe Cossa e Luigi Ferrarlo dopo il 1840 [22].

Nel 1865 con il ricongiungimento degli archivi presso l’Archivio Governativo, poi Archivio di Stato, fu trasferito in S. Fedele anche il Fondo di Religione e con esso tutta la parte cartacea dei documenti di S. Pietro in Ciel d’Oro.

Un ulteriore mutamento nell’organizzazione dell’archivio, che nel frattempo fu trasportato nell’attuale sede di Via Senato, si verificò sotto la direzione di Luigi Fumi (1908-1920) che si propose di ricostituire i fondi degli enti ecclesiastici smembrati nella prima metà dell’Ottocento, ricollocando le pergamene dell’Archivio Diplomatico nelle cartelle originarie del Fondo di Religione. San Pietro in Ciel d’Oro fu vittima, fra le più illustri, dell’iniziativa che si protrasse fino a quando Giovanni Villani, successore del Fumi, interruppe il programma rivelatosi utopistico.

Giuseppe Fornarese, cui fu affidato il lavoro materiale di ricomposizione dell’archivio del nostro monastero [23], conseguì risultati non proporzionati all’impegno profuso. Alcune pergamene, delle quali non gli fu possibile individuare la cartella di provenienza, finirono in una serie «Non attinenti» [24], mentre un intero blocco di documenti, sicuramente appartenuto all’archivio del monastero come risulta dal registro del sec. XVII, non è stato individuato e rimane tutt’oggi nell’Archivio Diplomatico, cart. 654, sotto l’etichetta di S. Maria Mater Domini [25]. Infine altri documenti provenienti dagli archivi del [p. XIII] monastero di S. Cristoforo, della canonica di S. Epifanio e di enti ecclesiastici non pavesi furono erroneamente collocati nell’archivio di S. Pietro [26].

Il troncone del materiale documentario di S. Pietro in Ciel d’Oro rimasto a Pavia, una volta inglobato nell’archivio dell’Ospedale S. Matteo, presso la sede amministrativa, dove conservò pressoché inalterata la propria struttura [27], fu di fatto precluso alla consultazione per lunghissimo tempo [28]. L’apertura al pubblico avvenuta a partire dal secondo dopoguerra si è bruscamente interrotta nel 1979 con la scoperta di un furto che ha depauperato l’archivio di centinaia di pergamene, soprattutto dei secoli XII e XIII, favorendone la disseminazione attraverso i mille rivoli di un compiacente mercato antiquario. Tale epilogo, i cui danni sono stati attenuati dalla nostra precedente microfilmatura fino al sec. XIII, ha persuaso l’Amministrazione dell’Ospedale a depositare il fondo superstite (fino ai primi decenni dell’Ottocento) presso l’Archivio di Stato di Pavia.

Il quadro della situazione archivistica attuale [29], con riferimento ai documenti qui editi, è riassunto nelle tabelle poste al termine di questa introduzione: l’una (tab. 1) riguardante l’Archivio di Stato di Milano, l’altra (tab. 2) gli archivi pavesi. I dati offerti da ambedue i prospetti possono essere letti non solo in chiave di distribuzione dei manufatti nei differenti fondi, ma anche in riferimento alla posizione [p. XIV] di ciascuno nell’ambito della traditio (minute, originali, copie, regesti).

Il primo numero di ogni casella si riferisce alla somma dei pezzi archivistici presenti in ciascun fondo, il numero tra parentesi indica i manufatti (contraddistinti dal carattere corsivo nelle note) che tramandano elementi della tradizione in subordine rispetto ad altri già conteggiati (secondo originale, copia in presenza di originale o di altra copia più antica, regesto in presenza di originale e/o di copia e/o di regesto più antico ecc.). Il numero in neretto, in casella autonoma, risultando dalla differenza tra i due numeri che precedono, indica i documenti qui pubblicati, per un totale di 105 nell’Archivio di Stato di Milano e di 128 negli archivi di Pavia.

4. L’esiguità del materiale presentato in questo volume in rapporto alla massa della documentazione pavese coeva non consente di proporre conclusioni definitive sugli esiti dello sviluppo del documento privato e più in generale sulla storia del notariato in Pavia [30].

Quello che però traspare in maniera univoca tra il 1165 e il 1190 è il ruolo che va acquisendo il notaio quale garante autonomo della validità giuridica del documento [31], la cui redactio in mundum ha ormai costantemente come fase preliminare la stesura dell’imbreviatura [32]. Il regime di instrumentum sta imponendosi, [p. XV] anche se l’abbandono definitivo del formulario della charta è attuato in maniera graduale, in alcuni casi contraddittoria [33].

