La Repubblica italiana (1802 gennaio 26 - 1805 marzo 19)

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Formazione della repubblica

La repubblica italiana venne proclamata il 26 gennaio 1802 dalla consulta straordinaria cisalpina convocata a Lione con legge del 12 novembre 1801. Contemporaneamente fu promulgata la carta costituzionale e si provvide alla nomina del presidente, del vicepresidente e delle altre più importanti cariche istituzionali. La costituzione ricalcava il modello di quella francese dell’anno VIII.


Profilo costituzionale della repubblica

Il primo articolo proclamava la religione cattolica apostolica romana come religione di stato, mentre con il secondo articolo veniva stabilito che la sovranità risiedeva nell’universalità dei cittadini. “Organo primitivo” di questa sovranità erano i tre collegi elettorali dei possidenti, dei dotti e dei commercianti, con sede stabilita, rispettivamente, a Milano, Bologna e Brescia. I membri dei tre collegi, eletti a vita, si radunavano, su invito del governo, per completare i loro corpi e per predisporre le liste per la nomina dei componenti della consulta di stato, del corpo legislativo, dei tribunali di revisione e di cassazione e dei commissari della contabilità. Tale nomina spettava poi alla censura, una commissione formata da ventuno membri scelti all’interno dei collegi elettorali, che si doveva riunire a Cremona.

Il governo della repubblica era affidato a un presidente, a un vicepresidente, a una consulta di stato, a un consiglio legislativo e a dei ministri. Al presidente, vero arbitro e controllore supremo della vita politica, spettava “l’iniziativa di tutte le leggi“e “di tutte le negoziazioni diplomatiche”, la nomina del vicepresidente, del segretario di stato, degli agenti civili, dei diplomatici, dei capi d’armata, dei generali, dei membri del consiglio legislativo e dei ministri, per mezzo dei quali esercitava “esclusivamente” il potere esecutivo; al presidente spettava inoltre presiedere la consulta di stato, organo di otto membri cui competeva “specialmente” l’esame dei trattati diplomatici “e di tutto ciò che ha rapporto agli affari esteri dello Stato”.


Il vicepresidente

Per quanto riguarda la figura del vicepresidente, la costituzione di Lione stabiliva che egli non potesse essere rimosso durante la presidenza di chi lo aveva eletto. In mancanza del presidente il vicepresidente prendeva “il suo luogo nel Consiglio legislativo” e lo rappresentava “in tutte le parti che egli vuole affidargli” (art. 49). “In qualunque caso di vacanza” passavano inoltre in lui “tutti gli attributi del presidente sino all’elezione del successore” (art. 50).

La presidenza della repubblica italiana venne assunta dal primo console di Francia Bonaparte, che come suo vicario designò il nobile milanese Francesco Melzi d’Eril, la cui nomina fu promulgata il 26 gennaio 1802 dalla consulta straordinaria di Lione.

Il governo costituzionale venne installato il successivo 14 febbraio e il 25 dello stesso mese entrò in funzione.

Forte della fiducia di Bonaparte, durante il triennio di vita della repubblica italiana il vicepresidente mantenne le redini del nuovo stato, avocando a sé l’amministrazione interna del paese e la direzione di quella parte degli affari esteri che non veniva trattata direttamente a Parigi. Impegnato nel dare alla repubblica italiana uno spazio politico proprio, mitigando la sudditanza dalla Francia, Melzi venne congedato nel maggio del 1805, dopo la proclamazione dell’impero e la trasformazione della repubblica in regno d’Italia.


Il potere esecutivo

La costituzione della repubblica italiana approvata per acclamazione dalla consulta di Lione nel gennaio del 1802 attribuì il potere esecutivo esclusivamente al presidente, che lo esercitava attraverso ministri da lui eletti e revocabili.

Nel testo costituzionale venivano ricordati solo tre ministri: il gran giudice ministro della giustizia, il ministro del tesoro pubblico e quello delle relazioni estere.

I ministeri della repubblica furono però in tutto sette: giustizia, tesoro pubblico, relazioni estere, affari interni, finanze, guerra e culto. Il dicastero delle relazioni estere era distinto in due divisioni: una con sede a Parigi presso il presidente, l’altra residente a Milano presso il vicepresidente, dove era insediata anche la segreteria di stato, organo amministrativo centrale della repubblica.


La segreteria di stato

Prevista dalla carta costituzionale del 1802, la segreteria di stato, con sede a Milano presso il vicepresidente, era l’organo amministrativo centrale della repubblica.

Il segretario di stato aveva il grado di consigliere, era nominato dal presidente e al presidente era tenuto a presentare, entro il termine di tre giorni e sotto la sua personale responsabilità, le leggi sanzionate dal corpo legislativo, che provvedeva poi a munire del sigillo dello stato e a promulgare.

In base al testo costituzionale, al segretario di stato spettava inoltre contrassegnare la firma del presidente e tenere il registro particolare dei suoi atti.

Il primo segretario di stato della repubblica italiana venne designato a Lione il 26 gennaio 1802: si trattava del valtellinese Diego Guicciardi, che pochi mesi dopo lasciò tuttavia l’incarico per la nomina a consultore di stato. Dopo l’abbandono del Guicciardi, la responsabilità dell’ufficio di segretario di stato fu affidata a Pellegrino Nobili, a sua volta sostituito dal modenese Luigi Vaccari, rimasto poi in carica per quasi sette anni.

