Il Parco di Monza dall'Unità d'Italia alla Seconda Guerra Mondiale

Il Parco di Monza e il nascente Stato italiano

Dopo un primo periodo di parziale disinteresse da parte della casa reale italiana per il Parco di Monza, i giardini e la Villa ebbero un nuovo periodo di splendore con Umberto I, salito al trono nel 1878. Gli interessi del sovrano, tuttavia, si concentrarono più sulla villa, poiché commissionò importanti lavori di trasformazione ed abbellimento ad Achille Majnoni d’Intignano, a Luigi Tarantola e al marchese di Villamarina. Negli ultimi due decenni vennero studiati interventi di ampliamento delle numerose cascine agricole presenti nel parco, ma quasi nessuno venne eseguito.

Monza, Parco Reale, incisione pubblicata da “L’Illustrazione Italiana” nel mese di ottobre del 1875 raffigurante l’imperatore Guglielmo I durante una battuta di caccia.Monza, Parco Reale, incisione pubblicata da “L’Illustrazione Italiana” nel mese di ottobre del 1889 raffigurante “Il Viale dei Carpini dal Viale del Mirabello”Monza, Parco Reale, incisione pubblicata da “L’Illustrazione Italiana” nel mese di ottobre del 1889 raffigurante la “Villa Mirabellino”Monza, Parco Reale, la facciata della Villa Reale rivolta verso il parco in un’incisione del 1891 pubblicata su “Le Cento Città d’Italia”

I primi due decenni del XX secolo

Dopo il redicidio del 29 luglio 1900 (l’anarchico Briesci uccise Umberto I) la villa conobbe un ventennio di sostanziale abbandono. Con il Regio Decreto del 3 ottobre 1919 Vittorio Emanuele III donò a differenti associazioni le proprietà monzesi della famiglia reale. All’Opera Nazionale Combattenti cedette la zona settentrionale del parco, posta oltre viale Cavriga; all’amministrazione statale lasciò la restante porzione del parco con le relative costruzioni, ad eccezione della Villa Mirabellino, regalata all’Opera Nazionale Orfani Infanti, e di circa cinquanta ettari situati nei pressi del Convento delle Grazie, ceduti alla Scuola Superiore d’Agricoltura di Milano.
Monza, Villa Reale, il complesso architettonico in relazione al suo contesto urbano in una mappa del 1914 Numerose furono le proposte di trasformazione del parco a seguito della donazione dei Savoia, e molteplici le proposte avanzate. Giacchi e Viganoni proposero la costituzione di una società privata che acquistasse il parco per costruirvi una città giardino, mutuata dai modelli anglosassoni e collegata direttamente con il capoluogo lombardo. Il progetto prevedeva di destinare 205 ettari all’edificazione di una grande città giardino principale, dotata anche di una stazione ferroviaria all’interno del parco. Questa nuova città sarebbe stata circondata da una fascia verde di 278 ettari, destinata a boschi e campi sportivi, oltre la quale sarebbe sorta una seconda città giardino, dalle dimensioni assai più modeste (55 ettari). Il progetto, inoltre, prevedeva in una vasta area di circa 85 ettari l’edificazione di numerosi servizi pubblici, tra i quali gli uffici postali, la sede di una cooperativa sociale e i bagni pubblici.

