XI Cappella – Resurrezione

XI cappella

Dopo un tornante il viale dirige verso est e l’undicesima cappella, dedicata alla Resurrezione di Gesù, appare sulla destra del visitatore, il quale è obbligato a passare sotto al portico che occupa tutto il viale, dopo un percorso particolarmente in salita. L’edificio ha forma ottagonale con lati alternativamente rettilinei e concavi e pronao antistante. Sulla facciata, in posizione centrale, si trova una grande finestra con cornice in pietra e una piccola apertura quadrangolare di accesso all’interno.

L’edificio fu fatto erigere e decorare da Bernardo Brentano di Azzano, canonico di Isola, nell’anno 1664, coinvolto attivamente, e con propri beni personali, a rispondere all’invito della Chiesa di sacralizzare il territorio e di prodigarsi per l’edificazione di nuovi luoghi di culto. Per questa ragione, dopo aver finanziato l’edificazione dell’undicesima cappella del Sacro Monte di Ossuccio, intorno al 1670, fece costruire anche la chiesa dell’Addolorata a Mezzegra, il cui cantiere fu chiuso nel 1677.

La costruzione è da collocarsi nella seconda metà del Seicento come indica la data 1664 incisa sull’elmo di una delle statue. I riferimenti documentari indicano pagamenti di Bernardo Brentano nel 1666 e nel 1675 ma già il 26 aprile del 1664 Agostino Silva chiedeva il saldo delle statue da lui realizzate. Non è noto invece l’autore degli affreschi.

La Resurrezione

Le sette statue in terracotta, plasmate da Agostino Silva, raffigurano la Resurrezione. Al centro si trova il sepolcro scoperchiato, mentre sulla parete di fondo si staglia il Cristo risorto, avvolto da un panno candido e rilucente in una maestosa raggiera dorata. Come nella decima cappella il corpo muscoloso e tornito di Gesù denota l’abilità tecnica di Silva. Vicino al sepolcro si vede un angelo dalle vesti mosse dall’aria, che indica con una mano la sepoltura vuota, e con l’altra regge con estrema grazia la lastra sepolcrale. I cinque soldati sono immortalati in pose diverse. Davanti al sepolcro un uomo giace riverso a terra sconvolto, con una mano appoggiata sull’elmo, una gamba alzata e il capo reclinato indietro. Di fianco all’angelo un altro soldato sdraiato osserva stupefatto l’episodio, senza abbandonare la spada e lo scudo, mentre al di là del sepolcro uno sguaina impaurito la spada dal fodero, e sul suo elmo è incisa la data 1664, chiaro rimando alla fine dei lavori all’interno della cappella. Un altro soldato dorme sereno e non si accorge di nulla, mentre uno appoggiato alla parete di fondo regge guardingo un pugnale. Completano la scena gli affreschi sulle pareti che rappresentano un ampio paesaggio nel quale si scorgono ai lati del sepolcro altri due soldati, uno a terra e l’altro in fuga, e più a sinistra, in piccolo, le figure delle tre Marie che vanno al sepolcro. Sulla cupola è dipinta una volta celeste con angeli.
Interessanti in questa cappella le soluzioni figurative utilizzate per illustrare la folgorazione dei soldati, uno dei quali giace riverso con il piede alzato, e alcuni dettagli delle statue come la data incisa sull’elmo del soldato a destra del sepolcro e la struttura in legno che sostiene la figura barbuta a sinistra.

La data del 1664 riguarda esplicitamente la decorazione plastica e la statuaria di questa cappella, poiché l’autore delle statue la incise sull’elmo di uno dei soldati a guardia del Santo Sepolcro. Il clima culturale del terzo quarto del XVII secolo impose anche in questa cappella alcune scelte iconografiche che parzialmente si ritrovano in altri volumi architettonici del Sacro Monte. Tra questi alcune piccole istanze che miravano a contestualizzare storicamente l’evento narrato. Per questa ragione anche nell’undicesima cappella i soldati sono parzialmente identificabili come militari dell’impero romano. Uno dei soldati a terra, infatti, con una mano impugna la spada e con l’altra regge uno scudo con la iscrizione SPQR – Senatus, Popolusque Romanus. In realtà si tratta di piccoli accorgimenti scenografici contraddetti immediatamente dagli altri elementi che l’artista impiega per caratterizzare i rimanenti soldati. Il militare steso a terra che dorme non curante dell’evento della resurrezione, ad esempio, indossa un’armatura tipicamente seicentesca che tutti i popolani potevano riconoscere come emblema di potere. Agostino Silva, dunque, non si cura di non mischiare elementi desunti da culture differenti e accosta al soldato con alcuni vestimenti di epoca romana ad altri personaggi caratterizzati da corazze con spallacci, cosciali e panziere.
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Ultimo aggiornamento: 28 giugno 2017 [cm]