Consorzio della Misericordia di Santa Maria dei nobili da Fin (1459 -)

Sede: Fino del Monte

Tipologia ente: ente di assistenza e beneficenza

Progetto: Opera pia Misericordia di Santa Maria dei nobili da Fin

Il Consorzio della Misericordia di S. Maria dei Nobili Da Fino venne costituito il 4 giugno 1459 da Galeazzo da Fino, esaudendo il desiderio del proprio zio, frate Leone del terzo ordine di San Francesco, con il fine di sollevare dalla povertà i discendenti della nobile casata De Fine abitanti nelle località di Fino, Somasio, Rovetta e Onore.
Le rendite ottenute dai beni lasciati da frate Leone venivano gestite da tre amministratori, per soccorrere i più bisognosi della parentela, e per dispensare farina e "cacio salato", la vigilia di Natale, a tutti gli appartenenti al Consorzio, senza distinzione fra poveri e ricchi. (1)
Il Consorzio con i suoi statuti non era dissimile da analoghe istituzioni di varia titolazione mariana diffuse sul territorio e in particolare nelle zone rurali e nelle valli alpine, ma aveva una peculiarità: nel Consorzio gli appartenenti coincidevano di fatto con i beneficiati e solo in taluni casi con i benefattori e fanno parte tutti di un gruppo parentale.
La parentela, così come i comuni vicini, gestiva in comune alcuni beni di sua proprietà. Nella sua relazione sullo stato della bergamasca al Senato veneto del 1596, il capitano di Bergamo Giovanni Da Lezze scrive della "terra dei d'Affin" nel paragrafo dedicato a Onore (2) come ente amministrato da "deputati" e un da "canevaro", ufficiali che facevano evidentemente capo a un'organizzazione di tipo vicinale staccata dalle altre comunità di Valle, e che, come precisa lo stesso Da Lezze, non aveva diritto di rappresentanza nel consiglio della Valle Seriana Superiore.
Gli appartenenti alla parentela, nel corso del sec. XV e poi soprattutto dei secc. XVI e XVII assunsero cognomi differenti da "Fino" o "Da Fino", derivanti dai vari soprannomi con cui si identificavano i diversi rami della famiglia originaria; in progresso di tempo cominciarono ad emergere altre famiglie che attraverso l'acquisto dei beni dei Da Fino, vennero poi iscritte negli estimi cittadini. Questo rafforzò lo spirito di clan della parentela, tanto che il Consorzio continua a tutt'oggi a identificare, in ossequio alle tavole di fondazione, i propri appartenenti e i propri assistiti con i soli discendenti della parentela Da Fino.
Una manifestazione di questo spirito, unitamente alla volontà di differenziazione può essere all'origine dell'elezione della chiesetta di San Salvatore a chiesa della Misericordia, tale edificio venne ottenuto nel 1614 al termine di un contenzioso sostenuto davanti al Tribunale della Sacra Rota contro le monache di Santa Chiara.
Nel corso del sec. XVII al Consorzio si aggregarono altri istituti fondati per volontà di appartenenti alla parentela: alla Cappellania di San Salvatore, disposta da Giacomo da Fino e aggregata al Consorzio nel 1610 per sentenza della Sacra Rota, seguirono nel corso del sec. XVII la Cappellania di San Giovanni per disposizione testamentaria di Marco Bellini di Roma e l'Istituto dei Poveri Bellini per volontà di Marino Bellini di Venezia. I beni legati ai nuovi lasciti entrarono a far parte della dotazione del Consorzio e da esso gestiti sia in ossequio alla volontà del fondatore del Consorzio, sia con riguardo alle particolari disposizioni dei diversi legatari. La curia di Bergamo continuò a vigilare sull'operato del Consorzio e sulla gestione dell'istituto originario e su quella degli istituti aggregati.
Nel periodo della dominazione veneta il Consorzio fu soggetto al controllo dei rettori veneti e il suo patrimonio non sfuggì alla pressione fiscale di Venezia.
Per quanto riguarda la normale amministrazione, al Consorzio veniva fatto obbligo di far fruttare i beni lasciati dal fondatore e dai successivi benefattori e di produrre regolare contabilità relativa alla gestione del suo patrimonio, da sottoporre periodicamente al controllo dei rettori veneti. A differenza dell'autorità ecclesiastica, l'autorità veneta non era particolarmente interessata al tipo di distribuzione che veniva effettuata, quanto alla conservazione e all'utilizzo del patrimonio immobile.
Per il resto il Consorzio aveva completa libertà di reggersi sulla base delle indicazioni fornite dal fondatore.
Con l'avvento della dominazione napoleonica e soprattutto del codice napoleonico, anche la materia relativa alla beneficenza venne trattata in maniera del tutto nuova e da parte del governo centrale fu esercitata sulle istituzioni benefiche una vigilanza più attenta.
Per tutto il periodo napoleonico il Consorzio, in quanto "patronato di privata famiglia" continuò ad amministrarsi autonomamente, sulla base delle tavole di fondazione, e sfuggì alla concentrazione nella locale Congregazione di carità.
Successivamente il Regno Lombardo-Veneto, in tema di assistenza e beneficenza, aveva ereditato dal Regno Italico le Congregazioni di carità, istituite con decreto del 5 settembre 1807.
