Il Settecento

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Il panorama architettonico, fino all’arrivo del Piermarini, appare sostanzialmente quello «di una provincia culturalmente appartata e conservatrice, ma forte e orgogliosa delle proprie tradizioni». E ciò anche in ragione delle norme emanate dal Collegio ingegneri-architetti milanese, che impongono misura ed equilibrio attraverso l’adozione di «tendenze controllate», cui rimangono estranee le «aggregazioni dinamiche», le «compenetrazioni», gli «spericolati funambolismi », propri dell’architettura europea coeva.
Occasionalmente, per fabbriche di grande impegno (le cattedrali di Como, di Milano, di Brescia e di Bergamo), vengono convocati prestigiosi architetti forestieri (Carlo Fontana, Juvarra, Vanvitelli), e non mancano esponenti di una tendenza più internazionale nell’adozione di formule rococò come il Veneroni e il Cassani a Pavia e Lodi o l’intelvese Andrea Nono a Crema.

Imponente è la fioritura delle residenze di villa, in cui trovano espressione le esigenze di autorappresentanza tanto delle famiglie dell’antica aristocrazia, quanto quelle del ceto emergente dei nuovi nobili, mercanti, finanzieri, gestori di appalti.
Giovanni Ruggeri, formatosi a Roma alla scuola del Fontana, è il principale protagonista di questa politica di magnificenza, consacrata nelle due edizioni delle Ville di delizia dell’incisore Marc’Antonio Dal Re (1726, 1743). Molto articolata, impossibile a riassumersi in un breve spazio, è la gamma delle esperienze figurative, dalle precoci aperture settecentesche del Legnanino e del Lanzani, alle scenografiche rivisitazioni seicentesche dell’Abbiati, al sofisticato, elegante barocchetto del Borroni e del Sassi, al rococò poetico e vaporoso del Magatti, a quello più spiegatamente internazionale del Carloni, alla poetica severa e introspettiva del Petrini, che ripropone in chiave moderna, e originale, il naturalismo caravaggesco, attraverso il filtro di Andrea Pozzo e del Serodine. Nella “pittura in piccolo” destinata alle quadrerie il Magnasco, con la sua vibratile stesura di tocco, dispiega una larga e fortunata produzione di paesaggi, rovine, scene di genere, ma affronta anche, a richiesta di una ristretta committenza nobiliare di idee illuminate e progressiste, temi di maggiore impegno etico e sociale, come la satira della nobilità oziosa e decaduta, o la riforma e la moralizzazione degli ordini religiosi, nel rifiuto di forme di devozione teatrali e superstiziose.

Per il governatore Colloredo, il Magnasco eseguì la serie di quattro tele oggi all’abbazia austriaca di Seitenstetten raffiguranti la Biblioteca del convento, il Refettorio dei Cappuccini, la Sinagoga e il Catechismo in chiesa; quest’ultima è un’indimenticabile rievocazione dell’interno del Duomo di Milano, in cui vengono ambientati gruppi di docenti e allievi delle scuole di dottrina cristiana, cui aveva dato impulso la pastorale borromaica.
Importante la presenza in Lombardia di Giambattista Tiepolo che, proprio a Milano, nel quarto decennio del secolo, trova la sua prima affermazione al di fuori dei domini veneziani, inaugurando la sua carriera di maestro internazionale, con l’esito più alto raggiunto nella Corsa del carro del Sole sulla volta della galleria di Palazzo Clerici , luminoso, aereo capolavoro di fantastico illusionismo (1740). Prima di lui, ancora sullo scorcio del Seicento, aveva soggiornato a Milano Sebastiano Ricci, lavorando per qualificati committenti privati nei Palazzi Pagani e Calderara, e lasciando una grande opera pubblica nella Gloria delle anime purganti sulla cupola dell’ossario di San Bernardino alle ossa.

Le tradizioni locali bergamasche sono pervase da un approccio «partecipe ed appassionato» al mondo dei contadini, degli emarginati e dei “pitocchi”, cui il Ceruti conferisce una dignità morale e una individualità in netta antitesi con i risvolti ora allegorici e moraleggianti, ora aneddotici e ironici, quando non allusivamente erotici, che improntano la corrente produzione di genere di altri pittori di minore spessore bene rappresentati nelle collezioni locali come Monsù Bernardo (Eberhardt Keil), il Todeschini (Giacomo Cipper) e Antonio Cifrondi. Dal commosso coinvolgimento delle opere bresciane il Ceruti passa, poi gradualmente ad una rappresentazione più rasserenata delle tematiche pauperistiche, fino ad approdare, negli ultimi decenni della sua produzione, divisa tra Piacenza e Milano, a soggetti di genere e di vita contadina affrontati in chiave arcadica e quasi idilliaca, e risolti con una stesura pittorica levigata, di eleganza esecutiva francesizzante, segno di un mutato clima culturale.

Dagli ultimi esiti cerutiani prenderà l’avvio Francesco Londonio, che nella elegiaca ancorché monocorde piacevolezza delle sue scene di genere offre un’interpretazione del mondo contadino e pastorale in termini rassicuranti di laboriosità e moralità, forse poco credibili ma coerenti con le aspettative e gli orientamenti culturali permeati di razionalismo illuminista del ceto emergente di banchieri, fermieri, e grandi imprenditori che furono i suoi più assidui estimatori e committenti, accanto alle famiglie della vecchia aristocrazia.

Ma con lui, spentosi nel 1783, entriamo ormai nella fase di trapasso alla stagione neoclassica, inaugurata nella “Milano dei Lumi” dalla fondazione teresiana dell’Accademia di Brera (1776).
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Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2015 [cm]