Gli anni Venti

Monza, Villa e Parco Reale, mappa del 1920 Nel 1920 il Parco venne ceduto ad un apposito consorzio costituito dal Comune di Milano, dal Comune di Monza e dalla Società Umanitaria, che perseguì logiche di massimo sfruttamento dell’area, contribuendo a ulteriori trasformazioni del parco. Due anni dopo, alla Società per l’Incremento dell’Automobilismo fu concessa un’area di 370 ettari su cui costruire l’ Autodromo, proposta caldeggiata dal senatore Silvio Benigno Crespi, presidente della Banca Commerciale Italiana e dell’Automobile Club d’Italia. Il progetto fu affidato all’architetto Alfredo Rosselli, coadiuvato dall’ingegner Piero Puricelli, che presentarono l’idea di un circuito a “doppio anello” esteso su una vasta area posta a settentrione del Viale di Vedano fino a lambire Viale Cavriga. Il progetto fu bocciato dal Ministero della Pubblica Istruzione e dalla Commissione per la Conservazione dei Monumenti di Antichità e di Arte della provincia di Milano, perché giudicato troppo invasivo del patrimonio boschivo e paesistico del parco. Rosselli e Purricelli redassero, allora, un secondo progetto, basato sulla compenetrazione di due circuiti distinti (“pista stradale” e “anello d’alta velocità”) uniti anche attraverso la “curvetta”.
Nel medesimo anno (1922) la SIRE (Società incremento Razze Equine) ottenne un’area centrale del parco di circa 100 ettari per l’edificazione di un nuovo Ippodromo, la cui matrice culturale ed architettonica è da ricercare nei modelli figurativi e costruttivi anglosassoni e francesi. Il progetto fu affidato all’architetto Paolo Vietti-Violi il quale, costretto a ripensare alla struttura da lui ideata perché le sue idee furono giudicate troppo invasive, pensò ad un impianto più compatto con solo due piste per la corsa, un’imponente struttura di tribune lignee, un ristorante e alcuni locali per le scommesse.

Gli anni Trenta

Monza, Villa Reale, il complesso architettonico in relazione al suo contesto urbano in una mappa successiva al 1936 Al terzo decennio del XX secolo risale la concessione per l’edificazione di un campo da golf, realizzato nell’area nord-orientale del parco su una superficie di circa 90 ettari. La progettazione fu affidata all’architetto anglosassone Peter Gannon e all’ex maggiore dell’esercito inglese Cecil Blandford, entrambi ritenuti tra i migliori golf designer europei. Essi progettarono un campo da golf dalle contenute dimensioni, limitandosi a realizzare una struttura a 9 buche. Ben presto, però, l’impianto fu ampliato aumentandone il numero fino a 18. La progettazione della Club-house venne affidata all’architetto Portaluppi, che trasformò la struttura originaria della Fagianaia adattandola alle nuove necessità. Successive modificazioni interessarono tutto il complesso sportivo interagendo con la struttura originaria del Parco di Monza. Risale al 1958, infatti, un nuovo ampliamento del campo da gioco, portato a 27 buche, e la costruzione della moderna club-house progettata dall’architetto Vietti.
Nel 1934, per regia decisione, la Villa Reale, gli annessi giardini e gran parte dell’ampio parco originario vennero ceduti gratuitamente ai comuni di Milano e di Monza, che tre anni dopo decisero l’acquisizione dell’area posta a settentrione di viale Cavriga, di proprietà dell’Opera Nazionale Combattenti. La seconda metà degli anni Trenta, dunque, coincise con un rinnovato interesse per il grande parco monzese e con un processo culturale virtuoso, che ne rivalutò positivamente la storia e il valore paesistico, in un processo dal quale non rimase esclusa anche la carta stampata, che diede ampio spazio al dibattito in corso. Tra i numerosi articoli apparsi sulla stampa nazionale e locale particolarmente significativa è la serie di articoli pubblicata nel 1937 con il titolo “Commedie e Tragedie del Parco di Monza”, firmata da un anonimo autore con lo pseudonimo Black. Ricostruendo alcune fasi storiche del parco egli affermava: “Da una parte non si comprese come avesse cambiato scopo e destinazione e fosse finito il tempo del Parco di Monza georgico e silenzioso: dell’altra parte si fece, è doveroso dirlo, eccessivo affidamento alla cosa locata e si credette di poterne disporre così e come si converrebbe di un terreno qualsiasi che viene locato. Peggio anzi: si dimenticò la bellezza e la regalità del Parco e soprattutto che si trattava di un’autentica opera d’arte che voleva essere conservata […] Non si comprese allora che con tale frazionamento del Parco, con la voluta e segnata mancanza di un unico indirizzo d’uso, si cadeva giocoforza nello sfruttamento per lo sfruttamento e nella voluta e segnata distruzione e sfasatura dell’intero Parco […] Il Parco deve essere, deve tornare ad essere un tutto unico! Senza diritti per nessuno, senza concessioni fuor di luogo per nessun più mai”.