Dopo la seconda guerra. Piani per una ricostruzione

Quando nel 1945 si dissipano le polveri dei bombardamenti, Milano è una città distrutta.

Fotografia di Publifoto: Milano - Rovine dopo i bombardamenti del 1943, 1943; Civiche Raccolte d'Arte Applicata ed Incisioni, Civico Archivio FotograficoAlla tensione celebrativa degli anni del regime si era sostituita la necessità di ricostruire che, nel 1945, diventa un concorso di idee per il nuovo piano regolatore. Tra le proposte spicca il Piano AR, ideato da un‘équipe di progettisti. Pubblicato per la prima volta sulla rivista “Casabella” e, poi, su “Rinascita”, il piano affronta direttamente i problemi legati alla ricostruzione, costituendo un esempio di rottura con l’urbanistica prebellica. Per il gruppo, l’urbanistica è l’organizzazione di un determinato territorio ai fini di distribuire il lavoro, e quindi i beni e le ricchezze e, proprio in virtù di ciò, il piano prevede cambiamenti radicali all’assetto della città, tra cui la riduzione drastica dei suoi abitanti, che non dovrebbero superare le 850.000 unità.

Fotografia di Federico Patellani: Milano - Trenino speciale per la raccolta delle macerie fra le case semidistrutte, 1946; Archivi dell'Immagine - Regione LombardiaMilano, però, deve confrontarsi con una popolazione che, già prima del conflitto, ha raggiunto i due milioni e che ora chiede alla municipalità nuovi alloggi e la ricostruzione di quelli danneggiati dai bombardamenti. Così, mentre Roma decide quale forma di governo sia più congeniale per il neoeletto stato repubblicano, Milano approva un piano di ricostruzione, una misura temporanea ideata per rispondere all’emergenza in tempi rapidi, indipendentemente da qualsiasi idea di progettazione generale.

Fotografia dello Studio Sommariva: Milano - Complesso residenziale in piazza Sant'Ambrogio, 1954 ca.; Biblioteca Nazionale BraidenseE il 1948 si apre con una nuova proposta urbanistica, che prende le mosse dal piano AR, nel tentativo di riorganizzare il nuovo tessuto residenziale in unità quartiere, cellule autonome isolate e protette, e di decentrare le aree industriali allontanandole dalla città, anche attraverso un sistema di zone verdi a carattere pubblico, come il parco Lambro, a completamento dell’asse di via Palmanova. In quest’ottica, accanto allo spostamento degli assi attrezzati e, quindi, del centro direzionale nella zona tra le stazioni Garibaldi e Centrale, si sviluppa la ricerca di nuove tipologie abitative che, sfruttando l’altezza, offrano una maggiore densità di alloggi su porzioni di lotto inferiori. Proprio questa necessità speculativa porta il piano regolatore del 1948 ad una sostanziale modifica al momento dell’approvazione, nel 1953.

Limiti volumetrici violati, azzonamento non rispettato, concessione di licenze edilizie in precario, continue varianti, sono gli elementi di irrequietezza amministrativa che compromettono l’uso del territorio in questi primi anni post-bellici. Il piano originario è gradualmente smontato, i suoi obiettivi di massima rivisitati radicalmente e la sua gestione quotidiana compromessa irrimediabilmente. La fascia intermedia si fa sempre più compatta ed in periferia si accentrano gli interventi di edilizia economico-popolare, quartieri di fatto emarginati dallo sviluppo della città.

E se già i piani del 1945 e del 1953 si orientavano verso una dimensione sovracomunale, sempre più Milano si identifica con una complessa area metropolitana, che, all’inizio degli anni ’60, comincia a richiedere una più articolata pianificazione territoriale.