Introduzione

La singolarità del Rinascimento lombardo, tardivo rispetto ad esempi più illustri, sta nel fatto di affacciarsi in principio, con fenomeni isolati, solo dalla metà del XV secolo
L’incubazione culmina con la decorazione del Foppa nella Cappella Portinari nel 1468. È in questo panorama ricco di influenze, naturalmente toscane, ma anche fiamminghe e con un occhio alla stagione della tradizione gotica, appena passata, che nascono i capolavori del Rinascimento lombardo.

In un primo tempo si tratta, quindi, solo di anteprime, come il borgo di Castiglione Olona del secondo quarto del secolo XV, che non si sviluppano da una temperie comune ma da infiltrazioni isolate di un nuovo linguaggio che si afferma solo nel 1451, agevolato dal nuovo corso di Francesco Sforza e soprattutto con l’arrivo del Filarete a Milano. Egli ancor prima delle novità porta la cultura antiquaria e classicheggiante, innanzitutto di Vitruvio ma anche di nuove tipologie architettoniche come l’ospedale e le “crociere” della Ca’ Granda urbanistiche come la città ideale di Sforzinda, o decorative come le teste “all’antica” applicate sulle facciate, reinterpretate alla lombarda attraverso l’uso del cotto come nella stessa Ca’ Granda o nel Palazzo Mediceo (scomparso).

Contemporaneamente nelle decorazioni pittoriche interne ai palazzi cominciano a comparire cicli mitologici, storie di virtù con filosofi o uomini d’arme, imperatori della romanità. E insieme nasce una poetica tutta lombarda, realistica, aderente all’ambiente e con una forte spinta allo spirito narrativo. Dal punto di vista architettonico, le novità verranno sintetizzate in chiave padana da un ambiente fertile e pronto al rinnovamento come la bottega dei Solari, una famiglia di architetti che, connoterà il carattere del Rinascimento lombardo. Se infatti da una parte rifiutano gli stilemi del portato tardogotico, sposano più pragmaticamente la tradizione materica romanica con i temi rinascimentali.

Tutto ciò non poteva rimanere estraneo alla più grande fabbrica sul territorio, religosa ma promossa dalla signoria e dal suo popolo, il Duomo. Nuove soluzioni e nuovi problemi si affacciano anche lì come nel tiburio, o nelle ambientazioni delle vetrate del De Mottis, ispirate alle architetture del Filarete o dell’Amadeo.

Certosa di Pavia
Certosa di Pavia

Ed è quest’ultimo infatti che materializza le creazioni più originali, partendo dagli insegnamenti del maestro fiorentino: la facciata per la Certosa di Pavia, sintesi tra architettura e decorazione scultorea; la Cappella Colleoni a Bergamo con la facciata rivestita di marmi colorati geometrici con rombi e cubi e con la nuova tipologia di tomba, inconsueto repertorio di iconografie simboliche.

Cappella Colleoni, Bergamo
Cappella Colleoni, Bergamo

Accanto alle virtuose originalità di Amadeo non possono non essere citati i capolavori della bottega di Tommaso Rodari nell’apparato scultoreo esterno della Cattedrale di Como.

Vero spartiacque del Rinascimento maturo rappresenta l’arrivo di Bramante in Lombardia.
Il suo programma è riassunto nell’Incisione Prevedari (conservata alla Civica Raccolta di Stampe Achille Bertarelli di Milano): architetture a pianta centrale e apparato decorativo insieme, ma anche illusionismo prospettico, poi incontrato nel coro di Santa Maria presso San Satiro, ma anche nell’affresco con Argo al Castello Sforzesco.

San Satiro, Milano
San Satiro, Milano

La maturità vera e propria sarà quella raggiunta con l’invito di Leonardo a Milano, chiara volontà della politica sforzesca di Lodovico il Moro di rivaleggiare con le corti più illuminate. Questi si misura coi temi bramanteschi ma ne introduce di nuovi, come il monumento equestre di Francesco Sforza e ne elabora addirittura di avanzatissimi. E persino la sua figura, di tecnico a disposizione del principe, è nuova: l’ingegnere che all’occorrenza è artista, scenografo, architetto, scultore, urbanista e soprattutto pittore, tanto da avere seguaci. Insegna a utilizzare la luce e l’ombra e soprattutto a dosarli per rendere i moti dell’anima, valori che saranno ripropoposti dalla nuova scuola fino al primo decennio del XVI secolo.

