Le collezioni del vetro in Lombardia: Cremona e Pavia

Museo Civico Ala Ponzone di Cremona

Al Museo Civico di Cremona sono conservati diversi gruppi di recipienti in vetro, provenienti in parte da donazioni, in parte da rinvenimenti locali, di ambiti produttivi e cronologie fortemente disomogenei.
Il nucleo numericamente più consistente, tuttavia, è costituito dai materiali di provenienza territoriale certa o probabile, entrati in Museo grazie alla consegna di privati cittadini, ad acquisti oppure, in anni più recenti al deposito della Soprintendenza. Il materiale proviene da contesti sia tombali che di abitato venuti alla luce nel XIX e XX secolo: prevale il vetro comune verde-azzurro soffiato in forma o liberamente, seguito dal vetro sottile colorato; le tecniche di decorazione non sono particolarmente elaborate, anche se non mancano esempi di materiale inciso di pregio. Di singolare interesse i reperti tardoantichi provenienti dall’area della cattedrale ritenuta già in antico a destinazione sacra. La maggior parte dei vetri integri o frammentari considerati provengono da due siti che in età romana rivestivano una grande importanza: Cremona, colonia di diritto latino nel 218 e Calvatone – Bedriacum vicus dell’agro cremonese. Da questo sito provengono tipologie differenti: forme da mensa in vetro corrente verde-azzurro o incolore, per lo più soffiato liberamente ma anche soffiato o fuso entro matrice, pertinenti a coppette, piatti, bicchieri e bottiglie. Non mancano frammenti in vetro marmorizzato e millefiori blu scuro o nero.
Cronologicamente i vetri sembrano maggiormente attestati nel periodo compreso fra la fine del I e il II secolo inoltrato. La maggior parte dei pezzi sembra prodotta da officine localizzabili in area mediopadana. Non mancano tipologie riferibili all’area dell’Italia nord-orientale: certamente i manufatti di Aquileia avranno raggiunto , attraverso la grande arteria fluviale costituita dal fiume Po, l’area centro-padana. Scarse invece le testimonianze di traffici commerciali con l’area occidentale. Occorre considerare le attestazioni di vetri anche pregiati orientali, centro-italici e transalpini: infatti se la presenza di molti reperti bollati o di forme particolarmente legate alla distribuzione di prodotti mette in evidenza la vocazione commerciale dell’area, non si può sottovalutare l’importanza della richiesta di oggetti di pregio da parte dei possessores delle domus rinvenute nei contesti urbani o delle villae dissemintate nell’agro cremonese.
I materiali medievali e post-medievali si presentano tutti in stato frammentario e nella maggioranza dei casi sono privi di qualsiasi contesto di rinvenimento. Si tratta di un nucleo di frammenti pertinenti nella quasi totalità ad oggetti da mensa in uso comune che appartengono a diverse tipologie tendenzialmente ben segnalate in Italia centro-settentrionale.
La maggior parte degli oggetti non compresi tra i materiali di provenienza archeologica rientra nella produzione veneziana di alto livello che contraddistingue il periodo che va dal tardo XV al XVI secolo. L’esiguità degli esemplari è compensata dall’estremo interesse di alcuni pezzi. Infatti pur essendo inquadrabili in tipologie note di questa fase produttiva parte di essi rientrano in gruppi scarsamente diffusi, unici nel loro genere.
Rientrano nel genere di oggetti destinati ad una clientela elevata, e testimoniano come anche successivamente Venezia continuasse a mantenere una posizione di preminenza tra le manifatture europee.

Musei Civici di Pavia

Vetri antichi
La raccolta di vetri di età romana dei Musei Civici di Pavia gode di meritata notorietà anche al di fuori dell’ambito specialistico per la varietà e la bellezza dei materiali esposti, rappresentati in gran parte da esemplari integri di provenienza funeraria. Dal punto di vista archeologico la sua importanza è accresciuta dal collegamento, accertato per buona parte dei pezzi, con l’antica Ticinum o con il territorio circostante sia per gli esemplari appartenenti ai nuclei collezionistici che hanno alimentato soprattutto nel corso del XIX secolo la raccolta archeologica pavese, che per i materiali quantitativamente poco rilevanti acquisiti in epoca recente.
Si può ritenere che anche gli esemplari per i quali non si dispone di alcuna indicazione di provenienza siano stati rinvenuti per la maggior parte in area urbana o nel territorio pavese.
Anche se nella generalità dei casi non è possibile ricostruire per i singoli oggetti il contesto di provenienza, la vasta documentazione acquisita nel corso del tempo sulle necropoli del territorio pavese, consente la valutazione storica del manufatto all’interno del rituale funerario attestato nell’area padana centroccidentale, in quello che è stato talora indicato come il comprensorio del Ticino.
Sostanzialmente analoga si presenta la situazione documentaria per l’Oltrepò, che non appartiene alla circoscrizione municipale del Ticinum (come del resto, probabilmente, la parte più occidentale della Lomellina) e sembra risentire, nella cultura materiale, di tendenze culturali diverse, forse più condizionate dalle direttrici di traffico provenienti dall’Italia che da quelle sviluppate dall’area adriatica lungo la rete dei percorsi fluviali.

