La strada del Sempione

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Chi move al lago Maggiore, esce dall’arco della Pace e piglia la grande strada, che trae il nome dai vinti gioghi del Sempione. I pochi passi per l’ampio viale che si allarga dinanzi a quel monumento splendidissimo, inaugurato dalla Vittoria superba, compiuto dalla Pace mansueta, vede a destra gli avanzi di un chiostro, fan’ nelle milanesi tradizioni. Dicevasi di sant’Ambrogio al bosco (ad nemus, voce stranamente corrotta dal volgo nostro in andemm, che suona andiamo), e narravasi che quivi il santo vescovo si fosse appartato nella villa di un amico suo di nome Leonzio per involarsi alle ricerche del popolo, i cui suffragi l’avevano sollevato al vescovado. Vi stettero primamente a dimora dei romiti, indi de’ monaci detti di sant’Ambrogio, da ultimo i padri Riformati. Il viale ha termine in una piazza tonda, donde la strada procede spaziosa fra campi coltivati a sinistra e prati irrigui a destra. Al ponte che dicesi dell’Archetto, ove nel 1328 Lodovico il Bavaro piantò campo contro Milano, aveva termine il gran parco dei Visconti; e ancora si veggono vestigi del muro.

Qui chi abbia pratica delle agrarie cose, può indugiarsi ad osservare que’ prati, che noi diciamo di marcita, da cui s’intitola Garegnano Marcida, villaggio che trovasi in capo a tre miglia, un buon tratto fuor della via, e che merita di essere visitato per la sua rinomata Certosa. Fu essa fondata nel 1349 da Giovanni Visconti, arcivescovo e signor di Milano, finita nel 1353 quando il Petrarca aveva stanza presso i Visconti, narrando egli, che spesso vi si conduceva per intrattenersi a colloquio con alcuni di que’ buoni monaci, veri angioli (così li chiama) calati di cielo in terra. Più volte si ristaurarono la chiesa e il monastero, e per l’ultima nel 1629.
Un pulito cortile s’allarga dinanzi alla chiesa, ornato d’archi, lesene e statue di corretto stile. La fronte, fabbricata sopra disegno elegante, ma guasto in qualche parte dai ghirigori barocchi, è fregiata di statue e busti e d’un buon bassorilievo sopra la porta. Il tempio ha solo una nave e due cappelle presso alla porta; l’altar maggiore sorge sotto la cupola, e fu di recente eretto con vago disegno; le pareti e la volta son coperte dagli affreschi di Daniel Crespi, che tengonsi l’opera di lui più perfetta. Quelli delle pareti rappresentano i fatti principali della vita di san Bruno fondatore dei Certosini; quelli della volta racchiudono entro graziosi compartimenti de’ tratti della storia evangelica; ma alcuni andaron guasti dall’acque e dall’umidità, quando nel 1796 furon levate le lastre di piombo ond’era tuti coperto il tetto della chiesa: il guasto però non impedisce discernere i soggetti e le figure. Attira singolarmente gli sguardi il primo a destra, in cui è effigiato quel noto portento del dottor parigino rizzatosi sulla bara ad annunciare la propria dannazione, al qual caso si riferisce la conversione di san Bruno. Di quelli della volta bellissimo è un Cristo risorto, rappresentato in iscorcio con isquisito artificio. Le pareti dell’altar maggiore e della cappella a destra han infelici pitture. Nella cappella a sinistra una modesta lapide ricorda il lascito fatto a’ poveri di questo villaggio da Barnaba Oriani; il quale, nato qui da miserabil famiglia e posto all’arte del muratore, piacevasi assai, salito che fu a quell’altezza di fama e d’onori che tutti sanno, di condursi a visitare la casetta de’ padri suoi, e di additare certo muro prossimo ad un tabernacoletto sulla via verso la chiesa, narrando d’aver fanciullo aiutato ad alzano.

