Palazzo Perabò

Laveno-Mombello (VA)

Indirizzo: Lungolago Perabò, 5 - Cerro, Laveno-Mombello (VA)

Tipologia generale: architettura per la residenza, il terziario e i servizi

Tipologia specifica: palazzo

Configurazione strutturale: L'edificio è composto da un corpo di fabbrica ad impianto quadrangolare sviluppato su due piani di altezza al centro del quale si apre un ampio cortile quadrato con portici al piano terra e logge al piano superiore. Il fronte principale dell'edificio ha un disegno simmetrico caratterizzato da un sequenza regolare di aperture con davanzali in pietra e presenta al centro un portale lapideo con ghiera in bugnato. Il cortile interno comprende tre lati porticati ad archi ribassati su colonne tuscaniche in granito di Baveno ed un lato chiuso dal fabbricato. Al primo piano tutti i quattro lati del cortile sono contraddistinti da un elegante loggiato con archi quasi a tutto sesto. Al piano terra alcuni locali conservano volte unghiate, al piano superiore i locali dell'ala sud sono caratterizzati da coperture a volte mentre nell'ala nord vi sono prevalentemente soffitti lignei.

Epoca di costruzione: ultimo quarto sec. XVI

Descrizione

Palazzo Perabò, oggi sede del Museo Internazionale del Design Ceramico e Civica raccolta di Terraglia, è uno dei più significativi edifici civili del territorio del Verbano caratterizzato da una singolare struttura architettonica organizzata attorno ad un interessante cortile porticato su quattro lati. Il palazzo è ubicato nella località di Cerro ed è affacciato verso il bacino del centro lago nel quale si scorgono le Isole Borromee. L'edificio è composto da un corpo di fabbrica ad impianto quadrangolare sviluppato su due piani di altezza al centro del quale si apre un ampio cortile quadrato con portici al piano terra e logge al piano superiore. Il palazzo si trova in posizione leggermente rialzata rispetto al lungolago al quale è collegato da una breve scalinata affiancata da due rampe laterali. Il fronte principale dell'edificio è orientato a ovest verso il lago e ha un disegno simmetrico caratterizzato da un sequenza regolare di aperture con davanzali in pietra. Al centro del prospetto si apre il portale centrale lapideo con ghiera in bugnato ai lati del quale vi sono due balconi. In origine sopra il portale vi era probabilmente una loggia successivamente tamponata. Il fronte meridionale del palazzo è affacciato verso un giardino delimitato da siepi mentre sul lato ovest vi sono un terrapieno e una piccola corte. Dal portale si accede all'elegante cortile interno con pavimentazione in lastre lapidee attorno al quale si sviluppano i corpi di fabbrica che compongono l'edificio. Al piano terra il cortile comprende tre lati porticati ad archi ribassati su colonne tuscaniche in granito di Baveno ed un lato chiuso nel quale si apre un androne di passaggio verso una piccola corte retrostante. Il lato ovest del cortile è costituito dal solo porticato chiuso alle estremità dai locali del lato sud e nord. Al primo piano tutti i quattro lati del cortile sono contraddistinti da un elegante loggiato con archi quasi a tutto sesto su alte colonne doriche che conferiscono all'insieme un effetto di maggiore leggerezza. Al piano terra in alcuni locali destinati ad esposizione temporanee ed uffici del museo si conservano volte unghiate e un camino in pietra con teste leonine. Da una scala ubicata sul lato meridionale del cortile si accede al piano superiore in cui sono allestite le sale della collezione permanente del museo. Nell'ala sud i locali sono caratterizzati da coperture a volte mentre nell'ala nord vi sono prevalentemente soffitti lignei. Il locale sull'angolo sud ovest ha una volta a padiglione unghiata che presenta al centro un riquadro dipinto che rappresenta una figura femminile con quattro putti. Il locale successivo è caratterizzato invece da una volta a padiglione unghiata con una serie di peducci. Al centro dell'ala orientale del palazzo vi è il salone principale che conserva un pregevole camino in macchiavecchia d'Arzo e un riquadro dipinto al centro della volta a padiglione che rappresenta degli amorini. Oltre il salone vi è una sequenza di locali fra loro comunicanti caratterizzati da soffitti lignei e dalla presenza di fregi dipinti in parte rovinati e rimaneggiati. Nella prima sala il fregio comprende alcune scene di paesaggio entro cornici mistilinee mentre nella stanza seguente vi sono motivi floreali e vegetali. La terza sala ubicata al centro del lato settentrionale ha un soffitto ligneo in parte dipinto con motivi vegetali e un fregio con alcune cornici mistilinee in una delle quali si distingue una scena di caccia e alcuni tondi con figure femminili e maschili. La sala seguente ha anch'essa un soffitto ligneo in parte dipinto e un fregio che rappresenta una finta balconata sopra la quale si scorgono vasi e alcuni uccelli. Nell'ultima sala il fregio è stato molto rimaneggiato e raffigura angeli musicanti inseriti in una finta cornice architettonica.

