Il pubblico e gli allestimenti

Il percorso espositivo di un museo di storia naturale rispecchia la concezione della natura, lo sviluppo e lo stato delle scienze naturali e il gusto estetico di un’epoca. A partire dalla seconda metà dell’800, alla base degli allestimenti, accanto alla ricerca scientifica emerge sempre di più l’esigenza della divulgazione, segnando così una mutazione del rapporto con il pubblico.
Tra Otto e Novecento si assiste a un graduale passaggio dalle vetrine ricolme di scheletri ed esemplari impagliati o sotto alcool, tipiche dei musei ottocenteschi, ai pittoreschi diorami con gli animali nel loro habitat , privilegiati dai musei novecenteschi. E gli allestimenti del Museo di Storia Naturale di Milano si collocano proprio in questa fase cruciale della museologia naturalistica.

I tempi di realizzazione dell’edificio sono lunghi e proprio a cavallo del secolo: il progetto risale al 1888; nel 1892, terminato il corpo centrale d’ingresso e l’ala sud-ovest verso via Palestro, il trasloco delle collezioni ospitate a Palazzo Dugnani; nel 1907 si conclude la parte dell’edificio su corso Venezia; nel 1919 l’apertura di tutte le 23 sale. Tre direttori si susseguono: dal 1882 al 1890 l’abate geologo Antonio Stoppani che imposta gli spazi interni; dal 1893 l’antropologo Tito Vignoli che si occupa del trasloco e dell’allestimento fino al 1907; il mineralogista Ettore Artini dal 1911 al 1927. I bombardamenti dell’agosto 1943 distruggono buona parte delle raccolte, e il museo ricostruito dopo fu molto diverso.

planimetria del corpo centrale dell'edificio e disposizione dei locali nei piani 1889

Planimetria del corpo centrale dell’edificio e disposizione dei locali nei piani 1889. Biblioteca MSNM, fondo Disegni.

Lavori in corso 1893-1919
Il museo immaginato da Antonio Stoppani si basava su un percorso circolare lungo il perimetro che puntava su una esposizione sistematica e ordinata, concezione lontana dal caos dei locali bui e sovraffollati di Palazzo Dugnani.  Terminata la costruzione della prima parte dell’edificio, si allestiscono nel corpo centrale i laboratori, gli studi dei direttori di sezione, e le aule.
Dal momento che il museo non era concluso, anche l’assetto delle sale era sottoposto a cambiamenti rispetto alle previsioni. La mancata creazione della sezione botanica escludeva il prezioso erbario del fondatore e primo direttore Giorgio Jan. Allo stesso modo l’etnografia e la paleontologia non vengono più considerate di competenza del museo, e sono destinate al costituendo polo museale del Castello.
Le sale aperte tra il dicembre 1895 e la fine del secolo presentavano  al pubblico le raccolte scientifiche seguendo il criterio della classificazione sistematica. Le sale erano imbiancate e prive di motivi ornamentali, diversamente dalla scelta del Naturhistorisches Museum di Vienna inaugurato qualche anno prima, ricco di motivi ornamentali sulle pareti a richiamare i contenuti esposti.

Al direttore Vignoli erano ben presenti i criteri che, rispecchiando i progressi delle scienze naturali, dovessero ispirare gli allestimenti dei musei moderni: la divisione tra le collezioni di studio e quelle per il pubblico con i soli tipi principali; la formazione di raccolte locali accanto a quelle generali; l’organizzazione di conferenze scientifiche. Ma le intenzioni sono attuate solo in parte, ad esempio non vengono realizzati i gruppi biologici e viene accantonata la separazione delle raccolte per il pubblico da quelle per gli studiosi per mancanza di spazio nei magazzini. Maggiore spazio viene dato alle varie sezioni di raccolte locali, regionali o italiane, grazie alla presenza di numerose collezioni lombarde donate dai naturalisti che avevano collaborato con il museo, dallo stesso Stoppani ai fratelli Villa.