La varietà tipologica dei documenti (nel complesso: atti giudiziari, 21; donazioni, 7; refute, 10; vendite, 91; permute, 12; investiture, 62; elenchi di terre, 9; vari, 21) è rappresentata in altri tre prospetti (tab. 3: Pavia e il Pavese [34], tab. 4: Lomellina e Oltrepò, tab. 5: Altre località) con riferimento ai luoghi cui gli atti si riferiscono e dove il monastero o le chiese da esso dipendenti avevano beni. Per una più proficua consultazione delle tabelle, compilate sulla falsariga delle precedenti, sono stati elencati in nota i documenti assegnati a ogni singolo gruppo, offrendo in taluni casi ulteriori precisazioni per quanto riguarda i microtoponimi e indicando il titolo sia dei documenti elencati nelle categorie «Atti giudiziari» e «Vari» sia di quelli che presentano diversità tipologiche rispetto alla categoria di appartenenza. L’asterisco è impiegato per contraddistinguere i munimina [35].

5. La datazione dei documenti pavesi nella seconda metà del sec. XII, e in particolare dal 1165 al 1190, è effettuata mediante il ricorso allo stile della natività (indicato quasi sempre con la formula ab incarnatione) [36], con l’appoggio dell’indizione romana o [p. XVI] pontificia per quanto riguarda l’anno e con il sistema misto delle calende (seconda metà del mese) e moderno (prima metà) per quanto riguarda il giorno del mese. Va inoltre stabilizzandosi in questo periodo la consuetudine di indicare anche il giorno della settimana [37].

La mancata concordanza tra i vari elementi della datatio, dovuta in genere a errori dei notai pavesi, nonché gli usi diversi adottati da notai non pavesi sono stati debitamente segnalati nell’introduzione ai singoli documenti [38], così come si è data puntualmente ragione delle soluzioni proposte nei casi dubbi.

Il problema circa l’uso o il disuso del sistema classico nel conteggiare negli anni bisestili i giorni tra il 14 e il 24 febbraio ci si è posto a proposito di due documenti del 1176 (n. 92) e del 1184 (n. 172), nei quali la verifica è impossibile poiché manca l’indicazione del giorno della settimana. Si è optato per il computo classico, anche se lo spoglio dei documenti pavesi, condotto sulla base del Repertorio dei notai, offre una casistica che lascia aperta la possibilità di un calcolo diverso [39].

Va infine detto dell’opzione che è stata normalmente operata a favore del giorno del mese rispetto a quello della settimana in caso di discordanza tra i due dati [40].

6. [p. XVII] La ricostruzione delle linee essenziali della storia del monastero dalle origini alla fine del sec. XII [41] comparirà nell’introduzione al vol. I [42]: tale scelta, che può sembrare in contrasto con il criterio di dare a ciascun volume della serie una propria autonomia, è la sola che consenta di comprendere appieno i dati proposti dai documenti, sia genuini sia falsi, e di collocarli in un contesto organico e unitario.

Basti qui sottolineare l’interesse e la vivacità del momento storico che il monastero pavese sta vivendo tra il 1165 e il 1190, in un periodo in cui Pavia, ottenuto da Federico I il privilegio della libera elezione dei consoli e i diritti regali nella città e nel distretto [43], perfeziona e stabilizza la propria struttura di libero comune, adattando il suo ruolo di tradizionale alleata dell’imperatore alle mutevoli situazioni che si determinano nello scontro tra le città lombarde e Federico [44].

L’eco di tali vicende si ripercuote fra le mura di S. Pietro in Ciel d’Oro investendo direttamente i vertici gerarchici: la fazione filo-imperiale e scismatica rappresentata da Giovanni de Villarasca e la fazione capeggiata da Olrico convivono, scandendo le proprie fortune in sincronia con le vicende esterne e con l’atteggiamento del comune pavese, fino a quando la «vittoria» di Alessandro III, sancita dalla tregua di Venezia dell’estate del 1177, segna la definitiva conferma di Olrico quale abate e il declassamento di Giovanni a semplice monaco [45].

[p. XVIII] Le tensioni interne ed esterne non impediscono agli abati in carica di sviluppare senza incertezze e ripensamenti una politica di razionalizzazione e consolidamento della struttura del monastero, procedendo all’alienazione di beni lontani e difficilmente controllabili in cambio di altri più vicini [46] e avviando un coordinato tentativo di valorizzazione di terreni incolti mediante dissodamenti e impianti di colture più redditizie [47].

Sono direttrici di politica economica che i documenti lasciano emergere con nitida trasparenza e che sono finalizzate a confermare quel ruolo di primato economico, ma anche di prestigio politico e spirituale, che S. Pietro in Ciel d’Oro ha avuto fin dalla sua fondazione.

7. I criteri di edizione sono quelli fissati all’inizio del secolo dall’Istituto Storico Italiano [48] e aggiornati da Pratesi in un noto articolo del 1957 [49].

L’ampio margine discrezionale esistente tra tali norme e la loro concreta attuazione rende utili alcune precisazioni, anche sulla base di poche e marginali innovazioni che sono state introdotte [50].

Il titolo del documento è stato fedelmente tratto dal contesto, privilegiando quando possibile l’espressione presente nella completio, [p. XIX] cui sono state aggiunte, tra parentesi tonde, eventuali diverse enunciazioni che compaiono nelle altre parti del dettato. L’impiego delle parentesi angolari sta a sottolineare che il titolo o parte di esso è frutto di congettura, basata quasi sempre sugli usi dello stesso notaio altrove testimoniati [51]. Anche nella datatio gli elementi tra angolari sono frutto di ricostruzione indiziaria, mentre le parentesi quadre sono impiegate soltanto per indicare integrazioni in analogia agli interventi operati nel testo latino.

