La Reggenza provvisoria del governo di Lombardia (1814 aprile 21 - 1815 aprile 7)

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Formazione della reggenza provvisoria

La rivoluzione di Milano del 20 aprile 1814 si concluse con l’assassinio del ministro delle finanze Giuseppe Prina; con questo atto fu sanzionato il crollo politico definitivo del regno d’Italia, ancor prima dell’entrata in Lombardia delle truppe austriache. Nel vuoto di potere che si venne a creare, il consiglio comunale di Milano, riunitosi d’urgenza, nominò una reggenza provvisoria di governo composta da Giberto Borromeo, Alberto Litta, Giorgio Giulini, Giacomo Mellerio, Carlo Verri, Giovanni Bazzetta e Domenico Pino.

Alcuni giorni dopo, per decisione dei collegi elettorali, a questi si unirono per cooptazione un rappresentante per ognuno dei sette dipartimenti lombardi: Giacomo Muggiasca per il Lario, Gian Battista Vertova per il Serio, Matteo Sommariva per l’Alto Po, Lucrezio Longo per il Mella, Luigi Tonni per il Mincio, Gian Battista Tarsis per l’Agogna, Francesco Peregalli per l’Adda.

I componenti della reggenza erano di profilo sociale nobiliare, esclusi il mantovano Tonni e il Pino, di origine borghese e nobilitato grazie ai servigi prestati come generale nell’esercito del regno d’Italia. La reggenza rappresentava politicamente l’oligarchia lombarda più conservatrice, rimasta sostanzialmente ai margini della vita pubblica e politica durante il regime napoleonico. La reggenza governò autonomamente e con poteri sovrani la Lombardia fino alla fine di maggio, fino cioè all’arrivo a Milano del plenipotenziario austriaco Heinrich conte di Bellegarde, feldmaresciallo comandante in capo dell’esercito austriaco nell’Italia del nord.


Provvedimenti politici della reggenza

I primi provvedimenti della reggenza provvisoria di governo furono tesi ad alleggerire la pressione fiscale che gravava sul paese: furono dimezzati il prezzo del sale, del tabacco e delle tasse postali delle lettere; soppresse la tassa di registro, la tassa sulle arti e sui mestieri e quella sull’industria e venne sensibilmente diminuita la tariffa del dazio di consumo. Per far fronte al fenomeno del brigantaggio che si stava diffondendo venne promulgata inoltre una amnistia generale per tutti i disertori e i coscritti refrattari.

Contemporaneamente, la reggenza abolì il senato e il consiglio di stato del regno d’Italia, due istituzioni che, pur avendo sede a Milano, erano per natura aperti a elementi originari da tutti i dipartimenti.

Il reale intendimento politico della reggenza era infatti riuscire a qualificarsi di fronte alle potenze vincitrici di Napoleone come la voce autentica e legittima della Lombardia, per cercare di ottenerne l’indipendenza ed eventualmente un ampliamento territoriale in base a un ben preciso progetto oligarchico-regionale. Per perorare questa causa venne inviata a Parigi, dove si stavano svolgendo i primi colloqui diplomatici tra i vincitori di Napoleone, una deputazione composta da Federico Confalonieri, Alberto Litta e Gian Luca Somaglia, che però si risolse in un fallimento.

La reggenza procedette alla disaggregazione dell’organizzazione centrale e periferica dell’apparato di stato napoleonico: venne infatti attuata una importante epurazione ad personam dei vertici del sistema politico e burocratico: dai ministri in carica ai prefetti e ai viceprefetti, fino all’amministrazione della polizia e delle poste di numerosi dipartimenti. L’obiettivo principale dei reggenti era di riuscire a riproporre in posizione dominante il ruolo dell’oligarchia nobiliare, in contrapposizione al quadro di potere centralizzatore e antiaristocratico delineatosi nella tarda età napoleonica.


Esautoramento della reggenza provvisoria

Alla fine del mese di maggio 1814, la presidenza della reggenza fu assunta dal feldmaresciallo conte di Bellegarde. Questo passaggio comportò un sostanziale esautoramento dal potere degli uomini della reggenza. Il centro decisionale politico del governo milanese divenne infatti la segreteria privata del plenipotenziario.

Già prima del suo arrivo, comunque, erano giunti a Milano i commissari imperiali Annibale Sommariva e Giulio Strassoldo, i quali, con mandato delle potenze alleate, avevano da un lato confermato l’operato della reggenza, compresi i provvedimenti in materia fiscale, dall’altro avevano però imposto l’interruzione dell’attività legislativa della stessa in attesa dell’arrivo del plenipotenziario. Il Bellegarde, giunto a Milano l’8 maggio, emanò il 25 dello stesso mese un proclama che annunciava il termine della attività della reggenza come istituzione di governo autonomo, sciolse i collegi elettorali che si erano riuniti in una sorta di assemblea costituente e impose ai reggenti di giurare fedeltà all’imperatore; bloccò tuttavia le epurazioni della burocrazia napoleonica.

A quel punto, svanita la possibilità di ottenere uno stato autonomo – il 12 giugno 1814 venne infatti annunciata l’annessione della Lombardia all’impero austriaco a seguito della pace di Parigi del 30 maggio – i notabili della reggenza puntarono a ottenere una costituzione nobiliare che ricalcasse quella teresiana del secolo precedente. Ufficialmente la reggenza provvisoria di governo venne sciolta il 2 gennaio 1816 con l’entrata in vigore dell’ordinamento stabilito dalla patente imperiale 7 aprile 1815.