Dopo la trasformazione della repubblica italiana in regno d’Italia, vennero stabiliti due segretari di stato, uno con il rango di ministro, l’altro di consigliere. Il primo risiedeva a Parigi al seguito dell’imperatore e re, ne contrassegnava la firma e teneva il registro particolare dei suoi atti; il secondo stava invece a Milano, dove era incaricato di contrassegnare la firma e tenere il registro particolare degli atti del viceré, oltre a dirigere e custodire l’archivio del regno. Al prestigioso incarico di ministro segretario di stato residente a Parigi Napoleone nominò il presidente del collegio dei possidenti Antonio Aldini, che, in questa veste, divenne una figura chiave della vita politica italiana di quegli anni.

Vaccari rimase invece a ricoprire il posto di consigliere segretario di stato residente a Milano fino all’ottobre 1809, quando fu nominato ministro dell’interno. A sostituirlo venne scelto Antonio Strigelli.


Il consiglio legislativo

Formato almeno da dieci cittadini d’età non minore a 30 anni, eletti dal presidente e revocabili dal medesimo dopo tre anni, il consiglio legislativo aveva il compito di esprimere voto deliberativo sui progetti di legge proposti dal presidente, i quali non erano approvati se non a maggioranza assoluta dei suffragi.

I consiglieri avevano inoltre voto consultivo negli altri affari, se richiesti dal presidente, ed erano specialmente incaricati della redazione dei progetti di legge, delle conferenze con gli oratori del corpo legislativo e delle discussioni relative in contraddittorio dei medesimi; decidevano poi in merito alle questioni di pubblica amministrazione. La nomina dei membri del consiglio legislativo venne promulgata dalla consulta di Lione il 26 gennaio 1802, insieme alla carta costituzionale. I prescelti furono allora Aldini, Bargnani, Birago, Biumi, Cicognara, De Bernardi, Felici, Gallino, Giovio, Guastavillani, Isolani, Lambertenghi, Testi, Veneri, Villa.

Dopo la formazione del regno d’Italia, il consiglio legislativo divenne parte del consiglio di stato, insieme agli altri due consigli dei consultori e degli uditori.


Limitazione del potere legislativo

Uno degli elementi caratteristici della costituzione della repubblica italiana fu il prevalere del potere esecutivo su quello legislativo, la cui rappresentanza era riservata a un corpo legislativo limitato nelle competenze e nell’autonomia, giacché la sua stessa convocazione era decretata dal presidente, il quale poteva poi decidere se prorogarne o meno le sedute.

Il corpo legislativo era composto da settantacinque membri d’età non inferiore a 30 anni scelti presso ciascun dipartimento in ragione di popolazione, tratti dai tre collegi elettorali dei possidenti, dei dotti e dei commercianti.

Il corpo legislativo aveva il compito di approvare o di respingere i progetti di legge predisposti dal consiglio legislativo, che erano preventivamente esaminati e discussi da una sezione dello stesso corpo, la camera degli oratori, insieme a rappresentanti del consiglio legislativo. Nominato la prima volta durante l’assise di Lione, il corpo legislativo doveva essere rinnovato per un terzo ogni due anni, secondo modalità poi regolamentate con legge organica del 10 marzo 1804. La prima convocazione del corpo legislativo avvenne a Milano il 24 giugno 1802, per decreto del Bonaparte, che, l’11 settembre di quello stesso anno, ne dichiarò cessate le sedute. Dopo la proclamazione del regno d’Italia, del corpo legislativo e delle modalità della sua convocazione si tratta al titolo V del terzo statuto costituzionale, pubblicato il 5 giugno 1805.

Unico istituto che ancora al principio del regno garantiva l’esistenza delle forme rappresentative del triennio cisalpino, il corpo legislativo, pur privato della sua prerogativa essenziale, cioè l’iniziativa delle leggi, avocata interamente dal re, continuava a rappresentare un ostacolo alla volontà egemone del sovrano, che, dopo la convocazione dell’estate 1805, decise di non riunirlo più, senza tuttavia disporne la soppressione formale.


Organizzazione territoriale

Il territorio della repubblica italiana era quello riconosciuto alla cisalpina nel trattato di Lunéville del febbraio 1801, e comprendeva il Novarese, il Vigevanasco e la Lomellina, l’ex Lombardia austriaca, il Bergamasco, il Bresciano, il Cremasco, il Mantovano, parte del Veronese e del Polesine di Rovigo, il Reggiano, il Modenese, la provincia di Massa e Carrara e le tre ex legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e Romagna. La stessa ripartizione in dipartimenti, distretti e comuni, cui faceva riferimento il terzo articolo della carta costituzionale approvata a Lione, salvo alcune parziali modifiche, rimaneva fondata sulla legge di comparto territoriale del 13 maggio 1801, in base alla quale il territorio della repubblica era suddiviso in dodici dipartimenti: Agogna (con capoluogo Novara), Lario (Como), Olona (Milano), Serio (Bergamo), Mella (Brescia), Alto Po (Cremona), Mincio (Mantova), Crostolo (Reggio Emilia), Panaro (Modena), Basso Po (Ferrara), Reno (Bologna), Rubicone (Cesena).


Organizzazione amministrativa

L’organizzazione amministrativa dipartimentale e quella locale furono invece profondamente riformate con la promulgazione di due successivi testi di legge: il decreto vicepresidenziale 6 maggio 1802, che introduceva ufficialmente le figure del prefetto e del viceprefetto, e la legge sull’organizzazione delle autorità amministrative del successivo 24 luglio, con la quale venne completata la sistemazione dell’apparato amministrativo periferico e, al contempo, si procedette alla riorganizzazione dei comuni, introducendo la distinzione in tre classi definite in base alla consistenza della popolazione e rilevanti sia per la composizione dell’organo deliberativo, il consiglio comunale, sia per quella della municipalità.


Istituzioni storiche

Legislazione storica