Notizie storiche

Le origini del palazzo sono legate alla famiglia Guilizzoni alla quale appartennero diversi notai iscritti al collegio milanese e attivi fra il XIV e XVII secolo. Già alla metà del Quattrocento Martinolo Guilizzoni risultava proprietario di un consistente patrimonio immobiliare a Ceresolo, Cerro e Leggiuno. Il palazzo fu costruito probabilmente alla fine del XVI secolo da un ramo della famiglia Guilizzoni, arricchitosi con il commercio del carbone e in seguito nobilitato dal titolo di conte di Monticello Novarese ottenuto nel 1698. Alla prima fase tardo cinquecentesca del palazzo sembrano risalire alcuni ambienti del piano terra e del piano primo caratterizzati da volte unghiate con peducci e un camino in pietra conservato in un locale al piano terra. L'edificio fu interessato da nuovi lavori nel corso del Seicento come testimoniano la data 1660 incisa su un architrave al piano terra e una serie di fregi dipinti al primo piano. Il palazzo dei Guilizzoni, una delle residenze più prestigiose del territorio, fu ricordato anche da Lazzaro Agostino Cotta nel 1690. Ad una fase successiva tra la fine del XVII secolo e l'inizio del XVIII secolo sembrano invece riconducibili due riquadri affrescati conservati nelle sale al primo piano. Nelle mappe del Catasto Teresiano il palazzo aveva un impianto sostanzialmente coincidente con l'attuale planimetria e all'epoca apparteneva al conte Gian Antonio Guilizzoni. Nel 1731 la proprietà fu ereditata dal figlio, il conte Giuseppe Guilizzoni, che risiedeva a Milano in un palazzo in Porta Vercellina e utilizzava saltuariamente la residenza di Cerro. Nel 1763, ormai in età avanzata, il conte Giuseppe Guilizzoni decise di rinunciare alle proprie sostanze a favore delle due figlie Teresa e Isabella e nel 1765 fece redigere un atto notarile con il quale assegnava ai mariti delle figlie, Antonio De Lemene e Antonio Annoni, le rispettive quote del patrimonio immobiliare. In questa occasione il palazzo di Cerro fu assegnato a Isabella Guilizzoni e al marito Antonio Annoni. Nel 1773 dopo la morte del conte Guilizzoni fu redatto un inventario degli arredi del palazzo dal quale risulta che all'epoca l'edificio comprendeva anche una cappella privata, una biblioteca e un ambiente denominato stanza dell'Aquila. Nel 1799, a seguito della morte di Isabella Guilizzoni, la proprietà di Cerro fu ereditata in forza di un fidecommesso da Luigi De Lemene, figlio di Teresa Guilizzoni. Da Luigi il palazzo fu trasferito nel 1821 alla vedova Caterina Boldrini e al fratello Francesco De Lemene, sacerdote, che divenne in seguito l'unico proprietario dell'edificio. Dopo la sua morte, nel 1846, la proprietà di Cerro fu ereditata da due sacerdoti Francesco Longhi e Amos Dolcini e nel 1849 pervenne a Giuseppe Longhi, erede di Francesco Longhi. Nel 1855 il palazzo fu ceduto dal Longhi alla Causa Pia Luvini che rimase proprietaria dell'edificio per nove anni fino al 1865 quando fu decisa la vendita all'asta. Il palazzo fu acquistato dal sacerdote Leopoldo Perabò de' Colombari che nel suo testamento stabilì di destinare l'edificio a sede di un'Opera Agraria. Nel 1883 il palazzo fu quindi trasferito all'Opera Pia Perabò ma fu utilizzato come sede dell'Istituto solo a partire dal 1906 e al suo interno trovarono posto anche la scuola elementare e un ambulatorio pubblico. Dal 1943 il palazzo fu destinato a sede di una casa di riposo per anziani attiva fino al 1966 quando la proprietà fu ceduta al Comune di Laveno che nel 1969 diede avvio ad un intervento di restauro dell'edificio per farne la sede di una civica raccolta di terraglia inaugurata il 9 maggio del 1971. In occasione di questo cantiere fu demolita una porzione di fabbricato che era stata aggiunta sull'angolo sud ovest del palazzo. Nel 2010 l'edificio è stato interessato da alcuni lavori per la formazione di servizi igienici e per migliorare l'accessibilità del piano terra.

Uso attuale: intero bene: museo

Uso storico: corpo principale: abitazione, ambulatorio, casa di riposo per anziani, scuola, sede ente morale

Condizione giuridica: proprietà Ente pubblico territoriale

Riferimenti bibliografici

Besozzi L.M., Verbanus, I Guilizzoni di Cerro notai, mercanti e conti (XV-XVIII sec.), 1998

Venezian R., Varese: vicende e protagonisti, Civica Raccolta di Terraglia, Bologna 1977, 3, pp. 336-341

Fonti e Documenti

La storia del Palazzo Perabò

Credits

Compilazione: Leoni, Marco (2013)

Aggiornamento: Caspani, Pietro (2015)

Descrizione e notizie storiche: Leoni, Marco

Fotografie: Leoni, Marco

  Scheda completa SIRBeC (formato PDF)

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