I regesti, pur escludendo formule stereotipate proprie del formulario, intendono illustrare tutti i dati utili non solo alla definizione del negozio giuridico ma anche alla ricostruzione delle modalità e dei momenti attraverso i quali il negozio si è sviluppato. La quaestio circa la resa o no in italiano dei nomi propri e dei cognomi (ma quest’ultimo termine, che usiamo per comodità, suona del tutto improprio nella seconda metà del secolo XII) è stata risolta, seppure con qualche esitazione, traducendo i nomi propri, e lasciando in latino, con caratteri spaziati, i cognomi. È criterio adottato per ragioni di uniformità, anche perché ci è parso più vantaggioso rispetto a qualsiasi altra soluzione intermedia. Parimenti è stata mantenuta la lingua originaria nei casi in cui la traduzione non sarebbe stata in grado di rendere il significato del termine o dell’espressione in tutte le varie sfumature. Una situazione particolare si è configurata per quei documenti che conosciamo soltanto attraverso i brevi compendi redatti in lingua italiana da eruditi o archivisti di età moderna. In tali casi i regesti sono stati costruiti mediante il recupero dei pochi dati disponibili, avendo però l’avvertenza di restituire all’originaria forma latina i cognomi e i nomi di luogo non identificati, già noti da altri pezzi dei quali ci è pervenuto l’originale o la copia. Così si è operato per evitare fraintendimenti e per consentire, senza il continuo ricorso agli indici, una più spedita identificazione di antroponimi e toponimi.

Nelle note introduttive a ciascun documento i dati riguardanti i notai compaiono soltanto quando sono ritenuti utili ai fini di una loro immediata identificazione. Un quadro complessivo è delineato nell’Indice dei notai.

Nel testo dei documenti adottiamo la maiuscola dopo il punto fermo. Sono pure scritti con l’iniziale maiuscola i sostantivi posti di seguito al nome proprio di persona, indicanti la professione, poiché dalla prassi si evince che il loro impiego va stabilizzandosi nel ruolo [p. XX] di cognominazione vera e propria. Soltanto in pochi casi si è fatto ricorso alla minuscola, in particolare quando dal contesto emerge che l’appellativo si riferisce a professione effettivamente esercitata [52]. I restauri operati con l’aiuto della lampada di Wood sia nel testo sia nelle annotazioni del dorso della pergamena non sono compresi tra parentesi quadre. A proposito dell’edizione da microfilm di documenti ora dispersi va detto dell’inevitabile cautela con cui si è intervenuti nelle note critiche [53].

Particolare attenzione è stata posta nell’identificare toponimi, idronimi e istituzioni ecclesiastiche (soprattutto monasteri, chiese, cappelle) nonché nel localizzare i toponimi scomparsi. Data l’impossibilità di dar conto di ciascuna procedura di identificazione, va almeno precisato in linea generale che le soluzioni scaturiscono dall’esame delle fonti più disparate (documenti editi e inediti, repertori di toponomastica, storie locali, catasti, piante di singole zone, testimonianze orali ecc.) [54] e dal controllo delle tavolette al 25.000 dell’Istituto Geografico Militare, riguardanti le aree in cui S. Pietro in Ciel d’Oro aveva beni. La prudenza, più che mai d’obbligo in tale settore, ci ha persuasi a preferire il silenzio nei pochi casi incerti o dubbi e ad aggiungere il punto interrogativo a quelle proposte che, seppure altamente probabili, non sono parse del tutto sicure.

8. Nel licenziare alle stampe il presente volume ricordiamo con gratitudine il prof. Beniamino Pagnin che ci ha educati all’amore per le pergamene medievali e che ha continuato a seguirci nel corso di questi anni con la sua vasta esperienza e dottrina. Al prof. Pagnin dedichiamo il volume in occasione del suo ottantesimo compleanno.

