Il Parco di Monza nella seconda metà del XX secolo

Gli effetti della Seconda Guerra Mondiale e gli anni Quaranta

L’avvento della Seconda Guerra Mondiale comportò la trasformazione d’uso di numerose strutture architettoniche del parco e del verde stesso. Insieme al Pubblico Registro Automobilistico e ad una parte degli uffici dell’Automobile Club Milano al Parco di Monza fu trasferito lo zoo di Milano, che occupò il Serrone annesso alla Villa Reale. Nel rispetto delle leggi autarchiche, i prati vennero trasformati in coltivazioni intensive di generi agricolo-alementari (grano, patate, ecc.), mentre molte piante dei boschi vennero tagliate per differenti impieghi. Lo stesso autodromo, fortemente danneggiato da sfilate di automezzi militari, fu adibito a deposito di veicoli da distruggere.
Malgrado il degrado nel 1948 l’ Autodromo era già stato ricostruito, mentre nuove ipotesi di utilizzo del parco venivano avanzate da molteplici associazioni o progettisti. Nella seconda metà degli anni Quaranta, inoltre, vennero pensati alcuni interventi urbanistici e viabilistici per potenziare i collegamenti tra Monza e Milano e tra il capoluogo lombardo e il resto della regione. Differenti ipotesi architettoniche furono anche avanzate da gruppi di imprenditori e di amministratori locali, che volevano realizzare, all’interno del parco, un’area giochi attrezzata e lo stadio di calcio della città.

Altre proposte capaci di mutare il volto del parco

Tra le numerose proposte pervenute agli amministratori del Parco vi fu quella di realizzare un lago artificiale, da ottenere con la modificazione del percorso del Lambro, o l’edificazione di una superstrada, che collegasse Milano con lo Spluga, il cui tracciato intersecava il parco di Monza tagliandolo in due parti. Quest’ultima proposta nasceva dall’idea degli ingegneri Bergamasco e Trolli, in collaborazione con l’architetto Ketoff, di congiungere Milano e Monza con una “Strada Parco” di matrice americana. Egli volevano realizzare una strada con due carreggiate, di circa 10 metri di larghezza ciascuna, divise da un’imponente fascia di separazione e affiancate da due piste ciclabili di circa 4 metri di larghezza. Ai suoi fianchi gli ingegneri intendevano realizzare una fascia alberata continua, che desse la sensazione all’utente di attraversare un bosco e fornisse la possibilità di soste ristoratrici nelle aree appositamente predisposte. Il problema maggiore non risiedeva nella realizzazione della nuova strada, che avrebbe potenziato il valore del parco, ma nell’ipotesi contestuale di unirla alla statale 36 e allo Spluga. Differenti furono i tracciati proposti. L’ultimo progetto fu quello dell’ing. Di Rienzo (1948) il quale proponeva di tagliare diagonalmente il Parco di Monza, secondo una logica di ottimizzazione dei lavori e di convenienza economica. Nel suo piano, mai realizzato, una strada di circa 25 metri di larghezza divideva in due il parco sino alla porta di San Giorgio, comportando lo spostamento dell’ ippodromo nei pressi dell’autodromo.

Monza, Centro Controllo RAI (Fototeca ISAL, fotografie di L. Viganò) Accantonate queste ipotesi negli anni Cinquanta furono realizzati interventi di ampliamento delle strutture architettoniche e sportive esistenti e venne autorizzata la costruzione di piccoli nuovi edifici; tra i quali il Centro controllo RAI, situato nei pressi della Villa Mirabellino, dotato di antenna televisiva.
Intorno alla fine degli anni Settanta il parco divenne essenzialmente pedonale e, per poterne aumentare la fruibilità paesaggistica, furono creati nuovi percorsi. Fu questa una prima revisione del verde annesso alla villa, che trovò il suo culmine nel 1996. A partire da questa data vennero attuati gli interventi voluti da Regione Lombardia in accordo con la Sovraintendenza ai Monumenti e i comuni di Milano e di Monza per l’attuazione di un programma pluriennale di riqualificazione del sistema degli accessi al parco, la valorizzazione delle architetture storiche al suo interno e il risanamento di numerose ecosistemi ecologici.


Monza, La nuova Club-house (Fototeca ISAL, fotografie di L. Viganò)