La Congregazione era retta da tre amministratori, nominati dalla Deputazione comunale, fra cui erano sempre presenti il parroco locale e il primo deputato del comune. Ad un esattore, di durata triennale, era invece affidata la redazione dei conti, la scritturazione dei contratti e la riscossione dei crediti. Sia la nomina degli amministratori che quella dell'esattore dovevano essere approvate dal Delegato provinciale. Nel 1819 il governo austriaco diede un nuovo assetto all'organizzazione della beneficenza e della pubblica assistenza con le risoluzioni relative alla distinzione degli stabilimenti di beneficenza in universali (a carico dello Stato), locali (a carico della beneficenza locale) e privati. Gli istituti privati, furono mantenuti con fondi privati e diretti da "particolari direttori". Con circolare governativa del 13 ottobre 1819 i Luoghi Pii Elemosinieri presero il posto delle Congregazioni di carità.
Il Consorzio, secondo la ricostruzione dei fatti richiamata in un documento del 1863 (2), continuò ad amministrarsi sulla base delle tavole di fondazione. Dal 1827 venne equiparato ad un qualunque Luogo Pio Elemosiniere e sottoposto alla tutela e sorveglianza delle autorità superiori dato che, beneficiando di fatto la maggior parte degli abitanti di Fino e di Onore, avrebbe dovuto essere considerato istituto di natura pubblica. Da quella data infatti al Consorzio venne fatto obbligo di compilare i bilanci preventivi.
Con il passaggio dal Regno Lombardo-Veneto al Regno d'Italia gli istituti di beneficenza vennero sottoposti a una nuova normativa. In particolare la legge sulle Opere pie, datata 3 agosto 1862, che dispose la riorganizzazione degli enti assistenziali.
Le opere pie furono comunque sottoposte alla tutela delle rispettive Deputazioni provinciali, presiedute dai Prefetti, per l'approvazione dei conti consuntivi, dei contratti di acquisto e di vendita di immobili e delle delibere che coinvolgevano l'asse patrimoniale. Le Deputazioni provinciali facevano capo al ministro dell'interno, il quale si riservava poteri di semplice vigilanza sul regolare andamento amministrativo degli enti caritativi. Sulla base degli art. 3, 4 e 20. della legge sulle Opere Pie la Deputazione provinciale deliberò che il Consorzio venisse richiamato alla sua vera natura di istituzione patronale della Famiglia dei Nobili da Fino e venissero quindi messe nuovamente in vigore le norme per la relativa gestione determinate dalle tavole di fondazione. Il Consorzio venne quindi sottratto all'amministrazione della locale Congregazione di carità. Nel 1904 venne redatto e approvato dal consiglio di Reggenza un nuovo "statuto organico e regolamento". Nel 1911, al termine di una vertenza sorta con la Prefettura circa la natura giuridica dell'ente, il Consorzio fu obbligato a compilare un nuovo statuto.
Nel 1938 venne dibattuto il problema relativo all'eventuale fusione o concentramento del Consorzio nell'Ente Comunale di assistenza (ECA) fra il podestà di Rovetta con Fino, il Consorzio, la Prefettura e il Ministero dell'Interno. Il Prefetto, considerando le finalità dell'ente (a beneficio dei soli discendenti del testatore), non ritenne opportuna la fusione con l'Ente comunale di assistenza e nemmeno applicabile il concentramento. Il problema relativo all'opportunità di fondere il Consorzio nell'Ente comunale di assistenza venne riproposto dopo circa un trentennio dalla Prefettura che, considerando inadeguate le entrate del Consorzio per assolvere ai compiti istituzionali, ne propose il concentramento nell'ECA. Tale proposta incontrò la ferma volontà dei componenti del Consorzio a non aderire al progetto di fusione e i rilievi negativi del sindaco del comune di Fino del Monte e del presidente dell'ECA che confermarono la bontà dello stato finanziario del consorzio medesimo.
Il Consorzio continuò ad esistere, inquadrato come IPAB fino a tempi recentissimi, sottoposto alla vigilanza della Regione Lombardia in coordinamento con i servizi sanitari. Nello scorso mese di luglio 1998 ha ottenuto la depubblicizzazione (3) ed ha acquisito la denominazione di Ente morale di diritto privato, iscritto al registro delle persone giuridiche.

Notizie tratte da A. Zaccarelli, Consorzio della Misericordia di Santa Maria dei Nobili da Fin di Fino del Monte, Storia dell'ente, Inventario dell'archivio, Bergamo, 1998

Note
(1) La dispensa in cacio salato e frumento venne sostituita nel 1731 da quella in sale, che si mantenne fino al 1912 anno in cui venne eliminata per disposizioni della Commissione provinciale di assistenza e beneficenza pubblica.
(2) Cfr. Giovanni Da Lezze, Descrizione di Bergamo e suo territorio 1596, cc. 222v.-223r.
(3) Si tratta del verbale della seduta del 9 aprile 1863 della Deputazione provinciale di Bergamo, attorno alla costituzione della Misericordia di Santa Maria. Nella premessa che precede la deliberazione vengono richiamati gli atti trasmessi in data 2 novembre 1862, dalla Sottoprefettura alla Prefettura. (cfr. serie "Statuti", n. 11 e n. 13).
(4) Decreto regionale n. 4198 (sett. 948) del 29.07.98.

Compilatori
Zaccarelli Annalisa, Archivista