[p. XXI] Il nostro ringraziamento va poi al prof. Antonio Padoa Schioppa che ci è stato vicino in tutte le fasi della ricerca, fornendoci con larghezza preziosi suggerimenti e consigli. A lui e al dr. Ettore Dezza siamo anche obbligati per le puntuali risposte ai numerosi quesiti di argomento giuridico. Con pari riconoscenza ricordiamo i proff. Giorgio Costamagna e Raffaello Volpini che hanno accettato di discutere con noi alcuni problemi di natura diplomatistica, e i proff. Giancarlo Mazzoli e Angelo Stella per le indicazioni di cui ci sono stati larghi in àmbito linguistico. Al prof. Stella dobbiamo anche la promessa di un glossario da redigere una volta completato il programma di edizione delle carte di S. Pietro in Ciel d’Oro. Per averci agevolato nelle lunghe frequentazioni degli archivi siamo particolarmente grati al rag. Adelio Goi, responsabile dell’Archivio dell’Ospedale S. Matteo di Pavia; al dr. Ugo Fiorina, direttore dell’Archivio di Stato di Pavia; al dr. Felice Milani, direttore della Biblioteca Civica «Bonetta» di Pavia; al dr. Carlo Paganini, direttore dell’Archivio di Stato di Milano e al suo predecessore dr. Leonardo Mazzoldi. Per quanto riguarda l’identificazione dei toponimi abbiamo fatto ricorso alle conoscenze di numerosi amici e colleghi. Volerli elencare tutti comporterebbe il rischio sicuro dell’incompletezza; ma non possiamo non menzionare almeno i proff. Giancarlo Andenna, Giorgio Chittolini, don Vittorio Lanzani, Luciano Moroni Stampa, Guido Ratti, Ugo Rozzo, Aldo A. Settia, don Angelo Stoppa. Alla dr.ssa Charlotte Schroth-Köhler, infine, siamo debitori della gentilezza con cui ci ha posto a disposizione il dattiloscritto del suo lavoro sulle falsificazioni di S. Pietro in Ciel d’Oro e della tempestività con cui ce ne ha trasmesso le bozze di stampa [*].

Note

[1] Sono compresi anche i placiti e la variegata categoria dei «semipubblici».

[2] La riunione in gruppo a sé dei documenti pubblici, con il conseguente rinvio della loro pubblicazione, nasce dal convincimento che un nuovo esame di tali documenti, tutti noti e in gran parte editi, può aggiungere qualcosa a proposito della genuinità di molti di essi soltanto se si tiene conto del capitolo riguardante le falsificazioni nell’ambito della documentazione privata. La fabbrica dei falsi di S. Pietro in Ciel d’Oro, studiata da PAGNIN in un saggio del 1956 (Falsi Diplomi, pp. 15-42), è stata nuovamente indagata da BRÜHL in occasione dell’edizione del CDL, III, 1, nn. 9, 11 (cf. Studien, pp. 87-95, ma anche Der ehrbare Fälscher, pp. 209-218) e, più ampiamente, da SCHROTH-KÖHLER, Die Fälscherwerkstatt, pp. 1-114.

[3] PAGNIN, Scuola e cultura a Pavia, p. 91, nota 49; Paleografia, pp. 15-6; L’attività dell’Istituto, pp. 15-7. Recentemente il quadro pavese circa l’edizione dei documenti è stato così delineato da HUDSON, Archeologia urbana, p. 39: «Pavia basso-medievale ha … ricevuto scarsa attenzione dagli storici, ed anche l’utile sintesi di Vaccari si basa su difettose ricerche di altri (VACCARI, Pavia nell’alto medio evo e nell’età comunale). Ben pochi documenti relativi alla città sono editi e la maggioranza di quelli già pubblicati sono compresi in collezioni che non riguardano direttamente Pavia … Il segno più evidente di tale trascuratezza è che soltanto ora si sta preparando per la pubblicazione l’importantissimo cartulario relativo a S. Pietro in Ciel d’Oro. Occorre effettuare lunghe ricerche d’archivio prima che la storia politica della città diventi più chiara, mentre la documentazione scritta non è stata finora usata per illustrare lo sviluppo topografico urbano». Per gli atti privati fino all’anno 1000 bisogna ancora far capo al Codex Dipl. Langobardiae. Le sole edizioni di documenti medievali pavesi o dell’area pavese sono: BOSISIO, Documenti della Chiesa pavese; BASCAPÈ, Cartario di S. Maiolo; MAIOCCHI, Carte di S. Maiolo; CASAGRANDE MAZZOLI, Carte del monastero di S. Maiolo; CAVAGNA SANGIULIANI, Documenti vogheresi; BARBIERI, Documenti inediti; BOLLEA, Documenti degli archivi di Pavia; TALLONE, Le carte dell’Archivio comunale di Voghera; COLOMBO, Cartario di Vigevano; BARONI, Alcuni antichi documenti pavesi. Si tengano anche presenti una serie di tesi di laurea sui documenti pavesi soprattutto del sec. XIII, condotte in quest’ultimo ventennio nell’ambito dell’Istituto di Paleografia e Diplomatica dell’Università di Pavia sotto la direzione di Beniamino Pagnin, Ettore Cau, Maria Antonietta Casagrande Mazzoli. Per i titoli fino al 1978 cf. Repertorio delle tesi di laurea, voce «Pavia», pp. 136-7. Utile è l’«Elenco provvisorio dei placiti ed atti redatti a Pavia fino all’anno Mille», compilato da KELLER, I placiti, pp. 54-6.

[4] L’edizione di tutti i documenti pavesi dei secoli XI e XII, consentendo di discernere con sicurezza il pezzo falso da quello genuino, porterebbe senz’altro a rivedere e ad ampliare le conclusioni cui sono giunti il SOLMI, L’amministrazione finanziaria del Regno, soprattutto pp. 187-240 e la DRAGONI, Il comune di Pavia, pp. 72-107, intorno alle origini e al primo sviluppo del comune pavese. A questo riguardo, e in particolare sul ruolo di Pavia nel momento di passaggio dall’altomedioevo all’età comunale, va segnalata la nuova edizione di BRÜHL e VIOLANTE delle Honorantie civitatis Papie. L’introduzione e l’analitico commento al testo ci offrono nuove e suggestive prospettive di lettura, che non mancheranno di trovare verifiche e arricchimenti nelle fonti documentarie ancora inedite.

