Il Barocco

Lo stile vetrario veneziano godette di largo successo per tutto il XVII secolo e continuò massiccia la emigrazione dei vetrai di Murano e la fortuna della vetraria alla façon de Venise. Alla divulgazione delle composizioni vetrarie veneziane contribuì la pubblicazione del ricettario L’Arte Vetraria del fiorentino Antonio Neri nel 1612.
Già alla fine del XV secolo è testimoniato l’uso del vetro nella produzione di posateria, anche se l’utilizzo di questo materiale si limitava alla realizzazione delle impugnature. Nel corso del Seicento vi sono diversi esempi di posateria interamente realizzata in vetro, che restano a testimoniare la raffinatezza e la ricercatezza raggiunta dalla produzione vetraria. Realizzati ad imitazione di analoghi tipi metallici, i cucchiai insieme a forchette e coltelli non venivano in realtà utilizzati ma piuttosto esibiti nelle case dei ceti più elevati.

Cucchiaio, Museo Civico Ala Ponzone - Cremona

Cucchiaio, Museo Civico Ala Ponzone - Cremona.

Non mancano forme bizzarre e zoomorfe e, soprattutto nel XVIII secolo, forme d’uso tipicamente locali decorate alla veneziana.
Mentre i cristalli d’uso erano ancora essenziali pur con differenti proporzioni rispetto al Rinascimento, i vetri decorativi divennero sempre più complessi.

Ampolla gemina, Museo Civico Ala Ponzone - Cremona

Ampolla gemina, Museo Civico Ala Ponzone - Cremona. Le bottiglie a corpo gemellare si svilupparono, a quanto si ipotizza, come oggetto a due elementi comunicanti per la distillazione dell'acqua; cominciarono in seguito ad essere adoperate come contenitore per olio e aceto, probabilmente nel corso del XVI secolo. Questa particolare forma risulta tipica della produzione settecentesca non solo veneziana ma anche "à la façon de Venise"

Calice, Musei Civici del Castello Visconteo - Pavia

Calice, Musei Civici del Castello Visconteo - Pavia.

Le coppe o i gambi dei calici e le pareti delle bottiglie erano decorate da condoni pizzicati a ‘morise’ o ad alette. I gambi assumevano forma di serpenti intrecciati o di decorazioni floreali, i graffiti a punta di diamante erano estrosi e ricchi di fori, foglie, animali.

Verso la fine del XVII secolo l’egemonia veneziana andò progressivamente riducendosi, fino a cedere il passo a nuove realtà vetrarie, soprattutto quella boema e quella inglese. La Boemia era una area vetraria di rilievo grazie alla vasta estensione di foreste che fornivano combustibile e piante, dalle cui ceneri ricavare le ceneri fondenti. Verso il 1570 i vetrai boemi impararono a purificare la potassa con i metodi che i veneziani dalla metà del XV secolo applicavano alla soda e ad usare il biossido di manganese come decolorante.

L’incisione a rotina su vetro, sviluppata a Praga alla corte di Rodolfo II di Asburgo negli ultimi anni del XVI secolo, derivò dalla incisione su pietra dura, praticata da raffinati incisori chiamati a corte. Operando per incisioni sovrapposte si scavava a varie profondità ottenendo figurazioni che apparivano a bassorilievo per effetto ottico. Da qui ebbe origine un’arte vetraria basata sulla percezione del vetro come materiale scultoreo.

Nel 1683 Michael Müller, per primo in Boemia, ottenne anche il rosso rubino all’oro.

Dall’anno 1700 circa la incisione, divenuta più profonda, si raffinò e fu influenzata dallo stile decorativo francese: girali, grottesche, cimieri, ritratti di sovrani, figure di santi, allegorie, scene di caccia. La produzione boema fu massiccia: nel 1799 in Boemia erano attive settantanove vetrerie con tremila dipendenti.

Dopo la raffinata produzione inglese alla façon de Venise, la vetraria inglese fu protagonista di una rivoluzione tecnologica. Il mercante londinese George Ravenscroft, che aveva risieduto per affari a Venezia, fondò nel 1673 una vetreria, dove impiegò anche vetrai veneziani, ed iniziò sperimentazioni sul vetro cristallino, supportato dalla Glass Seller’s Company, organo di controllo sulla produzione vetraria. Nel 1674 Ravenscroft ottenne un brevetto per una particolare sorta di vetro cristallino che assomiglia al cristallo di rocca. Tale vetro veniva chiamato anche ‘flint glass’ perché ottenuto con ciottoli quarzosi calcinati simili a quelli del fiume Ticino usati a Venezia. La sua composizione instabile però determinava molto presto all’interno della parete una fitta rete di craquelure. Per migliorare la composizione, nel 1676 Ravenscroft introdusse quindi nella miscela ossido di piombo nella proporzione del 27% con funzione di stabilizzante, probabilmente in ciò ispirato dalle ricette dell’Arte Vetraria di Antonio Neri, tradotto in inglese nel 1662.

Con questo nuovo vetro sonoro e brillante realizzò calici, bicchieri, piatti, coppe, brocche e bottiglie caratterizzati da dettagli di matrice veneziana ma modellati per lo più in forme di moda in Inghilterra, come il tipico posset pot. Dal 677 egli marchiò i suoi prodotti con la testa di un corvo, ‘raven’ in inglese. Si ritirò nel 1679.
Il brevetto di Ravenscroft decadde nel 1681 e da allora il cristallo al piombo divenne patrimonio comune dei migliori vetrai inglesi. Presto, dal 1690 circa, le decorazioni a caldo (nervature a stampo e applicazioni) vennero tralasciate a favore di forme essenziali e slanciate. Il solido stelo a balaustro dei calici, che a volte presenta una bolla d’aria interna, venne più tardi sostituito da uno stelo rettilineo applicato, talvolta interrotto da solidi nodi, o ricavato, tirando, dal fondo stesso della coppa (‘drawn-stem’).