Dal punto, dove si dirama la stradicciuola che riesce alla Certosa, la strada procede per un paese spopolato e uliginoso, sin che tocca Ro, grosso borgo di bel cielo e d’aere salubre. Ne trasse il titolo una famiglia celebre nelle milanesi storie, di cui fu l’arcivescovo Anselmo che condusse una schiera di lombardi alla prima crociata. L’antica chiesa prepositurale, fatta angusta alla cresciuta popolazione, venne di fresco ricostrutta sopra bel disegno dell’Aluisetti. Più case e ville d’elegante aspetto ornano questo popoloso borgo, a cui viene il maggior fregio dal prossimo santuario della Vergine addolorata. Fu eretto nel 1583 con disegno di Pellegrino Tibaldi, e con qualche alterazione finito presso a dì nostri. Maestosa e a un tratto semplice n‘è la fronte delineata da Leopoldo Pollak; grandiosa l’unica nave e di proporzioni così esatte, che dà tosto allo sguardo un senso gratissimo; vasta la cupola; parcamente ornate le cappelle, e tutte le parti in armonia con l’insieme. Fra le chiese del contado milanese di costruzione moderna è delle più riguardevoli. Ne tengono cura i missionarii detti Oblati, che hanno stanza nell’attiguo collegio, fondato sui primi anni del secolo scorso dal cardinale arcivescovo Benedetto Erba Odescalchi. Essi raccolgono più volte l’anno ecclesiastici e laici a spirituali ritiri od esercizii, e all’uopo stesso si recano in tutta la milanese diocesi, ovunque sieno domandati.

Qui presso si diparte a destra una strada, che in capo a due miglia riesce a Lainate, in territorio abbondevole di cereali ed in ispecie di saggina. Quivi il duca Litta ha una villa delle più sontuose di Lombardia. Il grandioso palazzo, non compiuto, è ornato di pregevoli quadri, fra cui un San Paolo di Daniele Crespi. Vastissimo è il giardino, diviso in quattro grandi scompartimenti. Il primo, destinato alle stufe o serre ed ai parterri, ha nel centro un bacino ornato d’otto statue e d’altrettanti gruppi di puttini che gettan acqua. Delle stufe, quella degli ananas fu di recente costrutta con tutte le diligenze che si richieggono in così fatti edifizii. Nel secondo offre graziosa ombra un boschetto, donde si passa a un frutteto, in mezzo a cui è un gruppo colossale di Tritoni, che versano acqua nel sottoposto bacino, e sorreggono un Nettuno. Segue nel terzo un recinto consacrato alle feste villereccie, ov‘è un Adone di Marc’Antonio Prestinati. Indi per una selvetta s’entra nel palazzo delle Fontane, lungo fabbricato rettangolare, dimezzato da una rotonda, su cui s’innalza un maestoso terrazzo con due bracci sporgenti. Prestigioso è l’aspetto di questo palazzo, massime quando se ne veda zampillar l’acqua da ogni parte o in larghi scrosci o in minutissima pioggia. Statue di bronzo, di marmo, di plastica, fra le quali ce n‘è di colossali, bassorilievi, busti, puttini, ne fregiano le due fronti e le ale, ove in ampie sale, incrostate di musaico, sono raccolte anticaglie, produzioni naturali e scolture. Ultime vengono le grotte, molteplici andirivieni tappezzati di tufo, che apprestano amabile frescura e presentano effetti singolari d’ombra e di luce. Sovr’esse sorge la torre ov‘è il serbatoio delle acque, elevatevi con pompe, e dalla cui cima spazia lo sguardo su un’ampia distesa. Ma rifacciamoci sulla via del Sempione.

Procedendo per essa da Ro in mezzo a feraci campagne, non s’incontrano per cinque miglia se non casali di meschina apparenza: indi in un valloncello formato dall’Olona vedesi, a un breve tratto dalla strada, Nerviano, feudo una volta dei Crivelli, che vi avevano una villa presso all’Olona. La chiesa, di fresco ricostrutta, ha una bella tavola del Borgognone.

Seguono i villaggi di san Giorgio e san Vittore, donde può farsi una corserella a Parabiago, famoso per la battaglia che, il 21 febbraio del 1339, si combatté da Luchino zio di Azone Visconti contro Lodrisio Visconti sussidiato da una masnada di venturieri italiani, svizzeri e francesi. Si narrò allora d’una miracolosa apparizione di sant’Ambrogio calato dal cielo ad atterrir le genti di Lodrisio, e in memoria di essa si edificarono una chiesa ed un chiostro, ove stettero i Cistercensi fin presso alla fine del secolo scorso. Grande e la chiesa, ma guasta da moderni ristauri; magnifico il chiostro c’e ora serve a privato collegio.

Cesare Cantù, Milano e il suo territorio, tip. Pirola, Milano 1844 (ed. consultata, Maestri Arti Grafiche, Milano, novembre 1960, pp. 846-850)

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