[5] Come è noto gli studi pavesi in materia urbanistica hanno come punto di riferimento obbligato il Liber de laudibus civitatis Ticinensis di Opicino de Canistris (1330 c.): «un eccezionale esempio di saggio critico-urbanistico» (cf. PERONI, Problemi della documentazione urbanistica di Pavia, p. 103, e note 4,5). Metodi e scopi dell’indagine archeologica tesa al recupero della struttura urbana di Pavia medievale sono ben delineati nel citato saggio di HUDSON, Archeologia urbana. Su tale argomento vanno poste in evidenza le lezioni di BULLOUGH, Late-antique and early medieval Pavia, pp. 79-98 (redazione completa di note in «Papers of the British School at Rome» 34 (1966), pp. 82-130); di PERONI, Problemi cit. e di ROMANINI, La rielaborazione trecentesca di Pavia romana, pp. 123-140, tenute in occasione del Convegno di studio sul centro storico di Pavia, Pavia, 4-5 luglio 1964.

[6] E ora avviata la realizzazione, per iniziativa della Società Pavese di Storia Patria, di una Storia di Pavia, dalle origini all’età contemporanea, distribuita in più volumi.

[7] L’elenco di tali archivi è in BARBIERI, Gli estimi pavesi, pp. 62-5, note 12-14.

[8] Su questa iniziativa cf. CAU, Per un’edizione delle pergamene pavesi, pp. 55-7.

[9] I risultati dello spoglio saranno pubblicati in un volume dal titolo Repertorio dei notai pavesi (secoli VIII-XII), a cura di E. CAU e E. BARBIERI. Sono compresi anche i notai pavesi che, avendo iniziato l’attività nel sec. XII, la prolungano anche nel XIII.

[10] La presenza di più notai nello stesso documento ha comportato diverse registrazioni corredate da opportuni rinvii (a es., il doc. n. 15, rogato da Anselmus e scritto da Armannus, è stato registrato nella scheda del primo notaio con rinvio al secondo e viceversa).

[11] Ma anche ricondurre alla stessa identità notai il cui signum subisce variazioni nel corso della carriera (è il caso di Oldericus, docc. nn. 96, 189) oppure attribuire a un determinato notaio un doc. privo della completio (doc. n. 71) o individuare la mano di un breve recordationis (nn. 161, 168, 213, ma anche n. 159).

[12] Così Donumdei (1133-1158), che nella prima parte della sua attività impiega l’indizione settembrina (greca o bedana) e successivamente introduce l’indizione pontificia (cf. CAU, La data cronica, p. 56).

[13] Doc. n. 230.

[14] Molti dati relativi alla vicenda storica dell’archivio qui esposta sono tratti da BARBIERI, L’archivio antico, pp. 37-74, cui si rimanda anche per la relativa bibliografia. Cf. anche BASCAPÈ, L’Archivio dell’Abbazia di S. Pietro in Ciel d’Oro, pp. XIV-XXII.

[15] Non siamo in grado di ricostruire l’organizzazione medievale dell’archivio. Un ordinamento antico si può forse ipotizzare per le pergamene di S. Maria di Betlemme (nn. 7,23,24,29,30,39,47,54,107,108,138,143,163,213,230), confluite nell’archivio di S. Pietro in Ciel d’Oro prima del 1752 (BARBIERI, L’archivio antico, p. 63). Nessuna chiave di lettura è riuscita a dar conto del significato delle lettere dell’alfabeto latino, quasi sempre maiuscole, che sono state vergate nel verso di molte pergamene quasi certamente alla fine del sec. XIII. Si può solo cogliere in più occasioni la loro identità con le iniziali dei nomi dei protagonisti. Tali lettere sono presenti in quasi tutti i documenti rogati in Pavia, nelle località della Campagna pavese e in Sartirana; raramente nei documenti dell’Oltrepò.

[16] ASMi, FR p.a., cart. 6117, Primo volume. Registro di scritture per Sartirana, cc. 19r-48r; Terzo volume. Registro di scritture per Pavone, cc. 62r-94v.

[17] MANGILI, L’Ospedale S. Matteo, pp. 256-7. Una precedente assegnazione, nel settembre del 1569 per volontà di Pio V, al collegio Ghislieri di Pavia di circa 800 ettari di terra, che il monastero possedeva in Lardirago e in Gerenzago (cf. BERNARDI, I quattro secoli del Ghislieri, p. 31 e MUSSELLI, Privilegi, pp. 225-31) non ha comportato un trasferimento, anche parziale, di documenti relativi a tali possedimenti. Negativo, a questo proposito, è lo spoglio del Transumptum omnium, et quorumque iurium … Collegii Ghisleriorum, stampato a Pavia nel 1598.

[18] NATALE, Il Museo Diplomatico, p. VII; Id., Lezioni di archivistica, p. 158 ss.

