La costituzione del Parco di Monza

Costituzione ufficiale del Parco

Monza, Parco Reale, incisione di C. Sanquirico raffigurante la Villa “Mirabellino nell’I. R. Parco di Monza” realizzata intorno al 1830 Benché molte idee fossero state presentate dal Canonica prima del 1805, il suo operato all’interno dei giardini reali si attivò solamente a seguito della costituzione ufficiale del Parco di Monza, avvenuta l’8 settembre 1805 per ordine del viceré del Regno d’Italia Eugène Rose de Beauharnais. Quest’ultimo fece riprendere i lavori con il dichiarato scopo di realizzare una “tenuta modello” e un luogo ideale di intrattenimento e di caccia per gli esponenti di governo. Per questa ragione, intorno al 1808-1809, si decretò l’acquisizione di terreni limitrofi all’originario parco della Villa; il Canonica ebbe allora modo di proporre ulteriori progetti di modificazione dell’esistente. Le valutazioni economiche e le operazioni connesse all’acquisto dei terreni furono affidate alla Direzione Generale del Demanio, dalle cui carte si evince l’esistenza di terreni “aratori vitati” e di piccoli giardini annessi alle ville esistenti. Significative appaiono le modalità della loro acquisizione, ottenuta principalmente mediante permuta o acquisto delle proprietà e dei beni “liberatisi” a seguito delle soppressioni religiose. L’operato del Canonica si può dunque considerare fortemente connesso al lungo processo di riordino delle proprietà pubbliche governative, soprattutto all’unificazione dei terreni agricoli briantei in un’unica vasta realtà di oltre settecento ettari. Numerose ipotesi sono state avanzate da differenti storici e cronisti sulle ragioni della costituzione del parco. Tra queste vi è quella di Francesco Rephisti che vorrebbe la fondazione come “possibile grande riserva territoriale, destinata al ricovero di contingenti militari pronti al bisogno, poco lontani dalla capitale del Regno; in parte verificata dalla presenza di un allevamento di cavalli alla cascina Pelucca” (Francesco Rephisti, La formazione di un parco: Monza 1805, in “I Quaderni della Brianza, 1989, n.67, pp. 33-36). Più completa è la disanima avanzata da Cinzia Cremonini, la quale salda la grandeur, voluta da Eugenio Beauharnais per la Villa Reale e per il parco, alla necessità di “moltiplicare sulla scena politico-cerimoniale” la grandezza dell’Imperatore, del quale egli era peraltro dichiarato erede (Cinzia Cremonini, Il viceré Eugenio Beauharnais a Monza e la fondazione del parco (1805-1813), in: Francesco de Giacomi (a cura di), Le ville Mirabello e Mirabellino nel parco reale di Monza, Silvana Editoriale, Cinisello Balsamo, 2006, pp.32-36).

Il nuovo assetto del parco

Per quanto concerne l’assetto del parco, Canonica studiò una nuova immagine, fondata sulla simmetria, del complesso paesaggistico, intervenendo direttamente anche su alcune zone boschive o coltivate con alberi da frutta. In questi interventi egli sembra richiamare i principi scenografici ordinatori di Parigi ripresi a scala urbana da Georges Eugène Haussmann, prefetto del dipartimento della Senna dal 1853 al 1870. Il Canonica, infatti, disegnò una rete di viali rettilinei e valorizzò percorsi già esistenti per la messa a punto di studiate scenografie naturali e di fughe prospettiche, al termine delle quali collocò monumenti o edifici architettonici.
Monza, Parco Reale, incisione di C. Sanquirico raffigurante il "Tempietto di ferro, nel fondo veduta nell'I. R. Parco di Monza" realizzata intorno al 1830 L’ambivalenza simbolica, ricercata dal governo francese, è ben visibile in un progetto a lui attribuito, conservato nell’Archivio Cattaneo a Lugano, nel quale al centro dei giardini è inserito un vasto “frutteto matematico” esagonale. Pur non tralasciando completamente la ricerca paesistica, il progettista si concentrò sulla proposizione dei modelli di ordine agricolo, sottolineando la compresenza nel medesimo giardino di differenti realtà: agricola, bucolica e ludica. Questa realtà promiscua trova un’ulteriore conferma nella carta redatta da Giovanni Brenna nel 1845, intitolata Topografia della Reale Villa di Monza coll’attiguo Parco e coll’annessa Città di Monza e rispettivi d’intorni. In essa sono attentamente descritte le differenti essenze arboree e le destinazioni dei terreni che, in alcuni casi, ottengono riscontro nella toponomastica del giardino stesso. Nella mappa, infatti, sono indicati, ad esempio, il Frutteto della Latteria, il Rondò dei Castagni d’India, il Rondò dei Cedri del Libano, il Rondò dei Tulipiferi, il Vialone delle Roveri, la Fagianaja Ungherese, la Torre del Roccolo, l’ Ospitale dei Cavalli e il Serraglio dei Cervi. L’istituzione del Parco di Monza parrebbe dunque connessa all’attenzione che la cultura francese riservava alle scienze naturalistiche, alla topiaria e all’agricoltura. Il rinnovamento del parco è dunque da inserire nel più vasto interesse per la ricerca naturalistica di Napoleone, che introdusse nelle scuole l’insegnamento della botanica e favorì la creazione, anche nei licei, di orti botanici. Il vasto parco monzese divenne il luogo in cui il governo francese palesò la propria adesione alla cultura illuminista, che molta attenzione riservava all’agricoltura, e che in Lombardia si pose in continuità con gli intenti della corte austriaca, che aveva incentivato la produzione e la diffusione di trattati agrari e di ingegneria idraulica.
Altre testimonianze dell’origine complessa del parco si trovano nei testi di Giovanni Antonio Mezzotti, pubblicati a puntate sula rivista “L’Eco”, raccolti in monografie nella prima metà del XIX secolo. Egli non solo citò le differenti valenze del parco di Monza, ma identificò la Cascina Frutteto come modello per coloro che volevano “riunire in una fabbrica colonica l’utile ad una certa eleganza, tenendo separato il rustico dall’abitato” (Giovanni Antonio Mazzotti, Passeggiata nel Real Parco di Monza pei viaggiatori della strada ferrata da Milano a Monza, Placido Maria Visaj, Milano, 1841).

Il muro di cinta del parco

A Luigi Canonica spettò anche il compito di realizzare il lungo muro perimetrale che racchiude il parco, risultato della lunghezza di oltre 14 chilometri. L’ordine dell’esecuzione fu emanato direttamente da Napoleone, secondo una linea che rispecchia sia componenti della cultura europea sui giardini, che orientamenti della manualistica tra fine XVIII secolo e inizio Ottocento. Il muro di cinta del parco, voluto per definire i confini di una vasta area ad uso esclusivo dei governanti francesi, segnalava un orientamento perseguito nelle grandi capitali europee e nella Milano austriaca nei decenni precedenti, quando venne realizzato un giardino pubblico che, per questioni di sicurezza, rimaneva precluso alle carrozze, ai poveri e agli indigenti.
Numerosi furono i collaboratori di Luigi Canonica. Tra i principali si annoverano Luigi Villoresi e l’allievo Giacomo Tazzini, che ricoprì differenti incarichi nel Parco di Monza fino al 1859.