Il regime comunale (sec. XII - sec. XIII)

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L'ascesa degli arcivescovi di Milano

Le origini del comune di Milano sono da ricercarsi nel lento e progressivo sviluppo delle forme di governo degli arcivescovi i quali, pur non avendo mai ottenuto dall’imperatore i diritti comitali, sin dalla metà del X secolo godevano di una autorità pari a quella dei più potenti principi della penisola.

Fu proprio la Chiesa metropolitana a riaffermare quel ruolo di centro di potere politico e amministrativo che la città ambrosiana aveva rappresentato fino all’epoca longobarda e a porre le premesse della sua successiva grandezza.

Nell’anno 979, con l’episcopato di Landolfo Carcano, forte della franchigia della sua chiesa, dell’influenza e dei favori imperiali di cui la sua famiglia godeva, l’arcivescovo divenne di fatto la prima autorità di Milano; un’autorità che non si limitava ai confini della diocesi ambrosiana ma che si estendeva sui territori di numerosi comitati, i cui conti, perdendo gradatamente ogni attiva ingerenza nell’amministrazione della cosa pubblica, consentirono all’arcivescovo di Milano di affermarsi come unico signore del territorio dell’archidiocesi.

Se agli inizi il potere dell’arcivescovo fu solo parzialmente temperato dalle adunanze del popolo, convocate per discutere e risolvere i maggiori problemi che la comunità si trovava a dover affrontare, a partire dalla metà dell’XI secolo esso incominciò invece a essere contrastato dalla decisa influenza esercitata dai rappresentanti degli ordini cittadini, chiamati a coadiuvare l’arcivescovo nell’amministrazione della cosa pubblica. Tale influenza andò sempre più affermandosi quando i grandi vassalli, per decreto dell’imperatore, ottennero l’ereditarietà dei feudi. Incominciò così ad acquistare importanza il ceto dei capitanei, cioè i possessori di un feudum in capite, tra i quali Visconti e in generale tutte quelle famiglie che derivarono i loro nomi dai possessi feudali allora ottenuti: a esse, già molto potenti per gli uffici che ricoprivano, venne trasmessa oltre alla ereditarietà dei feudi anche parte dei poteri civili.


Il governo di Milano tra X e XI secolo

Alla metà del X secolo il governo della città di Milano era così suddiviso: le questioni di grande importanza erano direttamente regolate dall’arcivescovo, unico e vero signore della città; gli affari di ordinaria amministrazione venivano demandate dall’arcivescovo ai capitanei, secondo una ripartizione territoriale e qualitativa della giurisdizione arcivescovile.

All’affievolirsi dell’autorità comitale era quindi corrisposto l’affermarsi dell’autorità arcivescovile, la quale aveva a sua volta consentito all’alta aristocrazia feudale, composta dalle famiglie di capitani, di compartecipare alla gestione del governo.

Ma dalla metà del XI secolo, la politica di frazionamento del potere applicata dalle famiglie di capitani portò al graduale allargamento della base del governo, consentendo l’accesso a quei ceti che sino a quel momento ne erano rimasti esclusi: valvassori e cives. Ottenuta l’investitura e l’ereditarietà dei propri feudi i capitanei incominciarono infatti a eleggere dei valvassori – a loro strettamente subordinati – i quali rivendicando il diritto di ereditarietà delle porzioni di feudo loro concesse entrarono ben presto in contrasto con l’autorità dell’arcivescovo e con quella dei loro immediati superiori.

Il conflitto si concluse nel 1037, in seguito all’intervento dell’imperatore Corrado il quale, sceso in Italia per combattere lo strapotere dell’arcivescovo e per ristabilire a Milano l’autorità imperiale, emanò la costituzione dei feudi che attribuiva piena soddisfazione alle rivendicazioni dei valvassori. Stabilita l’ereditarietà dei loro feudi ed equiparati nei diritti ai capitanei, i valvassori incominciarono a partecipare attivamente al governo della città, attraverso la nomina di loro rappresentanti nel consiglio dell’arcivescovo.


L'ascesa politica dei cives

La ribellione dei valvassori contro i capitanei provocò indirettamente l’ascesa dell’ordine dei cives, costituito da ricche famiglie di origine non feudale.