[19] BOLLEA, Documenti degli archivi di Pavia, pp. XIV-XVI.

[20] Cf. i docc. nn. 69 e 128.

[21] NATALE, Il Museo Diplomatico, p. XXXII; Id., Lezioni di archivistica, pp. 131-2.

[22] Catalogo delle pergamene dell’Imperial Regio Archivio Diplomatico spettanti al secolo duodecimo. Monastero di S. Maria Mater Domini, vol. IV, fasc. 70; Monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro, vol. IV, fascicoli 77-79.

[23] Cf. BARBIERI, L’archivio antico, pp. 43-4; FUMI, Relazione sui lavori, pp. 433-6.

[24] Non è da ascrivere al Fornarese la vicenda del doc. n. 206, segnalato da CAVAGNA SANGIULIANI, Documenti vogheresi, pp. 245-6, n. 160, nel fondo di S. Pietro in Ciel d’Oro, e poi finito nell’AD, pergg., S. Bartolomeo in Strada, cart. 624 (fasc. 262 a).

[25] BARBIERI, L’archivio antico, pp. 52-3. Una trascrizione dei documenti di tale fondo, compresi tra il 1070 e il 1300, è nella tesi di laurea di MOZZI, Pergamene di S. Maria Mater Domini.

[26] Cf. infra, nota 29.

[27] Cf. BARBIERI, L’archivio antico, p. 47, nota 37. Gli interventi effettuati dagli archivisti nella seconda metà dell’Ottocento, dei quali fanno prova gli elenchi di regesti pervenutici, erano finalizzati all’inventariazione delle pergamene di ogni singola cartella.

[28] Un sopralluogo fu effettuato da Luigi Schiaparelli per conto del Kehr agli inizi del secolo (cf. KEHR, Gött. Nachr. 1902, p. 135: rist. in Papsturk., III, p. 310). A un esplicito divieto di consultazione dell’archivio emesso dall’Amministrazione dell’Ospedale fa cenno il BOLLEA, Documenti degli archivi di Pavia, p. XIX.

[29] Sono estranei al fondo antico di S. Pietro e sono compresi in un elenco a parte – Regesti dei documenti non editi, pp. 417-23 – otto atti dell’ASMi, FR p.a.: cinque provenienti dal monastero di S. Cristoforo, ora nella cart. 6096 (Regesti dei documenti non editi, nn. 3,4,10) e nella cart. 6113 (ibid., nn. 7,8); uno dalla canonica di S. Epifanio nella cart. 6119 (ibid., n. l); due da altrettanti enti dell’area bresciana e milanese, ora nelle cartt. 6109 e 6130 (ibid., nn. 6,9). Anche due altri docc. dell’AOSM, provenienti da S. Epifanio – il cui fondo non è chiaramente distinto nell’organizzazione attuale da quello di S. Pietro – sono elencati nei Regesti dei documenti non editi (nn. 2,5). Nessun sopralluogo è stato possibile effettuare presso l’Archivio di S. Pietro in Vincoli, a Roma, dove peraltro non risulta siano conservati documenti privati di S. Pietro in Ciel d’Oro.

[30] Rimane vivissimo l’interesse a conoscere i meccanismi di sviluppo del documento notarile pavese sia nel periodo in cui Pavia è stata capitale di regno sia nella prima età comunale. Potrebbero anche scaturirne elementi utili per la revisione su nuove basi del problema intorno al primato giuridico di Pavia, che dopo il lavoro del MENGOZZI, Ricerche sull’attività della scuola di Pavia, ha trovato il più fertile terreno di dibattito nel 1967 in occasione del IV Congresso Internazionale di studi sull’alto medioevo. Si tengano in particolare conto, oltre alla già citata lezione di Pagnin, le lezioni di GUALAZZINI, La scuola pavese, di ARNALDI, Pavia e il «Regnum Italiae», di BRÜHL, Das «Palatium» von Pavia, e anche il discorso inaugurale di MOR, Pavia capitale.

[31] È la consacrazione di un ruolo le cui premesse sono state chiaramente illustrate da Costamagna (AMELOTTI-COSTAMAGNA, Alle origini del notariato, pp. 147-298) e che incontra ampie, seppur diverse, conferme in altri centri dell’Italia Settentrionale. Si volga in particolare l’attenzione ai casi a noi più vicini di Genova (di tutti i lavori di Costamagna sull’argomento, cf. almeno La triplice redazione dell’«instrumentum» e Il notaio a Genova), di Milano (LIVA, Notariato e documento a Milano) e di Piacenza (PECORELLA, Studi sul notariato a Piacenza).

[32] I rapporti tra mundum e imbreviatura, anche quando quest’ultima non è menzionata nei documenti in modo esplicito, sono precisati nelle note introduttive ai diversi atti. Mignonus Carianus, che roga tra il 1151 e il 1180, è fra i primi notai pavesi a impiegare sicuramente le imbreviature (cf. doc. del 1169 novembre 4, n. 23).