In campo scultoreo la figura di spicco appare essere il Bambaja, sensibile ai richiami della classicità nelle sue tombe e poi nei suo capolavori: il monumento funebre del maresciallo di Francia Gaston de Foix, dimenticato per anni, dopo l’arrivo degli spagnoli nel monastero di Santa Marta a Milano, ancora in pezzi e mai completato; e il monumento Birago per la scomparsa chiesa di San Francesco Grande, accomunato all’altro dallo stesso destino di precaria sistemazione. Al di là dei virtuosismi miniaturistici si rispolverano così gli atteggiamenti e i temi della tradizione classica.

Ma tra questi alti esempi, esiste anche un anti-Rinascimento, per dirla alla Battisti, fatta di interpretazione del gusto popolare, di sculture lignee. Qui si possono citare i lavori delle botteghe dei Donati o dei Del Maino, fino ad arrivare al “grande teatro montano” del Sacro Monte di Varallo di Gaudenzio Ferrari, un ideale pellegrinaggio dove architettura, sculture e pittura si fondono insieme. Ma come all’arte colta fa da contraltare un certa interpretazione “volgare”, così accanto a centri di alto livello e di ricerca, come Milano, Bergamo o Brescia, che esprime la felice stagione cromatica del Romanino, Savoldo e Moretto, esistono centri minori, ma non meno importanti, anche dal punto di vista politico, come Mantova.

Qui la corte gonzaghesca aveva promosso un’illuminata quanto ininterrotta attività artistica fin dagli inizi del XV secolo, prima invitando Pisanello, poi attraverso l’attività edificatoria di Leon Battista Alberti, e ancora con gli interventi pittorici del Mantegna, primi fra tutti quelli nella Camera degli Sposi nel Palazzo Ducale.

Palazzo Ducale, Mantova
Palazzo Ducale, Mantova

Il coltivato gusto per la classicità, per l’antiquaria e per le auliche citazioni mitologiche non si interrompe nemmeno nel XVI secolo quando la corte si arricchisce della presenza del mecenatismo di Isabella d’Este che promuove l’arrivo di maestri del calibro di Giulio Romano. Questo, in qualità di “prefetto delle fabbriche” introduce la nuova linfa vitale del classicimo romano e si incarica di dare una spinta propulsiva a interventi edilizi condotti presso il Palazzo Ducale, ma anche per il nuovo Palazzo Te, dove interviene come architetto e come pittore.

Anche a Cremona nel XVI secolo, si afferma, nel cantiere del Duomo, una scuola locale attraverso i contributi di Gian Francesco Bembo o di Boccaccio Boccaccino, e grazie ad interessanti esperienze pittoriche estranee, come quelle del bresciano Romanino o del friulano Pordenone, che preparerà la stagione della pittura controriformistica.

L’ultimo Rinascimento, quello dell’età spagnola per intenderci, esprimerà un nuovo e rinnovato sentire, nuove forme di rappresentazione e di affermazione del potere, soprattutto a Milano, nella villa Simonetta del governatore Ferrante Gonzaga, nel palazzo del banchiere Tommaso Marino, nel palazzo destinato al Collegio dei Giureconsulti o nella Casa degli Omenoni del maestro della Zecca, Leone Leoni.

Palazzo Marino, Milano
Palazzo Marino, Milano

Palazzo dei Giureconsulti, Milano
Palazzo dei Giureconsulti, Milano

Tutti questi esempi hanno in comune facciate tese a forti vibrazioni superficiali attraverso anche un sovraccarico di ornamentazione o con un gioco di ombre e di luci, di pieni e di vuoti, non più in linea con l’austerità della corte sforzesca.

Si prepara così la strada al clima controriformistico, in cui la città diventa laboratorio delle nuove idee tridentine dell’arcivescovo Carlo Borromeo. Le sue “istruzioni” si fanno pietra nella costruzione delle numerose chiese e oratori, attraverso l’opera di Pellegrino Tibaldi, fedele moralizzatore dell’arte e capace architetto della Fabbrica del Duomo, al cui cantiere viene impresso un rinnovato vigore costruttivo. Dal punto di vista architettonico ciò viene tradotto in un un morigerato fasto, come anticipazione dell’imminente linguaggio baroccheggiante. È una stagione fertilissima in cui accanto alle nuove costruzioni dei nuovi ordini vi è la conversione delle vecchie fabbriche con il relativo apparato iconografico devozionale. Per quest’operazione Borromeo preferisce sposare preferibilmente il linguaggio più rassicurante e tradizionalista dei cremonesi fratelli Campi, capaci di illuminare un realismo più alla portata del sentire popolare.
Ma anche questa stagione di manierismi di marca contro-riformistica, di rigore dottrinale e severo fasto spagnoleggiante rappresenta una originalissima espressione artistica che non ha eguali nel panorama del tardo Rinascimento, che si può dire esaurita già con l’ottavo decennio del XVI secolo