Chiamati dall’arcivescovo per contrastare i valvassori e quindi elevati socialmente ed equiparati ai capitanei, i cives ambirono presto, contro lo stesso arcivescovo e contro i capitanei, ad essere ammessi al governo della città. Come per i capitanei prima e i valvassori poi, la partecipazione dei cives al governo della città avvenne attraverso la nomina di esponenti del loro ceto nel consiglio dell’arcivescovo.

Il governo della città si era dunque trasformato: a capo del sistema vi era sempre l’arcivescovo, investito del potere di dichiarare guerra, firmare trattati, e del diritto di battere moneta, indire mercati, imporre pedaggi, coadiuvato però dai rappresentanti di capitanei, valvassori e cives, organizzati nel consiglio, che direttamente amministravano la città. Furono queste le necessarie premesse che portarono, agli inizi del XII secolo, all’affermazione del governo comunale. Con l’emancipazione dalla tutela e dall’autorità dell’arcivescovo, indebolito e gradualmente estromesso dalla gestione della cosa pubblica, l’organizzazione comunale vide consolidarsi al vertice, come magistratura principale, l’officio del consolato, composto dai consoli del comune, con funzioni politiche e amministrative, e dai consoli di giustizia a cui era riservata l’attività giudiziaria.


Il consiglio di credenza

Nel XII secolo, con l’ammissione dei cives nel consiglio dell’arcivescovo e quindi nel governo della città, gli ordini dei cittadini liberi – capitanei, valvassores e cives – cominciarono a interessarsi e soprattutto a gestire direttamente gli interessi pubblici, secondo una proporzione che assegnava ai primi due ordini un numero di rappresentanti maggiore rispetto all’ordine dei cives. I rappresentanti dei tre ordini cittadini partecipavano solo indirettamente alla formazione del governo: non erano infatti chiamati a eleggere direttamente i consoli bensì, forse su designazione fatta dai consoli in carica, tra di essi veniva scelto un numero di persone alle quali sarebbe spettato il compito di coadiuvare il governo consolare nella scelta dei nuovi consoli. Queste persone formavano il consiglio di credenza.

L’importanza di questo consiglio nella gestione degli affari del comune fu massima durante il periodo consolare e durante la transizione verso il periodo podestarile, quando il suo intervento si rese sempre più necessario per la promulgazione degli atti di natura politica. Gli ordinamenti comunali stabilirono che al consiglio di credenza fossero demandate tutte le questioni di interesse generale (per questo gli derivò anche la denominazione di consiglio generale) di carattere politico, legislativo, amministrativo; il consiglio veniva convocato per approvare e notificare al popolo le dichiarazione di guerra e le stipulazioni di pace, e ancora per ricevere ambasciatori. Il consiglio di credenza era l’unico organo comunale dotato di pieni poteri per la modificazione degli statuti; era infine l’unico organo autorizzato a deliberare in materia di finanza, ad esempio per alienare beni del comune o per decidere i provvedimenti da applicare contro i debitori per il risarcimento dei danni inferti alla comunità.


Composizione del consiglio di credenza

Non è possibile determinare con esattezza il numero dei componenti del consiglio di credenza, denominati consiliarii o più spesso credentiarii in quanto dovevano giurare credentia cioè segretezza al console: esso sicuramente oscillò nel corso del tempo sino a raggiungere, nel XIII secolo, punte massime di ottocento membri.

I membri della credenza non venivano sempre convocati nella loro totalità: i consoli e successivamente i podestà godevano infatti della facoltà di poter adunare, secondo l’importanza degli affari da trattare, cento, duecento, trecento, quattrocento e più membri; quando si eleggevano i credentiarii si stabiliva infatti un ordine di ingresso tale da determinare che i primi cento nominati dovessero formare la credenza dei cento, i primi duecento la credenza dei duecento e così via.

A partire dagli ultimi decenni del XII secolo, la credenza cominciò ad assumere la denominazione di consilium comunis e, quando adunata al completo, di magnum consilium comunis.