I musei si evolvono: più spazio alla divulgazione
Dal percorso espositivo abbozzato da Stoppani nel 1888 all’apertura definitiva del 1919 erano passati trent’anni, nel corso dei quali la museologia naturalistica si era evoluta, come mostravano i diorami e i gruppi di habitat sul modello dei musei statunitensi come l’American Museum of Natural History di New York e il Field Museum di Chicago. Il Natural History Museum di Londra già dal 1900 impostava le sale con collezioni introduttive corredate da pannelli didattici, tavole colorate e fotografie: l’animale era rappresentato nel suo ambiente naturale piuttosto che in serie di esemplari osteologici, impagliati o sotto alcool chiusi in scaffali e vetrine.
A Milano il primo tentativo in questo senso avviene nel 1919 con una sala destinata ai mammiferi italiani, presentati in modo da riprodurre ambiente e atteggiamenti, con esemplari preparati dal laboratorio tassidermico del museo. Ecco dunque il lupo dell’Appennino, le faine della Lombardia con tanto di galline sgozzate, le marmotte arrampicate sulle rocce, e un esemplare di foca monaca dalla Sardegna. Lo zoologo Bruno Parisi che aveva allestito la sala rispecchiava una sensibilità per le tematiche ambientaliste e la tutela del paesaggio – recepita anche in Italia, ad esempio con la legge del 1922 per la tutela delle bellezze naturali voluta da Benedetto Croce – e la creazione dei primi parchi naturali.

Il dibattito sugli allestimenti
Nel corso degli anni trenta risultò sempre più evidente la mancanza di spazio per le collezioni e l’inadeguatezza degli allestimenti. Alla comunità scientifica italiana era ben chiara la modernità dell’innovativo Palais de la dècouverte di Parigi inaugurato nel 1937, come i diorami dell’American Museum of Natural History di New York, con la sua African Hall abitata da famiglie di gorilla, leoni e okapi realisticamente ambientati nelle ombre della foresta o nell’assolata savana.
Segnali venivano anche dal nuovo Museo di Storia Naturale della Venezia tridentina inaugurato a Trento nel 1930, nato per valorizzare con la ricerca naturalistica una regione creata a tavolino, dove prevalevano i temi della conoscenza, della tutela del territorio e dell’ambiante montano.

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Sala di paleontologia, allestimento 1913, 1925. Gruppo biologico nella sala della fauna d’Italia, allestimento 1919, 1925. (Archivio fotografico MSNM, cart. Cartoline museo).

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Sala dei mammiferi , gruppo biologico nerlla vetrina del giaguaro, 1965 (Archivio fotografico MSNM, cart. Zoologia Mammiferi, vecchie esposizioni)

Come già accennato i bombardamenti del 14 febbraio 1943 colpiscono gravemente il palazzo: danneggiate tutte le coperture e i solai, distrutta una metà dell’edificio, in particolare la metà verso il Planetario, compromesse le collezioni: si salvarono due sale del pianterreno, e una parte delle collezioni che era stata messa al sicuro.
Erano perdute le collezioni identitarie: la collezione ittiologica Bellotti, quella di anatomia comparata di Cornalia, la famosa raccolta ornitologica Turati, e quella erpetologica di Jan.
A guidare la ricostruzione furono i due naturalisti Parisi prima e Moltoni poi, fino alla riapertura provvisoria di due sale nel 1952. Finalmente il museo puntava sulla divulgazione e sui diorami con gli habitat naturali. I primi si realizzarono tra il 1958 e il 1964 nelle sale dedicate alla fauna italiana e alla protezione della natura. Negli anni successivi il museo dei diorami, sempre vagheggiato prima della guerra, diventò realtà con i grandi ricostruzioni ambientali realizzati dagli anni ottanta con la direzione del paleontologo Giovanni Pinna.

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Sala dei rettili, allestimento 1901; danni provocati dai bombardamenti, 15 febbraio 1943 (Archivio fotografico MSNM, cart. Palazzo Museo, documentazione storica)

Ultimo aggiornamento: 24 maggio 2017 [cm]