Tremezzo, Villa Carlotta

Proseguendo verso nord, si incontra una delle ville più celebri del centro lago, villa Carlotta.

Si sa cos’è Villa Carlotta: una squisita dimora principesca che sta a dominio d’una delle più splendide delizie del mondo: la Tremezzina

così si esprime Carlo Linati (1878–1949) nelle Passeggiate Lariane. È sulla stessa linea di Stendhal (1783-1842) che dopo aver decantato in Rome, Naples et Florence proprio le bellezze della Tremezzina, aveva così descritto le dimore che vi si affacciavano:

i palazzi si moltiplicano fra il verde delle colline e si riflettono nelle onde. Dire palazzi è troppo, ma chiamarli case di campagna è troppo poco. È un genere di costruzione elegante, pittoresco voluttuoso, tipico dei tre laghi e dei colli della Brianza”.

Negli stessi anni un anonimo appassionato del Lario, pittore e scrittore, descrisse la dimora:

Maestoso n’è il palazzo, e in bellissima situazione innalzato; l’architettura però risentesi alquanto del falso che tiranneggiava la prima metà del secolo scorso. Ameno e delizioso giardino gli sta dinnanzi, con vaghissimi pergolati di cedri, di limoni e d’aranci; le mortelle, i gerani, e cento maniere di odoriferi arbusti qui spargono continua ed assai ricreante fragranza. […] Lateralmente alla salita vi scorrono viali coperti d’agrumi, aranci e cedri, e pomi d’Adamo. Rimarchevoli sono i mirti, che di quella altezza non s’incontrano, uniti ai lauri; deliziosi boschetti scorrono al nord, adorni di piramidali magnolie. […]. Altro viale parte dalla villa, conducente al circolo dei larici, superiore alla Cadenabbia. Un laghetto superiore al palazzo, di copiose acque alimenta le diverse fontane: quella maggiore, che per altezza nessuna supera pel getto, è all’entrata del cancello; occorrono riparazioni.

Alla magnificenza del giardino faceva eco la raffinatezza dell’edificio e lo splendore delle collezioni che vi erano raccolte per volontà di Gian Battista Sommariva, avvocato e mecenate che la acquistò per farne uno dei musei all’epoca più celebri d’Italia. Stendhal ne era rimasto profondamente colpito.

Un’anima folle, sognatrice e profondamente sensibile, è ancora più indispensabile che una buona mente, per osare aprir la bocca a proposito delle statue di Canova che tutta Milano va a vedere in casa del signor Sommariva, alla Cadenabbia, sul Lago di Como.

e neanche il connazionale Gustave Flaubert (1821-1880) fu in grado di resistere al fascino e alla seduzione del gruppo marmoreo di Amore e Psiche.

Sono ritornato più volte [a villa Carlotta] e l’ultima ho abbracciato sotto l’ascella quella giovane distesa [Psiche] che tende verso amore le sue lunghe braccia di marmo. E il piede! E la testa! E il profilo! Che mi si perdoni ; questo è stato il mio unico bacio sensuale dopo molto tempo; ma è stato qualcosa di più. Ho abbracciato la Bellezza stessa.

Mary Shelley (1797-1851), autrice del celebre Frankenstein, colse l’armonica bellezza del luogo.

Il terreno non è esteso e, naturalmente, è diviso in terrazze, per la conformazione del territorio; con alberi dai rami cadenti, che offrono ombrosi rifugi o passeggiate riparate. È un angolo fresco e piacevole, ma non solo: la casa è molto bella, ampia e gaia (Rambles in Germany and Italy in 1840, 1842, and 1843)

Ceduta nel 1843 alla principessa Marianna di Nassau, moglie di Alberto di Prussia, la villa andò in dono alla figlia Carlotta per le nozze con il granduca Giorgio di Sassonia Meiningen, al cui interesse botanico si deve l’ampliamento del giardino e la stupefacente ricchezza di essenze. Dell’aspetto della dimora sotto questi ultimi proprietari privati rimane preziosa testimonianza nel romanzo Col fuoco non si scherza di Emilio De Marchi.

La Villa Carlotta, famosa in tutto il mondo per quel che dicono le Storie del Lago e le Guide dei Viaggiatori, ha intorno a sé un giardino, vasto e profondo, in cui non sai dire fin dove l’arte corregga la natura e fin dove questa colla sua potenza rigogliosa nasconda i limiti dell’arte. Seguendo le sinuosità un po’ erte della montagna, su cui si appoggia, il giardino è tutta una selva di piante di raro valore, antiche e folte, che nella dolcezza lusinghiera del clima, nel lento e non trascurato lavorìo degli anni continuano a mescolare i loro amplessi e i loro verdi diversi, in cui domina il bruno fisso delle conifere colossali. La mano dell’uomo non le disturba, se non in quanto vuole raddoppiarne le ombre, rimuovere gli ostacoli morti, aprire, nelle macchie che sarebbero inaccessibili, qualche ombroso recesso, asilo di ninfe che ci passano, aumentarne gl’incanti con improvvise aperture sopra lo specchio luminoso del lago, con qualche grotta di tufo piangente, con scalinate rozze e muscose che menano ai chioschi isolati e taciturni, in cui dorme anche il silenzio nella frescura della solitudine. La Villa, che fu già dei Sommariva, è oggi nelle mani d’un principe tedesco che fa pagare il piacere di visitarne le gallerie, in cui trionfano Amore e Psiche del divino Canova. […] Così l’Italia continua l’opera sua di liberale educatrice dei popoli, dietro la tenue tassa d’una lira per la villa e d’una lira per il giardino.