Con gli ordinamenti del 1241 si codificarono infine le modalità di elezione e le competenze attribuite al consiglio di credenza: a partire da quell’anno si stabilì infatti che esso dovesse essere formato per metà dai rappresentanti dei capitanei e valvassori e per metà dai rappresentanti della Motta e della Credenza di Sant’Ambrogio, la quale dal 1198 rappresentava l’elemento più popolare della città. Dalle fonti non risulta quale fosse la durata della carica dei consiliarii anche se è molto probabile si dovessero rinnovare ogni anno, come avvenne per la carica di console prima e per quella di podestà poi.


I consoli del comune

Dalla seconda metà del XII secolo si avviò un processo di sdoppiamento del consolato: con il 1153, essendo stati eletti speciali consoli denominati in seguito consoli di giustizia per la trattazione delle cause civili, ai consoli del comune rimase la vera e propria gestione degli interessi della città.

Nel 1186 il governo dei consoli fu interrotto dal governo dei podestà, e da allora sino al 1205 la gestione degli affari politici, economici, fiscali, amministrativi e militari della città di Milano venne esercitata alternativamente dai consoli o dal podestà.

Il complesso delle competenze attribuite ai consoli del comune era descritto, con tutte le modificazioni che di anno in anno venivano introdotte nel regime della città, nel sacramentum; che essi giuravano prima di entrare in carica. Le competenze riconosciute ai consoli del comune erano molteplici, occupandosi direttamente della vita politica, amministrativa, economica, fiscale e militare della città: erano investiti del potere di imporre taglie, batter moneta – facoltà in altri tempi concesse dall’imperatore all’arcivescovo di Milano – amministrare la giustizia penale, mettendo al bando della città tutti quei cittadini che avessero commesso delitti e confiscando i beni a tutti i cittadini ribelli; concludere trattati; dichiarare guerra e stipulare la pace.

Per alcuni decenni dopo l’istituzione dei consoli di giustizia, i consoli del comune non vennero interamente spogliati del potere giudiziario in materia civile: i consoli del comune continuarono a vigilare e a convalidare con la loro autorità gli atti emanati dai consoli di giustizia. L’ufficio dei consoli prevedeva alle proprie dipendenze un cancelliere, capo di tutti i notai che prestavano servizio presso l’officio consolare. Il cancelliere era investito della carica solo dopo aver dato prova di essere notaio, giudice e messo regio. Al cancelliere erano affidati i compiti di scrivere, dettare e dare pubblica fede agli atti promulgati dai consoli e di accompagnare i medesimi ovunque si recassero per ragioni di ufficio, allo scopo di stenderne gli atti. Anche in seguito allo sdoppiamento dell’istituto consolare il cancelliere rimase strettamente dipendente dall’officio dei consoli del comune.


I consoli di giustizia

Intorno alla seconda metà del XII secolo, con l’accrescersi delle sue competenze, la magistratura del consolato venne sdoppiata nel consolato del comune, a cui era riservata la trattazione degli affari politici, amministrativi e penali, e nel consolato di giustizia, a cui venne affidata l’amministrazione della giustizia civile. Almeno sino alla fine del XII secolo, i consoli di giustizia – originariamente denominati consules causarum e solo successivamente consules iustitiae – non costituirono però un istituto nettamente distinto da quello dei consoli del comune, con attribuzioni esclusivamente giudiziarie ed estranee agli affari politici e amministrativi della città e del suo contado. Per tutta la seconda metà del XII secolo, i due istituti godettero di pari grado di dignità giuridica, e cooperarono nella gestione delle questioni di particolare gravità e importanza per la vita della città.

Dall’anno della loro istituzione sino al 1185 i consoli di giustizia formarono un solo corpo giudicante, ma a causa del continuo ampliamento della città, all’intensificarsi dei traffici e del commercio e al conseguente aumento di liti e contese, nel 1186 si ebbe una suddivisione degli uffici, ciascuno dei quali esercitò la propria giurisdizione sul territorio rurale che faceva capo a tre porte della città. Nel 1205 il consolato venne ulteriormente smembrato con la costituzione di un terzo ufficio. Nel 1212, in seguito a un ultimo rimaneggiamento, il consolato di giustizia venne articolato in quattro consolati distinti: il consolato delle fagie delle porte Ticinese e Vercellina (la cui giurisdizione comprendeva tutti quei territori che si estendevano a occidente del corso del fiume Olona a nord e a sud della città di Milano); il consolato delle fagie delle porte Nuova e Orientale (con giurisdizione sui territori a oriente del fiume Lambro); il consolato delle fagie delle porte Romana e Comasina (con giurisdizione sulla restante parte del territorio milanese); e infine il consulatus civitatis (con giurisdizione limitata al solo territorio compreso entro le mura della città). Questa articolazione del consolato di giustizia rimase tale per oltre un secolo e mezzo; nel 1340, aboliti i consoli delle fagie e diminuite l’entità e l’importanza delle competenze attribuite al consolato di giustizia – gradatamente accentrate nelle mani del podestà – fu istituito un unico consolato detto della camera della città e di tutte le faggie.