Lo stile e la tecnica vetraria boema ed inglese si diffusero in tutti i paesi europei. La Francia, già meta della immigrazione di vetrai provenienti da Venezia e da Altare, fu attratta dal nuovo vetro boemo. Importò vetro boemo e, nella seconda metà del XVIII secolo, produsse vetro alla façon de Bohême.

In Spagna la Catalogna rimase fedele alle lavorazioni a caldo di matrice veneziana sfruttate però nell’ambito di una produzione di stile estroso prettamente locale.

Anche Venezia cedette al vetro boemo, importandone in quantità. I muranesi si adeguarono alle nuove esigenze rifondendo fin dall’inizio del XVIII secolo semilavorati e rottami provenienti dalla Boemia.
La incisione a rotina venne introdotta a Venezia nella seconda metà del XVII secolo grazie alla immigrazione di incisori tedeschi, che ebbero allievi locali più esperti nella decorazione di specchi che in quella dei soffiati. Briati fu produttore di cristalli, lampadari, ‘deseri’ o trionfi da tavola, mobili decorati da intarsi vitrei. I cristalli potassici veneziani non attiravano i compratori stranieri, che invece prediligevano le avventurine, i vetri colorati e i lattimi decorati a smalto: tutte produzioni nelle quali si distingueva la famiglia Miotti, che marchiò lattimi dipinti con smalti dai brillanti colori dal 1727 al 1747.

Piastra ovale in avventurina, Musei Civici del Castello Visconteo - Pavia

Piastra ovale in avventurina, Musei Civici del Castello Visconteo - Pavia. Molto particolare è l'impiego dell'avventurina in questo caso utilizzata come supporto di un tema figurativo, mentre solitamente, veniva tagliata come una pietra dura e impiegata soprattutto per la produzione di manici, di coltelli, di bottoni, di orecchini, di tabacchiere, di piccole scatole, oppure veniva inclusa a macchie nei soffiati. Gli smalti con i quali è stato raffigurato il tema della Natività sono in alcune parti perduti, poiché sono stati resi a freddo senza ricuocerli, in quanto l'avventurina non poteva essere ricotta, nel qual caso il suo aspetto si sarebbe modificato. Questa pasta vitrea fu così denominata poiché veniva ottenuta "più per ventura che per scienza". Si perse il segreto della sua fabbricazione verso la fine del Seicento ma fu recuperato dai Miotti, una famiglia di vetrai muranesi, che per tutto il XVIII secolo ne detennero la conoscenza esclusiva.

Due elementi di arredo ebbero largo successo nel periodo barocco: lo specchio e il lampadario. Lo specchio di vetro era già prodotto a Venezia all’inizio del XVI secolo, soffiando un grande cilindro, poi tagliato ed appiattito. Il lavoro di levigatura e specchiatura era successivamente affidato agli specchieri, artigiani specializzati di Venezia. Nella seconda metà del XVII secolo vennero realizzati specchi pesantemente strutturati con cornici pure di specchio e di vetro blu con incisioni e decorazioni dipinte a freddo. Quelli del XVIII secolo sono più lievi, spesso con cornici di legno intagliato e dorato, talvolta con figure incise al centro.

Sono noti lampadari prodotti a Venezia all’inizio del XVIII secolo con struttura in bronzo ed elementi pendenti di cristallo a faccette. Sono alla façon de Bohême, ad imitazione dei lampadari prodotti in Boemia in quel periodo. In realtà essi derivavano dai lampadari in bronzo o ottone con pendagli di cristallo di rocca (poi anche di vetro cristallo) a faccette, prodotti in Francia nella seconda metà del XVII secolo.
Le fornaci veneziane presto però proposero un nuovo tipo di lampadario, la ‘ciocca’ (letteralmente: mazzo di fiori) per le decorazioni caratteristiche a policromi fiori vitrei. Nella seconda metà del XVIII secolo si citano nelle carte veneziane lampadari a ‘colonna’, alla ‘cinese’ e moderni, questi ultimi forse proprio decorati con fiori. I più sontuosi presentano elementi decorativi lavorati a caldo sostenuti da una struttura metallica completamente rivestita di elementi soffiati di vetro: lampadari a ‘bossette’ (a boccette). Altri più semplici hanno bracci autoportanti di vetro.

Set di piattini, Museo Civico Ala Ponzone - Cremona

Set di piattini, Museo Civico Ala Ponzone - Cremona. L'elemento esagonale costituiva il centro di questo piccolo set, corredato da sei piattini trapezoidali, di cui ne restano quattro, che potevano essere composti attorno ad esso. Questo particolare insieme si potrebbe inscrivere in quella fase che nel tardo '700 vide una genesi degli usi della tavola, con la comparsa di servizi composti da diversi elementi - ciò valido soprattutto per quanto concerne i bicchieri - e parallelamente con la seriazione e specializzazione dei vari pezzi da mensa, un fenomeno che finirà per assumere grosse proporzioni nel secolo successivo. In questa fase oltre tutto è frequente l'impiego dell'oro come rifinitura: l'uso di questi profili dorati ed anche il gusto per oggetti con pareti non totalmente lisce ma sagomate, si trovano anche nella produzione spagnola. Non sono stati trovati comunque confronti validi per questo set, per il quale si preferisce non avanzare alcuna ipotesi sul luogo di produzione.