[33] Si segua, a esempio, la produzione del notaio Guilielmus (1167-1191), per il quale cf. nota introduttiva al doc. n. 11. La continuità del formulario medievale per quanto riguarda le permute (cf. tabb. 3, 4, 5) può essere puntualmente verificata tenendo conto di VISMARA, Ricerche sulla permuta nell’alto medioevo. Più in generale uno studio sulla persistenza di leggi e istituzioni romane e barbariche nei documenti medievali dovrà tenere presente FREZZA, L’influsso del diritto romano, pp. 1-108.

[34] Si delimita con tale termine la zona dell’attuale provincia di Pavia, sulla sponda sinistra del Ticino e del Po, compresa secondo una ricorrente definizione medievale «de intus Papia, Mediolanum et Laude» (cf. SORIGA, Documenti pavesi sull’estimo, pp. 322-5). Una ulteriore precisazione va fatta a proposito della locuzione «Campagna pavese», impiegata nella tab. 3 con lo stesso significato che ha nei documenti qui editi: indica la fascia ristretta disposta a semicerchio a ridosso della città, al di qua del Ticino.

[35] II dilemma circa l’accoglimento o meno nella presente edizione di documenti che, in quanto munimina, non presentano alcun riferimento diretto o indiretto al monastero, è sempre risolto con sicurezza sulla base delle note archivistiche vergate nel verso delle pergamene, tenendo anche conto della registrazione dei documenti negli inventari dell’archivio di S. Pietro in Ciel d’Oro.

[36] Soltanto quattro documenti richiamano esplicitamente nel formulano l’anno della natività. Si osservi però che l’uno è copia autentica del sec. XIII (n. 142) e che gli altri sono munda redatti tra la fine del sec. XII e i primi decenni del sec. XIII (nn. 23 [A], 217, 221).

[37] CAU, La data cronica, pp. 55-7.

[38] Circa gli usi cronici dei notai non pavesi cf. docc. nn. 80, 150, 188, 203, 204, 205, 206.

[39] Tale computo, ignorando il «bis VI kal. martii» del calendario romano per indicare il 24 febbraio, fa corrispondere al «VI kal. martii» il giorno 25 febbraio, al «VII» il giorno 24 e così via. A questa regola sembra adeguarsi il notaio Nicholaus (Indice dei notai, p. 429) in un doc. (ASMi, AD, pergg., S. Maria Teodote, cart. 670, fasc. 280a) del 1184, «die dominico, duodecimo kal. marcii, ind. secunda» = 1184 febbraio 19 e il notaio Artonus (Indice dei notai, p. 427) in un doc. (ASMi, AD, pergg., S. Cristoforo, cart. 632, fasc. 264b) del 1200 «die veneris, tercio decimo kal. marcii, ind. tercia decima» («ma tercia») = 1200 febbraio 18. Ma il notaio Manfredus de Pontenovo (Indice dei notai, p. 428), che in un caso impiega il calcolo «medievale» (doc. in Arch. Capitolare di Pavia, pergg. 1208, «die veneris, nono kal. marcii, ind. undecima» = 1208 febbraio 22), in altro caso mostra di conoscere il calcolo classico (doc. ASMi, AD, pergg., S. Maria delle Cacce, cart. 646, fasc. 272 a, 1212, «die mercurii, octavo kal. marcii, ind. quinta decima» = 1212 febbraio 22).

[40] La scelta contraria, adottata da diversi editori, susciterebbe perplessità soprattutto nei casi in cui il divario tra giorno del mese e giorno della settimana è di due o più unità. Il nostro criterio tiene anche conto del fatto che in regime di instrumentum i periodi, a volte non brevi, intercorrenti tra l’eventuale minuta e l’imbreviatura (ma anche tra quest’ultima e il mundum) rendevano più facile lo sbaglio nel momento in cui il notaio si trovava nella necessità di ricostruire un elemento della datazione dimenticato nella precedente fase di redazione: ed è proprio il giorno della settimana il dato che più verosimilmente poteva essere omesso nella stesura dei primi frettolosi appunti. Non si è però mancato di proporre ambedue le datazioni quando una scelta precisa era preclusa dalle eccessive scorrettezze del notaio nell’uso delle tecniche del calendario (cf. doc. n. 25).

[41] Oltre che dei citati lavori di Pagnin, Brühl e Schroth-Köhler (cf. nota 2), si dovrà tenere conto delle pagine di CAPITANI, Chiese e monasteri pavesi nel sec. X, soprattutto pp. 118-22. Andranno inoltre consultati: ROBOLINI, Notizie, III, passim; MAIOCCHI-CASACCA, Codex Diplomaticus S. Augustini, I, pp. XXIII-XXVII; LANZANI, Le concessioni immunitarie, pp. 22-33, oltre alle tesi di laurea di ACHILLI, Ricerche storico-diplomatiche sul monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro; RAMELLA, Ricerche sulla proprietà fondiaria di S. Pietro in Ciel d’Oro; STROZZI, I possessi del monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro.

[42] Tale ricostruzione sarà corredata di una carta geografica di tutti i possessi del monastero risultanti dai documenti pubblici e privati.