Competenze dei consoli di giustizia

Fino alla metà del XIII secolo, la funzione principale attribuita ai consoli di giustizia fu la trattazione delle cause civili, cioè pronunciare sentenze, ordinare tutti quegli atti strettamente connessi allo svolgimento della causa quali, ad esempio, far redigere in forma pubblica le testimonianze, le confessioni, gli atti prodotti in giudizio; emettere decreti di immissione di possesso, decreti di condanne pecuniarie; in seguito la loro sfera di influenza si estese a quei settori che erano stati prerogativa dei giudici e messi regi, quelle attribuzioni di rappresentanza della parte pubblica in tutte le questioni private che erano state a questi ultimi confermate durante il periodo di sviluppo del governo consolare.

A partire dagli ultimi decenni del XII secolo, i consoli di giustizia cominciarono infatti a intervenire nei contratti stipulati da donne, quando oltre al marito non vi fosse altro parente che, nei gradi previsti dal diritto consuetudinario, desse alla donna licenza per la conclusione di un contratto o negozio giuridico; i consoli intervennero nelle pratiche per l’assegnazione di tutori ai minorenni e cominciarono a intervenire negli atti da questi stipulati; ottennero il potere di vincolare le donazioni inter vivos al loro consenso, di autorizzare l’emissione di copie degli atti perduti, nonché il potere di espletare gli atti di notai defunti. Un’altra facoltà particolare attribuita dal Liber consuetudinum ai consoli di giustizia fu di assistere al duello, che si doveva svolgere quando il giudizio avesse previsto tale soluzione; va notato che il duello era una soluzione ristretta alle cause penali, la cui trattazione non rientrava nelle competenze attribuite ai consoli di giustizia.

Alle dipendenze dell’ufficio dei consoli di giustizia operava un numero variabile di notai ai quali era demandato il compito di scrivere le sentenze di natura civile e gli atti processuali o ancora tutti gli atti aventi come oggetto l’applicazione di norme quali i decreti di immissione di possesso, i precetti, le condanne, gli atti per minori.


Lo scontro con l'impero

Consolidato il potere consolare, Milano si fece promotrice di una vivace politica di espansione territoriale oltre che economica e militare. Nel corso del XII secolo l’autorità del comune milanese, grazie anche al forte radicamento del sistema plebano, si dilatò infatti non solo sugli abitanti del contado e dei borghi sottoposti alla diocesi ambrosiana ma anche su altre città come Lodi, Como, Pavia, Brescia, Cremona. Si trattava di acquisti significativi sia a livello territoriale che economico, poiché consentivano di allargare il raggio di espansione, in particolare mercantile, del comune.

Tuttavia la politica espansionistica oltre a procurare a Milano il primato tra le città lombarde portò inevitabilmente allo scontro diretto con l’imperatore Federico I. L’espansionismo della città ambrosiana, infatti, costituiva un palese turbamento dell’autorità imperiale e minacciava l’assetto delle città che l’imperatore si preparava a disciplinare nel quadro della costituzione dell’impero”.

Lo scontro tra i comuni e l’imperatore vide Milano impegnata in prima linea come promotrice della Lega Lombarda, nella quale la città rinsaldò ulteriormente la propria posizione egemonica. L’esito militare del conflitto – in particolare la battaglia di Legnano del 1176, felicemente conclusasi a favore della Lega grazie soprattutto ai contingenti milanesi – e la conclusione diplomatica della guerra con la pace di Costanza, ne testimoniarono la preminenza. Lo stesso Federico Barbarossa, nel 1185, in un clima di riavvicinamento tra l’impero e Milano, riconosceva alla città particolari privilegi e regalie.


