Chiesa di S. Pietro

Gemonio (VA)

Indirizzo: Via Isonzo (Nel centro abitato, isolato) - Gemonio (VA)

Tipologia generale: architettura religiosa e rituale

Tipologia specifica: chiesa

Configurazione strutturale: La chiesa che oggi si presenta a tre navate, era in origine a navata unica, raddoppiata subito dopo. La navata destra risale al Quattrocento. Al suo interno è possibile ammirare affreschi di ottima fattura risalenti ad un periodo compreso tra il XV ed il XVII secolo. Il piazzale antistante la chiesa è circondato dalle cappellette della Via Crucis, costruite nel 1768

Epoca di costruzione: sec. XI - sec. XV

Descrizione

Non distante da Leggiuno, ma inclusa con la Valcuvia nella diocesi di Como, la chiesa di S. Pietro è tra le più note del Verbano orientale.
Non è facile capire se la doppia navata sia originaria o esito di un raddoppio dell'aula, e in tal caso a quando risalga l'ampliamento.
La terza navata, quella meridionale, è frutto di una ulteriore aggiunta del xv secolo circa.
Il campanile di Gemonio è il prototipo di una tipologia di campanile assai comune nel Varesotto, contraddistinta da proporzioni slanciate e da una massa muraria compatta, con specchiature sovrapposte ad archetti pensili in cui trovano posto le aperture: semplici feritoie e monofore a spalle dritte. Il coronamento superiore di questi campanili è stato alterato spesso in età moderna per l'impianto di moderni castelli campanari, e possiamo così solo immaginare che il piano terminale di bifore fosse normale. La storiografia ha riconosciuto in tale tipologia una ripresa di modi propri dell'architettura lombarda di pianura. È però vero che i più antichi testimoni superstiti o documentati a Milano e Pavia (S. Vittore al Corpo, S. Satiro, S. Trinità a Milano, Ss. Gervasio e Protasio, S. Marino) potrebbero essere successivi, sia pur di poco, rispetto ai primi esemplari nel comitato del Seprio. È palese ad ogni modo la distanza con altre tradizioni costruttive come quella comasca, portate a svuotare la canna dei campanili e a negarne la massa con una progressione ascendente di polifore, e la fedeltà a un modulo che predilige la solida consistenza delle superfici murarie lisce.
Nel campanile di S. Pietro su un alto zoccolo si impostano quattro piani definiti da specchiature con tre archetti pensili, di disegno irregolare in piccoli scapoli di pietra.
I peducci sono appuntiti e arcaici. La cella campanaria che conclude la canna è frutto di un rifacimento recente. La muratura è quella comune nei campanili dell'alto Varesotto anche dopo la metà del secolo: un allestimento disordinato ma robusto di materiale morenico posto di piatto, granito, pietra calcarea, ciottoli fluviali e inclusioni laterizie. Il campanile del S. Eusebio di Casciago, a cinque specchiature concluse da un numero variabile di archetti (dai tre ai cinque) è identico, più avvertito forse nell'apparecchiatura muraria e nell'allineamento e scansione dei registri: da cui una ipotesi di datazione di poco successiva, al secondo quarto del secolo.
Le alte monofore sono a spalle dritte ed archivolto leggermente rientrante all'imposta, dalla caratteristica linea fungata. Monofore simili si vedono a Gemonio e a Barzola, vicino ad Angera, nel campanile dei Ss. Cosma e Damiano. In questo caso (metà xi secolo; forse più tarda la cella) lo schema si arricchisce nella veste decorativa: il numero delle arcatelle aumenta, le ghiere delle finestre risaltano del contrasto cromatico tra pietra e cotto - espediente decorativo povero che si ritrova altrove, come nelle finestre della cripta di S. Donato a Sesto Calende - le bifore della cella vengono segnalate da un sopracciglio (come a S. Sebastiano a Lesa, a Gottro, nel S. Calocero di Caslino d'Erba etc.), e come nel territorio di Varese si trova invece solo ad Avigno, sulla sponda occidentale del Ceresio, e a Ligurno. Si può ritenere che il Varesotto sia stata una delle aree più importanti per l'elaborazione di uno specifico schema di campanile, snello e compatto, diffusosi poi in altre regioni alpine: nel Comasco (S. Agata di Moltrasio), nel Novarese (S. Brizio di Vagna), nel Ticinese (S. Lorenzo di Clavo) etc. È da questo tipo, in ultima analisi, che discendono i più monumentali esemplari della regione: le svettanti torri di Taino e del S. Vittore di Arcisate, i possenti campanili della Valtravaglia, di Nasca e Domo, a cui va aggiunto quello del cimitero di Germignaga, e infine i due campanili di S. Alessandro ad Angera e di Corgeno, sul lago di Comabbio, simili anche nel registro inferiore a doppia specchiatura con archetti pensili binati.