[43] D Fr. I. 455, pp. 357-60.

[44] Per il quadro storico di questo periodo con riferimento anche al ruolo giocato da Pavia cf. Storia di Milano, IV, pp. 79-112, ma anche DRAGONI, Il comune di Pavia, pp. 72-107 e PAGANINI, Spunti per uno studio sui monasteri pavesi, pp. 179-201.

[45] Cf. nota introduttiva al doc. n. 102. Secondo la testimonianza di Opicino (Anonymi Ticinensis liber, p. 12) è Olrico che procede alla traslazione, dalla chiesa di S. Adriano in S. Pietro in Ciel d’Oro, delle ossa di Liutprando. Cf. al riguardo anche GIANANI, Opicino de Canistris, pp. 192-3, nota 148, dove peraltro gli anni estremi di governo di Olrico (1169-1193) vanno corretti in 1169-1195.

[46] Cf. nota introduttiva al doc. n. 69 e gli altri documenti in essa citati.

[47] Si tenga presente come campione significativo la zona di S. Sofia, oltre S. Lanfranco, la cui messa a coltura, iniziata negli anni trenta e quaranta del sec. XII (in questo senso concordano le testimonianze riportate nel doc. n. 74), continua nella seconda metà del secolo mediante coltivazioni di cereali e impianti di nuovi vigneti (cf. le investiture relative a questa zona elencate nella tab. 3, nota 9).

[48] Norme per le pubblicazioni, pp. VII-XXIV.

[49] PRATESI, Una questione di metodo, pp. 312-33.

[50] Sono scelte che tengono ovviamente conto dell’ampio dibattito che si è sviluppato in questi ultimi decenni intorno al problema di edizione dei documenti latini medievali e che dipendono in parte da soluzioni, che ci sono parse persuasive, adottate già da altri editori. La mancanza di norme comuni rende quanto mai variegato per impostazione e per metodo il quadro delle edizioni di documenti latini. Per tale ragione è stato seguito con interesse il progetto promosso dalla Commissione Internazionale di Diplomatica di unificare le norme sulla base delle esperienze maturate nei diversi paesi europei. Si tratta di un tentativo che ha preso le mosse dal «Colloque de Barcelone» del 2-5 ottobre 1974 e che si è concretizzato in una relazione particolareggiata presentata da Bautier in occasione del V Congresso Internazionale di Diplomatica, Parigi 12-16 settembre 1977, e ora edita, con ritocchi marginali, sotto il titolo di Normes internationales pour l’édition des documents médiévaux. La bibliografia più significativa sui criteri finora adottati dagli editori delle diverse nazioni europee è in Normes internationales cit., p. 15 ss.; cf. anche TOGNETTI, Criteri per la trascrizione, pp. 11-64.

[51] L’integrazione del titolo è stata normalmente effettuata nei documenti pervenutici in regesto moderno (cf. l’elenco nelle tabelle 1 e 2).

[52] Così, a esempio: «Albericus advocatus monasterii» e «Iohannes scutifer abbatis». È inutile aggiungere che, in tali casi, la scelta dell’iniziale minuscola è mantenuta anche quando, in altro contesto, la qualifica professionale non è seguita dal relativo complemento di specificazione.

[53] I documenti pervenutici solo in microfilm sono elencati nella tab. 2, nota 3.

[54] Oltre al repertorio di Olivieri (Dizionario di toponomastica lombarda), le fonti più familiari per chi si occupa di toponomastica e di onomastica delle istituzioni ecclesiastiche pavesi sono: Opicino (Anonymi Ticinensis liber, pp. 4-16 e GlANANI, Opicino de Canistris, pp. 160-209), il catalogo per l’estimo del 1250 (SORIGA, Documenti pavesi sull’estimo, pp. 318-27), il catalogo del «secondo quarto del sec. XV» desunto dal «Liber datiorum» (SORIGA, Una «Concordia», pp. 67-72), le «Rationes decimarum» (CHIAPPA MAURI, La Diocesi pavese, pp. 84-115). Sono anche di indubbia utilità: ROBOLINI, Notizie, III, pp. VII-LXXI; GALLI, Toponomastica pavese; CERRI, In giro per la Diocesi; GIANANI, La «Charta Consuetudinum». Tra l’inedito va almeno segnalato il Compartitus cleri Papiensis (Pavia, Biblioteca Universitaria, ms. Ticinese 196, sec. XV), del quale è in corso l’edizione a cura di Giovanna Forzatti.

[*] Come traspare dell’impianto del volume i curatori hanno lavorato in stretta collaborazione in tutte le fasi della ricerca. Va tuttavia precisato che Ettore Cau ha curato l’edizione dei documenti nn. 1-40; Maria Antonietta Casagrande Mazzoli dei docc. nn. 41-132; Ezio Barbieri dei docc. nn. 133-233. A quest’ultimo è pure dovuta la stesura dei Regesti dei documenti non editi (pp. 417-423). Gli indici sono frutto di lavoro comune, mentre l’indice dei nomi propri e delle cose notevoli è opera di Ezio Barbieri ed Ettore Cau.

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