Avvento del comune podestarile

I decenni successivi alla pace di Costanza segnarono una nuova fase di espansione per Milano, che portò al consolidamento delle posizioni acquistate nella seconda metà del XII secolo. Questa vitalità economico- politica si rifletteva nell’articolazione sociale. Oltre ai ceti protagonisti della costituzione del regime comunale era andato via via crescendo di importanza il ceto dei mercanti, organizzato nella universitas mercatorum, e investito dal consolato dell’importante funzione di intrattenere rapporti diplomatici con gli altri comuni in materia di strade, traffici, trasporti, transito di merci, pedaggi. Particolarmente importante per affermarne la presenza politica fu la costituzione della “Motta”, una società composta in prevalenza da mercanti, ma anche dalla piccola nobiltà e dai proprietari fondiari, che si contrapponeva alla grande nobiltà.

Accanto al ceto mercantile vi era un altrettanto forte ceto di artigiani che, al fine di essere validamente rappresentato, diede vita a un’altra associazione, la “Credenza di Sant’Ambrogio”. Raggruppando esponenti dei diversi settori produttivi – beccai, fornai, fabbri, lavoratori della lana, conciatori di pelli, ciabattini – la “Credenza” si distingueva politicamente dalla nobiltà maggiore e dalla società della “Motta”. Ne derivò una vivace dialettica che portò a una progressiva trasformazione dello stesso governo consolare: la necessità di dirimere i sempre più frequenti contrasti insorti tra le parti portò all’affermazione del governo del podestà.

Il podestà era quasi sempre un esperto di leggi, per guidare una società ormai complessa, e forestiero perché super partes; di fatto era chiamato alternativamente dalle diverse fazioni politiche affinché venisse garantito un regime più autorevole e stabile. A partire dal 1186, per vari decenni, si assiste a Milano all’alternanza delle magistrature consolari con le nuove podestarili o ancora alla coesistenza o contrapposizione delle due. Il governo podestarile tuttavia non abolì le strutture amministrative del comune, bensì si pose a capo di esse per gestirne gli affari e gli interessi.

In questo clima riprese la lotta contro l’autorità imperiale di Federico II. Chiamata a ricoprire nuovamente il ruolo di città guida, Milano si rivelò in grado di superare le discrepanze interne al fine di salvaguardare i propri interessi politici ed economici e per difendere i valori che stavano alla base della sua organizzazione. Questi caratteri della potenza milanese non vennero alterati neppure dalla crisi delle istituzioni comunali e dalla conseguente affermazione della signoria, a partire dalla metà del XIII secolo.


Il podestà al vertice del comune

Alla fine del secolo XII i crescenti contrasti tra i consoli milanesi, la difficoltà di equilibrare i rapporti tra potere civile e potere militare, la lenta e talvolta contraddittoria azione pubblica, avviarono l’istituto consolare alla decadenza. Il bisogno di una magistratura suprema, che esprimesse nello svolgimento delle varie funzioni unità di governo, divenne una necessità. Al governo dei consoli incominciò quindi a sostituirsi quello di un podestà forestiero o ancora quello di più persone, scelte fra i cittadini milanesi, che comunque presero il nome di podestà.

Per la prima volta nel 1186 il governo del consolato venne sostituito da quello del podestà Umberto Visconti, piacentino. Nel corso degli ultimi decenni del XII secolo e nei primi del XIII la città venne alternativamente governata da un gruppo di cittadini milanesi, probabilmente rappresentanti di varie fazioni della città, che presero il titolo collegiale di potestates, o dal podestà forestiero, affiancato da un rappresentante dei nobili e uno del popolo. Nella figura del podestà forestiero, che andò via via imponendosi, si accentrarono i poteri del comune.

Data la particolare natura di magistratura super partes, il podestà veniva scelto tra esponenti di casate nobili e illustri di una delle città straniere che, al momento della nomina, intrattenevano rapporti di amicizia o di alleanza con Milano. La città dalla quale fu attinto il maggior numero di podestà fu Brescia e quindi Lodi, Piacenza, Bologna, Como, Vercelli, Bergamo, Mantova, Genova, Parma, e poi ancora Venezia, Modena, Cremona, Pavia, Reggio e Forlì, con un solo podestà.