Notizie storiche

Resta plausibile la successione delle fasi di costruzione suggerita da M. Magni (1960) a conclusione dei lavori di restauro. A una primitiva cappella ad aula absidata, che si vorrebbe poter legare al terminus della (falsa?) donazione di Liutprando del 712 al cenobio pavese di S. Pietro in Ciel d'Oro, seguì un rifacimento che, pur preservando l'icnografia a navata unica con abside, comportò l'ingrandimento di tutta la struttura, di cui sopravvive solo la porzione superiore del perimetrale sud, come setto murario tra navata centrale e navatella meridionale, caratterizzato da piccole finestrelle a doppio strombo di tipo arcaico. Il rifacimento potrebbe dunque datarsi agli ultimi decenni del X secolo. A questa fase va ascritto l'altare a blocco con la fronte modulata da due arcate cieche, decorato a monocromo in rosso con motivi geometrici e astratti circolari di ascendenza altomedievale. Attorno al 1010-1020 circa si eresse il campanile in prossimità dell'angolo nord-ovest della chiesa, sull'allineamento dell'originario perimetrale nord dell'aula, e si ampliò in seguito l'edificio con l'aggiunta di una navata sul lato settentrionale (non è convincente l'ipotesi di una ricostruzione unitaria del blocco navata maggiore-navatella nord sostenuta da Bertoni e Cervini 2003). Su questo lato come detto si aprono finestre più aggiornate rispetto a quelle della navata maggiore, a doppio strombo, luce ampia e piano inclinato verso l'esterno, secondo modalità che M. Magni voleva dell'ultimo quarto del x secolo, ma che meglio si accordano con una datazione ai primi decenni dopo il Mille. Fu in questa occasione che si riedificò l'abside maggiore, con un partito decorativo ad archetti pensili binati: i peducci modanati assai larghi e le lesene impostate su un alto zoccolo hanno fatto avanzare datazioni molto più alte (X sec.) di quella corretta, al secondo quarto dell'XI. Arslan aveva pensato a improbabili influssi ravennati e veneti (Montecchia di Crosara), ma va ricordato che in area comasca e ticinese si trova spesso un simile modulo dilatato (S. Martino a Sonvico e i più tardi S. Nicolao di Giornico, S. Benedetto in Val Perlana, S. Carpoforo). A Gemonio esisteva dunque nei primi anni dell'XI secolo una chiesa a due navate absidate, frutto di due fasi differenti ma solo di poco successive. La terza navata, quella meridionale, è frutto di una ulteriore aggiunta del XV secolo circa. L'impianto a due navate era assai più diffuso di quanto oggi non sembri, a partire dai secoli altomedioevali (S. Martino di Mendrisio, S. Pietro a Sureggio di Lugaggia, S. Giovanni sull'Isola Comacina), nella regione alpina lombarda e nella fascia dei laghi.

Uso attuale: intero bene: chiesa

Uso storico: intero bene: chiesa

Condizione giuridica: proprietà Ente religioso cattolico

Credits

Compilatore: Ribaudo, Robert (2013)

Compilazione testi: Schiavi, Luigi Carlo

Responsabile scientifico testi: Cassanelli Roberto; Piva Paolo

Fotografie: BAMS photo Rodella/ Jaca Book; Caspani, Pietro

Ultima modifica scheda: 27/01/2017

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