L'annessione all'impero austriaco

Con proclama 26 aprile 1814, il commissario imperiale marchese Annibale Sommariva dichiarava di prendere possesso, in nome delle potenze alleate, del territorio del regno d’Italia non ancora conquistato dalle truppe alleate in seguito alla sconfitta e all’abdicazione di Napoleone. Nello stesso proclama, il Sommariva confermava la reggenza provvisoria milanese e i funzionari pubblici, imponendo però alla reggenza stessa l’interruzione della sua attività legislativa in attesa dell’arrivo del plenipotenziario austriaco conte di Bellegarde.

L’articolo 6 del trattato di Parigi del 30 maggio 1814 assicurava all’Austria quella parte dell’Italia che non sarebbe stata ricostituita in stati indipendenti. L’incorporazione della Lombardia e del Veneto nell’impero d’Austria fu sancita però solo con il congresso di Vienna, conclusosi il 9 giugno 1815.

La Lombardia e il Veneto furono annessi ufficialmente all’Austria con il proclama del plenipotenziario imperiale Enrico di Bellegarde del 12 giugno 1814. Il 31 luglio dello stesso anno venne istituita dall’imperatore Francesco I la commissione aulica centrale di organizzazione, con l’incarico di formulare progetti e proposte per l’integrazione dei territori acquisiti dall’impero. Infine, il 7 aprile 1815 fu emanata la sovrana patente di istituzione del regno Lombardo-Veneto, il cui ordinamento entrò in vigore il 2 gennaio 1816, con la nomina del regio governo presieduto dal conte di Saurau.


Politica del commissario plenipotenziario imperiale

Al plenipotenziario austriaco conte di Bellegarde venne affidato il compito di smantellare il regno d’Italia napoleonico e di preparare, creandone le premesse favorevoli, l’annessione delle province lombarde e venete all’impero absburgico. I primi atti del plenipotenziario furono l’abolizione del senato, del consiglio di stato e dei collegi elettorali.

Tra il 27 e il 29 luglio furono soppressi il ministero di giustizia, quello dell’interno (concentrandone i poteri nella reggenza), il ministero delle finanze (istituendo contemporaneamente una intendenza generale delle finanze), il ministero del culto; furono inoltre dichiarate cessate le funzioni della corte dei conti (sostituita da una direzione generale di contabilità) e del ministero del tesoro. Il 16 agosto al soppresso ministero della guerra e della marina subentrò una commissione straordinaria.

Contemporaneamente il plenipotenziario procedette all’espulsione dalla Lombardia dei “forestieri”, ma bloccò in gran parte le epurazioni ideologiche ad personam dell’apparato burocratico che i membri milanesi della reggenza stavano attuando. Il Bellegarde mostrava infatti una certa ammirazione per il funzionamento della burocrazia napoleonica, e si rendeva conto che l’impero avrebbe avuto bisogno della collaborazione di quelle intelligenze, sia per la necessità di conoscere e comprendere le caratteristiche e le peculiarità del territorio appena occupato, sia per evitare che il nuovo regime della Lombardia fosse avvertito come una mera occupazione militare.

Anche grazie alle conoscenze acquisite, il plenipotenziario divenne uno degli interlocutori privilegiati della commissione aulica centrale di organizzazione, istituita a Vienna nel luglio del 1814 con il compito di formulare progetti e proposte per l’integrazione e l’incorporazione delle province riconquistate.

Dopo aver richiesto più volte il richiamo a Vienna, essendo in disaccordo con le decisioni che si prendevano sul futuro ordinamento costituzionale e amministrativo del nuovo regno, il Bellegarde fu nominato luogotenente del viceré con lettera sovrana del 5 aprile 1815, poi, dal marzo 1816, rimase a Parigi, prima di riprendere la carica di ministro della guerra e membro del consiglio di stato. Si ritirò a vita privata nel 1825.


La corte speciale straordinaria

La corte speciale straordinaria venne istituita con decisione del conte di Bellegarde il 31 marzo 1815, con il compito di giudicare i crimini e i delitti contro la sicurezza dello stato. Fu composta da cinque giudici e tre militari scelti dal Bellegarde stesso; i primi tra i giudici delle corti d’appello, i secondi fra ufficiali con almeno il grado di capitano e trenta anni d’età. La corte ebbe sede a Milano e a essa furono devolute le cause pendenti relative ai crimini presso le corti di giustizia.

Il governatore austriaco conte di Suarau decise successivamente di sopprimerla con determinazione 21 novembre 1815, poichéle circostanze all’estero si sono intieramente cangiate e ridotte le cose al naturale loro ordine” e dunque non sussistevano più le ragioni “per la continuazione della comminativa di una straordinaria procedura per prevenire i crimini e delitti” contro la sicurezza dello stato e per allontanare da “queste province qualunque pericolo di sedizione”.

Dal novembre 1815, dunque, le cause che erano state attribuite alla corte furono devolute ai tribunali ordinari. Questa decisione confermò comunque il decreto del 5 novembre 1815, con il quale le corti di giustizia civile e criminale dei dipartimenti dell’Olona, Alto Po, Mincio, Mella, Serio e Lario erano state costituite in corti speciali con il compito di giudicare su delitti diversi, quali l’omicidio con qualità di ladrocinio, o “ad oggetto di furto; di ogni aggressione, ruberia, invasione armata mano con violenza delle persone”.