Governo del podestà

Designato dal podestà uscente, il podestà, generalmente per la durata di un anno, veniva investito di tutti i poteri politici, amministrativi, economici, fiscali, militari, giudiziari che erano stati precedentemente esercitati dal consolato: egli poteva concludere trattati, dichiarare guerra, comandare gli eserciti, stipulare la pace sia con le città straniere sia con le avverse fazioni cittadine; aveva facoltà di battere moneta, confiscare beni, mettere al bando.

Erano di sua competenza le sentenze e condanne riguardanti le frodi circa gli inventari, l’indebito possesso di terre e le cause penali, mentre quelle civili rimanevano di competenza dei consoli di giustizia. Per l’adempimento di particolari mansioni, quali la concessione a privati di privilegi, la creazione di nuovi borghi o la promozione di modifiche istituzionali del comune, il podestà era vincolato all’approvazione del consiglio generale, definito anche consiglio dei savi: in tali occasioni egli era tenuto a convocare il consiglio generale della città per chiederne un parere e ottenerne conferma. Al podestà era affidato il compito di nominare gli officiali del comune: balestrieri, capitani, servitori per la difesa della città.

Nell’assumere la carica il podestà si impegnava a fare l’inventario dei beni dei cittadini, borghesi, rustici e nobili foresi e a non restare lontano dalla città per più di 20 giorni consecutivi.

Gli ordinamenti del 1211 e del 1225 imponevano che, scaduto il mandato, il podestà uscente dovesse trattenersi a Milano al fine di essere sottoposto a sindacato, pratica attraverso cui veniva esaminato e giudicato il suo operato, consentendo ai ricorrenti di rifarsi in solido qualora si fossero rinvenute irregolarità nella gestione degli interessi o abusi di potere.


I contadi milanesi

In epoca medioevale il territorio circostante la città di Milano era articolato nei contadi della Martesana, Seprio, Burgaria, Bazzana, con un significato giurisdizionale. In quest’area, tra X e XII secolo, si andò consolidando anche l’istituto della pieve. Il termine pieve designava una circoscrizione ecclesiastica del contado facente capo all’originaria chiesa battesimale di quei luoghi, detta chiesa plebana. Già dal secolo XII e sempre più nel corso del secolo successivo, la pieve, oltre a conservare il carattere di circoscrizione ecclesiastica, assunse gradualmente anche carattere di giurisdizione civile.

Nel 1216, con il “liber consuetudinum”, la città di Milano era in grado di codificare la diversità giuridica fra le terre entro un raggio di sei miglia attorno alla città e quelle al di fuori di tale raggio. Anche nel resto dell’area lombarda, le città maggiori cominciarono a estendere i propri poteri e la propria giurisdizione al di là delle mura e del territorio limitrofo esercitando un controllo sempre più marcato sui contadi, servendosi delle circoscrizioni pievane per organizzare le proprie funzioni amministrative e politiche. Tali circoscrizioni andarono costituendo un valido strumento che consentiva alla città di organizzare la ripartizione e l’esazione dei tributi e dei dazi.

I contadi che componevano la campagna milanese rimasero politicamente indipendenti fino alla pace di Costanza (1183), quando la città di Milano riuscì a estendere la propria giurisdizione direttamente anche su quei territori, che però continuarono a mantenere i propri consoli. Il territorio del contado di Lecco, smembrato alla fine del X secolo, passò sotto la signoria degli arcivescovi ambrosiani e rimase in seguito nell’orbita milanese. Varietà di situazioni istituzionali e di sviluppi storici marcarono tuttavia le differenze, nel corso dei secoli, tra le pievi milanesi dell’antica Martesana e del Seprio, i principali tra i contadi milanesi, e le circoscrizioni vallive e rivierasche del Lario orientale. Le comunità comprese nelle prime rimasero sempre fortemente legate a Milano, fin dalla fase di espansione del comune cittadino; le giurisdizioni pievane della riviera e delle valli diedero invece vita, con uno sviluppo autonomo a partire dal XII secolo, a solide istituzioni comunali, con caratteri di più marcata autonomia.