Il legato Luigi Malaspina di Sannazzaro
La collezione dei vetri di Luigi Malaspina di Sannazzaro (1754-1835) è parte integrante della sua vasta e singolare raccolta che comprendeva stampe, dipinti, disegni, antichità egizie, gemme, epigrafi e diversi manufatti di arte applicata.
I vetro sono menzionati per la prima volta in un elenco manoscritto, redatto dallo stesso Malaspina, databile intorno agli anni 1829-1832 e nel quale sono descritti gli oggetti di “arti meccaniche” da lui collezionati ed ordinati per materia e tecnica di lavorazione. I manufatti più antichi figuravano, talvolta accanto a quelli di produzione contemporanea, poichè erano accomunati dal tipo di tecnica impiegata.
Tra i “vetri o cristalli o paste vitree” dell’elenco redatto dal Malaspina, prevalgono i manufatti esemplificativi di particolari tecniche, con composizioni figurate, appartenenti a periodi storici differenti, dove molto raramente l’autore di tali opere è menzionato.
L’attenzione maggiore di Malaspina è comunque rivolta ai vetri dipinti, che sono più numerosi nella sua collezione rispetto ai manufatti vitrei.
Il criterio nella scelta dei pezzi è sempre il medesimo, l’interesse per il tipo di tecnica, esemplificato da manufatti “antichi” e da altri di “moderna invenzione” ma sui quali “in vario modo vengano esercitate le Arti del Disegno”.

Museo Civico di Crema e del Cremasco

La maggior parte dei reperti vitrei custoditi è il risultato di ritrovamenti sporadici da parte di privati. L’unica eccezione è costituita dai pezzi dello scavo effettuato nel 1958 presso il Duomo di Crema. Forse proprio per le caratteristiche dei ritrovamenti, prevalgono i vetri collocabili cronologicamente dall’età tardoantica al medioevo. Difficoltosa è l’individuazione delle officine di produzione che si possono localizzare in area gallica o nel Mediterraneo orientale.
I vetri medievali sono rappresentati da bicchieri e bottiglie.

Museo Civico Archeologico Platina di Piadena

I rinvenimenti occasionali effettuati nell’area dell’antico vicus di Bedriacum hanno fornito la maggior parte dei reperti.
Un nucleo di oggetti meno consistente ma molto importante per integrità e contesto proviene invece dal territorio di Piadena, in particolar modo dalla piccola necropoli gallo-romana scoperta casualmente negli anni ’50. I corredi rinvenuti consentono di collocare le sepolture entro un arco cronologico compreso tra l’inizio del II sec. a.C. e tutto il I sec. d. C.
Se le forme rinvenute nei contesti tombali sono pertinenti quasi esclusivamente a balsamari del tipo e del colore più comune, una maggiore varietà di oggetti è riscontrabile tra i reperti seppure frammentari, provenienti da vecchi scavi o dalle raccolte di superficie.
Oltre ai consueti vetri da mensa, piatti, coppe, bicchieri e bottiglie, sono testimoni della vitalità dei territori i rinvenimenti dei fondi bollati coi marchi C. Salviu Gratis, L. Publici. Ai contenitori si affiancano svariati oggetti d’ornamento, da toeletta e da gioco che, seppur decontestualizzati, completano un panorama piuttosto ricco pur nella sua esiguità. Notevole è la presenza di un buon numero di frammenti incolori, o meglio, decolorati intenzionalmente, caratteristica che conferiva valore aggiunto all’oggetto vitreo al pari di altre colorazioni meno usuali ma più evidenti come il blu cobalto o il giallo bruno. I reperti offrono un’immagine esauriente dell’offerta di prodotti provenienti da manifatture nord-italiche che i circuiti commerciali accostavano a merce di pregio, di probabile origine orientale, destinata inevitabilmente ad essere acquisita e consumata dagli esponenti delle classi più agiate, almeno fino al IV secolo.

Museo Civico di Castelleone

La collezione dei vetri si è formata essenzialmente grazie a donazioni successive da parte di un privato cittadino appassionato di archeologia, che a volte ha indicato non solo la zona del ritrovamento, ma anche gli oggetti insieme ai quali è stato reperito il pezzo. I dati rintracciabili riportano esclusivamente a contesti funerari, sia per il materiale di cultura preromana che per quello di età romana.
Sono presenti forme piuttosto correnti e diffuse nell’impero romano.