Il contado della Martesana

Il termine Martesana già nel X secolo identificava un’area geografica definita, ma solamente alla metà del XII compariva organizzato come contado rurale. Nella seconda metà del XII secolo il territorio del contado della Martesana risultava delimitato dal torrente Molgora, dal fiume Seveso (che ne segnava il confine occidentale con il contado del Seprio), dalle zone montuose del territorio lecchese e dal territorio della Bazzana (che ne definiva il confine meridionale, sino al Lodigiano).

Nel corso dei secoli la giurisdizione del contado della Martesana andò estendendosi a discapito del contado della Bazzana. In epoca viscontea alla Martesana vennero tuttavia sottratte le pievi di Bruzzano e Bollate, parte delle pievi di Desio, Gorgonzola e Vimercate, la corte di Monza, le pievi di Mezzate, Segrate, San Donato, San Giuliano, Locate, Settala, Decimo.

In età moderna il termine contado della Martesana continuava a indicare un ambito geografico e nello stesso tempo una circoscrizione di natura giurisdizionale e politico-amministrativa con centro a Vimercate, articolata in aggregazioni minori, costituite via via da pievi, borghi, comunità, cassine; nel XVI secolo la giurisdizione del contado giungeva sino alle pievi di Vimercate, Pontirolo, Gorgonzola, Melzo (in parte), Mariano, Desio (in parte), Brivio, Oggiono (in parte), Garlate, Missaglia e Agliate.

Sempre in epoca moderna, l’organizzazione del contado comprendeva due funzionari, rappresentanti periferici del potere centrale, che godevano di ampia giurisdizione: il vicario della Martesana, con compiti giudiziari, in prevalenza di tutela della retta applicazione della legge, e il capitano della Martesana, al quale erano attribuiti compiti amministrativi e di polizia annonaria.


Il contado della Bazzana

Le prime testimonianze documentarie dell’esistenza di un’entità territoriale denominata Bazzana risalgono al XII secolo. Il territorio denominato Bazzana occupava l’area sud-ovest della campagna milanese. Il “liber consuetudinum” del 1216 separava o quanto meno diversificava i territori della Bazzana dal resto della campagna milanese, senza però darne una chiara e definita determinazione territoriale. La pieve di Cesano Boscone fu forse il nucleo primitivo del contado della Bazzana, che a partire dal XIII secolo si estese alle pievi di Decimo, Locate e ancora più tardi a quelle di Segrate, San Donato, San Giuliano e Settala.

Intorno alla seconda metà del XIII secolo i territori della Bazzana vennero progressivamente assorbiti entro quelli della Martesana, sotto la guida di un unico capitanato. L’appartenenza delle pievi di Decimo e di Rosate alla Bazzana è attestata ancora nell’ultimo quarto del XIII secolo. Tutte le pievi che avevano costituito i territori della Bazzana rimasero subordinate al capitano della Martesana sino al 1385, anno in cui Gian Galeazzo Visconti le sottrasse da quella giurisdizione.

Da un punto di vista giurisdizionale, i territori delle pievi suddette rimasero in seguito generalmente dipendenti dal podestà e capitano di Milano.


Il contado della Burgaria

Nel IX secolo la giurisdizione del contado della Burgaria si estendeva per un lungo tratto sulle due sponde del fiume Ticino; ancora tre secoli più tardi essa abbracciava l’una e l’altra riva del Ticino, da Galliate in giù sino al confini con il Pavese, confinando a ponente con il Novarese.

Nel corso del XIII secolo il territorio della Burgaria, che aveva in Corbetta e Rosate i centri di maggiore importanza, venne quasi totalmente assorbito entro quello del confinante contado del Seprio e sottoposti alla giurisdizione del vicario del Seprio.

La Burgaria, come gli altri contadi che componevano la campagna milanese, rimase politicamente indipendente fino al 1183: in occasione della pace di Costanza firmata appunto in quell’;anno, la città di Milano riuscì definitivamente a estendere la propria giurisdizione direttamente anche sui territori compresi nel contado della Burgaria, il quale però, come gli altri contadi della campagna milanese, continuò a mantenere i propri consoli.